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30 gennaio

1927
Il formidabile trio

Al Parc des Sports di Ginevra l'Italia affronta la Svizzera. "Il trio difensivo è quello dei ragionieri piemontesi. In attacco esordisce il formidabile trio torinista Baloncieri-Libonatti-Rossetto" (Gianni Brera). Solo l'ultimo è un vero bòcia. Goleada azzurra: 5-1, ed è la seconda volta che i rossocrociati si inchinano in casa propria. Rossetto timbra il tabellino, ma Baloncieri (nella foto) esagera, e si porta a casa il pallone. Pozzo, CT e inviato speciale de La Stampa, titola raggiante: "Clamoroso successo dei calciatori italiani a Ginevra".
Tabellino



1937
Prossimamente al Gasómetro

Al Gasómetro de Boedo (foto) ultima partita del Campionato Sudamericano. Il Brasile le ha vinte tutte, l'Argentina no (ha perso - guarda caso - con l'Uruguay). Partita maschia ma corretta, l'Argentina prevale per un solo gol. "Una volta tanto non si debbono lamentare gravi incidenti", commentava un foglio sportivo italiano. Ora però, avendo le due squadre concluso il torneo a pari punti (formula all'italiana), occorre si decida chi l'ha vinto. Le parti si accordano per uno spareggio, da disputare prossimamente. Quando? Dove? Si vedrà. Vecchi tempi.


1957
Un altro formidabile trio

Modesto è l'undici arancione che fa visita al Bernabéu, per affrontare una Spagna cui serve, più che vincere, giocare qualche partita. La Roja gioca e vince largo, e soprattutto schiera per la prima volta e tutti insieme tre giganti: Kubala, Suarez e Di Stéfano. Luisito (nella foto) e la 'Saeta rubia' sono all'esordio assoluto. L'ombra di costoro si allunga fino alla Svezia; a marzo inizia il torneo di qualificazione. E' forse proibito sognare? 
Tabellino | Highlights


1972
I trucchi delle provinciali

Prima di ritorno; a Catanzaro non piove da giorni, ma il manto erboso del Comunale è una risaia, una palude, un acquitrino. "In albergo mancava l'acqua, forse era stata dirottata tutta sul campo", disse un pedatore juventino. La Signora si impantana, ed eroe della giornata è Angelo Mammì (nella foto), calabrese di Reggio, che dà di capoccia alla palla giusta quando manca assai poco al 90'. La partita entra di diritto nella Grande Storia della Serie A, e campeggia come foto di copertina in quella del Catanzaro. Cui non eviterà la retrocessione.


1974
Traditore o patriota?

Si spegne, a Burnley, Jimmy Hogan. E' considerato una delle figure più importanti del football internazionale nella prima metà del '900. Giocatore, e soprattutto allenatore. Un allenatore 'moderno' e girovago. Diffonde il verbo del passing game (poco amato dagli inglesi) nella Mitteleuropa. "We played football as Jimmy Hogan taught us. When our football history is told, his name should be written in gold letters": parole di Gusztáv Szebes, architetto dell'Aranycsapat.
Profilo

2008
I Boeren fanno il vuoto

Il PSV passa all'Amsterdam Arena, allunga e l'Ajax perde definitivamente la ruota. Non è un brutto Ajax, se si guardano i nomi: Suarez e Huntelaar davanti, Gabri e Davids (tornato all'ovile: nella foto) in mezzo, Rommedahl sulla destra. Stekelenburg in porta. Nel PSV, l'unico di nome è Farfán. Edgar gioca male e perde le staffe. Quelli di Eindhoven riescono a buttar dentro i palloni buoni, gli ajacidi sprecano. Il che spiega perché al piatto dell'Eredivisie dovrà esser trovato uno spazio nella bacheca dei Boeren. Una bacheca sempre più intasata.

9 gennaio

1938
La classe non evapora

Il Bari, in gita a Milano, visita come da programma l'Arena Civica. C'è una comitiva ad aspettarli, e il capo - Peppino Meazza - è di pessimo umore. Non ha proprio voglia di scherzare, e lascia per souvenir ad Alferio Cubi (portiere degli ospiti, nella foto) nientemeno che cinque palloni. Questa la descrizione del suo quarto cadeau su La Stampa: "Notevole l'ottava rete dell'Ambrosiana, segnata con un'azione vecchio stampo: fuga da metà campo e poderoso, imparabile tiro da venti metri". La classe non evapora con gli anni, e questa sarà l'ultima grande stagione del Pep: scudetto e coppa del mondo.


