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3 gennaio

1978
Il fortunato delantero di riserva della Celeste

Certo che è famosa, questa foto. Ritoccata, sì. Pure colorata. Non è granché. Però, signore e signori, vorrei che qualcuno mettesse a fuoco l'ultimo giocatore della Celeste, l'ultimo a destra tra quelli accucciati. Lo riconoscete? Ovviamente no. Di quell'XI è certamente il meno famoso. Del resto, giocò poche partite nell'Uruguay (quattro, complessivamente), e militò in club secondari di Montevideo (Atlético Cerro, Defensor Sporting). In carriera, non vinse nulla. O quasi. E' perciò difficilissimo reperire notizie su di lui. Certo, fu fortunato. Per l'infortunio di un compagno (Ernesto Vidal) esordì nella Selección il 16 luglio 1950. Capito l'antifona? Esordì al Maracanã, e fu tra coloro che vinsero la coppa del mondo contro il Brasile, in casa del Brasile. Tutto qui. Rubén Morán si spense, a Montevideo, il 3 gennaio 1978.
Profilo


1988
 Simba

Incerto fu l'avvio di stagione, per il primo Milan di Sacchi; con l'anno nuovo, tuttavia, acquisiti ritmi e meccanismi di gioco, si fece "truculento" e iniziò a demolire - uno per uno - tutti i suoi grandi vecchi e nuovi avversari. A cominciare proprio dal Napoli di Careca e del Diego, campione d'Italia e travolto dalla furia di Ruud Gullit. L'olandese, appena insignito del pallone d'oro, estasiò persino il Gioannbrera. "Ora sappiamo tutti che è una forza della natura, non solo, ma anche uno capace di mirabile puntiglio. Goffi i napoletani che avevano irriso al suo titolo di Mister Europa. Gullit li ha smentiti senza ringhiare, con folgorante impegno. Ha servito due palle-gol da ala destra; ha incornato sul palo; ha uccellato Garella due volte (una a favore di Donadoni: ma non era attivo il suo fuori-gioco?), ha sparato da trenta metri un destro omicida su calcio franco. Ha galvanizzato i compagni fino a inciuccarli di corsa e di entusiasmo". Nonostante i timori del magister, quell'XI non vivrà di soli "estri dinamici" e di "eretismo podistico"; un gioco cui forse pagò dazio pesante proprio Simba Gullit, il cui livello di rendimento scese costantemente dopo quel suo primo inverno italiano.

23 novembre

1988
La cavalcata di Nick

Ampia falcata, da quattrocentista. Gambe lunghissime e fiato da vendere. E' probabile abbia dato meno di quel che era nelle sue possibilità, limitato anche dagli infortuni, cui la sua complessa e poderosa macchina muscolare era frequentemente soggetta. Ma in quella serata all'Olympiastadion di Monaco, Nicola Berti segnò un gol che si impresse nella memoria collettiva. Calamitò il pallone al limite della propria area, e poi, senza mai cambiare la direzione di corsa, scavallò fino alle soglie di Aumann, estremo del Bayern. Ci arrivò a un passo veloce e costante, rotto solo da improvvise e necessarie accelerazioni. Certo, in quel frangente le linee del Bayern parvero una serie di caselli ferroviari che abbassavano le sbarre quando il treno era già passato. Ma tant'è. Entrato in area di rigore, Nick tentò di estrarre una palombella dal proprio piede destro, ma il suo repertorio non era illimitato. Ne sortì qualcosa di ibrido, una traiettoria che Aumann riuscì a sporcare, ma senza deviare la corsa del pallone verso il proprio ineluttabile destino (foto).
Cineteca

