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15 febbraio

1879
Il football non era nelle sue corde

Nasce, a L'Aja, François Menno Knoote. E' il primo olandese scritturato dal Milan, e lui è ben contento di venire a Milano. In effetti, gli interessa diplomarsi al Conservatorio, vede per sé un futuro da cantante e non da pedatore. Quindi si allena poco e gioca meno: teme di danneggiare le corde vocali. Si narra di una partita in cui, appena venne a piovere, andò a rifugiarsi negli spogliatoi rifiutandosi di tornare in campo. Peccato: pare avesse talento. Due apparizioni in rossonero, uno scudetto.


1931
Silvio e Peppino

Alla seconda di ritorno l'Ambrosiana è molto mal messa in classifica, e solo quattro squadre si trovano in condizioni peggiori. Il titolo conquistato l'anno precedente ha inebriato la squadra, e il rendimento è scemato. All'Arena sono di turno i bianchi di Vercelli, che hanno tra le fila un diciottenne di cui bene si dice: Silvio Piola (foto). E' lui, dopo un quarto d'ora, a schiodare il match. Meazza non gradisce, e nel giro di pochi minuti ne fa due (il secondo mirabolante). Silvio prende nota. Anche oggi ha imparato qualcosa.


1967
La svolta mediatica

Andata dei quarti di Coppa dei Campioni a San Siro: la sfida è epocale, Inter contro Real Madrid. Televisioni di tutto il mondo collegate: per il massimo torneo continentale è il giorno della svolta mediatica. I detentori spagnoli, lo squadrone di HH. Prezzi dei biglietti alle stelle, lo stadio non si riempie. E la partita non è granché: tanti celebrati assi, un solo gol, e come spesso capita intestato alla figurina meno famosa: Renato Cappellini.
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1984
Il regista terzino

Nel Deutsche Fußballnationalmannschaft fa capolino un ventiquattrenne del Kaiserlautern: è il regista, ma gioca sul lato sinistro della difesa; col piede mancino telecomanda il pallone. Accade a Varna, nello stadio intitolato a Yuri Gagarin, per un'amichevole tra Bulgaria e Germania. Si sta parlando di Andreas Brehme. Di quell'XI sarà una colonna per dieci anni. Un lungo volo nello spazio, di cui tutti ricordano il gol segnato su calcio di rigore nella finale di Italia '90.



1990
Full Metal Jacket

Si spegne, a Belo Horizonte, Dorival Knipel. Era un centrocampista di stazza, divenuto portiere e soprannominato Yustrich per la somiglianza del suo cappellino con quello che indossava un famoso arquero del Boca. Giocò soprattutto nel Flamengo, poi allenò numerosissimi XI brasileri. Peggio che un sergente di ferro; minacciava i pedatori col revolver, si azzuffava, litigava con tutti. Le caserme erano, al confronto, un paradiso.
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11 febbraio

1934
L'addio dei ragionieri

Non è certamente il Wunderteam quello che Hugo Meisl presenta allo "Stadio Municipale Benito Mussolini" di Torino per l'esordio austriaco nella Coppa Internazionale 1933-35. Manca Sindelar, per dire. Gli azzurri subiscono una sconfitta pesante, l'attesa festosa stinge in delusione. I leggendari ragionieri piemontesi della Juventus, Rosetta e Caligaris, sono al passo d'addio. Colpa dell'età. Astuzie e gherminelle di questi antichi giganti dell'area non bastano più. Il mondiale casalingo è alle porte, e monsù Poss deve escogitare nuove soluzioni.
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1970
Il 'pistolero' di Durango

Finita alle spalle di Jugoslavia e Belgio nel torneo di qualificazione a Mexico '70, e dunque costringendo l'Hispania intera a guardare con occhio distratto lo sbarco sulla luna di Pelé in TV, la Roja ospita amichevolmente i tedeschi a Siviglia. E' un XI piuttosto rinnovato, anzi schiera ben cinque esordienti, e dal Real Madrid preleva solo Amancio Varela. La Germania piena di assi sonnecchia e un pistolero basco figlio d'arte, Arieta II (nella foto), nato a Durango, prova inutilmente a svegliarla con duas jugadas matematiche.
1981
Trombe giapponesi

Addio vecchia Coppa Intercontinentale, affascinante competizione dei 1960s. Evidentemente gli squadroni europei si sono stancati di andare negli stadi del Sudamerica a rischiare l'incolumità di pedatori sempre più costosi. Quindi, dall'edizione 1980, finale unica in campo neutro. Le trombe giapponesi (vere o finte?) a scandire il gioco. Al National Stadium di Tokyo chiude i battenti il favoloso Nottingham di Brian Clough, sconfitto dal solito tenace e pugnace XI uruguagio: il Nacional di Montevideo. Match-winner: Waldemar Barreto Victorino (foto).


1990
Lo schianto

Il Milan è una macchina lanciata a tutta velocità. Insegue lo scudetto, ha seminato lungo la strada uno per uno tutti i critici anti-sacchiani. Alla diciottesima curva, imbocca il tunnel che porta sul prato del Meazza. E' lì che finalmente ha a tiro la banda di fuggitivi guidata dall'ex Albertino Bigon (foto). Lo schianto è tremendo. Il Napoli resiste per un tempo, i rossoneri schiumano rabbia, ma alla fine travolgono i rivali. Tre a zero, pubblico in delirio. Il peggio deve ancora arrivare.


4 febbraio

1884
Il primo dei Trerè


Nasce, a Milano, Alessandro Trerè. Il primo di due fratelli che militarono insieme nel Milan nell'età del bronzo, tra i pochi indigeni pedatanti del club. Una famosa foto (qui accanto) lo ritrae in azione, coadiuvato da Kilpin. Le cronache dicono fosse un bomber, anche se i campionati erano brevi, le squadre poche e le partite pure. Totalizzatore rossonero: undici presenze, sette gol, due scudetti. Che media!
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1960
Derrota minima

Minima, ma derrota. Il tepore della Costa Azzurra assopisce l'XI madridista. Visioni di mare, cieli tersi e bikini di attrici famose negli occhi di Puskas e compagni; dopo il due a zero mollano gli ormeggi e il piccolissimo Nizza, che l'anno precedente aveva ottenuto il suo quarto e ultimo titolo di Francia, mette le ali al proprio entusiasmo e confeziona una rimonta fantastica. Tre a due, tre gol di un lussemburghese: Victor Nurenberg (foto).



