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2 febbraio

1902
L'Aragosta


Nasce, a Barcellona, Josep Samitier Vilalta (foto). Tra gli indigeni, nessuno ha fatto più gol di lui nel Barça: un centrocampista molto prolifico. Giocava in anni favolosi per il club, ed era tra i migliori, con Zamora e Alcántara. Amico di Salvator Dalì, al quale insegnò il palleggio nelle oziose giornate estive, visse i primordi della Selecciòn, le prime partite ai giochi olimpici di Anversa. Come vari catalani tignosi, vestì anche la camiseta madridista.
Profilo



1936
Cronache confuse

Dopo mezz'ora Peppino aveva già sbarcato il lunario. Il Milan tuttavia non voleva perdere in casa, anche se si giocava all'Arena. Pareggio e sorpasso: roba da non credere. Verso lo scadere, l'Ambrosiana si accampa in area, e piovono calci d'angolo. Di come sia andata l'ultima azione, nulla è chiaro: viluppo di teste a cercare la sfera, il pugno del portiere del Milan (Zorzan, nella foto), palla in rete. Nulla fu chiaro, tranne l'ultima immagine: palla in rete, gol o autogol, due a due.


1966
Opposte filosofie di vita

The One Man Club contro il Girovago. Due raffinati architetti, comunque, archetipici del calcio che generarono e della terra che li generò. Béla Guttmann, architetto del Benfica, e Matt Busby, inventore del mito United. Quarti di andata di Coppa dei Campioni a Old Trafford. Ha la meglio Busby, ma di misura: tre a due. Prologo della semifinale mondiale, in sostanza. Charlton vs. Eusebio. Emozioni. Chi ha pagato il viaggio speciale organizzato dalle agenzie di Lisbona ha assaporato tutta la bellezza del football (forse non di Manchester).
Cineteca

1987
San Castilho

Si spegne, a Rio de Janeiro, Carlos José Castilho (foto). Era un portiere. Bravo? Probabilmente sì. Soprattutto, lo ritenevano fortunato, e parecchio. Contro di lui - si dice - gli attaccanti avversari miravano spesso e volentieri sul palo, e centravano con incredibile precisione il bersaglio. Lui, tuttavia, sapeva parare i rigori. Giocò per la Seleçao dal 1950 al 1962, ma fu abile nel centellinare le presenze (diciannove in tutto); abilissimo nell'essere fuori dall'XI il giorno del maracanaço.

1994
Rubamazzetto

Il Milan non aveva vinto la Coppa dei Campioni, e non aveva conquistato sul campo il diritto a implementare il palmarés con la supercoppetta. Ma era una squadra vorace, e nel freddo del Meazza accoglieva i parmigiani per puro spirito di ospitalità: il favorevole risultato dell'andata (uno a zero) non prometteva una serata vivace. Sbadiglianti e inerti, i rossoneri ne beccano due e disdicono il posto prenotato nell'albo d'oro. Beffa supereuropea, organizzata nei supplementari dall'onesto Massimo Crippa (foto).
Cineteca

4 gennaio

1902
William 'Willie' Dunning

In questo triste giorno mancò, a Southampton, William 'Willie' Dunning, grande portiere del Celtic e dell'Aston Villa, scozzese. Aveva meno di quarant'anni. E meno di dieci erano trascorsi da una sua ragazzata, che fu però all'origine di una correzione del regolamento sulla battuta dei penalties. Accadde il 12 settembre 1892 a Stoke, quando mancavano pochi minuti alla fine del match tra Villans e Stoke City. L'arbitrò assegnò un rigore ai padroni di casa: difficile stabilire se la punizione fosse ragionevole o no, meritata o spropositata, e nessuno se lo può ricordare. Dunning ebbe un gesto di rabbia, la sua squadra stava vincendo e rischiava di essere raggiunta proprio all'ultimo istante. Calciò il pallone fuori dal campo, il più lontano possibile. Le ricerche del cuoio si protrassero senza successo oltre il 90°, e l'arbitro mise fine alla partita. "Così non va bene", tuonarono gli emeriti pensatori della Football Association. "D'ora in poi, il penalty va calciato, anche se il pallone dovesse ricomparire a distanza di qualche decennio" (la loro misura del tempo iniziava già allora a essere questa). Non si può usare il pallone di riserva? Chiese qualcuno. I pensatori della Football Association si chiusero nel comune pensatoio, vi trascorsero alcune ere geologiche, e la risposta ufficiale deve oggidì ancora pervenire.
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera


Salvataggio sulla linea
di Giovannini (Inter, n° 5)
1953
Decolla il catenaccio di Foni

Battendo a San Siro la Juventus con reti di Lorenzi e Skoglund, l'Inter surclassa i rivali di sempre (detentori del titolo) e si avvia a vincere il suo primo scudetto del dopoguerra. Alfredo Foni impone il catenaccio, e incanta gli appassionati di strategia - mentre inorridiscono gli esteti. Come gioca, dunque? Lo chiediamo a Monsù. "Non cerca di brillare, e non brilla. Giuoca per vincere. E per vincere, comincia a studiarsi di non perdere, mantenendo il giuoco a metà campo, costituendo uno sbarramento difensivo che sia in grado di far fronte ad ogni difficoltà che gli possa creare l'avversario". Addormenta l'avversario, lo ammansisce anzi, e poi colpisce. Non è tattica votata alla sola difesa e alla demolizione del gioco altrui: è "prudenza elevata a sistema". That's all folks! 
Tabellino | Video (Settimana Incom, 9 gennaio 1953)


1959
Indecenti invasioni

Dicono le cronache del tempo che nel secondo tempo, dopo un quarto d'ora di gioco, improvvisamente "un tifoso, alla testa d'una piccola pattuglia di facinorosi", abbia invaso il campo. Un commando all'assalto. Obiettivo della missione è l'arbitro: una pagnotta sul volto e poi intervengono le forze dell'ordine. Dove è accaduto il misfatto? All'Olimpico, durante quella che era ritenuta tra le più tranquille partite della giornata di campionato: Roma- Alessandria. Ma mica finisce subito. Nasce la solita 'indegna gazzarra', nella quale chi cercava di riportare la pace menava più di tutti. E va beh, scene (quasi) consuete. Le stesse cronache sostengono che gli alessandrini avessero giocato duro - ed è un eufemismo. Anche dopo che erano passati in vantaggio. A ogni modo, finisce la rissa, il gioco riprende e la Roma pareggia. Risultato sub judice, come si usa dire? Si spera che l'arbitro (Francesco Guarnaschelli, di Pavia) dica qualcosa, e qualcosa la dice: "La partita l'ho terminata regolarmente al 48°. Quanto al suo risultato tecnico è una cosa che mi vedrò io". Non resta che attendere decisioni ufficiali. Col senno di poi, si potrà dire che anche la carriera arbitrale di Guarnaschelli si conclude al 48° di Roma-Alessandria, il 4 gennaio 1959. Nel frattempo, tre cittadini della capitale trascorreranno la nottata nel quartiere di Trastevere, a Regina Coeli.
Tabellino | Video (provenienza ignota)

