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19 febbraio

1910
Apre il Teatro dei Sogni

Per il match di First Division tra United e Liverpool si inaugura Old Trafford. "The most handsomest, the most spacious and the most remarkable arena I have ever seen. As a football ground it is unrivalled in the world, it is an honour to Manchester and the home of a team who can do wonders when they are so disposed” (The Sporting Chronicle). Non andò bene ai Red Devils: in vantaggio di tre gol, furono rimontati e superati. Più che un sogno, un incubo.
TabellinoStoria di Old Trafford



1969
Clamoroso a Lisbona

Mentre il Milan pattina sul'erba innevata di San Siro ed è bloccato dai temibilissimi scozzesi del Celtic, in un altro quarto di Coppa dei campioni si è già alla resa dei conti. Il Benfica pare in condizioni smaglianti; è candidato a rinverdire i successi dei primi anni '60, ridimensionando perciò a chiacchiera la profezia di Guttmann. Infatti, opposto al proto-Ajax, aveva all'andata passeggiato ad Amsterdam: tre a uno. Ora, nell'imponente scenario dell'Estadio da Luz, c'è solo da archiviare la pratica. Senonché il giovane asso dei lancieri, il numero quattordici, non ha voglia di abbandonare così presto la competizione. Ci pensa lui, nella fase centrale del primo tempo, a portare i suoi sul tre a zero (incredibile!): nella foto, si sta rialzando, dopo essere arrivato su un pallone indeciso e maltrattato da deviazioni varie, insaccandolo di opportunistica prepotenza. Più tardi, invece, segnerà un gol di rara bellezza, convergendo da sinistra in slalom e piazzando la sfera nell'angolo. Capolavoro. Si capisce quel che diventerà, a breve. Il Benfica, tuttavia, è salvato dal solito Torres. Risultato speculare a quello dell'andata, e spareggio. E spettacolo.

12 febbraio

1929
Primera División

Battesimo, in Spagna, per la Primera División. La disputano dieci club, e tutti quelli più importanti sono già piuttosto agguerriti. Il Barça gioca in realtà un posticipo (le altre gare s'erano disputate il 10) a Santander, deve replicare al secco 5-0 che il Real ha inflitto al Club Esportiu Europa di  Gràcia (Barcelona). Naturalmente non c'è occasione da sprecare, le partite sono poche, si va di fretta. Quindi due a zero, e doppietta del barcellonese Manuel Parera Penella (nella foto). All'orizzonte c'è già El Clásico.


1969
Ultimo fado benfichista

Sembra ancora molto acerbo, l'Ajax di Marinus Michels. Ospita il Benfica nell'andata dei quarti di Coppa dei campioni; forse, è vero, senza i favori del pronostico, poiché in fondo i lusitani appartenevano all'élite del calcio europeo da quasi un decennio. Eusebio e Cruijff si vedono poco sul campo innevato e a cinque gradi sotto zero. Tre a uno per i portoghesi: semifinale in cassaforte? In realtà, il coro benfichista aveva intonato l'ultimo fado. L'Ajax stava accordando le chitarre elettriche.


1983
Fischi e schiamazzi a Limassol

Al Tsirion di Limassol l'Italia tricampeon (foto) si degna di recarsi perché è in programma il terzo match per la qualificazione agli europei di Francia. Le prime due non sono andate bene: due punti in tutto. Comunque: vuoi non andare a esibire il mondo stampato sulle maglie in casa dei franzosi? Si fa una passeggiata a Cipro e poi si sbaraglia la concorrenza. Niente di tutto questo. Hristos "Takis" Mauri, punta di diamante dell'Omonia, mette una pulce nell'orecchio di Bearzot (e un pallone alle spalle di Zoff). Ci pensa Nikos Patikkis, anche lui dell'Omonia, a riequilibrare, fissandolo, il match-clou. Fischi e schiamazzi, l'Italia è tornata sulla terra.

1 febbraio


1942
Oltraggiosa rimonta


Sul terreno di casa, cioè al Praterstadion di Vienna, tutti si aspettano che la Grande Germania faccia a polpette la Svizzera. Tanto più che, nell'undici del Reich, nove pedatori sono prelevati dal Rapid, dall'Admira, dall'Austria di Vienna. Gente famosa, che ha militato nel Wunderteam: Sesta, Mock (con fascia di capitano), Schmaus. C'è anche un giovanotto di Kaiserslautern (Fritz Walter, nella foto), ma i viennesi sono privi di stimoli. La Svizzera va sotto e oltraggiosamente rimonta.
Tabellino


1915
The Magician


Nasce, ad Hanley (Staffordshire), Stanley Matthews. Il paese è in guerra, il futuro è anche per lui tutto da immaginare. Così, prende un pallone e gioca fino a cinquant'anni: nello Stoke City, poi nel Blackpool, poi ancora nello Stoke. E nel'Inghilterra, prima e dopo l'altra guerra. Era un'ala, il mago del dribbling. Troppo veloce per tutti. Per taluni, fu proprio a causa del mito corrente di Matthews che il calcio d'Oltremanica mantenne prestigio ma vinse qualcosa solo dopo che lui smise di seminare avversari e crossare palloni.
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1937
La lunga notte di Baires

Argentina e Brasile tornano in campo. Spareggio. Il match - riferiscono le cronache - inizia alle 21.45 e termina all'1.20. Certo, si va ai supplementari. Ma ciò che ha allungato la notte del Gasómetro furono le intemperanze del pubblico. Soprattutto, pare, di trecento poliziotti brasiliani (brasiliani? già) che contribuirono ad alimentare il disordine. Baires all'alba finalmente esplode di festa, e l'eroe è un esordiente: Vicente de la Mata (nella foto). Due gol, il destino nel nome.



1969
Goleador senza aggettivi

Nasce, ad Avellaneda, Gabriel Omar Batistuta. Voleva giocare a volley o a basket, e usare le mani. Scopre il football da maggiorenne o quasi. Chi l'avrebbe detto: il suo talento era nei piedi, possedeva istinto e doti da goleador senza aggettivi. L'amore per il gioco lo prese a tal punto da comprometterne la salute. Ora quell'idolo degli stadi non può più correre, e cammina a fatica. "Forse se tornassi indietro starei più attento a me stesso, ma alla fine neanche troppo. Mi piaceva segnare, sentire il boato del pubblico".