1962
Si gioca per il primato

Davvero speciale, il derby della madonnina in programma alla settima di ritorno, campionato 1961-62. Le squadre sono appaiate in cima. Due battute di Brera sono sufficienti. "Puntualmente, la tradizione è stata rispettata. Ha prevalso la squadra che, ritenendosi in più critico momento dell'avversaria, ha preso tutte le misure tattiche per ovviare all'inconveniente". Protagonista negativo fu Dino Sani, che spappolò il naso di Bicicli (foto) facendosi espellere. Due a zero, bauscia in festa e in testa; ma una rondine non fa mai primavera.
1990
Rigori fiorentini

Il Milan è una muta di cani affamati lanciati all'inseguimento del Napoli. Ha svariate vittorie consecutive alle spalle, e una trasferta difficile in casa della Fiorentina (ma a Perugia). Va sotto di due. Sembra dare i primi segni di asfissia, ma quando entra Bubu (Alberigo Evani) il ritmo sale e la carica è impressionante. L'arbitro fischia due rigori per i rossoneri, a compensare quello concesso ai viola. Rimonta, polemiche e magagne varie completano una ordinaria giornata nera di campionato italiano.



24 gennaio

1943
Impetuoso Livorno

L'Ardenza è stracolmo. Il Livorno (nella foto, in una formazione della strepitosa annata 1942-43) riceve da primo in classifica (già!) il Torino, determinato a fare vedere "che è e si sente forte, che ha polmoni doppi e garretti d'acciaio. Un Livorno che, raffigurato come una giovane triglia guizzante, è, invece, un mastino dai denti aguzzi, pronto a mordere e a lasciare il segno" (Luigi Cavallero). Il Livorno azzanna il Toro, lo morde, lo strapazza nel primo tempo. Reclama rigori, lamenta ingiustizie, spreca occasioni. La linea difensiva dei piemontesi non è ancora quella leggendaria, ma tiene. Lentamente, la baldanza dei toscani si spegne. Hanno dimostrato quello che dovevano dimostrare, in fondo. Zero a zero. Ne approfittano la Juve e l'Ambrosiana, che dispensano cinquine alle provinciali. Ma il campionato, si sa, è sempre e ancora molto lungo.


1870
Pedatorum pater multorum

A Nottingham nasce Herbert Kilpin. Entro la fin du siècle avrà già fondato un club calcistico a Torino e poi, appena trasferitosi a Milano, avviato il Milan Cricket and Football Club. Del proto-Milan è giocatore, capitano, allenatore. Ci mette poco a vincere lo scudetto. Anzi, ne vince tre (l'ultimo, solo da anziano pedatore, nel 1907; probabilmente vanta un record assoluto: tre titoli vinti in sole ventisette partite disputate). "We are a team of devils. Our colours are red as fire and black to invoke fear in our opponents!", è la frase a lui da sempre attribuita.
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1973
Dispetto gallese

Ramsey l'antipatico vorrebbe zittire le cassandre vincendo il mondiale del '74. La Germania gli ha già portato fortuna una volta, no? Ha solo un problema. Riuscire a qualificare l'Inghilterra per quel torneo. Ci sono solo due avversari (Galles e Polonia), di valore considerato modesto. Ma a Wembley non va oltre un pari contro il Galles che costerà carissimo nella psicologia del girone. Uno a uno, e bolletta emessa da John Benjamin Toshack (nella foto). Piaccia o meno, gioca nel Liverpool, come il portiere degli inglesi, Ray Clemence.
1990
Ultimo giro per la Germania dell'Est

L'annuario calcistico mondiale del 1990 è l'ultimo a registrare dati relativi alla nazionale di calcio della Germania Est. Un anno senza gloria e, per i tedeschi al di là del muro, senza mondiale. Saranno solo inutili test-match in funzione di altri inutili test-match. L'anno agonistico inizia a Kuwait City, in un triangolare pubblicitario cui partecipa anche la Francia. Per Eric Cantona, ancora giovane e ambizioso (nella foto), una buona occasione per fare esperienza e avanzare coi gol nel ranking di Eupalla. Doppietta, e spazio nel tabellino anche per il di lui più giovane Didier Deschamps.
2010
Il derby di Mou

L'Inter vince due a zero, vola in classifica. Ma è nervosa oltre il lecito. Due espulsi (Lucio e Sneijder), gesti e gestacci in panchina. "Questa partita l'avremmo potuta perdere solo se fossimo rimasti in sei, per regolamento. Per fortuna siamo rimasti in nove, ma avremmo vinto anche in sette", sbruffoneggia il portoghese. Sente puzza di marcio, e non le manda a dire. 

10 ottobre

1971
Non sembrava un predestinato

Varsavia, Stadion Dziesięciolecia Manifestu Lipcowego. La partita è molto importante. Si potrebbe anzi aggiungere: decisiva. Ed è anche molto sentita, dalla gente di qui: Polonia-Germania, si può immaginare. In gioco, la qualificazione alla fase successiva del campionato d'Europa, quella a eliminazione diretta. Sono due nazionali forti, già lanciata quella teutonica, pronta al decollo quella polacca. Gadocha segna per primo, 'Der Bomber' risponde con una doppietta, e finisce tre a uno per i teudisci. In questa partita, Casimiro Górski mette tra i pali, per la prima volta, Jan Tomaszewski (foto). L'estremo del Legia non impressiona, e viene immediatamente accantonato. Ritornerà in squadra solo nella primavera del '73, ai tempi delle partite di qualificazione per la Coppa del mondo organizzata dai tedeschi, con la Polonia nello stesso girone degli inglesi. 
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1990
Vi diremo i nomi dei marcatori dopo la pubblicità

Sembra passato un secolo. Quelli erano 'bei tempi', si dice. Capitava spesso che le squadre italiane vincessero tutte le competizioni europee, gonfie com'erano di quattrini e (perciò) di campioni. E quindi la 'Supercoppa' dell'Uefa, con gare di andata e ritorno, vedeva non di rado affrontarsi le 'nostre' squadre. Nel dopo-mundial, a stagione già avviata, ecco un bel Sampdoria-Milan, c'è appunto quel trofeo in palio, una coppetta a voler essere sinceri. Gli stadi, in queste serate, non si riempivano mai, e anche l'audience in tivù lasciava a desiderare. La fase dell'overdose era appena iniziata, ma tant'è. Samp-Milan, Boskov e Sacchi, Vialli e Mancini (foto: no, Vialli non c'era), Van Basten e Gullit (no, Van Basten non c'era), e Marassi mezzo vuoto, o pieno a metà. Un bel pareggio (uno a uno), tutti contenti, a Milano l'incasso sarà migliore. Vi diremo i nomi dei marcatori dopo la pubblicità.