12 ottobre


1902
Il derby dell'impero

In buona sostanza, il problema è questo. Fu o non fu una amichevole internazionale tra squadre nazionali? Sì, lo fu. No, non lo fu. Perché no? Perché Austria e Ungheria erano divise ma unite, più unite che divise, facevano parte dello stesso impero. Beh, una duplice monarchia, dicono gli storici. Sì, ma un unico imperatore, Francesco Giuseppe per la cronaca. E inoltre. Inoltre? Inoltre quelle che si sfidarono erano due rappresentative cittadine, rispettivamente di Vienna e di Budapest. Può darsi. Ma c'erano altre città ove mirabilie pedatorie fossero mostrate da altri giocatori? Non saprei. Quindi, i migliori giocatori del pallone austriaci erano quelli, e i migliori ungheresi quegli altri. Giusto? Giusto. Bene, tagliamo la testa al toro e decidiamo quello che hanno peraltro già deciso le federazioni della pelota d'Austria e d'Ungheria e da un bel po'. Fu il primo incontro ufficiale (per quanto amichevole) tra Austria e Ungheria, e dunque si trattò in assoluto del primo match tra rappresentative nazionali giocato nell'Europa continentale. Vogliamo aggiungere il risultato? Cinque a zero. Per chi? Non saprei, è passato troppo tempo. Vai a controllare. Ma chi è quello della foto? E' Ferenc Gillemot, famosissimo. Famosissimo? Credo di sì. Fu il primo allenatore della squadra magiara. That's all folks.
Tabellino


1902
Jan Studnicka

A lui sono legati i ricordi dell'inizio del football in Austria, di quegli anni felici prima della prima guerra, e del grande derby danubiano, secondo solo a quello rioplatense tra Argentina e Uruguay per il numero delle volte che è andato in scena. Con lui, anche a Vienna il gioco cominciò a scoprire fantasia e talento, dribbling, inventiva, discostandosi dal canone inglese basato su corsa, resistenza, fisicità. Il suo nome andrà naturalmente ricordato insieme a quelli di Hogan, Meisl, Sindelar. Ma fu lui ad aprire la porta di casa e a scendere in strada con un pallone tra i piedi. Segnò tre gol nella prima partita dell'Austria, naturalmente contro l'Ungheria, a Vienna, il 12 ottobre 1902. Lui, Johann 'Jan' Studnicka, compiva quel giorno il suo diciannovesimo anno di età.
Tabellino | Profilo di Studnicka
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera



1930
Attento Peppino, la celebrità nuoce

L'Ambrosiana arriva a Praga consapevole che sarà dura farla franca, dopo il due a due dell'andata. Il match è importante, vale un posto nella finale della Mitropa. Finisce con un risultato tennistico: sei a uno per i cechi. Cos'è successo? Andiamo a leggere il giornale. "E' mancata ieri a Praga quella 'verve' abituale all'undici milanese. Questo è stato il più grave 'handicap', che si è fatto maggiormente sentire nella linea degli attaccanti che, pur non giocando male, ha permesso agli avversari di seguire il loro gioco fatto di calcolo e di utili piazzamenti. Le discese dei nero azzurri non sono mancate, e alcune di esse anzi sono state improntate a sani concetti". Sani concetti, che significherà? Bah, semplicemente i nostri si sono addormentati spesso davanti alla porta. E Peppino? "Il 'balilla' ieri non è stato l'irresistibile attaccante di Budapest, né il brillante giocatore di Berna. Molti occhi erano rivolti a lui, ma purtroppo egli non ha saputo dare la solita tonalità alla linea degli avanti. Gli ha nuociuto forse il fatto di essere già qualcuno, e perciò troppo notato dal pubblico, in ogni paese è sempre cosi accuratamente sorvegliato e qualche volta punzecchiato che il ragazzo finisce col fare il giuoco dell'avversario". In sostanza: lo fischiano o lo menano? "Egli non è più il fanciullo di due o tre anni fa; è più pesante e perciò meno agile di un tempo, ma ha tecnica a dovizia, e astuzia, e quindi dovrebbe riuscire a padroneggiarsi anche in situazioni difficili come quella di ieri. La celebrità, questo è saputo, anche nel giuoco del calcio ha i suoi lati meno simpatici. Noi non dubitiamo che Meazza per i colori della sua squadra e per le immancabili fortune della nazionale, saprà riprendersi perfettamente. Questa breve parentesi non è inutile poiché è dalle sconfitte che bisogna trarre gli ammaestramenti" (La Stampa, 13 ottobre 1930). Ben detto! Una giornata storta può capitare a tutti, e a Peppino (che ha solo vent'anni!)  non ne capiteranno molte, d'ora in poi ...