19 novembre

1988
La benedizione di Stojković

Un pareggio (inaudito!) a Nicosia costò la panchina a Henri Michel. Già. Se l'era presa dopo i fasti dell'europeo, poteva vantare un buon mondiale (nonostante la lezione tedesca), ma aveva fallito la qualificazione all'europeo in Germania. Ora c'è in ballo l'Italia. Sarebbe uno smacco non andarci; e quindi, dopo il pareggio (orrore!) a Nicosia, la Fédération Française de Football ha compreso che lui non è l'uomo giusto. L'uomo giusto è quello che - purtroppo - ha smesso di prendere a calci il pallone, uno che (poco ma sicuro) continuerà ad avere successo, qualsiasi cosa decida di fare. Michel Platini: ça va sans dire. A dire il vero, è stato proprio lui a decidere, mica la Fédération. Peccato che il suo battesimo abbia luogo in una chiesa ortodossa di Belgrado, quella intestata al Partizan. Officiano vecchi e giovani satanassi locali. C'è da stare attenti soprattutto ai chierichetti della Stella Rossa, i vari Savićević e Stojković, per non dire di Sušić, che oltretutto gioca nel PSG e conosce bene i galletti. Come che sia. A un quarto d'ora dalla fine i bleus sono (incredibile!) avanti di un gol (due a uno). Ma quando gli slavi hanno già rimesso in equilibrio i conti (e mentre le Roi, presumendo di poter ancora sbancare, toglie difensori e inserisce attaccanti), tocca proprio a Stojković (foto di repertorio) dare la benedizione finale, e mandare dunque a casa felici e contenti i tumultuanti fideles belgradesi con un terrificante destro di prima intenzione dal limite dell'area.
Tabellino | Highlights

10 novembre

1963
Sono giovani, lasciamoli in pace

"E magari, paghiamoli un po' meno". Già: è il refrain della Settimana Incom che, andata nelle sale cinematografiche dopo Italia-Unione Sovietica (ritorno degli ottavi del campionato europeo: all'andata gli Azzurri avevano rimediato un secco 0-2), non risparmia frecciate. Esagerando un po'. Come, per esempio, quando si racconta di Jašin che ferma con facilità un tiro e poi un'incursione di Domenghini, che potrebbe essere suo figlio: "è come togliere le caramelle a un bambino". A proposito di Domingo: esordisce proprio in questa partita, come Tarcisio Burgnich. Giovane è anche Mazzandro, che si fa parare (anzi, bloccare a terra) un rigore dal grande numero uno sovietico: "Sandrino Mazzola ha tirato il rigore come non lo tirano nemmeno i ragazzi che giocano nei vicoli, con la palla di stracci. Ma è poco più di un ragazzo, poverino". I nostri hanno preso un gol (bello, va detto) nel primo tempo, ma pareggiano proprio verso lo scadere. Ci pensa Rivera, "il ragazzo tutto d'oro del calcio italiano, il Pelé bianco. Pochi applausi, da un pubblico deluso. Perché poi? Sono giovani, non amareggiateli. Lasciategli godere in pace gli stipendi che gli danno le società". Quei giovani, oggi così sbertucciati, si prenderanno qualche rivincita negli anni a venire. 
Tabellino | Video


1988
Il deretano di Arrigo

Si manifestò per la prima volta il 9 novembre a Belgrado. Il Milan non superò mai o quasi la linea centrale del campo ed era già virtualmente eliminato dalla Coppa dei campioni, quando la nebbia invase il Marakana; il gol della Stella Rossa che nessuno vide, che secondo Franz Baresi era viziato da un fuorigioco impossibile da misurare, non contava nulla, e la partita si rigiocò il 10. Il resto è noto a tutti: il gol di Mannari (pallone dentro di un metro e passa, nella foto) non assegnato, l'inzuccata di Van Basten, il pari di Stojkovic, la tremenda botta che quasi ammazza Donadoni, i supplementari e i rigori. Il rigore sbagliato da Savicevic e quello (decisivo) trasformato da Rijkaard. Tutte qui, le emozioni di un match orribile, ma storico.
Cineteca

21 settembre

1977
Goleade nordiche

Sulla pagina sportiva del Corsera compare - con risalto minimo - la seguente notizia. "Oslo. Una piccola squadra norvegese di settima divisione, il Forward di Oslo, ha stabilito il nuovo record nazionale (e forse mondiale) di gol segnati in una sola partita. Ha infatti battuto il Regent per 42 a 0, realizzando in pratica un gol ogni due minuti e qualche secondo di gioco". Beh, può capitare: che c'è di strano? "Il Forward per passare in sesta divisione doveva vincere quest'ultimo incontro con 34 reti di scarto, in quanto un'altra piccola formazione, il Soerli, aveva i suoi stessi punti ma una migliore differenza-gol". Ah, ecco perché hanno infierito. Non ha senso nutrire sospetti. Le motivazioni, nello sport e nella vita, sono tutto. O quasi.