12 settembre

1990
Iniziare e finire è stato un tutt'uno

A venticinque anni, in tanti casi, la carriera di un portiere deve ancora iniziare. Nei casi normali, s'intende. Quelli che non sono fenomeni, diventano bravi intorno alla trentina. Si converrà, dunque, che esordire nella propria nazionale a venticinque anni è gran cosa, è la promessa di un futuro da protagonista sulla scena del football internazionale. Era il caso di Jens Adler (foto), estremo del FC Chemie di Halle? Forse, al di là del muro, non c'era qualcuno migliore di lui, in prospettiva. O forse Adler sapeva già - entrando al novantesimo dell'amichevole giocata a Bruxelles dalla sua Germania, quella Democratica - che quei pochi istanti tra i pali sarebbero stati gli unici della sua vita con la maglia che rappresenta un paese, e che il suo talento non gli avrebbe consentito qualcosa di meglio, qualcosa di più. Quella Germania, a Bruxelles, stava concludendo, vincendola contro il Belgio, la sua duecentonovantreesima partita. L'ultima della sua storia.
Cineteca

1990
L'infinita carriera che inizia

Da un estremo all'altro. Ecco, l'unica cosa che accomuna i due esordienti è appunto la data dell'esordio. Infatti, mentre Jens Adler vanta una carriera internazionale della durata di circa centoquaranta-centocinquanta secondi, quella di Marcos Evangelista de Moraes è lunga centoquaranta-centocinquanta partite (centocinquanta se si comprendono anche quelle disputate nella rappresentativa olimpica). La prima però, a Cafu, disse assai male. Fu a Gijon, contro la Spagna. L'allergia della Seleçao per le amichevoli in Europa è frequente, e quella volta non fece eccezione. Un secco zero a tre. Ma poco importa. Cafu si sarebbe ampiamente rifatto. Nessuno ha giocato più partite di lui in maglia verde-oro. E pochi hanno vinto più di lui, nella storia del calcio.

1 settembre

1990
Festa sotto il Vesuvio

Calato il sipario sulle notte magiche, la nuova stagione ricomincia da Napule. C'è un trofeo da assegnare, una coppa super, la terza supercoppa italiana, e se la disputano chi ha vinto lo scudetto e chi la coccarda rotonda. Dunque, Napoli e Juve. Per la prima volta, però - sul modello del Community Shield - la sfida apre pressoché ufficialmente l'annata. Sono tempi felici per il nostro football, e non a caso il San Paolo è stracolmo. Sono anni così così per i bianconeri, che hanno liquidato Dinone Zoff e assunto Gigi Maifredi, ideologo del calcio 'a zona' portato da Sacchi, per la prima volta da noi, a generare spettacolo e mietere risultati oltre i confini nazionali. Solo che l'interpretazione del modulo offerta da Maifredi, all'esordio ufficiale sulla panca di Nostra Signora, è di quelle che normalmente piacciono (e molto) agli avversari. Sotto il Vesuvio si ricordano ancora bene di quella serata, della 'manita' assestata ai rivali, e di Diego che alzò l'ultimo trofeo con quella maglia. Cominciava una nuova stagione, ma finiva la breve e intensa epopea napoletana di Maradona. Intensa e densa di vittorie, ottenute contro grandi avversari.
Cineteca

12 luglio

1966
I pensieri di Georgi Naydenov

Sono le 19.45, ora di Goodison Park. Chi batterà il calcio di punizione? Ovvio. Dove finirà il pallone? Altrettanto ovvio. Tira Pelé. Georgi Naydenov, portiere della Bulgaria, pensa che arriverà qualcosa di morbido, probabilmente una traiettoria lenta, alta, angolata, che teme di non vedere e sospetta di non poter intercettare. Per questo mette solo quattro uomini in barriera, vuole capire sin dal primo istante quale sarà la direzione della sfera, calcolarne potenza e giro. Peccato che Pelé gli abbia letto nel pensiero, e decida di prenderlo in contropiede. Dal suo destro parte una bordata bassa e centrale (foto). Naydenov, goffo dall'indignazione, non trattiene. Uno a zero. Sono le 21, ora di Goodison Park. Chi batterà il calcio di punizione? Non c'è dubbio. Dove finirà il pallone? "Eh eh eh", pensa Naydenov. Infatti non lo tira Pelé ma Garrincha. E il missile di Garrincha finisce dritto all'incrocio. La prima partita del Brasile è tutta qui. Anzi, il mondiale inglese del Brasile è tutto qui. E anche quello di Georgi Naydenov.
Cineteca

1990
João Sem-Medo

Si spegne, a Roma - dov'è venuto per seguire e commentare il campionato del mondo - João Alves Jobin Saldanha. E' stato uno dei personaggi più controversi nella storia del futebol brasiliano. Fu chiamato a costruire l'XI che avrebbe dovuto riscattare il fallimento del '66 e conquistare definitivamente la Coppa Rimet: un comunista dichiarato alla guida della Seleçao sotto la giunta militare e fascista di Emilio Medici Garrastazu. Comunica con due anni di anticipo la lista dei ventidue che andranno a difendere il prestigio calcistico della nazione sugli altipiani del Messico. Vince tutte le partite di qualificazione, inventa la linea offensiva senza centravanti, è un idolo della torcìda. Almeno fino a quando non ha la pessima idea di mettere in discussione Pelé. Insieme al rifiuto di chiamare in squadra uno dei giocatori preferiti dal generale, è la goccia che fa traboccare il vaso. Perde con l'Argentina, la critica e lo spogliatoio sono in subbuglio, il sollevamento dell'incarico solo questione di giorni. "Gli piaceva bersi un drink e poi iniziava a comportarsi in modo un po' stravagante" (Pelé). Sì, era un tipo strano, João Sam-Medo, João l'impavido. Ma se il Brasile sbarcò sulla luna fu anche per merito suo.
Eupallog Santoni | Profilo | Alex Bello


1998
Bella dimostrazione di forza!

Non ho visto la finale; ho spento la tivù appena ho saputo che Ronaldo non avrebbe giocato. Per fortuna non era morto, come alcuni temevano. Sì è vero, è sceso in campo ma era come non ci fosse, e nessuno sa bene cosa sia accaduto.
Ho spento la tivù appena si è saputo che a Ronaldo era accaduto qualcosa, e ho pensato "non è giusto che lui corra il rischio di tirare le cuoia a Parigi e che invece Zidane - dopo quel che ha combinato contro gli arabi - possa sgambettare libero e sano sul prato dello Stade de France, magari segnare qualche gol e poi fare il giro d'onore con la coppa".
Non è vero che ho spento la tivù.
E' vero, però, che non ho guardato la finale. Non si gioca in undici contro dieci una finale di coppa del mondo. Certo, ha vinto la Francia, ça va sans dire. Giocava in casa, in undici contro dieci, bella dimostrazione di forza. Zizou ha segnato due gol, due gol identici, due gol di testa, roba da non credere. Io chiudevo gli occhi mentre stava per segnare e, quando li riaprivo, ogni volta speravo che il gol di cui si trasmetteva la ripetizione al ralenti fosse stato annullato.
Io li avrei annullati tutti e due, anche se non li ho visti. Il terzo no, a cosa sarebbe servito? Oltretutto, non si segna un altro gol a tempo scaduto, quando hai già vinto la finale della coppa del mondo contro il Brasile in dieci uomini, perché il giocatore più forte del mondo e del Brasile non si regge in piedi.
Bella dimostrazione di forza.
E' così che la Francia divenne campione del mondo.
La Francia campione del mondo?
Roba da non credere.

Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera
Cineteca


  • Vedi anche le partite del 12 luglio in Cineteca

8 luglio

1916
Il discorso di Demostene

Il discorso di Demostene non fu particolarmente apprezzato dai cileni. Un discorso di questo tipo: "è la prima Copa América, è la prima partita del Brasile nella Copa América, è la mia prima partita nel Brasile, e questo che sta per arrivare è il mio primo gol nella Seleçao". Chiaro che, se si prova a seguire il ragionamento, ci si distrae e il gol lo si prende davvero, così poi tocca dannarsi l'anima per non perdere la partita. Una buona regola è quella di ignorare gli avversari dalla chiacchiera facile, ma i cileni avevano ancora poca esperienza, e inoltre doveva ancora ronzare nelle loro teste la logorroica performance degli argentini, che due giorni addietro li avevano convinti a incassare un eloquente sei a uno. Difficile sapere quanto valesse Demóstenes Correia de Syllos (foto) come goleador; probabile che la sua retorica pedatoria fosse inferiore a quella di El Tigre, Arthur Friedenreich. C'erano tutti e due, all'esordio del Brasile in una competizione continentale e ufficialmente riconosciuta. Ma parlò solo Demostene. Poi, verso la fine della riunione, chiese la parola un certo Hernando Salazar, cileno, che a nome dei suoi borbottò qualcosa di incomprensibile, e mentre si cercava un traduttore lui accompagnava in rete il pallone del definitivo uno a uno.
Tabellino
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera


1964
Joe Gaetjens

Joe Gaetjens aveva alle spalle una carriera di calciatore sintetica: un solo gol importante - ma molto importante e altrettanto famoso -, quello bastato agli Stati Uniti  per battere l'Inghilterra nella Coppa del mondo del 1950. In America, lui - nato a Port-au-Prince - era emigrato da Haiti, e nell'isola tornerà a vivere. Ha circa 40 anni quando, l'8 luglio del 1964, "gli squadroni della morte di Papa Doc Duvalier lo prelevano nella sua casa di Port-au-Prince: non si è mai interessato di politica, ma la sua famiglia ha combattuto Duvalier e ora si è data alla macchia. Lui è rimasto, sicuro di non essere un obiettivo. Lo portano nella prigione di Fort Dimanche e lo fucilano. Il corpo non sarà mai più ritrovato" (Andrea Sorrentino, La Repubblica).


                                                                                                                                                                   
1982
Il 'pizzino' del Pelasgio

Quel mattacchione di Zbigniew Boniek si è fatto squalificare, e così può guardare tranquillamente seduto in tribuna la semifinale dei suoi contro l'Italia, penultimo capitolo del mundial '82. Per gli azzurri, la partita è abbastanza facile, specie ora che a Paolo Rossi basta sfiorare il pallone per metterlo alle spalle di qualsiasi portiere, e c'è persino da dubitare che lo faccia apposta. Quindi, il noiosissimo match è rimasto famoso soprattutto grazie a un episodio che riguarda il Pelasgio, alias Bruno Conti. Siamo quasi agli sgoccioli, lui sta lavorando l'ennesimo pallone sulla fascia sinistra, e lo fa da par suo. A un certo punto si ferma, estrae dalla tasca dei pantaloncini un pennarello, e scrive qualcosa sul cuoio. Sì, era anche lui un tipo bizzarro. A ogni modo, scrive e poi riprende a correre. Morbidissimo è il cross che parte dal suo prodigioso piede mancino; plana oltre il portiere, e Pablito ha tutto il tempo di leggere il messaggio che Bruno gli aveva indirizzato: "basta spingere". Ottimo suggerimento. Per metterlo in pratica, gli è sufficiente inginocchiarsi (foto) e attendere che la gibigiana esaurisca la sua parabola. Arriva puntuale, e lui segna il più facile gol della sua carriera. In effetti, bastava spingere.
Cineteca
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera


1990
Uno strazio

Italia '90 chiude i battenti. All'Olimpico non c'è l'Italia, e così il pubblico fischia Maradona e l'inno argentino. Non era mai accaduto qualcosa del genere, prima di una finale. I due XI - l'Albiceleste e la Nationalmannschaft - arrivano spompate all'ultimo atto. A parte l'italica dimostrazione di inciviltà, si ricorda solo un penalty fasullo, anzi sacrosanto, chissà, che valse alla Germania la terza coppa del mondo. Tutto qui. Non sapendo cosa aggiungere, ci affidiamo a Gioann Brera. "Io non perdo finale del torneo dal lontano ahimè 1954: posso dire senza sentirmi né severo né tanto meno sadico di non avere mai assistito a uno strazio paragonabile a quello offerto da Germania-Argentina". Proprio così.
1995
Mondino

Si spegne, a Castel San Pietro Terme, Edmondo Fabbri. Ma era come se fosse morto già da tanto tempo, perché di lui tutti si erano dimenticati. "Non contava che fosse stato un'ala destra rapida e sgusciante. Non contava nemmeno che al suo esordio in panchina avesse realizzato un' impresa probabilmente irripetibile, trascinando in cinque stagioni il Mantova dalla serie D alla A. Non contava neppure che in seguito avesse guidato Torino e Bologna, Cagliari e Ternana, Reggiana e Pistoiese. Nell'immaginario collettivo, Fabbri, soprannominato 'Topolino' o anche 'Mondino' per la sua statura ridotta, aveva cessato di esistere come allenatore nella serata del 19 luglio 1966, cancellato a Middlesbrough dal gol del nordcoreano Pak Doo Ik, che aveva clamorosamente escluso l' Italia dal Mondiale inglese" (Mario Gherarducci, Corriere della Sera, 9 luglio 1995). Ti sia lieve la terra, avrebbe detto, nonostante tutto, Gianni Brera.
Storie di Calcio


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4 luglio

1954
La nascita della Germania

L'istante che cambia la storia del mondo cade quando gli orologi del Wankdorf segnano le 19:42. Disponiamo solo di immagini non chiare, incomplete e comunque prese da angolazione insufficiente a una valutazione puntuale e condivisibile. Ecco Ferenc Puskás, ha appena ricevuto il pallone - dicono le cronache - grazie a una deviazione di testa di Kocsis; si vedono alcuni difensori tedeschi, più al largo, in fase di ripiegamento, e uno solo che insegue l'ungherese, ma non riesce a raggiungerlo prima che, in scivolata, egli spedisca la sfera sul palo più vicino, beffando Turek. Tre a tre, la finale a due minuti dalla fine non è ancora finita, anzi sembra stia per ricominciare. Biró esulta, ma i bianchi alzano le braccia, dicono di no (foto). Gol annullato per offside, conviene la terna arbitrale. Giustamente o no? I resoconti della stampa non sono concordi, e sembrano dettati soprattutto da considerazioni di 'simpatia' politica: per taluni il fuorigioco era dubbio, per altri assai netto. La partita volge all'epilogo, il risultato rimane quello: tre a due per la Deustsche Fussball-Nationalmannschaft. Muore l'Aranycsapat, e nasce la Germania contemporanea.
Cineteca | L'azione del gol non convalidato



1990
Elementare, Watson

Che prestazione! Non avevano mai giocato così bene, gli inglesi, dai tempi delle prime British Home Championship, sullo scorcio del XIX secolo. Nemmeno al mondiale domestico del '66, quando vinsero senza dare grande  spettacolo. Tuttavia hanno perso, e le lacrime di Paul Gascoigne dopo l'ammonizione che gli avrebbe precluso la finale non commuovono più nessuno, dato che per i Leoni non vi sarà alcuna finale. Inizia per loro in questa notte di Torino, contro la Germania, una storia infinita: la storia delle partite che l'Inghilterra perde dopo averle pareggiate. C'è da giurarci: capiterà ancora, e dovremo tenere l'inventario aggiornato. E' un fenomeno che periodicamente produce in loro un sentimento di cupa disperazione. Perché Lady Luck ci volta sempre le spalle, anche quando avrebbe buoni motivi per stare dalla nostra parte? "Elementare, Watson. Semplicemente perché non sappiamo tirare i calci di rigore". That's it.