1972
Luisito non si emoziona mai

"Non mi ricordo che l'Inter in casa abbia preso quattro gol", dice Fraizzoli ai cronisti nel dopopartita. Boh, bisognerebbe compulsare gli almanacchi, probabile non abbia torto. Vero però che ne ha fatti altrettanti, e Bonimba s'è portato a casa il pallone (ma due li ha messi dal dischetto). Morale: Inter-Samp quattro a quattro, spettacolo a San Siro. Ma ci sono cose che bruciano. I nerazzurri hanno preso due gol negli ultimi minuti, intanto. Farsi fregare da Heriberto (sulla panca doriana) è insopportabile, inoltre. Ma soprattutto - soprattutto! - brucia questo, che per il secondo anno di fila, tornato nel suo stadio, con freddezza da grande professionista, il penalty decisivo lo trasforma lui, Luisito, sì proprio lui, Luisito. Luisito Suarez non si emoziona mai.
Tabellino | Highlights | Radiocronaca


1972
La papera di Gedeone

E' vero, diranno i pignoli, quel soprannome glielo diedero a Napoli, dove andò alla fine di quella stagione. Della sua annata (pure conclusa con lo scudetto in saccoccia) alla Juventus, tutti si ricordano però l'incidente di Cagliari. E' il novantesimo di una partita molto tirata, il punteggio è in equilibrio (uno a uno). "Una rimessa laterale a metà campo: Poletti appoggia breve a Domenghini. Testa bassa, piede poco persuaso, il «messicano» Domingo, anche lui rassegnatissimo dopo novanta minuti di battaglia orgogliosa e per lunghi tratti ubriacante (domandare, per conferma, ai vari bianconeri che hanno dovuto contrastarlo in azione), effettua un lunghissimo spiovente verso l'area di rigore juventina. Il pallone vola per una quarantina di metri, carambola dall'alto al basso. Carmignani esce tranquillo ad attenderlo, infatti il pallone rimbalza a terra, si avvia placido verso le mani del portiere bianconero. Carmignani è sicuro di se, ha parato finora nientemeno che quattro palloni-gol fulminatigli contro dal sinistro di Riva. Accoglie la palla, ormai spenta, che però gli sfugge, gli cade alle spalle e di sbieco, due sardi che hanno seguito l'azione per puro senso professionale si avventano come falchi. Sono Brugnera e Gori. Un tocco. E' di Gori, il migliore in campo. Fa due a uno. E Carmignani si stringe le tempie tra i guanti, i bianconeri si guardano smarriti, stupefatti. L'arbitro fischia la fine" (Giovanni Arpino). E va bene. Capita. A tutti i portieri è capitato, almeno una volta. Anche più di una volta. Lui ha l'aria di uno che, quasi quasi, appende le scarpe al chiodo. "Ho incassato un gol così assurdo che non riesco a darmi pace. Sono un tipo sensibile e mi sento distrutto moralmente. Non è il giocatore che parla, è l'uomo. In questo momento non posso dire cosa farò. Domani, a mente serena, parlerò con i dirigenti e ad essi esporrò il mio pensiero. Temo che la sfortuna possa perseguitarmi ancora. Un errore cosi non ha giustificazioni. Forse chiederò di essere sostituito, di riposare, di trascorrere qualche tempo lontano da Torino. In questo momento ho la testa vuota, non sono in grado di connettere. Lasciatemi tempo per pensare. Domani prenderò una decisione". Pover'uomo. Telefona alla moglie, singhiozzando: "Smetto di giocare". Suvvia, è solo un pallone che rotola, e qualche volta i suoi rimbalzi sono davvero molto strani. 
Tabellino | Highlights
Virgolettati da 'La Stampa' del 10 e 11 gennaio 1972