1989
La legge di Bosman


Quella di John, centravanti olandese (bravo, ma coevo di Van Basten) e di varie squadre olandesi ma anche del belga Mechelen, e non quella del belga Jean-Marc, giocatore dello Standard. La sentenza di John, mentre gioca per i belgi, si abbatte sugli olandesi del PSV nella finale d'andata della Supercoppa d'Europa. Doppietta e coppetta pressoché assicurata. Dura lex sed lex.
Cineteca

12 gennaio

1969
Il tordo scagliato da Amarildo

"Come nelle praterie si cattura al laccio il puledro scalpitante in libertà, così Amarildo (e la Fiorentina) ha imprigionato il generoso Pisa, costringendolo ad una resa che probabilmente avrebbe potuto evitare senza quella punizione paradossale e assassina. Si gioca da trentasei minuti, in un clima che è ardente per il fiero campanilismo, ma mai torrido. Gasparroni interviene brusco sul brasiliano, una diecina di metri prima del semicerchio dell'area dei pisani che giocano in maglia rossa. Dunque, siamo a una trentina di metri dalla porta. Lo stesso Amarildo calcia la punizione. Parte una traiettoria pazza. Il pallone si impenna alto e appare quasi destinato a sorvolare abbondantemente la traversa, quando improvvisamente, come un tordo fulminato al volo, cambia rotta, si avvita per l'effetto che gli è stato impresso dal funambolico "garoto" e piomba proprio alla confluenza dei legni, alla sinistra di Annibale. Questi scatta disperato, riesce ad arrampicarsi fin lassù, sembra persino toccare o almeno sfiorare la palla, ma questa gli frulla tra le dita, il palo e la traversa, e gli rimbalza beffarda nella rete" (Mario Pennacchia, Corriere dello Sport, 13 gennaio 1969). La prodezza del brasiliano (di cui purtroppo non vi è testimonianza filmata negli archivi, per quel che sappiamo) valse ai Viola la testa della classifica. Iniziava una lunga volta con Cagliari e Milan per la conquista del titolo



1936
Olandesi maramaldi

"Giocare come ha fatto l'équipe di Francia questa partita, è davvero la negazione del football. E' dimenticare il senso profondo del gioco di squadra". Lo dice un francese (vedi) su un giornale francese. Anche alla stampa italiana piace soffermarsi sull'evento. "Fin dall'inizio è apparsa evidente la superiorità degli ospiti, i quali con un gioco senza eccessivi fronzoli, ma robusto e basato su passaggi rapidi e precisi, hanno ben presto sconvolto la difesa francese, la quale, dopo avere resistito a mala pena il primo tempo, ha ceduto di schianto nella ripresa provocando il tracollo della squadra" (Il Littoriale). Il risultato è tennistico e per pudore lo omettiamo. Domina la scena Elisa Hendrik "Beb" Bakhuys (foto), a quei tempi in forza al Den Haag: tripletta. Un dilettante, certo. Ma i suoi numeri dicono che vedeva bene (anzi: benissimo) la porta. Cercherà fortuna proprio in Francia, trovandone poca.
Tabellino | Video (Bild en Geluid) | Bakhuys: profilo e carriera Orange


1941
Peppinorossonero

Dirà di aver commesso il più grande errore della sua vita. Avrà pensato: piuttosto che appendere le scarpe al chiodo, meglio giocare nel Milan. Anzi, nel Milano, come il club era stato ridenominato in omaggio alla xenofobia di regime. Esordisce a San Siro, contro la Juventus, con la fascia di capitano. E' sempre un asso, anche se appesantito e giù di forma.


2009
Il goleador più sfortunato di tutti i tempi

Si spegne a Itaperuna, all'età di 85 anni, Albino Friaça Cardoso, semplicemente Friaça. Per quasi sessant'anni avrà pensato, ogni giorno, a quel gol, l'unico che lui segnò per la Seleçao. Lo fece al Maracanã, il 16 luglio 1950. Era un attaccante veloce, capace di giocare in tutte le posizioni; ma, da allora, si ricordano volentieri di lui solo quelli che abitano a sud del Brasile, a est dell'Argentina, a nord del Rio de la Plata.
Profilo | In mortem (video ESPN) | Necrologi: UOL | El Mundo

5 gennaio

1932
Il centre-back di Matt Busby

William Bill Foulkes nasce il 5 gennaio 1932 a St Helen, nel Merseyside. Fu il centre-back dello United per quasi un ventennio, a partire dal 1952. Tra i sopravvissuti alla tragedia di Monaco, visse da protagonista l'intera epopea dei Busby Babes. Solo Ryan Giggs e Bobby Charlton lo superano per numero di recite nel Teatro dei sogni. Ignorato da Winterbottom e da Alf Ramsey, vanta una sola presenza con la nazionale inglese. D'accordo, c'era Bobby Moore, ma vai a sapere.
Profilo


1966
Per fortuna mancavano i fuoriclasse

Certo, lo stentato pareggio dei Leoni a Goodison Park contro la modesta Polonia  (erano sotto, e ha dovuto pensarci Bobby Moore - foto -, uno che non segna tutti i santi giorni, e con la sua nazionale non l'aveva mai fatto) può anche essere un caso. Senza Bobby Charlton e Jimmy Greaves questi, là davanti, non cavano un ragno dal buco. Ruminano il loro noiosissimo football, privo di ispirazione e fantasia. Anzi. Non fosse proprio perché mancavano quei due, ci sarebbe da dubitare sulle loro chance alla Coppa Rimet. Anche se giocheranno in casa. E questo può far drizzare le orecchie agli altri undici che parteciperanno alla festa. Soprattutto al nostro, come dice Ezione De Cesari, mandato dal Corriere dello Sport  a visionare gli albionici. In fondo l'Inghilterra, dice l'inviato, gioca come la Rometta di Pugliese, ha i medesimi difetti: davanti a un bel catenaccio, si innervosisce e batte in testa. Quindi? "Suvvia, se questa è l'Inghilterra che deve vincere i prossimi campionati del mondo (ormai lo dicono tutti, non si parla più neanche del Brasile), ebbene, non fasciamoci la testa prima di rompercela, anche la criticatissima Italietta di Fabbri può venire a Londra e fare la sua bella figura nella rassegna di luglio". Ipse dixit.
Tabellino | Highlights

1969
Arbitrare l'Italia

Come se la caverà? Riuscirà a sopravvivere? Ha una certa età. Il pubblico non gli perdonerà il minimo errore. C'è sete di rivincita. Il fisico però è prestante. Si allena regolarmente. Sarà imbarazzato, questo sì. "Vi giuro", dice, "dimenticherò che una delle due squadre è l'Italia. Vi giuro che per me sarà una qualsiasi partita internazionale". Beh, non è che ne abbia dirette moltissime. Qualcuna, sì, è vero. Speriamo che se la cavi. Seconda partita di acclimatazione per gli azzurri all'Azteca, la prima (giocata a Capodanno) è andata bene ma l'arbitro si è preso insulti, cuscini, carta e quant'altro. Va beh, certo, aveva annullato un gol ai messicani, pur essendo messicano. Magari oggi lui, italiano, annullerà un gol agli italiani. Occhio per occhio, dente per dente. L'importante è che non vada in crisi respiratoria, che non sia necessaria la bombola d'ossigeno, a quarantacinque anni correre in altura è un problema. Morale della favola: la partita è interessante, ma l'attrazione (per noi italiani) è lui, Antonio Sbardella (foto, con Facchetti e González). Com'è andata? Beh, a salvare i nostri ci ha pensato Bertini con un tiraccio all'89°, anche se Sbardella un rigorino ai messicani poteva assegnarlo ...