1983
England's shame

Così avevano commentato i tabloid inglesi lo spettacolare pareggio (due a due) ottenuto dall'undici albionico a Copenaghen il 22 settembre 1982. E' trascorso un anno, ed ecco ora i danesi scalpitare sul prato di Wembley. Bobby Robson ha già messo le mani avanti: i suoi devono affrontare "a formidable team, one of the best I have seen for 10 to 15 years". Addirittura? Come che sia, l'Empire Stadium è affollato, e dev'essere una soddisfazione particolare per Sepp Piontek e Allan Simonsen tornare a casa con una vittoria facile facile, dopo una partita dominata, anche se nel tabellino rimane un solo gol, oltretutto su calcio di rigore (foto). Il match è cruciale, e sostanzialmente stabilisce che, agli europei di Francia, i maestri non si potranno presentare. Danish Dynamite. Non aveva torto, il povero Robson.

1988
L'ultimo gettone di Oleh

C'è davvero poca gente al Rheinstadion. La delusione per l'esito del campionato d'Europa è ancora forte, e il remake di un'antica finale che i tedeschi avevano vinto (nel 1972) contro i sovietici non attrae il grande pubblico. Una partita senza significato, non fosse che i rossi - ancora tenuti per mano da Lobanovski - fanno esordire l'ennesimo pedatore della Dinamo Kiev, Sergej Sergeevič Šmatovalenko, un difensore che sa far tutto, e che di ciò dà dimostrazione festeggiando il battesimo con un autogol (quello che decide la partita). Per uno che inizia, però, c'è anche uno che finisce. Si tratta di una leggenda trentaseienne, quello che fu l'homo novus del calcio sovietico nei primi anni settanta: Oleh Blochin. Già. Il vecchio Oleh non ne vuol sapere di smettere, ha lasciato la Dinamo ed è andato a giocare in Austria, nello Sportklub Vorwärts di Steyr. Si diverte ancora. Oggi però è davvero l'addio, centododici partite per la CCCP. Un campione. 

25 giugno

1950
Il colpevole

Quasi tutti i titolari rimasero in tribuna d'onore, una tribuna speciale che nessuno poteva vedere ma soltanto immaginare. Certo, avrebbero dovuto giocare loro; erano gli eredi designati. Che fossero davvero forti come Meazza e Colaussi, come Guaita e Schiavio, l'avrebbero stabilito solamente gli stadi del Brasile. Ma al Pacaembu scesero in campo undici ragazzi stanchi e poco allenati, che avevano navigato fino al Sudamerica per il timore d’essere risucchiati nel buio dell’oceano, terrorizzati all’idea che la macchina volante potesse anche per loro essere fatale. Forse arrivarono al prato già rassegnati, e furono messi sotto da undici “sbrigativi” (come li definì Monsù Poss) dilettanti svedesi; iniziava per gli azzurri una lunga epoca di incertezze e delusioni. Di esperimenti inutili. Ne è testimonianza la strana storia di Augusto Magli (foto), solido centromediano metodista e sistemista della Fiorentina, capitano mancino dei viola nell’immediato dopoguerra. In nazionale, giocò solo quel giorno; della sconfitta, fu considerato tra i principali responsabili. Ripudiato da Ferruccio Novo e dai suoi successori, vagò per gli stadi della Serie A fino al 1958; poi – dicono le scarse informazioni disponibili – emigrò. Aveva sposato una figlia di Edoardo Moroni, già ministro dell’agricoltura nella Repubblica Sociale Italiana, ‘esule’ in Sudamerica, funzionario di Perón, longa manus della grande industria italiana in Argentina e poi in Brasile. E fu proprio in Brasile che Magli andò a vivere nel ‘63, restandoci per oltre trent’anni. A São Paulo iniziò, finendola al novantesimo, la sua carriera azzurra; da São Paulo, il 3 novembre 1998, arrivò la notizia della sua morte.
Cineteca