1974
Alzeremo anche questa coppa

Senta, cosa ci fa il Golden con la maglia numero nove?
Ah, ho capito, manca Bigon.
E il biondone chi è?
Schnellinger? Ah, gioca ancora.
Scusi, e il numero quattordici degli olandesi?
Ah ho capito, non c'è. Peccato, ero venuto soprattutto per vedere lui, ne sento dire un gran bene.
Senta, già che ci siamo: Hamrin è in panchina? infortunato? escluso per scelta tecnica?
Ah ho capito, ha smesso di giocare da qualche anno.
Anche il Ragno Nero?
Senta, se non ricordo male l'ultima volta che abbiamo incrociato costoro è finita otto a uno per noi, sette pere di Pierino.
Come? Quattro a uno? Sicuro? A proposito, non lo vedo in campo.
Ah ho capito, è passato alla Roma. Vai a sapere perché.
Come dice? Ah ho capito, il suo posto l'ha preso Cavallo Pazzo, il biliardista.
Senta, per che coppa si gioca?, non ho ben capito, enon dev'essere così importante, qui ci sono quattro gatti, comincio ad avere qualche sospetto.
Ah, ho capito, è addirittura una supercoppa. Nientemeno!
Senta, com'è che quelli in maglia rossonera non toccano palla?
"Vedrà vedrà, al primo contropiede gli facciamo passare la voglia di correre in lungo e in largo. Ecco, vede? Come si chiama il brocco che è scivolato? Blankenburg? Visto? Lancio lungo del portiere, buco del loro difensore, gol. Matematico".
Vero. Beh, quanto manca alla fine? Un quarto d'ora?
Bene, alzeremo anche questa coppa, poi mi spiega bene che coppa è.
Come? Ah ho capito, c'è ancora la partita di ritorno. In Olanda. Ad Amsterdam.
Tra una settimana.
Certo, la vedo brutta per noi.
"Ma su, un pizzico di ottimismo!"


2007
He missed a penalty!

In compenso, con quattro reti, Júlio Baptista (nella foto) timbra una delle più significative razzie compiute dall'Arsenal ad Anfield Road. Sono i quarti di finale della Curling Cup (già League Cup). Da tempo immemorabile il Liverpool non subiva sei reti fra le mura di casa; e così, "at the final whistle ... Anfield was in shock. Outfought, out-thought and, ultimately, outclassed" (Daniel Taylor, The Guardian).

2 gennaio

1955
Vizi antichi

Beh, il 2 gennaio 1955 a Firenze la storia è brutta. C'è il derby dell'Appennino, e chi arbitra? Il giovane Giulio Campanati. Sì, lui, allora poco più che trentenne, protagonista più avanti di una carriera dirigenziale ad altissimo livello. La partita è accesa, ma Campanati commette alcuni errori che sembrano evidenti. Tutti a favore del Bologna, dicono le cronache. Non vede falli di mano in area, non fischia posizioni di off-side segnalate dal guardalinee, espelle un giocatore viola (Magnini). Capita, si sa. Sugli spalti monta un certo nervosismo, che (non improvvisamente) esplode. Dal settore opposto alla tribuna d'onore, la gente tracima in campo. Campanati e i suoi collaboratori fuggono verso gli spogliatoi; l'arbitro, vicino al sottopassaggio, riceve un paio di botte in testa. Gli tirano addosso di tutto. Protetto dalla polizia, Campanati lascia lo stadio. Partita sospesa: il Bologna conduceva per tre reti a una.
Setimana INCOM 


1972
Scende la pioggia

Come non di rado capitava, squadre e squadroni di Milano e Torino s'incrociano nella stessa domenica: autostrade ingolfate e stadi pieni. A San Siro c'è Inter-Juventus (sfida di vertice), la polizia spara lacrimogeni sugli aspiranti portoghesi, Prisco dice che lo stadio è ormai troppo piccolo e ce ne vorrebbe uno da settecentomila posti (testuale). Invece al Comunale c'è Torino-Milan, ma piove e gli spalti presentano una distesa di ombrelli (foto). Ma ha piovuto troppo poco, purtroppo per il Toro. Perché? Perché la società ha stipulato con Moschino e Puja (già calciatori granata, e rappresentanti di una compagnia di assicurazioni) uno speciale contratto. Occorreva cautelarsi contro i rischi del maltempo. E dunque l'assicurazione è tenuta a versare cinque milioni di lire ogni maledetta domenica quando, nell'ora che precede la partita, cadono almeno due millimetri di pioggia. "Ieri, un'ora prima della partita, è stato messo in azione sul campo un idrometro, con Puja e iI dottor Bonetto che fungevano da controllori. Quando l'arbitro ha dato il fischio d'inizio erano caduti un millimetro e mezzo di pioggia: «una volta tanto — ha commentato il dr. Bonetto — ho fatto il tifo perché piovesse. Mezzo millimetro di pioggia in più non avrebbe danneggiato ulteriormente l'incontro e noi avremmo attenuato la rabbia per il misero incasso». Sembra che Puja abbia fatto il 'tifo' contro il Torino", e vai a fidarti degli ex (La Stampa, 3 gennaio 1972). Altro da dire, su quelle due partite nelle quali non si vide lo straccio di un gol, non c'è.