1999
Momentos inolvidables

Ho letto da qualche parte che l'Argentina ne avrebbe (condizionale d'obbligo) presi tre (a zero) dalla Colombia. In Copa América. "Confermo, e fin qui ci sarebbe (condizionale d'obbligo) nulla da dire, dev'essere l'effetto funesto e combinato degli interisti - peraltro, gli unici ad emergere in una squadra di rattristante modestia". La cosa esilarante è che in questo match del secolo sarebbero (il condizionale è sempre d'obbligo) stati assegnati cinque rigori, tre all'Argentina e due alla Colombia. "Confermo: l'ho vista fino al terzo rigore calciato da Palermo, poi sono andato a letto ma confermo soprattutto che tale Palermo, cognome del bomber del Boca e sostituto in nazionale di Batistuta, li ha (qui il condizionale finalmente sparisce) sbagliati tutti e tre". Palermo? Martin Palermo? "Confermo, osserva questa foto, i colombiani lo guardano e sghignazzano, lui sta cercando di sparire dalla partita, con l'espressione di uno che vorrebbe essere cancellato dall'indice dei nomi della storia del futbol, perché di questo suo exploit si parlerà e scriverà sicuramente per saecula saeculorum". Così è stato, così è, così sarà. Momentos inolvidables.


2004
Il terzo jolly di Angelos Charisteas

Fate vobis: il centravanti del Portogallo non ha segnato lo straccio di un gol in tutto l'europeo, ma è il bomber del Paris Saint-Germain; il centravanti della Grecia ammuffisce tra le riserve del Werder Brema, ma ha già castigato la Spagna e la Francia. Non c'è due senza tre. Charisteas pesca il suo terzo jolly nel torneo (foto), e la Grecia festeggia la terza vittoria consecutiva, tutte e tre con il medesimo risultato: uno a zero. Entra nell'albo d'oro del campionato europeo per nazioni: "it is an event to stun the whole football world into silence" (Kevin McCarra, The Guardian). Certo, ai portoghesi ha detto molto male: organizzare la coppa e poi perderla in finale, a Lisbona, contro la Grecia (con tutto il rispetto) sembra, più che una beffa, un accanimento di Eupalla: "prima dovete capire che a pallone senza qualcuno che faccia i gol è inutile giocare, poi magari organizzate anche la coppa del mondo". A dire il vero, in questa memorabile finale la porta dei greci non è rimasta inviolata. Manca pochissimo alla fine, un tifoso del Barça invade il campo, raggiunge Luis Figo e gli 'consegna' una sciarpa blaugrana. Poi corre, corre, corre, e va "a schiantarsi come una falena nella rete di Nikopolidis" (Gianni Mura). E' l'ultima emozione regalata dalla notte di Lisbona. I cancelli dell'Estádio da Luz si chiudono, e la Lusitania si addormenta sapendo di dover restare là dov'è sempre stata, avvinghiata all'oceano su cui l'Europa tramonta.
Cineteca


2006
Nel solco della tradizione

Chiaramente, per noi e per loro questa è la finale. Chi vince questa partita, vincerà per inerzia la coppa del mondo. Come tutti sanno, l'Italia, verso la fine del secondo tempo supplementare, segna due gol, espugna il Westfalestadion e muove verso Berlino. "Quei due gol, signore e signori, sintetizzano e rappresentano e tramandano alla memoria del XXI secolo cosa sia il cosiddetto 'calcio all'italiana': una miscela di ingredienti irriducibili alla formula del catenaccio, come ancora oggi spesso si sente dire. Guardate Andrea Pirlo. Raccoglie la sfera al limite dell'area dopo un corner, e immediatamente davanti a lui si parano quattro tedeschi. Finge di tirare, lentamente si sposta in orizzontale. Improvviso e beffardo, il colpo di tacco che nessuno immaginava, un invito per Fabio Grosso che, di prima intenzione e di interno sinistro, scolpisce un pallone che gira e gira e gira con rotazione perfetta, e imprendibile muore là dove per Lehmann è impossibile arrivare. Astuzia e doti tecniche sopraffine, ecco il primo ingrediente. Passiamo al secondo gol, occorso a distanza di un solo minuto, quando la vostra furente Fussballmannschaft si era rovesciata disperatamente nella metà campo italiana. Podolski esibisce tutta la sua mesta broccaggine con un controllo di palla amatoriale; Fabio Cannavaro ha capito benissimo l'antifona. Lo aggredisce, rubargli la sfera è un gioco da ragazzi. Pochi metri più avanti c'è Totti, che allunga in profondità per Gilardino. Situazione di uno contro uno, siamo già al limite dell'area. Gilardino rientra sul destro, finge il tiro ma sa che da dietro, alla sua sinistra, sta arrivando a tutta velocità Alessandro Del Piero. L'appoggio è calibratissimo, e Del Piero, ancora di prima intenzione ma di interno destro, indirizza il pallone all'incrocio dei pali, quello alla sinistra del vostro incolpevole Lehmann. Il tutto in una dozzina di secondi, molto meno di quanto è stato necessario per descrivere l'azione. Contropiede fulmineo, razionale e maligno, ecco il secondo ingrediente. Signore e signori, le due azioni appena rievocate hanno un contenuto artistico ed emotivo immisurabile. Sono due capolavori esposti nel museo del football di questo secolo appena nato, prodotto di quella scuola che, da Meazza in giù, non ha mai cessato di reinventarsi, sempre nel solco della sua alta tradizione". 