14 dicembre

1966
Nitidi bagliori

E chi poteva immaginare, allora, che su quelle due panchine i cuochi fossero destinati a eccellenza storica assoluta? Ma sì, erano ancora relativamente giovani. Michels e Shankly, già. E 'acerbe', a livello europeo, Liverpool e Ajax, ma soprattutto l'Ajax. Apparentemente. Si trovarono di fronte negli ottavi di Coppa dei campioni, e l'andata ad Amsterdam fu, per i Reds, un massacro: cinque a uno. Poi, ad Anfield, non ebbero nemmeno la soddisfazione di una parziale rivincita. Anzi. E' stata persino dura pareggiare, e per fortuna che il vecchio Roger Hunt fu in serata di ottima vena. Negli olandesi, in queste due partite, fece capolino quello là, sì, quello della foto. Magrolino, capelli corti. Furono i suoi primi bagliori nelle notte europee. Nitidi. Accecanti.
Cineteca


1968
Vecchi ricordi

La scena, si converrà, è abbastanza comica. I due, infatti e come vedete, se la stanno ridendo, sono passati quasi quarant'anni e ciascuno se la ricorda a modo suo. Andò così. La Germania faceva visita al Brasile, si giocava nel tempio massimo, il Maracanã. A un certo punto, Rivellino lanciò una palla lunga, in direzione di Pelé. In corsa, o Rey veniva caricato da un difensore teutonico, ma riuscì a resistere e restò in piedi, barcollò per qualche secondo e poi si rimise in azione - mentre il bisonte in maglia bianca andò per le terre. Puntò deciso verso l'area di rigore, ma stava arrivando Beckenbauer. "Mi sono accorto che eri tu, cosa credi?". "Può darsi, ma ti è andata bene, ero di fretta, in equilibrio precario, altrimenti il giochetto non ti sarebbe riuscito". "Beh, c'è voluto poco a farti sparire il pallone sotto le gambe, eri ancora un novellino!". "Ammettiamolo pure. Anche tu non eri perfetto, però. Non tutto ti riusciva così bene, visto che poi, solo davanti a Meier ..."; "... è vero, ma la palla è rimbalzata male, ed è finita fuori di un palmo ...". I due se la ridono, in fondo quell'istante, quella partita non contava nulla.


1969
La vana prodezza di Tanino

Disse una volta, un centravanti: "Sono felice perché ho segnato in una partita che abbiamo vinto. Questo non mi succedeva da anni". Caspita, che bomber decisivo!, si penserà, frugando nella memoria per cercare di individuare la faccia e il nome di colui che si confessa piangendo. Oltretutto, quel gol è stato piuttosto bello, una testata sul primo palo in volo radente. Un gol da centravanti di razza. Inoltre, quella prodezza costringeva alla prima sconfitta la capolista, che era il Cagliari. e quando una capolista imbattuta subisce la prima battuta d'arresto, a volte, le sue certezze iniziano ad evaporare, e i suoi avversari a ringalluzzirsi. Soprattutto, quando quella sconfitta accade contro l'ultima della classe, per opera di un undici destinato a retrocedere. Insomma, caro Tanino, hai festeggiato come meritava la centesima partita nella squadra della tua città!

10 dicembre

1960
L'ultima di 'Marisa' e la prima del Trap

Dura circa tredici anni la vicenda in azzurro di Giampiero Boniperti. Inizia nel 1947 al Praterstadion contro l'Austria, e contro l'Austria si conclude nel 1960 a Napoli. Pesante la sconfitta di Vienna (cinque a uno), immeritata quella del San Paolo, giocata su un autentico acquitrino (fotogramma) e davanti a quattro gatti. Finì due a uno, e 'Marisa' impreziosì l'addio con la rete del momentaneo pareggio. Pedatore simbolo della Juventus, fu la 'stella' della nazionale italiana nel lungo dopoguerra, il periodo peggiore della sua storia. Poco fece, va detto, per sollevarne le sorti, fallendo o marcando visita nelle occasioni decisive. L'ultima di Boniperti fu però anche la prima di Giovanni Trapattoni, allora poco più che ventenne. Curiosa coincidenza, vero? "Ci vediamo alla Juve, tra qualche tempo", sussurrò Giampiero nelle orecchie del Trap. "Non credo, io gioco nel Milan". Mai dire mai, da una banale coincidenza il football può ricamare tutto un futuro.
Tabellino | Video (Settimana Incom) 


1969
Due uccellini al San Paolo

Ecco che al San Paolo, in una fredda notte d'inverno, per una bella partita di Coppa delle Fiere (andata degli ottavi), gli spalti sono quasi deserti. Non solo: sono anche maldisposti nei confronti dei propri beniamini. Perché? Perché in campionato le cose girano male. E non ce ne sarebbe motivo. Nella gelida serata di coppa l'avversario è di nome. Nientemeno che l'Ajax, vice-campione d'Europa. D'accordo, senza Cruijff nella circostanza. Ma è sempre l'Ajax. Nel Napoli fa il suo debutto uno che lo conosce bene. Del resto, non gioca da sei mesi, e l'ultima volta che è sceso in campo chi si era trovato davanti? Manco a dirlo: l'Ajax. Si tratta di Kurt Hamrin, che ormai ha superato la soglia dei 35. L'uccellino, di partite di coppa, se ne intende. Sarà stato questo il ragionamento di Chiappella, l'allenatore dei partenopei. Ma di uccellino ce n'è un altro in campo, in maglia azzurra: magro, di bassa statura, di dieci anni esatti più giovane del campione svedese. Un'ala destra sgusciante: Pierpaolo Manservisi. Tocca proprio a lui segnare il gol che fissa una vittoria di prestigio, contro una squadra destinata a scrivere la storia del football. Ci sarebbe da esserne orgogliosi. Ma il San Paolo, scontento e stizzito, fischia.
Tabellino

3 dicembre

1906
Football Club Torino

"È costituita in Torino, sotto il nome di Football Club Torino, una società avente per iscopo la pratica di tutti gli sport e segnatamente quello del Football o gioco del calcio (fondazione 3 dicembre 1906). È espressamente esclusa ogni questione politica o religiosa. I colori sociali sono: granata e bianco. L'anno sociale ha principio col primo settembre di ogni anno". 

Torino pullulava di squadre, ma la vita nei club non doveva essere caratterizzata dalla concordia tra i soci. Di qui scioglimenti e fusioni, di qui magagne, fuorusciti e dissidenti. Tra quelli che fondarono il Toro, qualcuno arrivava dalla Juve. 

Con buona pace degli uni e degli altri, poiché le radici di ciascuna storia sono in fondo quelle di tutte le storie. Amen.
La memoria 'ufficiale'


1969
Gli omonimi

Quando c'è uno spareggio, una 'bella' da giocare tra club o nazionali europee, per uscire da un'impasse o per conquistare il diritto di iscriversi a qualche torneo, chissà perché, si va sempre (o quasi sempre)  in Francia. Ah beh, certo, è l'unico modo per consentire ai francesi di vedere dal vivo 'veri' giocatori di football, dicono i maligni.
Sia come sia, al Vélodrome ci sono due antiche compagini, maglie che hanno scritto la storia del gioco in Europa nella prima metà del Novecento e anche oltre. Cecoslovacchia e Ungheria. Chi vince, andrà in Messico.
Favoriti dal pronostico, i magiari a mezz'ora dalla fine sono vicini all'asfissia. Jozef Marko, coach ungherese, sostituisce due uomini. Annuncio dell'altoparlante, e c'è gente che sobbalza. Lo speaker ha pronunciato i loro nomi. Al capitano, János Göröcs, subentra Kocsis. Al posto del deludente János Farkas va in campo Puskás.
Ma come, non avevano smesso, chiede uno, piuttosto attemapato.
Non erano in volontario esilio, dice un altro, politicamente informato.
Non sono un po' stagionati, si domanda la maggior parte del pubblico.
Tranquilli, sono solo omonimi dei due grandi assi (nella foto). Lajos Puskás e Lajos Kocsis. Nessuna parentela, di nessun genere. Però Kocsis un pallone lo infila, al novantesimo e dal dischetto. Ma è giusto il gol dell'ammainata bandiera: i cechi ne hanno segnati già quattro.