2013
Mazurka

Mazurka era uno capace di ipnotizzare anche Pelé. "Ho giocato contro tanti portieri, ma solo lui mi incuteva il timore di sbagliare. Non lo dovevi guardare, perché ti impietriva. Ti restava solo la possibilità di ragionare sui movimenti della sua ombra, perché se volevi vedere le sue intenzioni eri perduto". Già. Ladislao Mazurkievicz, il grande portiere del Peñarol e dell'Uruguay. E di varie altre squadre, in Sudamérica e in Europa, ma soprattutto in Sudamérica, dove alzò tutti i trofei che era possibile alzare. Mazurka si spense, a Montevideo, il 2 gennaio 2013.
1971
Ibrox Park Disaster

"He took me back into the ground and across the pitch. It occurred to me that if every young boy's dream was walking on the turf, this wasn't how I wanted to do it. There were bodies lying around on stretchers."
Alla fine dell'Old Firm, la pressione dei tifosi provoca il crollo della Western Tribune Stand, appena costruita. Sessantasei le vittime, e centinaia i feriti.
BBC: testimonianze: 1 -2 | Telegraph | Daily RecordVideo


14 settembre

1972
Una serata al Pireo con Gigi Riva

Non è ancora iniziata la Serie A, e già la carovana delle coppe europee si è messa in cammino. Al Cagliari, dopo gli anni del filosofo, è arrivato Mondino Fabbri; guida una squadra non molto diversa da quella che vinse lo scudetto, ma ormai tendente al logorìo anagrafico e agonistico dei suoi uomini migliori. Si va in Grecia, al Georgios Karaiskakis del Pireo, stadio dell'Olympiakos (foto). La condizione è scadente, sicché i sardi si trovano sotto di due gol già alla fine del primo tempo, anche se le occasioni non sono mancate. L'avventura, appena iniziata, sembra già finita. Intorno all'ora di gioco tuttavia Domenghini, con una delle sue tipiche azioni 'ignoranti', con una delle ciabattate estemporanee che sgancia da venti-trenta metri quando è sull'orlo dell'inciucchimento psico-aerobico, un destro da fuori area imprendibile - non in assoluto, ma appunto perché è una sua specialità -, rende meno amara la sconfitta e possibile il passaggio del turno. Ci penserà Gigi Riva, pensano i più. Ma, nella gara di ritorno, al Sant'Elia, Rombodituono marcherà visita, i greci passeranno e così, per il Gran Lombardo, quella del Pireo rimarrà l'ultima serata di coppa di una troppo breve carriera.
Tabellino | Highlights


1977
La prima volta senza i Blancos

Svolti a suo tempo i sorteggi del primo turno, oggi si gioca. Le coppe europee prendono il via, siamo nella stagione che porta ai mondiali. La formula è quella antica, originale, la più bella in fondo: solo partite a eliminazione diretta, andata e ritorno. Niente teste di serie. Niente ranking. Squadroni che escono subito perché subito opposti ad altri squadroni. Delle italiane, quelle che andranno più lontano sono le dominatrici del momento: le torinesi. La Juventus si arrenderà solo in semifinale, di fronte al Bruges; il Torino, in Coppa Uefa, incrocerà il Bastia negli ottavi e dovrà alzare bandiera bianca. Sulle altre (Milan, Inter, Fiorentina) stendiamo un velo pietoso. Tuttavia, questa inaugurazione del circo verrà ricordata soprattutto per l'assenza di una delle sue principali attrazioni. Che circo è senza i trapezisti? O senza i domatori di animali feroci?  Non era mai successo. Dopo ventidue anni, l'Europa del calcio si mette in cammino senza il Real Madrid. Santiago Bernabéu è malato, la squadra in crisi: ha concluso l'ultima Primera División al nono posto. E' vero, oggi sembra impossibile. Tante cose del calcio di quarant'anni fa, oggi, sarebbero impossibili.