1986
E' morto il re

La Francia ha eliminato dalla coppa del mondo un bel po' di coppe del mondo: le tre dell'Italia negli ottavi; le tre del Brasile nei quarti. Ora, in semifinale, può defenestrare le due dei tedeschi, e la cosa sarebbe in sé di enorme soddisfazione. Anche in ricordo della semifinale di quattro anni fa. Allora erano favoriti i teudisci, e vinsero. Oggi sono favoriti i francesi. Mitterrand è già sul predellino,  ha in tasca il biglietto per la finale dell'Azteca. "Se Platini fosse vivo (e invece è mezzo morto) favorirei la Francia su tutti", scrisse Gianni Brera.  Infatti. Un gol all'inizio, uno alla fine. Il primo è una paperona di Bats, il secondo vale solo per le statistiche. Erano favoriti i francesi ma - toh! - ha vinto la Germania. Quindi il re è davvero morto. Il Kaiser, invece, gode di ottima salute, e va a giocarsi l'ennesima finale della sua interminabile carriera.
Cineteca


1988
L'angolazione di Van Basten

Cari signori, questa gita serve a guardare il football da una prospettiva diversa.
E' perciò che siamo venuti direttamente qui, sul prato dell'Olympiatsadion. Ecco, dovrebbe essere esattamente qui. Come potete vedere, siamo fuori dell'area del portiere, ma oltre l'ideale proseguimento della sua linea, intendo quella orizzontale, parallela alla linea di porta.
E ora guardate la porta. Sì, venite qui, uno per volta, senza spingere. Ciascuno prenda appunti, faccia uno schizzo, un disegno. Se volete, usate pure il goniometro.
Io, cari signori, me lo domando da tanto tempo. E me lo domando semplicemente perché io, da qui, non la vedo. Ne immagino lo specchio, questo sì. Ma non la vedo. Come? Ah, bene. Ovviamente anche voi non vedete nulla, e non si tratta di scarsa fantasia.
Resta il fatto storico, scientificamente imponderabile. Al quale, dopo tanto studio, ho forse trovato una risposta. E la risposta è nell'organizzazione difensiva di Lobanovski. Come ricorderete, i suoi furono sorpresi dalla fulminea ripartenza degli olandesi. Van Tiggelen arò metà del campo, in progressione verticale, prima di allargare il pallone verso Mühren  Il ripiegamento sovietico fu immediato, ma concesse ugualmente larghi spazi.
Ricordate? Marco si decentrò, e i centrali si preoccuparono solo di Gullit. In queste circostanze, i meccanismi automatici messi a punto da Lobanovski prevedevano che anche la porta (il dodicesimo giocatore universale) partecipasse all'azione di difesa, con lievi, impercettibili movimenti. Ma, poiché i movimenti del reparto furono complessivamente errati, sbagliato fu anche quello della porta, che ruotò nella direzione sbagliata.
Offrendosi a Van Basten come limpido, inatteso bersaglio. 

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21 giugno

1964
La gran victoria del fútbol español

La Spagna è cambiata. Un po' come si appresta a fare l'Italia. Basta con gli oriundi. I fuoriclasse di svariate origini emigrati a Madrid e a Barcellona non vengono più chiamati a far parte della Selección. E la Selección raggiunge un traguardo notevole: la finale del secondo campionato europeo. La gioca in casa, al Bernabéu, contro i sovietici detentori. La vince, grazie a un memorabile gol di testa - con tuffo e avvitamento - segnato da Marcelino Martínez Cao, attaccante del Real Zaragoza e componente della famosa linea de "los 5 magnificos". La squadra è giovane e incosciente, c'è gente che corre veloce; il ritmo è infernale. Il Generale Franco è in brodo di giuggiole. Anche Monsù Poss è ammirato: "Era tempo, parecchio tempo che non vedevamo operare una squadra a quel modo. Essa ci ha ricordato, pensandoci su, quei due famosi incontri Italia-Spagna di Firenze del campionato del mondo del '36". Monsù, intanto era il 1934, e non crediamo che sia un paragone azzeccato. Morale della favola? "Con questa sua squadra e questa sua vittoria, la Spagna ha salvato il torneo che era quest'anno chiamata ad organizzare. Quella finale, quel grande incasso a cui ha dato luogo e con lo spettacolo grandioso che ha provocato, ha salvato una manifestazione che, a padroni di casa battuti, poteva anche provocare un piccolo disastro. La pietra finale ha salvato l'intero edificio". Insomma, fu una "gran gran victoria del fútbol español"; ma le Furie Rosse, da quella sera e per quasi mezzo secolo, conosceranno solo delusioni e sconfitte.
Cineteca | Eupallog Eurostorie