22 novembre

1969
Mazzandro detta i ritmi

"Tre gol esaltanti, di quelli che entrano nella memoria non solo dei tifosi ma dei più severi critici di calcio, una prestazione atletica notevole, una volontà agonistica che non è mai venuta meno. E, su tutti, Sandrino Mazzola: ha segnato nei primi minuti una rete straordinaria, con un taglio secco e imprevedibile su pallone pervenutogli da Riva gettatosi in area; ha impresso un tale ritmo alla gara da far soffrire non solo i tedeschi, ma lo stesso centrocampo azzurro, abituato a manovre più molli, a passaggi magari precisi ma parabolici, non secchi e decisi e sventagliati come quelli di Baffo. Ha difeso la nostra area con la tenacia dì uno Schiaffino arretrato. Ha tenuto novanta minuti su novanta, mai desistendo dall'affrontare, inseguire, controllare, ribattere, impostare" (Giovanni Arpino). Beh, si trattava pur sempre (a scanso di equivoci) di tedeschi dell'est e non dell'ovest e c'era una bella differenza. Certo, Mazzandro a quei tempi giocava divinamente. Ma di quella partita si ricorda soprattutto l'incornata in volo di Gigi Riva su cross di Domenghini. Pazzesca.

12 novembre

1942
Il disperato coraggio di Pyotr

Pyotr Grigoryevich Grigoryev (nato a San Pietroburgo nel 1899) fu tra i migliori attaccanti della sua epoca. Vinse alcuni titoli nazionali; selezionato per le prime (ufficiali e non ufficiali) partite della selezione sovietica, giocò fino a 40 anni, in diverse squadre - soprattutto di Leningrado - poi scomparse o ribattezzate. Morì durante l'assedio della città, il 12 novembre 1942. Così lo descrisse Michail Butusov, compagno di squadra e come lui sanpietroburghese: "un giocatore di enorme energia, idee brillanti, coraggio disperato".
Profilo | Ritratto (in russo)



1969
Ernst Happel serve l'antipasto

Ernst Happel non è uno che parla a sproposito. Oltretutto, i risultati parlano per lui. Perciò, quando dopo la partita dice che il Milan non è una grande squadra ma soltanto una squadra famosa, dice qualcosa di molto vicino al vero. Che il Milan sia una squadra famosa, va da sé. E' campione d'Europa, è il club guida della nazione che ha vinto l'ultimo titolo continentale,  il suo capitano è l'ultimo ad avere alzato il pallone d'oro. Ma l'età dell'oro, appunto, volge al termine. San Siro non vuole arrendersi all'evidenza, e saluta l'uscita dal campo dei suoi beniamini con sonore bordate di fischi. Al termine di una partita che hanno vinto. Sì, hanno battuto il Feijenoord, campione d'Olanda, nell'andata degli ottavi di Coppa dei campioni. Uno a zero, un gol (magnifico) di Combin all'inizio e poi nient'altro. Forse perché Rivera si stira e abbandona il campo intorno alla mezz'ora; senza di lui, non c'è luce nel gioco dei rossoneri. La vecchia masnada si arrangia come può; non vede più palla, conserva il vantaggio, ma non è detto che basti per la rivincita al De Kuip. Happel ha servito solo l'antipasto.


5 novembre

1933
Il capolinea di Ezio Sclavi

E' forse questo il giorno in cui Ezio Sclavi decise che presto si sarebbe tolti i guantoni, e che a difendere la porta della sua squadra ci dovrebbe pensare qualcun altro. La vita è ancora lunga, e cose da fare non gli mancheranno. E' il giorno di Lazio-Ambrosiana, nona di andata, campionato 1933-34. L'ultima stagione di Sclavi nella Lazio. Compagine di metà classifica, forse con altre ambizioni. Allo Stadio del PNF c'è il pienone, i milanesi comandano la classifica, e non per caso. E' una di quelle giornate in cui se il pallone transita dai piedi del Pep Meazza è come un tram alla fermata che immediatamente precede il capolinea. La corsa della sfera termina, regolarmente, alle spalle del portiere avversario. Povero Sclavi. La cosa è successa quattro volte. Quello è il demonio, pensano tutti, ma alla fine lo applaudono. Ecco, i fischi del pubblico per i propri giocatori dopo la partita devono aver lasciato un segno nella mente del portiere. E' l'ora, pensa. Ha pure un ginocchio malandato. Meazza gli passa accanto, i due si guardano, ma non si dicono nulla. Poi si abbracciano.
Tabellino


1969
Una sconfitta di transizione

Ad Amsterdam non è che attendano gli inglesi con particolare impazienza; sono ancora delusi dalla mancata qualificazione degli Orange a Mexico '70, e questa amichevole contro i campioni del mondo serve a poco, i benpensanti avevano ben pensato a suo tempo che affidare la nazionale a un tedesco (Georg Keßler, nella foto) non fosse una buona pensata. Infatti, da quando lui è in panca (cioè dal 1966), all'Olympisch l'Olanda ha giocato poche volte, e perso quasi sempre. Ha perso col Belgio, per dire, nel 1968, anche se era solo un test-match. E, prima ancora, con la Cecoslovacchia. Bisogna che se ne vada. E' troppo giovane, non ha mai allenato nemmeno una squadra di quarta divisione. E' inadeguato. Che se ne torni alla Kölner Sporthochschule, si rimetta a studiare. Intanto la partita comincia. Toh, c'è gente nuova in campo. Ha inserito uno dell'Ajax, Krol, e un altro lo farà entrare nel secondo tempo. Due esordienti, Krol e Muhren, chiaro che lo fa solo per calcolo. Toh, la partita è già finita. Come? Uno a zero per gli inglesi. Una sconfitta di transizione, perché i semi di una grande squadra erano stati gettati, e chi li ha seminati raccoglierà i frutti. Quando il tedesco se ne sarà andato.