27 agosto

1972
Il capellone di Vejle

Al Drei Flüsse Stadion di Passau, in bassa Baviera, si gioca a pallone per il torneo olimpico. Un bel girone, ci sono Brasile e Ungheria, ma c'è anche la Danimarca che nella prima partita incontra la Seleçao. L'ala destra dei danesi è un piccoletto capellone, piedi buoni e molto veloci, vent'anni e fiato da vendere. Molte ambizioni, si capisce, e non potrà essere certo nel Vejle Boldklub che le soddisferà. Infatti lo ha già ingaggiato il Borussia M'Gladbach, squadrone di livello europeo. La partita di cui si diceva è avvincente, benché olimpica. Il bassotto fa l'ala destra ma ha il nove sulla schiena, e inaugura il tabellino con un gol di puro opportunismo. I brasiliani subiscono e ne prendono un altro, stanno per affondare ma riaffiorano intorno alla mezz'ora del secondo tempo, quando segnano due gol in un minuto - trascinati da un altro capellone, tale Dirceu. Quando l'ombra della tarda estate inizia a portare frescure sul prato, è ancora il piccoletto danese a sbucare dal basso in una mischia sottoporta, impattando con la sua folta zazzera il pallone di una vittoria che pareva sfumata.
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2010
L'albo d'oro

Squilla il telefono proprio mentre sto per uscire, ho anche chiuso le valige, la vacanza è finita ma voglio godermi l'ultima serata senza il pensiero. Rispondo? Mah sì. "Ehilà!". Come te la passi? "Benissimo grazie, stasera inauguriamo un'altra voce nell'albo d'oro. Mica è finita, quest'anno". Prego? "Ripeto: stasera eccetera eccetera". Ah ho capito, c'è una partita, chissà che partita sarà. Buona inaugurazione, allora, e alla prossima. Esco, i miei conoscenti hanno prenotato in un buon ristorante sul mare. C'è anche un mega-schermo, non so se allestito per l'occasione. Eh no, dico, non possiamo nemmeno fare due chiacchiere. Tutti sono d'accordo, e quindi scegliamo un altro locale. Gente molto interessante, per una volta non si parla di calcio. Cucina di buona qualità, prezzi accettabili. Poi, una bella passeggiata sul lungomare, un gelato, e infine i saluti, penseremmo di tornare qui anche l'anno prossimo, certamente. Lungo la scalinata che conduce al mio piccolo appartamento, lenti, distaccati tra loro e veramente mogi i due 'beep' del cellulare. Un sms del mio amico, non lo leggo neppure, si capisce benissimo che non è andata come desiderava. Rientrato in casa, accendo la tv, e basta un'occhiata al televideo. Ecco, penso. Supercoppa. Atletico Madrid-Inter. Due a zero. Mah!

22 agosto

1972
El Loco 

Si spegne, a Montevideo, Alfredo Ángel Romano, "el Loco". Fuoriclasse del Nacional e della Celeste per tre lustri, giocava in tutte e cinque le posizioni dell'attacco. Un delantero assolutamente imprevedibile. "Dicen quienes le vieron jugar que era capaz de driblear a todos los contrarios y esperar que se acomodaran para volver a empezar". Non c'era già più al mondiale del 1930 né alle Olimpiadi di Amsterdam, due anni prima. Ma fece in tempo a vincere (da protagonista assoluto) diversi campionati del Sudamerica e l'oro a Parigi, nel 1924. In quell'epoca, nelle case e nelle strade di Montevideo nascevano parecchi campioni che diventeranno molto presto leggendari.