1978
El Loco

Ramón Quiroga Arancibia. E' un portiere, è nato qui, a Rosario, e qui ha imparato il suo mestiere. Poi è andato a a difendere i pali dello Sporting Cristal di Lima, poi all'Independiente di Avellanda, poi ancora (e tuttora) allo Sporting. Ha scelto di essere peruviano, e oggi gioca per il Perù. A Rosario, nella sua città. Lui, argentino, è il portiere del Perù in una partita  contro l'Argentina decisiva per l'Argentina, che si disputa nello stadio in cui ha imparato a infilare i guantoni. A Lima lo chiamano 'El loco' (soprannome di tanti portieri), perché non ama presidiare la propria area; cerca applausi e invenzioni anche in altre parti del campo. Pazzo è tuttavia anche il suo destino. E pazzesca la partita, perché all'Albiceleste non basta vincere; deve stravincere. Le sono necessari almeno quattro gol di scarto per avere la finale. E, guarda caso, vince con un risultato più ampio di quello che la matematica pretendeva. Sei a zero. Tante cose del mundial argentino verranno discusse negli anni a venire. Tra queste, anche la presunta corruzione del 'Loco'. Ma, a riguardare le sei reti, di non tutte sembra lui il responsabile. Tutte troppo, troppo facili.
Cineteca


1988
La trasformazione dell'Olanda

Bene e Male / Guarda, amore, guarda la tv: / Arancione, Gullit, Bianco. / Bianco, Matthaus, nero. Ci vuol poco ad ammetterlo: questi versi non sono granché. Anzi, sono pessimi, anche se usciti dalla penna di Eric van Muiswinkel, eclettico artista nato dalle parti di Utrecht, e dunque compaesano di Van Basten. E' accaduto qualcosa di strano, in Olanda. I cittadini di Amsterdam sono corsi in strada per gettare simbolicamente nel cielo le proprie biciclette, e i poeti sollecitati a versificare. E' accaduto qualcosa di storico:  a Gullit e Van Basten è riuscita l'impresa che mancarono Cruijff e Neeskens: battere i tedeschi a casa loro. Eliminarli in semifinale dal campionato d'Europa che avevano organizzato nella certezza di vincerlo. E' accaduto qualcosa di insolito: il rancore degli olandesi nei confronti dei tedeschi esplode a decenni di distanza dalla fine dell'occupazione nazista. Dalla fine della guerra. Anche i giocatori (in attività e no) scrivono poesie, in rude 'stil novo': Quella nuova maglia è buona soltanto / perché vi ci puliate il sedere, è l'elegante chiusa di un sonetto affidato alla posterità da Johnny Rep. "La trasformazione nazionale che avvenne quel giorno appare in tutta la sua chiarezza proprio in Jonglbloed, che il giorno precedente la partita aveva dichiarato come qualsiasi rancore tra olandesi e tedeschi fosse ormai evaporato. Il giorno dopo l'incontro, a nome della squadra del 1974, scrisse un telegramma alla formazione del 1988 in cui si leggeva: Siamo stati liberati dalla nostra sofferenza" (Simon Kuper).


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15 giugno

1958
The greatest three minutes of football ever played

Gabriel Hanot disse che bisognerebbe rivedere bene e molte volte i tre minuti iniziali di questa partita: sono i più grandi mai giocati da una squadra nella storia del football. Purtroppo non possiamo goderne che alcuni frammenti, ma tant'è. Fidiamoci. Tutte le cronache del giorno dopo decantavano la meravigliosa benché compiaciuta prestazione dei futuri campioni del mondo; Jašin vide le streghe, ma tutto sommato ne incassò solamente due - entrambi da Edvaldo Izídio Neto, alias Vavà (foto): il primo su geniale verticalizzazione di Valdir Pereira, alias Didi. Dal canto suo, Garrincha (alias Garrincha) nascose il pallone e fece girare la testa per novanta minuti a Boris Kuznetsov, terzino sinistro della Dinamo Mosca. Inoltre qui, all'Ullevi di Göteborg, disputò la sua prima partita in una coppa del mondo il diciassettenne Edson Arantes do Nascimento, alias Pelé. Una mezzala sinistra coi fiocchi.
Cineteca