13 maggio

1902
El primer Clásico

Per l'incoronazione di Alfonso XIII si organizza nel Regno di Spagna una competizione futbolística, la Copa de la Coronación, che ai fini statistici non sarà mai riconosciuta dalla Federación. La sua importanza storica è però innegabile: se non altro perché una delle due semifinali, in cartellone all'Hipódromo de la Castellana, mise di fronte per la prima volta il (Real) Madrid e il Barcelona (foto). I catalani schierano diversi stranieri - tra i quali Hans Gamper -, e su di loro piovono dalle tribune fischi di disapprovazione. Ma esibiscono un'evidente superiorità, vincono tre a uno e si apprestano a giocare la finale nel pomeriggio contro una selezione di baschi, che li bastonerà.
Storia della competizione e tabellini


1933
L'impatto con gli inglesi

Ci avevano snobbati per ventitré anni, dice Gioanncarlofubrera, ma stavolta si degnano e vengono a Roma per una sgambata sul prato dello Stadio Nazionale. Portano con sé anche il loro nuovo sistema di gioco, il cosiddetto WM inventato da Chapman. Nonostante l'inferiority complex di Monsù Poss nei confronti dei maestri, il match finisce pari, con Meazza che si regge a malapena per via di un guaio alla caviglia. I critici nostrani "si inchinarono al vigore degli inglesi ma considerarono grossolano il loro batter palla mazzolando via alla brava"; in realtà giocavano con precisione proporzionale al ritmo (molto elevato nel primo tempo, assai blando nella ripresa), ed è probabile che i nostri fossero più abituati di loro alla calura tardo-primaverile. A ogni modo, un pareggio salutato con entusiasmo, e ritenuto buon viatico per la coppa del mondo, ormai alle porte.

1959
Ritornello madridista

Semifinale di Coppa dei campioni, derbi madrileño; l'andata in casa del Real finisce 2:1 in rimonta (perfezionata da Puskás); nel ritorno all'Estadio Metropolitano un golletto di Enrique Collar Monterrubio (leggenda dei Colchoneros: foto) pareggiò i conti. L'ordalia ebbe luogo al Romareda di Saragozza, e la sequenza delle reti è come il refrain di una supremazia, che agli avversari concedeva di aprire parentesi ma mai di chiudere il discorso: Di Stéfano (Collar Monterrubio) Puskás.
Tabellino | Highlights


1962
Battesimo azzurro per il Golden

Nell'ultimo match utile a definire la rosa che dovrà volare in Cile per difendere il blasone italiano nella rovente kermesse mondiale, gli azzurri fanno un bagno di folla a Bruxelles. Entusiasmo degli immigrati, e vittoria comoda (3 a 1) con doppietta di Altafini, che recita a soggetto. La critica è tuttavia maligna. Anche nei confronti dell'atteso e già contestato (e non ancora ventenne) esordiente: Gianni Rivera. Manca un paio di occasioni all'inizio, è a disagio. Chiaro che, tra lui e Sivori, almeno uno è di troppo. A detta di taluni, lo sarebbero entrambi.
Tabellino | Video (Archivio Luce)


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28 aprile

1902
Red Devils

Messo in liquidazione a gennaio il Newton Heath Football Club, alcuni imprenditori di Manchester non si rassegnano a vedere la città rappresentata solo dal City, destinato in quella stagione peraltro a tornare nella Second division. Nasce così il Manchester United Football Club: una nuova storia, con nuovi colori. E nuove prospettive. Diventerà uno dei club più famosi, importanti e seguiti del mondo.