2007
Il panzer sfortunato

Prometteva bene, Christian Pander: terzino sinistro, mancino potente, un difensore votato all'attacco. Quel che si dice un panzer. Giocava nello Schalke 04, quando esordì nella Deutsche Fussballnationalmannschaft. Nientemeno che a Wembley, un test-match estivo, ma di prestigio. Ci si domandava, allora come ora: perché gli inglesi si ostinano a voler giocare contro i tedeschi? Non hanno quasi nessuna possibilità di vincere. Infatti non vincono, anche se Lampard li illude dopo nemmeno dieci minuti. Non è ancora finito il primo tempo, che i teudisci hanno già rimontato e fissato il risultato finale. Bellissimo tiro, quello di Pander, da fuori area, di sinistro, imprendibile, il gol del due a uno (foto). Sembra l'inizio di una carriera molto, molto promettente. Ripetuti guai fisici, e poche partite, la rendono poi del tutto normale, se non mediocre. Esistono giocatori contro i quali, invidiosa della loro fortuna, si accanisce la sfortuna. Oggi, dopo tante stagioni nell'ombra, è libero. Libero di appendere le scarpe al chiodo.

18 giugno

1922
L'epilogo della ruvida epopea vercellese

Il campionato italiano di Prima Divisione dell'annata calcistica 1921-22 fu l'ultimo dei sette vinti dalla Pro. Si concludeva così "la ruvida epopea degli autodidatti vercellesi" (Brera), in una scontata gara di ritorno della finalissima, giocata sul campo amico, il "Principe di Napoli", contro un club romano-papalino, la Fortitudo (Società di Ginnastica e Scherma). All'andata fu tre a zero per i piemontesi. Come oggi, anche a quei tempi l'eccessivo successo generava noia e assuefazione. "Poco pubblico è accorso sul campo della Pro Vercelli per assistere alla finalissima del campionato confederale di foot-ball, nella quale le squadre hanno giocato con poca passione. La sicurezza della vittoria dei vercellesi era troppo evidente e essi hanno voluto anche scherzare, cosicché si sono visti segnare dagli ospiti due goals consecutivi" (La Stampa). Gli ospiti, dal canto loro, se ne videro segnare cinque. Onorevole sconfitta, tutto sommato.
Campionato 1921-22

1972
Der Bomber

La logica dei numeri non ha fascino, e talvolta genera valutazioni effimere. Ci sono pedatori che ne prescindono, altri la cui parabola agonistica può esserne invece scientificamente rappresentata. Lui è uno di questi. Vediamo un po'. Gli è capitato di non gonfiare la rete in ventitré occasioni, su un totale di sessantadue apparizioni con la sua nazionale (equamente distribuite tra amichevoli e competitive); di queste ventitré, solo sette contavano qualcosa. L'ultimo dei suoi sessantotto gol l'ha segnato nell'ultima partita, che era anche l'ultima e decisiva di un mondiale: naturalmente, fu quello decisivo (a Monaco, nel '74). Era il suo mestiere: risolvere le partite. Nel '70 risolse il quarto con gli inglesi, nell'extra-time; in semifinale fece all'Italia (sempre nei supplementari) il gol del 2 a 1 (sembrava finita per gli italiani) nonché (quando sembrava finita per i tedeschi) quello del 3 a 3. La fase finale degli europei disputata in Belgio nel '72 fu decisa da lui: doppietta ai padroni di casa in semifinale; doppietta in finale ai sovietici (ad aprire e a chiudere un inappellabile 3 a 0). Fu un centravanti assolutamente archetipico: il rapinatore d'area, quello in grado di intuire traiettorie sporcate e di calamitare la sfera, sbucando fulmineo da mischie affollatissime e crude. "You have to react quickly, or the chance is gone", diceva. Si sta naturalmente parlando di Gerhard ("Gerd") Müller; quel "Kleines dickes Müller" del 1964 che, in capo a un decennio, divenne per i tedeschi "der Bomber der Nation". Per la Germania e per la Baviera: "Tutto quel che è diventato il Bayern lo si deve a Gerd Müller". Parola del Kaiser.
Germania-URSS: cineteca | Eupallog Eurostorie


