26 giugno

1992
La beffa danese

Mettetevi nei suoi panni. Ha lavorato giorno e notte per mesi, viaggiato per tutti gli stadi d’Europa, studiato - dal vivo e in videocassetta - centinaia, migliaia di partite. Finisce la stagione, i club delle leghe a calendario allineato (le maggiori) hanno mandato in vacanza i propri giocatori, e anche i commissari tecnici delle rappresentative nazionali non qualificate per l’europeo hanno messo in archivio gli appunti presi nelle ultime, inutili amichevoli d’inizio estate. Sono i momenti ideali per riprogrammare l’esistenza: per esempio, arredando la casa acquistata da tempo, dove finalmente trasferirsi, ora che non ci sono più in  agenda impegni istituzionali e voyeuristici. Ed è esattamente di questo che si stava occupando il signor Richard Møller-Nielsen; passata la cinquantina da un po', una modesta carriera di pedatore e addestratore di pedatori alle spalle, può anche darsi che avesse deciso di tirare i remi in barca. La sua vita, invece, fu travolta dall’implosione della Jugoslavia, dalla risoluzione ONU 737 del 1° giugno 1992, da una delibera UEFA del giorno prima. Per la Danimarca, che il signor Richard Møller-Nielsen guidava senza infamia e senza lode da un paio d’anni, s’era trovato un volo last-minute per il villaggio vacanze degli europei di Svezia, disdetto dagli slavi. Per molti pedatori danesi quell’inatteso cambio di programma dovette sembrare un’autentica beffa. L’unico a non volerne sapere fu Michael Laudrup; così, disfatte le valigie e disdette le prenotazioni per esotiche mete, Schmeichel & Co. decisero che la beffa doveva essere restituita con gli interessi. Neutralizzati gli albionici e concesso un golletto ai padroni di casa, si scatenarono ai danni di francesi e olandesi. Poi schiantarono in finale la Germania e si presero il titolo europeo. Roba da non credere. Il signor Richard Møller-Nielsen, due mesi dopo, a Riga per visionare la Lettonia, è circondato da un nugolo di giornalisti. Vogliono sapere di Laudrup e dei lavori di casa. Su Laudrup un’alzata di spalle e nessuna risposta. Sui lavori, una risatina seguita dalla “giusta versione dei fatti”. Si trattava solo di montare una cucina nuova, e c'è voluto del tempo. Ikea o Poggenpohl? Un sogghigno, nessuna risposta.
1996
He missed the fucking penalty

Stuart Pearce e Paul Gascogne indossano l'elmetto: il Daily Mirror ha dichiarato guerra (football war, ovviamente) alla Germania, e ha scelto i propri eroi. "Achtung!", per te Fritz la Championship '96 is over. Passi per Pearce, ma è difficile immaginarsi Gascoigne in assalti alla baionetta. D'altra parte, l'aggressività e il sarcasmo mediatico rivelano il timore di fondo, uno stato d'animo che alla vigilia della semifinale europea contro la Nationalmannschaft accomuna tutti i sudditi di Sua Maestà. A ben vedere, è una partita - pardon, una guerra - persa in partenza. Chi ha voluto che sul tabellone di Wembley, prima ancora che le bande sparassero i santi inni, apparisse la frase "So che è accaduto una volta, ma si potrebbe ripetere"? Sì, era accaduto in Italia, al mondiale. Semifinale, grande partita, gli albionici meritavano ma si sono dovuti accontentare di un consolatorio picnic con gli azzurri, come loro sconfitti ai rigori. E ai rigori finisce anche questa volta. Siamo al penultimo, e tocca a Gareth Southgate. Lo tira alla destra del portiere, ma sarebbe stato meglio se avesse scelto l'angolo sinistro. "He missed the fucking penalty", canterà una punk-rock band di Lewisham (South London). "Dance now whatever you will be / but he missed the fucking penalty / so we smashed up the town / wherever we may be / coz he missed the fucking penalty".

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