1971
Ajacidi con la suerte de fronte

"L'Ajax non è quella terribile squadra di cui si dice. Non mi è piaciuta particolarmente"; i tre gol "sono stati dei regali", il terzo poi "era chiaramente viziato da una posizione di fuorigioco", segnalato dall'assistente ma ignorato dall'arbitro (Sbardella); negli altri due "el Ajax se ha encontrado con la suerte de fronte". Opinioni di Marcel Domingo Algara (foto), entrenador del Club Atlético de Madrid, al termine della semifinale di ritorno di Coppa dei campioni. Largamente incompleti, gli spagnoli non erano stati in grado di difendere il gollettino rimediato al Manzanarez. "Estoy muy satisfecho de mis muchachos", replicò Rinus Michels. Com'era normale che accadesse, l'Ajax poteva prenotare un albergo nei dintorni dell'Empire Stadium, dov'era in programma la finale.

1976
Raoul Lambert e le lunghe partite di Anfield

Non c'è dubbio che Raoul Lambert preveda spesso con un certo anticipo lo sviluppo dell'azione. La sua posizione in campo è sempre quella giusta. E anche quando la palla è in possesso degli avversari, non si deconcentra. Anzi: fiuta l'errore. Ora, per esempio. Sono trascorsi cinque minuti, il Liverpool sta organizzando il suo assalto. Tommy Smith appoggia di testa verso Clemence, ma sbaglia la misura, o semplicemente non si è accorto che Lambert è lì, è in agguato, con quella sua tipica espressione, un po' svagata e un po' sarcastica, dissimulata da un'acconciatura che sembra una maschera non calata del tutto a copertura del volto. I suoi riflessi sono rapidi: anticipa il portiere e con un pallonetto ammutolisce la Kop (foto). Trascorrono altri dieci minuti e i belgi raddoppiano, al termine di un elegante fraseggio, e il penultino tocco è sempre di Lambert, è lui la torre che spizza e mette Julien Cools in condizioni di punire ancora l'incolpevole Clemence. Dunque, fatto un rapido calcolo, dopo un quarto d'ora circa, ad Anfield, il Bruges sopravanza il Liverpool di due reti, nella finale di andata della Coppa Uefa. Trofeo in cassaforte? Beh, le partite su quel campo sono sempre molto lunghe. Lunghe e intense. Interminabili, per chi si deve difendere.


2004
L'ultima maglia

Non la indossava da cinque anni. Era la sua maglia, essendo quella di tutti. Quando giocava, Baggio era di tutti, e nessuno poteva pretenderlo a simbolo di una storia o di una squadra. Aveva girovagato per società grandi e piccole, lasciando ovunque ricordi di giocate geniali e improvvise, come accecanti bagliori. La sua maglia era azzurra, la maglia della nazionale. Non l'ha indossata tantissime volte; talora è stato messo da parte, a favore di altri che valevano meno di lui. Fu giusto chiamarlo per un'ultima partita, un'amichevole contro la Spagna, anche se contava poco. Maglia numero dieci, fascia di capitano all'uscita di Cannavaro. Meritava la festa, e l'abbraccio di tutti.  "La vita è un'emozione, Baggio i suoi brividi", si leggeva su uno dei tanti striscioni di Genova.

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5 aprile

1902
Ibrox Disaster

Il secolo breve era molto giovane. Per alcuni finì a Ibrox Park. Già. Un ingrato destino aveva selezionato 25 anime, 25 fra le 70.000 che nel pomeriggio del sabato erano là per godersi Scozia-Inghilterra. Fu la tribuna occidentale a collassare. Fatalità?
R. S. Shiels, The Fatalities at the Ibrox Disaster of 1902 ("The Sports Historian", 18/2, 1998).