1974
Allenamento ad Hannover

Allenamento dell'Arancia meccanica ad Hannover. Con due punti in palio, sì. Contro l'Uruguay, embè? Infatti, sono le vecchie glorie dell'Uruguay. Certo, Mazurkiewicz è sempre lui, compie una dozzina di miracoli, ma i leggendari portieri sentono meno degli altri il peso degli anni. Gioca ancora Pedro Rocha? Gioca ancora Cubilla? Sì, è lui (foto), è quello che "somiglia ad un bue" (e "la differenza sta soltanto nei baffi e nel fatto che si fa sballottare come un sacco di patate"). Lenti e impacciati, i sudamericani incarogniscono e randellano alla cieca, dal primo minuto al novantesimo. Cruijff si esercita nell'arte di scansare lo scansabile, l'arbitro in quella di tollerare l'intollerabile, lesinando i cartellini e mostrando il rosso solo a Montero Castillo ("forse per il suo nome da torero"). Come che sia: anche l'Olanda ha fatto il suo esordio qui alla Fußball-Weltmeisterschaft. Senza battere ciglio; due gollettini di Johnny Rep, ordinaria amministrazione. Non batte ciglio nemmeno Roberto Porta, entrenador della Celeste: "Se qualcuno è rimasto deluso dalla nostra prestazione, non so che cosa farci. Noi abbiamo sempre giocato così, anche quando vincemmo due titoli". Sarà.
Cineteca | Virgolettati da La Stampa del 16 giugno


1986
Il portiere che non intuiva i movimenti dei compagni

Di solito, se il tuo centravanti ne insacca tre e poi vince il pallone d'oro, ne trai qualche vantaggio: vinci le partite e anche il campionato. A te invece, caro Valeriy, girano tutte storte. Il bravo Igor Belanov (foto) cala il tris, ma quelli finiti alle spalle del tuo portiere sono quattro. I conti non ti tornano? Proprio a te, che del football hai scientificamente studiato ogni particolare, ogni minimo dettaglio, ogni possibile situazione di gioco? Ah, ecco perché. Il portiere è uno dei pochi che non hai prelevato dalla tua Dinamo, e dunque non può essere così abituato ai tuoi schemi. Non conoscendoli bene, si trova in grave imbarazzo, non segue i movimenti dei difensori, non intuisce in anticipo l'istante in cui uno di loro andrà a farfalle, distratto dalla necessità di eseguire il movimento perfetto - soprattutto quando avrebbe lo scopo di mettere l'avversario in posizione dei fuorigioco, cosa che (dovresti saperlo) contro i belgi non è consigliabile, essendo loro maestri massimi nella disciplina. Oggi è capitato quattro volte, e non si dica che Rinat Dasaev è un ronzino. Quattro buchi, quattro a tre, e la Dinamo travestita da Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche abbandona il México già agli ottavi di finale. Povero Igor, tanto prodigarsi per nulla: "se rigiochiamo dieci volte, vinciamo sempre noi. Ma sono discorsi inutili, come i miei gol. E' triste andarsene così". Molto triste.


1988
Il primo canto del cigno

La stagione non era stata granché, soprattutto per via di un guaio al suo tallone d'Achille, la caviglia destra, che lo tenne fuori per mesi. Aveva guardato i suoi dalla panca per un'ora nella prima del girone, che proponeva lo scontro titanico fra i due più grandi maestri di football allora viventi: Michels e Lobanovski. L'ucraino ne aveva schierati otto della Dinamo Kiev e uno tra i meno noti (ma non perciò tra i meno bravi), Vasiliy Karlovich Rats, aveva risolto la partita. Tre giorni dopo, Marco Van Basten è nell'undici di partenza. Di fronte c'è l'Inghilterra, reduce da un'impresa che le mancava dal 1949: perdere con i Dubliners - e naturalmente, di conseguenza, rischiando l'immediata rimozione dal torneo. Ma avevano alle spalle un bel mundial, gli albionici, e ne erano usciti solo per mano de Dios. E ora, contro l'Olanda, il loro famoso e quasi quarantenne portierone, Peter 'Leslie' Shilton (quello che stava tra i pali del Nottingham Forest, negli anni dorati della contea), avrebbe messo in guardaroba il suo centesimo capnella Hall of Fame dell'erigendo National Football Museum, a Deepdale, stavano già progettando uno spazio per lui vicino ai due famosi Bobbies del '66, sino ad allora gli unici centenari del Regno. Insomma un avvenimento, una di quelle giornate che nessuna persona di buon cuore vorrebbe guastare. Noto per la sua insensibilità, Rinus Michels affidò a Marco il compito di rovinare la festa. E il cigno esplose in tutta la sua letale bellezza: lasciò a Shilton il cappello, ma si portò a casa il pallone secondo l'usanza tipicamente inglese, prevista per chi alla fine dei 90' lo ha insaccato tre volte. "I had no intention of allowing Gullit and Van Basten to rip holes in us the way they had in Dusseldorf", dirà Bobby Robson nell'autobiografia. Qualcuno, evidentemente, sospettava il contrario.