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3 luglio

1974
Ultima sinfonia olandese

A Dortmund c'è Brasile-Olanda, chi vince va in finale e l'arbitro è tedesco. Vi pare normale? E poi, siete sicuri che questi siano pedatori brasiliani, e non pericolosissimi delinquenti scappati dal penitenziario di Yuma? Bah. "Mi complimento con i miei giocatori per la volontà ed il dinamismo con cui hanno lottato", ha detto Zagallo. L'Olanda vince due a zero, la sua musica è sempre la stessa e a qualcuno non piace. Henri Kissinger, però, si è divertito: "magnifica partita!", commenta. Non ne aveva mai vista una, se ha apprezzato è perché non si notavano troppe differenze tra questo football e quello praticato negli States. Anzi sì, una c'è: qui i giocatori non hanno il casco, davvero strano. Dicono che Pelé si sia vergognato dei suoi, e abbia lasciato il Westfalenstadion ben prima della fine. Michels è ironico: "ci dovrebbe essere anche l'arbitro in campo!". Giusto, l'arbitro. Il famosissimo Kurt Tschenscher. Ha all'attivo tre mondiali - questo, per fortuna, è l'ultimo - e l'invenzione dei cartellini. I cartellini sono come l'ostia, e vanno somministrati ai peccatori. Tschenscher perdona quasi tutto e quasi tutti, è il suo ultimo contributo al progresso della nazione. Così, la comitiva olandese è in partenza per Monaco piena di lividi e cerotti. Ma di buon umore. "Ora si inizia a fare sul serio", dice il Profeta.
Cineteca

1977
La notte degli addii

In quella grigia stagione, Milan e Inter chiusero il campionato in posizioni di classifica anonime. Messe insieme, raggranellarono poco più della metà dei punti conquistati dai dominanti club torinesi. In Europa, l'Inter fu eliminata all'altezza dei trentaduesimi di finale della Coppa Uefa dalla leggendaria Honvéd di Budapest; il Milan arrivò fino agli ottavi, poi trovò sul suo cammino l'insormontabile ostacolo dell'Athlétic di Bilbao. Essendo anno dispari e senza mondiali o europei, si poteva tirarla in lungo. Gironi su gironi all'italiana di Coppa Italia, per designare le due finaliste. Così, un po' a sorpresa, ci arrivarono le milanesi. Il derby andò in scena nel suo teatro naturale; San Siro si riempiva di afa, di zanzare e di settantacinquemila senzavacanze e senzavittorie da quel dì. Vinse il Milan due a zero, per Mazzola e Rivera (foto) fu il quarantesimo derby, secondo Mazzola l'arbitro favorì il Milan e davanti alle telecamere della Rai si produsse in una colta citazione dantesca: "vuolsi così colà dove si puote". Evidentemente pensava al palazzo di Eupalla, dove regnava una certa commozione. Sulla panchina del Milan, in quel derby, sedette per l'ultima volta Rocco. Nereo Rocco, il Paròn. Ma anche Sandrino, Alessandro Mazzola, il Baffo, era al passo d'addio. Due giganti. Infinita tristezza.


1990
Bravi, bravissimi, anzi modesti

Al mondiale italiano, Maradona era giù di forma e l'Argentina una squadra che definire penosa è puro eufemismo. Eppure, al trentenne dio degli stadi furono sufficienti poche giocate delle sue per guidarla fino al capolinea del torneo, nonostante il deragliamento dell'esordio contro i sorprendenti leoni del Camerun. Ricordate la partita col Brasile? Un imbarazzante dominio carioca, occasioni su occasioni gettate al vento finché lui, partito dal cerchio del centrocampo, decide di dribblare tutti (come all'Azteca) e giunto al limite dell'area, ormai circondato (e senza più fiato nei polmoni e forza nelle gambe), di destro (di destro!) trova la traiettoria esatta per servire Caniggia, libero, solitario y final. Uno a zero, addio Brasile. E poi, in semifinale, Diego contro la sua seconda patria: l'Italia. A Napoli, per di più. Lui corre poco, distribuisce palla, dirige i compagni. Gli azzurri non trascorrono un bel primo tempo, anche se passano in vantaggio. Diego li mette in soggezione, Zenga va a farfalle e Caniggia fissa il pari (foto). Si va ai supplementari e poi ai rigori, adios amigos. Fine delle notti magiche. La critica nostrana inferocisce, e come al solito Gioann Brera canta fuori dal coro. "Il traguardo massimo era l'ingresso in semifinale, l'abbiamo raggiunto: di che ci lamentiamo? Non abbiamo mai perso una partita. Abbiamo giocato anche discretamente bene (ma senza esagerare). Abbiamo goduto del rispetto degli arbitri, come è costume quando si organizza". Morale: azzurri "bravi, bravissimi, anzi modesti".
Cineteca

1998
Que reste-t-il de nos amours?

Stavo ripensando a quel tiro. Quella girata al volo di Roberto Baggio, spalle alla porta, da angolo impossibile. A mia memoria, non ricordavo di aver visto qualcosa di simile. Peccato sia uscito, "di tanto così", mostrava lui - incredulo - accostando i palmi delle mani (foto). Sul prato di Saint-Denis doveva giocare lui, dal primo minuto, e non Del Piero, "che sembrava quella poesia di Garcia Lorca per il torero Ignacio: corpo presente, anima assente" (Gianni Mura). Ripenso spesso a quel tiro, a quel gesto da fuoriclasse, a quell'invenzione che avrebbe dissolto la tenacia dei francesi, la loro ostinazione non ispirata; il gol che avrebbe messo fine a un assedio disordinato, rabbioso, inefficace. Ma penso anche che, quella volta, contro i nostri cugini d'oltralpe non meritavamo di vincere la partita. L'hanno vinta loro, ma solo quand'era già finita, solo dopo centoventi minuti di inutili assalti. Ai calci di rigore. Loro restavano in corsa, noi uscivamo dal mondiale. "Usciamo spesso così: senza aver realmente vinto, senza aver realmente perso, senza averci realmente provato, ma con un peso in fondo all'anima che pesa più del Titanic e della tristezza cosmica di una canzone come Que reste-t-il de nos amours?" (Emanuela Audisio)

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1 luglio

1950
La capocciata

Le squadre ci sono, e sono schierate al centro del campo. L'arbitro c'è. Il pubblico? Una marea. 
Centoquarantaduemiladuecentoquarantanove spettatori, dicono le tabulae sacrae. La partita è delicatissima, e il Brasile è costretto a vincerla. Obbligato. Se non vince, si ferma qui. Estromesso. Secondo nel girone, dietro la Jugoslavia. Un fiasco. Un maracanaço. Per colpa degli svizzeri, ma chissà poi chi gliel'ha fatto fare di andare a São Paulo per quella maledettissima partita, si stava così bene qui a Rio. Inoltre, gli slavi sono un osso duro, durissimo. Vent'anni fa a Montevideo i carioca le hanno buscate, e addio semifinali. Rivincita, dunque. Squadre schierate. Ehi, un momento! C'è qualcosa che non va. Perché la Jugoslavia ha in campo solo dieci giocatori? Arbitro! L'arbitro è un gallese, Benjamin Mervyn Griffiths. Se ne infischia e fischia il calcio d'inizio. Quello che manca è Rajko Mitić (foto), la stella della Stella Rossa, mica uno qualunque. Poi si è saputo. Mentre stava salendo in campo, ha preso una capocciata contro qualche spigolo di qualche muro nei sotterranei del Maracanã. Ambulanza e punti di cucitura. "Arrivo subito", dice ai suoi. Rimesso in sesto, si avvia. Sente un boato, petardi e mortaretti. I suoi amici, senza di lui, hanno beccato subito un gol. Evviva, pensa. Appena iniziata, la partita è già finita.
Cineteca