8 ottobre

1969
Un gol alla Meazza

Lo scorcio conclusivo degli anni '60 vide il Sudamerica dominato e terrorizzato da uno tra gli undici più aggressivi, rognosi e cattivi (agonisticamente e non solo) di tutti i tempi: l'Estudiantes de la Plata, allenato da Osvaldo Juan Zubeldía. Pressing asfissiante e trappola del fuorigioco, non si era mai visto nulla di simile in quel continente. Con tale fama, i Pincharrata arrivano a San Siro, per il match di andata della Coppa intercontinentale. Sono loro, peraltro, a detenerla. E, dopo aver visto la partita, molti si domandano come sia possibile. Il Milan, infatti, ne dispone agevolmente, insacca tre palloni e potrebbero essere molti di più, gli argentini paiono tecnicamente modesti, randellano - è vero - ma senza eccedere. Il migliore di loro gioca nel Milan, si chiama Nestor Combin e segna un gol alla Meazza (foto). I suoi connazionali se la legano al dito, e a Baires gli preparano un'indimenticabile accoglienza.
Cineteca

1986
L'era di Azeglio

Mandati in pensione quasi tutti gli eroi di España 1982, Azeglio Vicini è promosso alla guida della nazionale maggiore, dopo aver ben figurato nelle competizioni giovanili. L'epurazione, necessaria dopo l'annunciata rotta messicana, salva Spillo Altobelli, zio Bergomi (che è ancora poco più che un ragazzo) e alcuni pedatori di secondo piano (Dossena, Bagni). Zenga e Donadoni esordiscono ed entrano in pianta stabile nella rosa; altri, come Nela e Bonetti, non ci resteranno a lungo. A Franz Baresi è affidato il comando della difesa (da Scirea a Baresi è un bel passare), dei due dioscuri blucerchiati Vialli alternerà luci e ombre (più luci, in questa prima fase), il talentuosissimo Mancini non riuscirà purtroppo a dare quel che potrebbe. La Grecia è un modesto banco di prova, ma gli azzurri vincono la partita: gli attaccanti restano all'asciutto, e così il bomber di serata è proprio lui, lo Zio ora senza baffoni (foto), che da fuori area sgancia un missile per tempo, il primo alla Bonhof, il secondo da centravanti di razza. Il football sa essere davvero stravagante, a volte.

19 agosto

1969
Jus primae noctis

Così sul Corsera del 19 agosto 1969.
«La fidanzata di Pierino Prati, Anna Redaelll, ha  dichiarato in un'intervista al settimanale 'Gente' che  dopo il matrimonio, fissato per il 1° settembre, non vi sarà 'luna di miele' a causa  degli impegni professionali del calciatore. "Pierino — ha  rivelato la ragazza — ha  chiesto a Rocco il permesso di  restare con me almeno dopo le nozze. Rocco, inflessibile, gli ha risposto: 'Alle sette di  sera tu sarai in ritiro con tutti gli altri. La prima notte di nozze la passerai con me'. Vedrò mio marito solo tre giorni dopo il matrimonio e resterà con me per due giorni. Poi ripartirà. Il viaggio di nozze lo faremo il prossimo anno". Interpellato in proposito. Rocco si è rivelato meno inflessibile di quanto la  fidanzata di Prati abbia creduto su questo inconsueto jus  primae noctis. "Per ora gli ho detto questo, è vero — ha spiegato Rocco —, ma poi credo che finirò col dargli il permesso di restare a casa la sera del 1° settembre"». 


2008
Sotto la luna rossa di Pechino

Erano venuti in Cina con l'obiettivo di travolgere tutto e tutti, onde dimenticare la figuraccia tedesca di due anni prima, e perciò avevano messo in valigia qualche asso o pseudo-tale, cosa che raramente accade quando si assembla il bagaglio olimpico (oltretutto, ai brasiliani di solito questo torneo non interessa nemmeno un po'). Su tutti, il dentone. Ma quella magnifica progettazione va a farsi benedire in semifinale, perché (che sfortuna!) la Seleçao incrocia la Selección, che sfortunatamente aveva da farsi perdonare (oltre alla magra del mondiale) anche la batosta subita in Copa América l'anno prima. Beh, gli assi ci sono anche in maglia albiceleste. Anzi, sono di più. I nomi? Ne bastano cinque? Sì, eccome: Mascherano, Riquelme, Di Maria, Messi, Aguero. "Messi è in forma, è non solo fantasioso, ma anche cocciuto, accarezza la palla, ma anche la sradica dai piedi dell'avversario. Ronaldinho è un altro film. C'era una volta un padrone del campo. Ora coltiva, sulla fascia sinistra, un orto ricevuto in affitto dal comune" (Gabriele Romagnoli, La Repubblica). Sicché il Brasile finisce la partita con tre gol incassati e due espulsi. Sconfitto e umiliato. Sotto la luna rossa di Pechino, si ribalta il ranking del Sudamerica e l'Argentina sta per raggiungere la miniera dell'oro.
Cineteca

10 agosto

1969
Lezione di Tostão alla Ciudad Universitaria di Caracas

Accecante nella prima metà dei 1960s, la stella di Pelé si offuscò leggermente dopo il mondiale inglese, ma tornò a brillare di luce intensa sul finire del decennio, mentre O Rei avvicinava il suo tempo a quello in cui un calciatore di solito imbocca il viale del tramonto. La qualificazione alla fase finale della Coppa Rimet del 1970 non era certamente a rischio, ma le prestazioni della Seleçao nell'estate precedente furono davvero scintillanti: e la sicurezza di andare sugli altipiani arrivò con un cinque a zero rifilato al povero Venezuela nella Ciudad Universitaria di Caracas.

Come si sa, Pelé non era l'unico astro di quell'undici divenuto - non senza incidenti di percorso - meraviglioso ed epocale. C'era, per esempio, Eduardo Gonçalves de Andrade, in arte Tostão (monetina). A Caracas, come in altre circostanze, fu lui il mattatore. Fece tre gol, da aggiungere ai tanti che in quel mese di agosto segnò negli stadi del Sudamérica. Tostão era giovanissimo, tra i più giovani della Seleçao; ma, proprio nel 1969, subì un distacco della retina che lo costringerà ad abbandonare il calcio nel 1973, a ventisette anni non ancora compiuti. C'è da chiedersi cosa sarebbe potuto diventare, senza quell'incidente e senza la paura che ne derivò. Infatti, nonostante una carriera così breve - ma intensa -, è considerato uno dei più grandi giocatori nella storia del Brasile, e tra i più grandi in assoluto. "A ele bastava um palmo de grama para encantar o mundo com dribles e gols jamais sonhados antes" (Roberto Francis Drummond). 
Venezuela-Brasile: tabellino | Highlights

11 giugno

1958
L'impatto fatale

Vola il pallone di cuoio sopra le teste dei giocatori, nell'area dei cechi. Il momento è importante, e anche la partita, perché chi perde fa le valigie e torna a casa. Il che sarebbe uno scorno per i tedeschi, ai quali piacerebbe moltissimo confermarsi campioni del mondo, in barba alle grandi potenze atlantiche e socialiste, che nei trattati di pace dimenticarono di inibire loro il gioco del pallone. Per oggi sarebbe sufficiente sconfiggere la Cecoslovacchia, che però non è disponibile al sacrificio, sfrutta l'arma tipica di coloro che vengono stretti d'assedio - il contropiede - e va a riprendere fiato negli spogliatoi in vantaggio di due gol. L'assedio prosegue, e siamo appunto al momento (intorno al quarto d'ora dalla ripresa del gioco) in cui il pallone è lassù, sopra le teste dei giocatori, vola spinto di testa in testa, e molti si chiedono cosa stia aspettando Břetislav Dolejší, estremo difensore slovacco: deve uscire, deve interrompere quelle pericolose giravolte. Ecco che il pallone viene verso di lui. Ma verso di lui piomba anche Hans Schäfer (foto), potente attaccante teutonico. Břetislav acchiappa la sfera, ma simultaneo è l'impatto con Schäfer: portiere e pallone finiscono in rete. Due a uno. Il destino della partita è segnato, e sarà il piedone di Uwe Seeler a fissare il pareggio e tenere viva nel suo paese la speranza di un altro miracolo.
Cineteca