1978
Il centravanti inesploso

"La maggior tristezza nella mia carriera è il modo in cui fummo eliminati nel mondiale del 1978. Eravamo imbattuti, ma andammo fuori per il 6 a 0 subito dal Perù contro l'Argentina". Parole di Carlos Roberto de Oliveira, ma lo chiamavano Roberto Dinamite perché dai suoi piedi esplodevano gol di inaudita potenza. Era il centravanti della Seleçao, la notte in cui a Rosario si disputò il Gran Clásico del Sudamerica, che valeva una prenotazione del Monumental di Baires per la finale. Roberto Dinamite era la leggenda vivente del Vasco de Gama, il suo club, per il quale giocò più di mille partite, segnando centinaia e centinaia di reti. Lo ritenevano un campione. Ma i campioni sono quelli che decidono le partite decisive. Lui, in quei novanta minuti, si trovò per ben tre volte solo davanti a Fillol, goleiro dell'Albiceleste. Tre grandi occasioni: una dopo l'altra, le fallì.
Cineteca

1980
Le barbe del Belgio

All'Olimpico, ultima partita del girone. Miracolosamente scampati a una sconfitta contro la Roja, meritatamente vittoriosi contro i leoni di Albione, gli azzurri dovevano assolutamente battere il Belgio per accedere alla finale del Campionato d'Europa. Ma i quattro barbuti  - Van Moer, Ceulemas, Gerets (foto) e Millecamps ("barbe però più nazarene che terroristiche, barbe cintanti, facce abbastanza chiare") -  avvolsero la partita in una vischiosa melina. Botte da orbi, gli italiani non trovarono intuizioni né sufficiente bravura per uscire dalle sabbie mobili. I belgi, "con calma da bonzi", perdevano tempo in ogni occasione, diluendo il ritmo e il tempo del gioco: "si giocava una partita per aria, tra soli corpi, e una rasoterra anche col pallone. I belgi la giocavano col fuorigioco, gli italiani li assediavano con una sorta di paura di essere uccellati. La gente sovente taceva, come schiacciata da una nemesi" (Giampaolo Ormezzano). Arrivò il fischio finale, e le cose erano ancora esattamente come all'inizio. Il gol, una chimera.


  • Vedi anche le partite del 18 giugno in Cineteca

26 maggio

1972
Olympiastadion

Eccolo, lo stadio costruito a München per le Olimpiadi del 1972 è pronto. Qui si giocherà anche la finale della Coppa del mondo, tra due anni. E sarà questa la casa del Bayern, che si appresta a diventare uno dei più grandi club europei. Si inaugura oggi, con un Fußballspiel. E' un'amichevole, ma è Germania Ovest-Unione Sovietica. L'evento ha dunque molteplici valenze politico-simboliche. Ed è anche (ma ancora non si sa) anticipazione della finale che le due nazionali giocheranno tra meno di un mese a Bruxelles, e che varrà il titolo europeo. Nella nuova cattedrale del calcio, le omelie di Gerd Müller sono noiosamente ripetitive, ma piacciono ai fedeli. Del resto, a pregare di solito non è lui, ma il portiere che se lo vede sbucare davanti. Nel pomeriggio accade quattro volte, e non c'è nessuna indulgenza per Rudakov.


1989
History Man

Il ragazzino è nato a Lambeth nel 1967, quartiere londinese del sud-ovest, eppure nel cassetto tiene la sciarpa del Tottenham, club insediato nell'area di North London. Le prime serie pedate al pallone le tira nelle squadre giovanili dell'Arsenal (e, naturalmente, al debutto fra i 'grandi' si vedrà di fronte le maglie degli Spurs); ma poi, a ben vedere, gli anni della sua maturata carriera (quasi tutti i '90) scorrono ad Anfield, dove si vivono stagioni non indimenticabili. Non si sta parlando di un fuoriclasse. Lui è stato qualcosa di diverso: the History Man. Chissà quanti rivivono devotamente ogni giorno quella sequenza, racchiusa - come autentica reliquia - in un compact disk o in un DVD, diffusa in mille file-video su YouTube, o semplicemente custodita nella memoria di quell'emozione incancellabile. Lui, Michael Thomas, riceve palla da Alan Smith, che l'ha avuta da Lee Dixon - un preciso lancio di quaranta metri, a superare la metà campo. Thomas vince fortunosamente un rimpallo, entra in area. E' solo, incredibilmente. Indugia, forse per trovare coordinazione ed equilibrio, ma è un istante lungo abbastanza perché Bruce Grobbelar si distenda, credendo a uno shot rapido e basso. E invece un morbido tocco di esterno destro, lento e inesorabile, lo scavalca, e si deposita in rete (foto). Quando riprenderà, il gioco si protrarrà per soli altri quaranta secondi. L'Arsenal espugnava Anfield, raggiungeva il Liverpool in classifica, lo superava per la differenza prodotta da quel solo gol. La First Division di quella stagione 1988-89 non prevedeva altre partite. E lui, Michael Lauriston Thomas, fan dichiarato del Totthenam, regalava il titolo ai fieri rivali dell'Arsenal; poco più tardi, si accaserà a Liverpool, forse per aiutare la Kop a dimenticare le calde lacrime che, quella sera, molti versarono nelle fredde acque del Mersey.