1990
Notte napoletana

"Avremmo potuto essere un po' più cinici. Sul 2-1, con soli sette minuti da giocare, potevamo uccidere definitivamente la partita. E invece abbiamo continuato come fosse un'esibizione, per piacere agli spettatori". Ha ragione Roger Milla (foto): gettarono al vento la partita per inesperienza, per piacersi e compiacere, piacere e autocompiacersi, spinti dal genuino entusiasmo di una notte napoletana, quasi storditi dalla propria dimostrazione di forza. Risaliti dallo svantaggio in pochi minuti, lasciarono poi scorrere verso Lineker due soli palloni, inermi prede abbandonate all'appuntamento col predatore. Lineker accettò di buon grado una falciata sul primo, e sul secondo simulò l'irregolarità dell'impatto portato da Thomas N'Kono. Due penalties - quello decisivo nell'extra-time -, e il vascello inglese superava le colonne d'Ercole dei quarti di finale, un confine varcato solo ai tempi del mondiale giocato negli stadi della regina. Appesantita nelle gambe ma fortificata dall'entusiasmo, la ciurma si spostava verso nord. Verso Torino, dove ancora molto fresco era il ricordo dell'Heysel. Intanto i prodi leoni in maglia verde erano tornati in Africa, accolti come eroi e con generose elargizioni di quattrini. Avevano perso, ma rappresentarono l'unico vero ingrediente di gioiosa novità nel mundial italiano, festival di sprechi e corruzione, ingrigito dalla bruttezza di tante partite e reso per sempre triste dai fischi di Roma all'inno nazionale argentino prima del calcio d'inizio della finale. Furono soprattutto gli africani a rallegrare qualche serata, svolgendo la parte che da sempre era assegnata al Brasile. Si disse che il futuro del calcio era nei piedi di nuovi grandi campioni africani. 
Cineteca


2006
Sostiene Parreira

Gli sbruffoni non si sono allenati e questo è quanto si meritano. Gli sbruffoni erano sicuri di sostituire il proprio al mito dell'XI che sbarcò sulla luna nel 1970. Non si sono allenati. Ronaldinho, giù di corda. Kakà, idem. Adriano, svanito. Ronaldo, si sa. Trascina se stesso e le proprie tonnellate di muscoli e gloria in pochi metri quadrati di campo, ma resta comunque l'unico cui basterebbe un istante, un'idea per imporre il castigo. Cafù. E' stata la sua ultima partita, quante ne ha giocate nella Seleçao? Cinquemila? Diecimila? Dovevano stravincere, sembrano una squadra di vecchi cialtroni. Contro la Francia, poi. Zidane. Un ragazzino. Tirato a lucido, ha pescato Henri come fosse al di là di un oceano, solo come un falso naufrago. Un'esecuzione rapida, studiata (foto). D'accordo, ma i brasiliani in area sono tre, e i francesi cinque. Su un calcio piazzato. Lucio, Juan, Gilberto Silva. Gli altri non si sono nemmeno degnati. Roberto Carlos si stava sistemando un calzino, insomma aveva cose più importanti da fare. Così hanno riportato il pallone a centrocampo. Se si sono offesi, potevano lasciarlo lì. Per vincere una coppa del mondo non basta essere sicuri di vincerla. Bisogna farsi il mazzo. Allenarsi. "Dobbiamo seppellire il cadavere con dignità", sostiene Parreira. 

2012
Doveva essere una finale

Mi telefona un amico, capisco che è su di giri ancora prima di rispondere, lo capisco dall'eccitato e inusuale traballamento dell'apparecchio.
"Beh?", è il suo esordio.
So benissimo che stasera c'è la finale, dico. "Appunto. E dunque?"
Ha voglia di provocarmi. Non so se la guardo, dico, l'ho già vista. Abbiamo pareggiato, uno a uno. Naturalmente abbocca.
"Ma era la prima del girone! Un'amichevole, anzi nemmeno. Un allenamento. Li abbiamo lasciati pareggiare. Li abbiamo illusi".
Mah. Secondo me, a ben vedere, potrebbe anche essere il contrario.
"Senti un po'. Il loro ciclo è finito. E' durato fin troppo. Hai visto come abbiamo raso al suolo la Germania? Come abbiamo fatto ballare l'Inghilterra? Stasera i piccoletti non so nemmeno se vengono allo stadio. Secondo me sono già sull'aereo. E fanno bene. Se per caso decidono di presentarsi, scappano appena suonano le prime note dell'Inno di Mameli".
Se lo dici tu.
"E come no! Guarda, io vado in piazza, avranno tolto il maxi-schermo e probabilmente la festa è già iniziata. Se vuoi ci vediamo là".
Grazie, magari dopo cena. Non faccio in tempo ad accendere la TV, che la Spagna è in vantaggio. David Silva. Mi distraggo verso la fine del primo tempo: Jordi Alba. Mi addormento durante l'intervallo. Mi sveglio: Fernando Torres. Vado in bagno, torno: Juan Mata. Finalmente il triplice fischio.
Cineteca


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24 giugno

1950
Un inglese a Rio

"Quanta disorganizzazione! Le colombe, le fanfare e i colpi di canno­ne non risolvono i pro­blemi. E nessuno che mi venga incontro. Peggio per loro. Se io non arrivo, la partita ovviamente nemmeno comincia, e la coppa neppure". George Reader, compaesano di Shakespeare e arbitro designato di Brasil-México, overture del campionato del mondo, si stava perdendo nelle viscere del Maracanã.  Alla fine, tuttavia, riuscì a sbucare sul prato, e fece persino in tempo a indossare la divisa. Beh, si dirà, potevano giocare anche senza di lui, cosa sarebbe cambiato? Il Brasile può fare a meno di tutto, è incline all'improvvisazione e nel futebol la esprime con massima allegria. In fondo, anche i messicani si saranno divertiti, subendo quattro gol da questi ballerini di samba, dieci ballerini più il portiere e ciascuno che si muoveva al ritmo della propria musica. Serio serio, Reader - da onest'uomo delle West Midlands - fece il suo lavoro e non dispensò molti sorrisi. Anzi. Fu abbastanza infastidito da quell'invasione di fotografi e giornalisti dopo il primo gol, ma non si fece impressionare, e con fermissima calma rese chiaro a tutti quali fossero le regole da osservare in simili circostanze. "Non si intervistano i giocatori durante la partita! Fuori dai piedi, o la sospendo!" Mentre il match procedeva verso un naturale e scontato epilogo, il suo sguardo si posava di tanto in tanto sulla folla, tutt'intorno. Gli sembrava di essere nell'epicentro di un terremoto.
Cineteca