1969
Una carriera (e una coppa) in tre gol

Don Revie guidava il Leeds United, da qualche anno; era un allenatore di successo, e fece vivere ai Peacocks stagioni di avanguardia. Anche in Europa. Aveva parecchia fiducia nei suoi: tant'è vero che, quando sul finire dell'inverno gli ungheresi dell'Ujpest li buttarono fuori dalla Coppa fieristica senza faticare più di tanto, lui si convinse che doveva per forza trattarsi di uno squadrone per chiunque inarrivabile (o quasi). E difatti i magiari cavalcarono sino alla finale, dove il tabellone fissò per loro l'appuntamento con un altro undici albionico: il Newcastle United. Don Revie sentenziò: "solo se potessero schierare tutti insieme George Best, Bobby Charlton e Billy Bremmer, i Magpies avrebbero qualche chance". Esagerato. Di fatto, fu sufficiente schierare Bobby Moncur (skipper del Newcastle: foto), scozzese come Bremner (skipper del Leeds), ma le cose del calcio vanno sempre esaminate nel dettaglio. E il dettaglio è che, in tutta la sua carriera (dodici stagioni nel Newcastle - a partire dal 1962 -, centinaia di partite), Bobby Moncur (difensore centrale di ruolo) fece solo tre gol. Tutti e tre ad Antal Szentmihályi, che era il portiere dell'Ujpest: segnò i primi due della gara d'andata (finita 3 a 0), segnò il primo dei suoi nella gara di ritorno (una splendida girata a volo di sinistro nel cuore dell'area intasata), che si stava mettendo assai male. Così il Newcastle alzò il suo primo trofeo continentale. Primo e ultimo, va da sé.

1970
Ove si narra di come Israele non fu una seconda Corea

Alla Bombonera di Toluca, l'Italia non riesce a superare un gruppo di dilettanti israeliani vestiti da calciatori. Gli azzurri, avendo paura di perdere (sarebbe stata un'altra Corea), schiumano rabbia per novanta minuti. Sbagliano l'inenarrabile. Pagano errori dell'arbitro e soprattutto di un "guardalinee abissino" (e perciò tutt'altro che ben disposto a regalarci alcunché, scrisse Giovanni Arpino tra una riga e l'altra). Sicché verso la fine "deve salvarci Albertosi [figurina] da quella che sarebbe una beffa grottesca. La casse à épargne ha funzionato ancora. Siamo primi del nostro gruppo con quattro punti e un miracoloso golletto. Sarà micragna ma, tutto sommato, viva! Da quanti mondiali non si aveva il bene di passare il turno?" (Brera). Ce la vedremo nei quarti col México: "notte per notte aumenta la sua pazzia tifosa, le avenidas sono ingombre e decine di migliaia di automobili strepitano come un maremoto. Usciremo vivi da questa febbre?" (Arpino).
Cineteca

1984
Ce soir au Parc des Princes

Il momento è arrivato anche per loro. Poco meno di mezzo secolo dopo  la coppa del mondo  - organizzata quando in Europa si sentiva puzza di bruciato, e dalla quale li eliminò una squadra di italiani obbligati a salutare la folla col saluto romano -, i francesi fanno la coda del pavone e ospitano la rassegna continentale col ruolo di favoriti. Les Italiens sono rimasti a casa (affari loro), e puranco les Anglaises (peccato: sarebbe stato bello costringerli a un bagno nella Senna). Ci sono gli alamanni, e bisognerà stare attenti. Ma in cartellone c'è una sola star: Michel Platini. Cari amici, si apre la favolosa sagra del calcio-champagne, calcio da leccarsi i baffi. Stasera, al Parc des Princes, gran galà, overture, sono invitate anche le signore. "Excuse-moi, monsieur: qui jouera ce soir contre la France?" Mesdames et mossieurs, ultimi biglietti, solo diecimila franchi per vedere il primo gol di roi Michel al Championnat d'Europe de football. Prima della partita, è previsto che Platini salga per alcuni istanti nel palco delle autorità, per una rapida prova di sollevamento de la coupe (foto). Non mancate: ce soir au Parc des Princes, rue du Commandant Guilbaud, XVIe arrondissement.


1986
Quando Lineker è in giornata

La testa di Bobby Robson è ancora attaccata al collo; cosa deve succedere perché ne venga definitivamente per quanto metaforicamente separata? Semplice: è sufficiente che oggi, all'Universitario di San Nicolás de los Garza, l'Inghilterra non batta la Polonia, e che il Portogallo non vinca col Marocco. Eh eh eh. Qualcuno è disposto a scommettere un penny sulla testa di Bobby Robson? Ovviamente no. I terrificanti Leoni in 180 minuti non sono riusciti a perforare nemmeno una volta le difese avversarie. Zero gol al Portogallo, zero al Marocco. Un disastro? Molto, molto peggio. Beh, si dirà: in fondo non è che siano abituati a dominare competizioni e partite. Anzi. Vediamo quel che succede. Intanto, nella Polonia non gioca più Tomaszewski, certo è una buona notizia. Gioca, invece, Gary Lineker (foto). Anzi, gioca solo lui. Ma quando gli capitano giornate così, è una grandinata di gol. Ne segna tre in mezz'ora, e poi si sdraia dietro la porta dei polacchi ad aspettare notizie da Guadalajara. A Guadalajara - già - i portoghesi - che maleducati! - invece di giocare aspettano notizie dalla partita di San Nicolás de los Garza, e così il Marocco li castiga: tre a uno, bye bye Lusitania. 


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30 maggio

1946
Il tulipano volante

Anche in Belgio e in Olanda, finita l'occupazione hitleriana, si può tornare al gioco del pallone. E dunque riacquistano attualità le loro antiche e forzatamente accantonate magagne, da risolvere sui verdissimi prati delle terre basse. Nel 1946 gli undici confinanti scaldarono i bulloni, fissando un doppio appuntamento. I primi a muoversi furono i belgi, che il 13 maggio si recarono in visita ad Amsterdam; all'Olympisch Stadion trovarono una confezione-dono di sei palloni, tutti gentilmente consegnati alle spalle del loro portiere, Piet Kraak. Buone relazioni di vicinato prevedono la reciprocità, e così tocca poi agli olandesi (il 30 maggio) varcare la frontiera, arrivare fino ad Anversa, raggiungere il Bosuilstadion, e vedere un po' cos'hanno intenzione di fare i sudditi dell'ambiguo Leopoldo III. Nulla. Solo vane formalità. E' verso la fine del primo tempo che Servaas 'Faas' Wilkes, mezzala d'attacco e grande stella del Xerzes di Rotterdam, perde la pazienza. Senza gol non si diverte. Ne cucina due, poi è tempo di  rientrare negli spogliatoi. Ad Amsterdam - detto per inciso - ne aveva serviti tre. Furibondi per lo sgarbo, i belgi tornano in campo e rendono subito pan per focaccia: due sberle, due a due. Poi si ricomincia a far salotto, come tra vecchi amici. Anche Wilkes è satollo. Si è fatto notare abbastanza. Diventerà professionista, verrà in Italia, sarà un grande dell'Inter nei primi 1950s, ma i colori dell'Olanda non li potrà più indossare fino al 1956. Peccato: perché in sole trentotto partite ha firmato la bellezza di trentacinque gol; dodici con autografo e dedica per i portieri del Belgio.
Tabellino | Wilkes: profilo e carriera internazionale