5 aprile 1908
L'amico Fritz

Fritz Becker. Nella foto, è il terzo tra i giocatori, da sinistra. L'XI schierato ha quella maglia così strana, ma l'aquila stampata sul petto è inequivocabile. Sì, è la Germania. La prima Nationalmannschaft che scende in campo. A Basilea, nel piccolo Landhof Stadion, contro la rappresentativa elvetica. E poiché  lui, Fritz Becker, attaccante dei Kickers di Francoforte, fu il primo a segnare un gol in quella partita, è giusto assegnargli il titolo di protobomber della nazione. Becker fu dunque nonno di Fritz Walter, bisnonno di Uwe Seeler, bisavolo di Gerd Müller, tri­savolo di Karl-Heinz Rummenigge e avo degli avi di Lukas Podolski.
Poldi Podolski? Uhm.

1942
La guerra finirà

Valentino Mazzola esordisce in nazionale quando milita ancora nel Venezia. A Marassi, contro la Croazia - stato fantoccio emerso dopo la dissoluzione del Regno -, che in realtà schiera l'XI del Građanski di Zagabria. Il match è di palese valore propagandistico. In ritiro a Chiavari, gli azzurri "si sono recati a visitare i feriti di guerra degenti in un ospedale della cittadina intrattenendosi a lungo amichevolmente con essi"; il loro spirito "è, come al solito, elevato" (Monsù Poss). Sul campo non hanno problemi, anche se si gioca con vento e acquazzoni. "Mazzola ha stentato a trovare l'equilibrio in corsa sul terreno e, più ancora, a svincolarsi dalla guardia di cui era fatto oggetto. Alla distanza però è venuto fuori", e il suo ultimo quarto d'ora è stato "a spron battuto" (Eugenio Danese). Valentino è un campione, quando finirà la guerra diventerà il capitano, e giocherà in nazionale per tanti e tanti anni, pensano tutti coloro che hanno il tempo di pensare al football.

1978
Scaramanzie teutoniche e illusioni carioca

Non è solo il vento che soffia dal mare del nord a rendere gelida la serata del Volksparkstadion. Intirizzita all'avvio, la Seleçao di Coutinho (foto) si riscalda correndo, e alla lunga domina sulla Nationalmannschaft. E' la sfida tra gli ultimi undici arrivati sul tetto del mondo; gli osservatori ritengono il match un anticipo della finale prevista al Monumental di Baires per il prossimo 25 giugno. I tedeschi sono scaduti a notevole modestia: si sente la mancanza del Kaiser, e Kalle Rummenigge non vale certo (non ancora, perlomeno) Gerd Müller. Possono solo vichianamente contare su corsi e ricorsi storici: un identico test avevano organizzato nell'estate del '73 (tabellino), con vista sul mondiale casalingo, e uguale fu il risultato (zero a uno). Grandi, le risate di Eupalla.

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6 marzo

1902

“Juan Padrós y Rubio, del Comercio de Madrid, que habita en la calle de los Madrazo, 25-3Q izquierda, a V.E. respetuosamente expone: Que con objeto de constituir una Sociedad de juegos de Sport, que se denominará Madrid Football Club, le acompaña las bases por que ha de regirse, para su aprobación”.

Fondazione del Real Madrid


Juan Padrós y Rubio scriveva anche a nome del fratello Carlos. Erano due impresari catalani.


"Che la vera squadra di Madrid sia il Real Madrid e le altre siano soltanto impostura lo dimostra il fatto che alcuni barcelonisti lo odiano al punto di preferire di perdere se perde anche il Madrid piuttosto che vincere se vince anche il loro privato Innominabile" (Javier Marías).

Naturalmente che i due 'fondatori' (o almeno un paio di individui tra quanti potevano attribuirsi il merito della fondazione) siano catalani è cosa non urlata ai quattro venti nella memoria ufficiale del club madridista. Anzi. Inoltre, la data del 6 marzo non è precisa, poiché l'atto istitutivo risalirebbe al 22 aprile. Sicché, a ogni annuale ricorrenza, quelli di Barcellona si divertono a rimarcare tutte queste stranezze. Si dia un'occhiata, per esempio, a quanto scriveva su “El Mundo Deportivo”, il 6 marzo 2014, il periodista Óscar Zárate.


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