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13 settembre

1964
Don Alfredo Di Stéfano esordisce (nell'Español)

"Quand'ero ancora bambino, il Real Madrid mandò via Alfredo Di Stéfano dopo una sconfitta nella finale della Coppa Europa contro l'Inter di Milano. Di Stéfano era così emblematico che inizialmente risultava inconcepibile la nostra squadra senza di lui, soprattutto se, come avvenne, non si ritirava ma continuava la sua attività: firmò con l'Español di Barcelona, dove militò per alcuni anni, e poi credo che passò all'Elche – un'assurdità, quella striscia verde. Ebbene, fu tale la mia indignazione e quella dei miei compagni merengues che decidemmo di passare al club barcelonese, o piuttosto di essere di Di Stéfano e non tanto del Madrid. Per alcune giornate seguimmo i risultati della sua nova squadra con attenzione, vedemmo che don Alfredo segnava doppiette di goal e la rabbia ci invadeva ancora di più. Fino a quando arrivò il confronto Madrid-Español, e allora le nostre scelte crollarono. Pure arrabbiati come eravamo con il Madrid, quel giorno non riuscimmo ad andare contro la nostra squadra né a favore dell'idolo ingiustamente espulso" (Javier Marías, Selvaggi e sentimentali, pp. 78-79).
Vi è solo parziale riscontro all'ultima parte dei ricordi di Javier Marías. Infatti, il caso vuole che Di Stéfano giocasse con l'Español e contro il Real proprio nella prima giornata del Campeonato de Liga 1964-65, al Sarriá (13 settembre 1964). I Blancos vinsero due a uno, in rimonta, con doppietta di Puskás. Nella gara di ritorno (3 gennaio 1965), al Bernabéu, Di Stéfano non scese in campo.
Tabellino | Highlights



1978
Serata da favola al City Ground

Prima del ranking UEFA, prima della Champions League, poteva capitare che il sorteggio per il primo turno della Coppa dei campioni proponesse sfide bollenti anzichenò. Per esempio: stagione 1978-79, Nottingham Forest-Liverpool. Campioni d'Inghilterra contro campioni d'Europa, subito, ai sedicesimi di finale. La terribile banda di Brian Clough sembra faticare, in campionato colleziona pareggi, mentre i Reds sono in vena di goleade. Logico siano loro i favoriti. Ma al City Ground si vive la prima di una serie di serate che porterà la contea a occupare un corposo capitolo nel romanzo storico del football. Due gol astuti, specie il secondo, di Colin Barrett (foto) - ruba il pallone a metà campo, poi si lancia in area fino a trovarsi al posto giusto per poter scaraventare la sfera alle spalle di Clemence -, mettono ansia allo squadrone di Paisley, che per guadagnarsi la chance di arrivare al terzo titolo europeo dovrà fare il miracolo ad Anfield. Dal canto suo, Clough sta già progettando barricate epocali.
Cineteca


1989
La deludente trasferta di Malmö

Sto rientrando in casa, non ho ancora trovato il mazzo di chiavi che, dall'appartamento, sento squillare furiosamente il telefono. Dev'essere qualcosa di urgente, senz'altro, e affretto le operazioni. E' lui, e come potevo dubitarne? "Diavolo, non potevano dirmelo che Malmö è a più di 600 chilometri da Stoccolma?". Fingo di non capire, ma solo per evitare di rispondere con una fragorosa risata. Non ti chiedo neppure cosa ci fai lì. "Mio caro, stasera è la serata dei record, la squadra dei record deve battere sempre ogni record, specie in coppa dei campioni". Ah, ho capito. Che squadra? Boh. "Senti, se chiama mia moglie dille che torno abbastanza tardi". Come credi. Ordino una pizza, sono veramente stanco. Sul giornale c'è un articolo interessante circa il piano anti-droga di George Bush che vale la pena di leggere. Mi addormento al secondo capoverso. Nel cuore della notte squilla il telefono. E' la moglie del mio amico. "Se sai dov'è andato, digli che non c'è ragione di tornare". La mattina successiva apprendo dalla radio che l'Inter, nella gara di andata dei sedicesimi di finale di Coppa dei campioni, è stata sconfitta dal Malmö, uno a zero, rete di Håkan Lindman (foto) al minuto 74. Pover'uomo, penso.


1991
Il re senza corona

Anche oggi, come ogni anno, ci sarà grande folla a Kozlu, Istanbul. Gente che, per lo più, va a questo cimitero in maglia giallorossa, quella del Galatasaray. Già. Onorano l'anniversario della morte di Metin Oktay, il 're senza corona', leggendario centravanti del Gala nei 1960s, morto in un incidente di strada il 13 settembre 1991. Centravanti da un gol a partita, che si esaltava specialmente nei derby, contro il Fenehrbace o il Besiktas, quando segnava caterve di gol sfondando le reti avversarie. Era un campione? Certamente pedatori migliori di lui, ai suoi tempi, in Turchia non ne avevano ancora visti. Ma quando tentò l'avventura nel paese dei balocchi (l'Italia) fallì miseramente. A Palermo (stagione 1961-62) doveva essere il trascinatore di un undici appena arrivato in Serie A: compito più grande di lui. Forse era troppo giovane; tornò subito a casa, e riprese ad argomentare, un gol dopo l'altro, le ragioni della propria popolare sovranità.