1957
La vana resistenza Viola

La primavera del 1957, per la nazionale italiana, è stata peggio che un incubo. Batoste durissime, in Portogallo e in Jugoslavia. E ancora brucia la prospettiva di non poter andare (a far che?) in Svezia. C'è, tuttavia, un altro modo di guardare al calcio, e dunque alla vita. I campioni d'Italia sono arrivati sino alla finale della Coppa dei campioni. E' solo la seconda edizione, ma gode già di un certo prestigio. Tuttavia e purtroppo, la finale si gioca contro il Real Madrid. Come non bastasse, si deve giocare sul campo del Real Madrid, a Chamartín. Monsù Poss è preoccupato, e gli si inceppa la prosa: "ci presentiamo con un timore che è inutile tacere e un'impressione che grava come una cappa di piombo su tutto l'ambiente nostro: quello che l'andamento del gioco e il risultato fra società di campionato non confermi senza reticenze né complimenti quanto è avvenuto fra le compagini nazionali, per quanto ci riguarda". Tutto sommato, le cose non vanno poi così male. Gli assi madridisti tardano a ingranare. La Fiorentina disputa "una partita maschia, lottando con i denti per non capitolare". Ci vuole un penalty (secondo Pozzo inventato) per schiodare il match quando - dopo 69 minuti "de angustia" (Mundo Deportivo) - già si sente puzza di extra-time, sgraditissima ai centoquarantamila nelle cui menti qualche dubbio cominciava a fare capolino. Lo trasforma Di Stéfano (foto), e cominciano a scorrere i titoli di coda.

1962
Ural-2

Quattro gironi, una partita per girone, tutte e quattro alla stessa ora. Inizia la Coppa Rimet organizzata dal Cile. L'attesa è stata lunga: quattro anni, e l'impazienza cresce. Si inganna il tempo. E' iniziata l'era dei cervelloni elettronici. Idea! Perché non sollecitarli a perforare schede e schedine che diano i giusti pronostici per il mondiale? Anche gli scienziati sovietici, in fondo, sono appassionati di football, e così alcuni di loro, nella pausa-caffè, chiedono il responso di Ural-2 (foto). Lo rimpinzano con un bel po' di dati, e quello - satollo e soddisfatto come si deve - produce tecnomanzia. Vincerà l'Unione Sovietica. "Evviva!". Infatti. E poi? L'Italia si qualificherà per i quarti di finale. Infatti. E poi? Anche il Brasile (oh bella, su questo nessuno si sarebbe azzardato a scommettere). E poi? Boh! Nel frattempo, le partite sono iniziate. Arrivano i gol. Il primo, a Rancagua. Più veloce di tutti è stato Héctor Facundo, attaccante del San Lorenzo de Almagro. Il suo gol, in Argentina-Bulgaria, resta unico e perciò decisivo. A proposito, Ural -2: e l'Argentina? Nessuna risposta. Dorme della grossa.



30 maggio 1964
La collezione di Bobby Moore

Bobby Moore non collezionava francobolli o figurine, ma magliette di Pelé. Tutti o quasi hanno negli occhi la famosa immagine dei due a torso nudo dopo la bella partita di Guadalajara del 1970; ma la stessa cosa era avvenuta al Maracanã il 30 maggio del 1964, a leggere le cronache. Si inaugurava un bel quadrangolare, oltre alla Seleçao e agli inglesi partecipavano Portugal e Argentina. Ovviamente, il Brasile diede spettacolo. Pelé disputò "una partita sensazionale meritandosi l'ammirazione dei suoi stessi avversari. Appena terminata la gara, infatti, il capitano degli inglesi Moore gli è corso incontro e gli ha tolto la maglietta che ha voluto conservare per ricordo" (Stampa sera, 2 giugno 1964, p. 9). Era finita cinque a uno per i verde-oro. Si capisce perché O Rey abbia poi sempre affermato che Moore era il più corretto difensore che avesse mai incontrato: perché iniziava a marcarlo stretto solo dopo il novantesimo. Come che sia, i due non si persero mai di vista, e parecchie volte hanno posato per i fotografi, fino ai tardi 1970s (foto), quando entrambi collaborarono nell'inutile tentativo di evangelizzare gli Stati Uniti.
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1969
Duello per le tortillas

Otto posti a tavola su sedici avranno le europee al banchetto messicano - anzi nove, perché gli inglesi devono portare la coppa e dunque sono invitati aggratis. In trenta, quindi, si devono azzuffare per conquistare il biglietto. Poiché non è consigliabile una rissa generale, vengono divise in gruppetti, quale da tre, quale da quattro rappresentative nazionali. In uno di questi, ci sono - nientemeno - Ungheria e Cecoslovacchia, cioè le finaliste sconfitte di ben quattro mondiali. Purtroppo, una delle due soccomberà. Il primo duello si svolge al Népstadion. Due squadre giovani, fondate l'uno sul blocco dell'Ujpest e l'altro su quello dello Spartak di Trnava, entrambe di più che discreto livello europeo. Prevalgono gli ungheresi con un classico due a zero - sblocca un esordiente (Antal Dunai, foto) e rifinisce il veterano (Flórián Albert) -, mettendo in cassaforte almeno mezza illusione di poter essere loro a spiccare il volo per il continente americano tra un anno esatto.
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30 maggio 1984
Circo Massimo

La città è eterna e sempre lo sarà, e dunque prima o poi una squadra di Roma riuscirà a vincere la Coppa dei campioni - torneo pure destinato ad esistere sino alla fine dei tempi; che la fine dei tempi debba poi coincidere con la fine della storia del calcio (o viceversa), non è detto (anzi). Finora, è vero, c'è stata una sola possibilità. La Roma di Liedholm, Bruno Conti e Falcao ha acciuffato - a fatica ma l'ha acciuffato - il diritto di giocarsela con il Liverpool. All'Olimpico, per di più. L'Olimpico è troppo stretto, stasera. Al Circo Massimo ci sono un milione di persone e un maxi-schermo. Ma c'è il Liverpool. E' uno squadrone, si sa. Chi indossa quelle maglie è già andato e tornato dall'inferno mille volte. Una finale di questa coppa, loro, non l'hanno mai persa. E difatti, eccolo lì: Phil Neal, il terzino destro. E' un vecchio bucaniere, sa sempre dove piazzarsi. C'è una mischia in area, il pallone impazzisce e si placa solo quando finisce tra i suoi piedi. Uno a zero. La salita è già iniziata. Pruzzo si esercita nella sua specialità: colpo di testa acrobatico in avvitamento (foto). Uno a uno. Poi una sofferenza infinita, fino allo stillicidio dei calci di rigore. La serata finisce come tutti - sotto sotto - temevano. Ci sarebbe stata una soluzione: portare i Reds al Circo Massimo, e darli in pasto ai leoni. E invece, nessuno ha più voglia di cantare, verso mezzanotte, nelle strade di Roma, caput mundi.