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14 maggio

1899
Bolsos

Nasce, per iniziativa di alcuni giovani di Montevideo che non guardano con particolare simpatia al proliferare di club dominati da elementi non indigeni, il Club Nacional de Football. Sempre ai vertici del calcio uruguagio, vivrà due favolosi decenni tra il 1971 e il 1988, caratterizzati dai grandi trionfi nella Copa Libertadores de América e nella Coppa intercontinentale.


1931
Parbleu!

Ma sarà uno scherzo? O no? 
Sfoglio questo giornale, e in fondo a una tal pagina leggo che c'è stata Francia-Inghilterra, a Colombes. Oddio, i cugini avranno incassato l'ennesima batosta, penso. 
E invece no, la legnata è arrivata dritta dritta sui denti degli inglesi. Cinque a due. 
Così, ahimè, essi - i franzosi (foto) - possono vantarsi di aver già battuto i maestri, mentre noi a questa data dobbiamo ancora incontrarli. Oddio, oddio!
Leggiamo.
"L'undici britannico, flemmatico pur nei precisi palleggi, lento a realizzare davanti alla rete, è stato travolto". Accipicchia! I francesi mantengono una "andatura indiavolata" anche nel secondo tempo, segnano quattro gol "di ottima fattura", escono tra applausi scroscianti. 
Oh my God! 
"A la fin du match mémorable, les joueurs français proposent d’échanger leurs maillots tricolores en coton contre les chemisettes en soie des anglais afin de garder un souvenir du match. Et depuis, l’échange des maillots est devenu une culture du fairplay". 
Parbleu!
Cineteca


1975
Ucraina in festa

Basilea, Saint-Jakob Stadion. Scarso è il pubblico che assiste alla finale di Coppa delle coppe. Una strana edizione, una strana finale: ci arrivano due squadre dell'est europeo, che animano per l'ultima volta sotto i riflettori una rivalità che ha profonde radici e tragiche memorie nella storia del Novecento. Sono l'emergente Dinamo del colonnello Lobanovski, e il crepuscolare Ferencvaros, guidato da una gloria minore dell'Aranycsapat (Jenő Dalnoki). La partita è un monologo; il ritmo infernale degli ucraini è insostenibile per gli ultimi interpreti del calcio danubiano. In Eurovisione, mani sovietiche finalmente stringono e alzano al cielo un trofeo continentale.


1988
Wimbledon's Crazy Gang

Per alcuni anni, sullo scorcio dei 1980s, il nome di Wimbledon non fu più associato solo al celebre torneo di tennis. Il club amatoriale (o quasi) del quartiere londinese vide impennare la propria notorietà ad opera di un gruppo di giocatori tecnicamente più che modesti, capaci di esprimere un calcio che, secondo Gary Lineker, poteva essere seguito solo "on Ceefax" (il televideo della BBC: properly "See Facts"). Guidati da Bobby Gould, tuttavia, raggiunsero traguardi impensabili: una stabile permanenza nella Premier Division, e soprattutto il trionfo nella FA Cup della stagione 1987-88 (ai danni del Liverpool, cui inibirono il double). Simbolo di quell'epopea fu Vincent Peter "Vinnie" Jones (quel che si dice un rude gallese), grande intimidatore, recordman di sanzioni sul campo (sua la più rapida nella storia, occorsa dopo soli tre secondi in un Sheffield United-Chelsea del 1992), e protagonista di exploit mal digeribili dalla puritana Footbal Association, che difatti lo radiò nel 1993. Eroe di giornata, tuttavia, fu Dave Beasant, estremo difensore e capitano dei Wombles, il primo capace di neutralizzare un penalty (foto) in una finale di FA Cup.
Cineteca