1990
Il freddurista

Derby della madonnina negli ottavi di Italia '90. Al Meazza vince l'Inter (gol di Klinsmann e Brehme); platonica la presenza nel tabellino di Ronald Koeman, che due anni prima ad Amburgo era stato l'unico a dare la propria in cambio della maglia di un avversario, salvo mimarne un uso singolare sotto la tribuna centrale del Volksparkstadion. Il solo milanista a lasciare una traccia profonda nella partita è il mite Franklin Edmundo Rijkaard: si prende un rosso per aver espettorato in testa a Rudolf ('Rudi') Völler, che gli dava le spalle (foto). Un 'gesto' del quale nessuno ha mai saputo il motivo; forse il primo episodio del genere colto dalle telecamere e immediatamente ritrasmesso dal satellite ai quattro angoli dell'universo. Il disgusto fu unanime. Anche il tedesco fu espulso, senza ragioni apparentemente comprensibili. Si parlò di epiteti razzisti; prima Völler, poi Rijkard negarono la circostanza. A distanza di tempo Frankie dirà: "a pensarci adesso è davvero buffo, no?". E' un noto freddurista. Ma anche un olandese originario delle Indie occidentali; per lui la vittoria dei tedeschi non era un evento insopportabile. Così, dopo la battaglia di Milano, i migliori poeti olandesi non vennero nuovamente sollecitati a versificare, com'era accaduto nel 1988. I cittadini di Amsterdam non corsero più in strada per gettare simbolicamente nel cielo le proprie biciclette. Ci fu solo qualche disordine lungo la frontiera. Dal canto loro i tedeschi, che erano sembrati irresistibili nelle prime partite, uscirono un po' storditi da quell'ordalia; arrivarono in fondo al torneo e lo vinsero, ma nessuno si divertì più guardandoli giocare.
Cineteca

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19 giugno

1954
Quando nemmeno tieni la palla abbastanza per poter sbagliare qualcosa

A Basilea fa molto caldo, ci saranno quindici, sedici gradi centigradi. E inoltre, gli scozzesi sono virtualmente senza team manager, perché dopo la sconfitta subita contro l'Austria nella prima partita Andrew Beattie (foto) ha detto che presto farà le valigie, indignato - "ma sì, che se ne torni pure a Huddersfield", pensano le stelle dell'Hibernian e del Partick Thistle. Povero Beattie. Non gli era stato possibile convocare i giocatori dei Rangers, impegnati a girare l'America per fare su un bel gruzzolo; in Svizzera, ha dovuto portare solo tredici uomini, misura di spending review varata dalla Scottish Football Association.  Così nel tardo pomeriggio, al San Giacomo, "sotto il sole dardeggiante" (Monsù Poss), dopo nemmeno mezzora di gioco la Tartan Army è già allo sbando. Uomini sulle ginocchia, in preda alle allucinazioni. La Celeste ha vita facile. Allenamento agonistico. Come finisce? Finisce sette a zero. Mai la Scozia aveva subito una così larga, pesante, umiliante sconfitta. "We got the run-around but had absolutely no knowledge of our opponents. Nobody had thought to watch them. But I wouldn't say it was one of my worst games. We never had the ball enough to do anything wrong", disse Tommy Docherty, terzino destro del Preston North End. Il football delle terre madri conosceva i suoi anni peggiori.
Cineteca | The Guardian: retrospettiva


1974
I simboli mortificati

Nel tardo pomeriggio di Stoccarda, quando entrano insieme sul prato del Neckarstadion, i due simboli viventi del football italico ancora non sanno che il loro tempo è finito. Sono due vecchietti? No, viaggiano intorno alla trentina. La loro prestazione è - volendo essere benevoli - anonima. Le immagini che tornano alla memoria sono sconfortanti: Rivera che inciampa nelle margherite, Riva in preda a pura disperazione perché nonostante corra indemoniato a dettare possibili lanci, il pallone non gli arriva mai, e "si demoralizza fino al pianto" (Brera). L'Italia non riesce a sopraffare un'Albiceleste che qualcuno aveva reputato scarpona e imbrocchita. "Pareggio mortificante", è il commento unanime; e loro due, Riva e Rivera, sono additati dalla critica come i maggiori responsabili del disastro. Contro la Polonia - basterà un altro pari per andare avanti nel mondiale - resteranno fuori. Perderemo ugualmente, ma loro non indosseranno mai più la maglia azzurra. E' certamente la fine di un'epoca.


1990
Qualcuno ha rivisto Meazza

Il match è utile solo per designare la vincente del girone, ma non c'è dubbio che Italia-Cecoslovacchia, visti i trascorsi, abbia un certo fascino. Vicini rinuncia al turn-over, però schiera di punta e insieme, per la prima volta, Schillaci e Roberto Baggio. Il siculo è posseduto da Eupalla, nelle notti dell'Olimpico sfodera prestazioni sempre e molto al si sopra delle sue reali possibilità; il 'codino' fa il suo esordio nella coppa del mondo. Ed è, per molti, una rivelazione. Segna un gol (foto) che tutti si ricordano, anche quelli che non l'hanno mai visto. "Ahimé, se quest' è amor, com'ei travaglia! Sono sicuramente vivo e non poco stupito di esserlo ancora. Ho fatto il matto, perché nasconderlo? Sono balzato in piedi e mi sono sentito intorno al collo le braccia di un vicino amico e un po' fuori di senno come me. Aveva appena segnato Baggio. Avevo gridato dopo averlo puntualmente scritto di aver rivisto Peppin Meazza: lo aveva puntualmente gridato anche il mio vicino amico!" (Gianni Brera).
Cineteca


1996
Italy comes home

Mi telefona un amico, è su di giri. Stasera c'è in cartellone The Match of the Century, dice, e si gioca al Theatre of Dreams, aggiunge. Cosa c'è oggi pomeriggio?, gli chiedo. "Italia-Germania, eh eh eh. Senti un po'. Credono di passarla liscia, ma si sbagliano. Hanno una squadra ridicola: te li ricordi in America, due anni fa? E ti ricordi quattro anni fa, come furono scherzati dalla Danimarca? Qualcosa significherà. Ecco. Noi siamo i vice-campioni del mondo, e qualcosa significherà. Partita? Di quale partita parli? Non c'è partita. Tieni conto che: primo, non ci hanno mai battuti, e qualcosa significherà. Secondo, hanno giocatori che non sarebbero titolari in una squadra austriaca di seconda divisione, e anche questo significherà qualcosa. Quindi stai tranquillo. Punterei su un tre a zero: Zola su rigore, e poi doppietta del Rava". Chi è il Rava? "Ravanelli, do you know? Penna Bianca per gli amici. Ci sentiamo, magari ci mettiamo d'accordo per vedere la prossima: quarti di finale contro Portogallo o Croazia". Mi sento risollevato, e soprattutto ho trovato un modo per trascorrere la serata. Come spesso capita, mi addormento poco dopo il calcio d'inizio. Sogno che Zola sbaglia un calcio di rigore, che la partita finisce zero a zero, che l'Italia viene eliminata dal campionato d'Europa nella fase a gironi. "Italy comes home", dice il commentatore della BBC.


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