28 maggio

1969
Pallone d'oro in arrivo per l'abatino

Perché l'abatino vincerà quest'anno il pallone d'oro? Perché a tutti sono rimaste impresse nella mente alcune sue leggiadre giocate nella finale di Coppa dei campioni, al Bernabéu, contro l'Ajax. Quella sera, lui e Pierino Prati hanno fatto vedere i sorci verdi ai Lancieri. Negli anni a seguire, quelli in vena di provocazioni chiedevano a Johan Cruijff: "ti ricordi di Pierino la Peste?". Nessuna risposta. Gli si appannava la vista e, sicuramente, avvertiva una morsa allo stomaco. Non gli piaceva perdere, e non gli piaceva tornare con la mente alle sconfitte. Ma dicevamo di Rivera. Eccolo in fuga, nella metà campo dell'Ajax. Il suo dribbling è basico, ma efficace. Ha davanti a sé soltanto il portiere, e lo scarta. Ma si allunga la sfera. Si decentra, in direzione dell'ángulo de la muerte, da dove la porta sembra solo un dettaglio in quell'enorme catino. Niente da fare, l'occasione è perduta. Ma lui non si agita, è uno per il quale la sola cosa importante è avere sempre delle idee. Così si ferma, alza la testa, e vede che l'area si sta affollando. Sfiora la palla, ed è una traiettoria né veloce né lenta, né lunga né corta. Se sulla testa di Prati ci fosse una lattina di birra, l'avrebbe centrata in pieno. Ma non c'è, e così Pierino può solo prodursi in uno stacco lieve, colpendo la sfera con la fronte e incrociandola sul lato più lontano (foto). E' finita. Quattro a uno. Rossoneri di nuovo sul palco d'onore, a ricevere la coppa.
Cineteca


1976
Italiani a New York

La nazionale italiana gioca per la prima volta in una delle più grandi città italiane del mondo: a New York. E' andata fin là solo perché esclusa dalla fase finale degli europei, e uguale motivo ha convinto gli inglesi ad accettare l'invito. Si gioca un torneo di soccer sponsorizzato dal quinto evangelista, Edson Arantes do Nascimento, con la scusa di festeggiare il bicentenario dell'indipendenza americana. C'è anche il Brasile, e a completare il quartetto una selezione denominata Team America, costituita dalle star della North American Soccer League - per lo più pedatori a fine corsa, tra i quali ovviamente Pelé. Oggi, allo Yankee Stadium (foto), c'è Italia-Inghilterra, puro entertainment per tutti o quasi. Don Revie ha, sinora, vinto solo le partite che non contano; fa esordire tra i pali John Rimmer, goalkeeper dell'Arsenal, che ne becca due in pochi minuti e prende un volo per Londra prima dell'inizio del secondo tempo. Che bellezza, per i nostri milioni di immigrati. Si farà festa, stasera, per le strade di Little Italy. Un corno. Riprende la partita, e in un amen quelli ne fanno tre. Oddio. Dagli spalti, insulti beffardi, è un vero tradimento. Fuffo Bernardini dice che ci siamo spaventati. Perché? Perché stavamo giocando troppo bene! Per Bearzot invece - certo, gli errori individuali non sono mancati - ha fatto semplicemente capolino l'imponderabile. Altrimenti, come si potrebbe spiegare il pugno sferrato da Giacintone a Dave Clement? Come che sia, il dramma verrà superato in fretta; in autunno rivedremo gli inglesi per una partita che conta davvero, e riceveranno una sonora lezione!


1980
I favolosi anni della contea

Certo, se la risposta fosse affermativa, sarebbe un paradosso: esiste la bacheca di un club nella quale si conta un numero di coppe dalle grandi orecchie doppio rispetto a quello dei piatti ricevuti per il titolo di campione nazionale? Sì, esiste. Si tratta di un club che però, paradossalmente, nessuno annovera fra le grandi leggende del football europeo. La squadra favolosa di quegli anni (i last Seventies) era il Liverpool. Ma fu proprio il Nottingham Forest, sotto la guida di Brian Clough, a spezzarne l'egemonia. Una cavalcata impensabile, se si pensa che i Tricky Trees, dal 1972, vagavano intristiti per i campi roventi della Seconda Divisione: fino alla tarda primavera del 1977, quando acciuffarono finalmente il terzo posto, l'ultimo utile per il transito nella First. Il motore restò caldo, perché in estate si divorarono, come leggero antipasto, la seconda edizione della Anglo-Scottish Cup. Poi, nella ripetizione della finale (22 marzo 1978), si gustarono la Football League Cup, lasciando il Liverpool a bocca asciutta. E il digiuno domestico dei Reds non era finito, perché conclusero la First Division a ben sette punti dal neo-promosso Nottingham (ma a Liverpool banchettarono, rifacendosi ampiamente con la Coppa dei Campioni, a fine maggio). Per la prima e ultima volta, il titolo nazionale veniva festeggiato nella contea resa eterna dalla cultura popolare, e che stava per entrare nella geografia del mondo incantato di Eupalla. Infatti, come sanno tutti gli eupallici, arrivarono i due trofei continentali (il buongiorno si vede dal mattino: i neofiti di Clough si trovarono opposti al Liverpool detentore per il turno d'esordio, e lo liquidarono senza problemi), ma anche una seconda League Cup, la Charity Shield, e l'Uefa Super Cup. Con la finale del 28 maggio 1980 contro l'Amburgo quel romanzo giunge al suo lieto epilogo. Lo scrive e lo firma, con un autentico masterpiece, il protagonista che fa capolino in tutte le sue pagine (243 partite consecutive, fra il dicembre del 1976 e il dicembre del 1980). L'ala sinistra del Nottingham, destrorsa e scozzese, John Neilson 'Super Tramp' Robertson (foto). Parole di Brian Clough: "John Robertson was a very unattractive young man. If one day I was feeling a bit off colour, I would sit next to him. I was bloody Errol Flynn compared to him. But give him a yard of grass and he was an artist. The Picasso of our game".
Cineteca


2003
Il grande assente

Le telecamere vanno spesso su di lui, il grande assente. Certo, se ci fosse lui sarebbe un'altra partita. Vedi cosa può costare un cartellino giallo di troppo? Castigo dietro la lavagna per chi lo piglia, e penitenza per i suoi compagni di squadra. Al Teatro dei sogni va in scena una finale di coppa tutt'altro che memorabile; del resto, sosteneva la critica che non ha in particolare simpatia the italian way, che spettacolo possono mai offrire Milan e Juventus? In fin dei conti, la partita non è stata inguardabile. Certo, nemmeno l'ombra di un gol - belle parate, bei tiri, belle azioni: qualcosa c'è stato -, si finisce alla cosiddetta lotteria dei rigori e il biglietto vincente, che è poi l'ultimo da estrarre, è nelle mani di Sheva. Da dietro la lavagna, Pavel Nedved sente l'urlo della torcìda rossonera levarsi per assordare il cielo dell'Inghilterra, e tenendosi la testa tra le mani pensa che non meritava il castigo, e che se avesse potuto giocare la storia non sarebbe finita così. Molti la pensano allo stesso modo. Ma chissà.