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18 aprile

1971
Paella valenciana

Per tutti i 1960s il piatto della Primera División ispanica rimane a Madrid, più spesso nella bacheca della Casa Blanca, talvolta in quella dei Colchoneros. In Catalogna quel decennio è sostanzialmente opaco: qualche Copa del Rey e una tacca fieristica, nulla più. All'ultima della temporada 1970-71 il Valencia (foto) è al Sarriá, ospite dell'Español, e vanta un punto di vantaggio sul Barça. I blaugrana sono a Madrid, a casa dell'Atletico. E' un pomeriggio carico di tensione. Al 59' Duenas porta in vantaggio i catalani; passano quattro minuti e i Colchoneros pareggiano. Ne trascorrono altri due, e l'Español riapre tutti i discorsi, servendo un match-ball per i rivali e cugini. Se il Barça vince è campione. Non ce la fa. In classifica le due squadre finiscono alla pari, ma gli scontri diretti sorridono ai merengots. Festa grande, e paella valenciana per tutti in Plaza de Toros. Fine del Regno di Madrid.
Tabellini: Manzanares - Sarriá | Mundo Deportivo



1988
L'uomo dell'incubo dissolto

Si spegne, a Praga, Antonín Puč. Un ottimo centravanti, leggendario fromboliere dello Sportovní Klub Slavia Praha. Fu anche, e fino a tempi recenti, il principale goleador della nazionale cecoslovacca. Non per caso, fu lui che, nella finale del '34, aprì le danze, rischiando di rovinare la festa all'Italia e al regime. Gli azzurri rimediarono, e perciò Antonin può essere ricordato semplicemente, per ciò che è stato: un grande pedatore della sua epoca. L'artefice di un sogno svanito, per la Cecoslovacchia; l'incubo rapidamente dissolto, per la nazione italiana.

31 marzo

1963
Una tarde plena de sol

Certo, si dirà: quello non era il 'vero' Brasile. Non c'era Pelé, non c'era Garrincha. Del resto, la Seleçao ha spesso snobbato la Copa  América. E così, a 2570 metri sul livello del mare, all'Estadio 'Félix Capriles' di Cochabamba, i brasiliani si trovano a disputare un'inutile partita con la Bolivia. Inutile per loro; i padroni di casa, se vincono, alzano la coppa per la prima volta nella loro storia. E' un match indimenticabile: finisce cinque a quattro per La Verde. Due volte sotto di due, la Seleçao riesce a risalire. L'ultimo assalto è portato da Maximo Alcocer, e nei pueblos andini esplode l'allegria.
Tabellino | Documentario (frammento)


1982
Dave Clement

"Ecco: non potrò più giocare. Mi hanno rotto la gamba, ma è come se mi avessero spezzato il cuore. Non potrò più correre. Non intendo essere la stampella dei miei ricordi". Il terzino destro del Wimbledon, Dave Clement, decise che era ora di farla finita, a soli 34 anni. Aveva vinto una clamorosa League Cup con la maglia del QPR nel 1967 [vedi]. Aveva giocato in nazionale: cinque presenze. Era un difensore di fascia molto energico, e soprattutto molto veloce. Fu rapido anche nel prendere la sua ultima decisione.


1988
Il primo centenario

Fu Paolo Maldini. Il primo a raggiungere quota 100 nel conto delle presenze in maglia azzurra. E' una rincorsa che inizia da Spalato, dove la Giovine Italia di Azeglio Vicini, in vista dell'europeo tedesco, affronta la più insidiosa delle amichevoli. Battere gli jugoslavi non è mai stato semplice. E infatti non li si batte. Perlomeno non si perde. A una manciata di minuti dalla fine, Paolo si toglie la tuta. Non ha ancora vent'anni. Inutile aggiungere che, di lì in avanti, la tuta se la rimetterà solo a fine partita.
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