21 luglio

1952
Senza infamia e senza lode

Così, "in modo semplice, normale, pacifico", i poveri 'studenti' vestiti d'azzurro ammaestrati da Carlino Beretta abbandonano la kermesse calcistica di Olimpia; "senza avere destato entusiasmo per la loro condotta, senza avere suscitato recriminazioni per la loro sconfitta, senza che nessuna obbiezione possa essere elevata al riguardo" (Monsù Poss). Già, e pensare che non perdevamo con l'Ungheria da decenni. Del resto, se da una parte ci sono - con tutto il rispetto - Ventura, Mariani, Gimona, Fontanesi e La Rosa, e dall'altra Puskás, Hidegkuti, Kocsis e Palotás (foto), incassare solo tre gol ha quasi il significato di un'impresa. In verità, Brera è assai più sarcastico: "la poca gente che preferisce il calcio all'atletica si fa un sacco di risate alla faccia nostra. Basterebbe un terzino tosto alle spalle dello stopper per mettere in serio imbarazzo Puskas e Kocsis: il povero Carlino Beretta lascia che il greve Azzini segua Palotas, finto centravanti, perché così vogliono i numeri sulle maglie. Il disastro è sicuro. Sul 3 a 0, per fortuna, gli ungheresi si fermano". Amen.
Cineteca


1991
El Ángel Gabriel

E finalmente l'Argentina tornò a vincere la Copa América. Farà il bis due anni dopo, e resteranno gli unici successi raccolti dall'albiceleste della generazione Batistuta. Diego non c'era, ma il protagonista di quell'edizione fu proprio il grande bomber, passato dal River al Boca e in procinto di attraversare l'oceano per trascorrere gli anni migliori della sua carriera sfondando le reti degli stadi italiani. In quell'edizione del campionato sudamericano El Ángel Gabriel fece sei gol, tutti decisivi. L'ultimo lo tenne in serbo per Higuita, il famoso portiere colombiano; controllo perfetto in corsa, e poi destro terrificante di prima intenzione sul palo più vicino. A Firenze avevano già l'acquolina in bocca.


  • Vedi anche le partite del 21 luglio in Cineteca

10 aprile

1910
HablaHabla

Nasce, a Buenos Aires, Helenio Herrera Gavilàn - ma non c'è da essere troppo sicuri, sulla data e sul luogo. La sua vita sarà romanzesca; diventerà un entrenador a suo modo prototipico, per alcuni anni il più pagato e il più famoso del mondo. Allena la Francia, la Spagna, l'Italia; il Barça, e naturalmente l'Inter. "Nel calcio nessuno ha sempre ragione; nessuno ha sempre torto. Helenio ha dato la sua impronta a un'epoca. Ha vinto molto e anche molto perduto ma, tutto sommato, la sua è la figura d'un vincente. E come tale può dire nel calcio quel che gli aggrada: nessuno dei suoi molti figli perderà il pane per un pronostico mal azzeccato" (Gianni Brera).
Biografia (Brera) | Storie di calcio (Brera)



1974
Inatteso acuto del povero diavolo

Il povero diavolo viene da una serie di imbarcate sensazionali. Una manita nel derby, i sei schiaffi dell'Ajax, e un impressionante filotto di sconfitte in campionato. E stasera, a San Siro, con mezza squadra in infermeria, se la vede col Borussia - certo, quello che rifilò sette schiaffoni e una lattina ai cugini. Nereo ha lasciato, in panca ora c'è il Trap, alle sue prime esperienze. E' la semifinale di andata della Coppa delle coppe. Trap deve schierare Lanzi e Turone, e financo Ottavio Bianchi al posto del Golden. Come può sperare di cavarsela contro quei tedeschi invasati, anche se l'amazzone è emigrato a Madrid? E invece se la cava, e benone. Bigon e Chiarugi, due a zero. Ultimo acuto dei rossoneri in Europa, se ne riparlerà negli anni della Milano da bere.

1991
Notti slave

Se batti il Bayern in semifinale di Coppa dei campioni, e soprattutto se sbanchi l'Olympiastadion, significa che vali qualcosa. Non che ci fossero dubbi: era una Stella piena di stelle. Due anni prima, il Milan se l'era vista brutta, ma Eupalla fece scendere la nebbia su Belgrado e pretese un'altra partita. La ruota però gira anche nel football. Nella notte di Monaco, la Stella sembrava spacciata. Alla vigilia. E anche alla fine del primo tempo. Non era forse un Bayern scintillante di gioco e di nomi: concesso il contropiede a Pancev e Savicevic (foto), perse il match casalingo e preparò la gita all'inferno del Marakana con poche speranze di tornare vivo in Baviera.



  • Vedi anche le partite del 10 aprile in Cineteca