1993
Le jour de gloire

L'Olympiastadion di München è il teatro scelto per la prima finale della rinnovata Champions League. Ci arrivano una neofita (l'Olympique di Marseille) e una abituée (il Milan). Tra i due club ci sono precedenti non simpatici, ma il Milan ha dominato il torneo in lungo e in largo: dieci partite, dieci vittorie, ventitré gol fatti, uno solo subito. Anche i francesi arrivano in fondo imbattuti, ma con maggiore fatica. Favoriti - noblesse oblige - i rossoneri. Naturalmente, trionfano i francesi con fortuna non pari al merito e - forse - grazie a iniezioni 'vitaminiche' confessate e impunite. Da quella sera, nessuna squadra di Francia riuscirà più nell'impresa - inutile aggiungere che mai ci era riuscita prima. Imperscrutabili, come sempre, la volontà e i disegni di Eupalla.


1999
L'irresistibile fascino del Fußball

Si disputano la coppa dalle grandi orecchie, a Camp Nou, due giganti del football europeo: United e Bayern. I tedeschi dominano in lungo e in largo. Segnano subito, poi sprecano tutto ciò che è calcisticamente possibile sprecare. Ma è possibile anche vincere con un solo gol, se si riesce a scansare la nemesi. Il che, a dire il vero, accade di rado. Collina dice: tre minuti, godiamoci ancora qualche istante di questa bella serata. "Yes Sir, grazie, noi abbiamo appena iniziato a divertirci", sospirano Teddy Sheringham e Ole Gunnar Solskjaer. In effetti erano rimasti per quasi tutta la partita ai margini, in castigo. Ferguson a un certo punto ha ritenuto che, forse, anche loro avevano il diritto di giocare un po' a pallone, in una festa così, su quel magnifico prato. Tre minuti, due palloni nell'area teutonica, due gol - uno di Sheringham e uno di Solskjaer -, e quelli del Bayern vorrebbero sprofondare nella voragine dell'oblio, ritornare bambini e poter decidere di ignorare l'irresistibile fascino del Fußball.

  • Vedi anche le partite del 26 maggio in Cineteca

24 maggio

1961
Inferiority complex

Mariolino Corso indossa la sua prima maglia azzurra, e per poco non accade il miracolo. All'Olimpico di Roma, l'Italia - quando manca meno di un quarto d'ora al triplice fischio - sta vincendo sugli inglesi. E caspita, sarebbe anche ora, quelli ormai non fanno paura a nessuno. Ma è evidente che li soffriamo. E' chiaro che, in fondo, abbiamo ancora nei loro confronti un notevole inferiority complex. Altrimenti non riuscirebbero a ribaltarci proprio sullo scorcio del match. Due gol, li segnano proprio Jimmy Greaves e Gerry Hitchens. Sembrano due fuoriclasse - e Greaves potrebbe esserlo, non fosse (Brera dixit) "un gran lavativo"; Milan e Inter li ingaggiano, ma se ne pentiranno molto presto. Resta il dato: degli inglesi - per quanto presuntuosi e modesti - ancora non veniamo a capo. Nonostante Mariolino. 

1972
Il prototipo dell'ala sinistra

Camp Nou, finale di Coppa delle coppe. E' la grande serata di William McClure ("Willie") Johnston (foto), ala sinistra dei Rangers. Un bel tipo. Di lui si ricordano parecchie storie. Per esempio, un Old Firm di un sabato d'ottobre nel 1970. Era talmente incontenibile sulla sua fascia, quel pomeriggio, che nessuno del Celtic osava più affrontarlo, temendo di esserne ridicolizzato. Cosa fece allora? Lì, ad  Hampden Park, davanti a (dati ufficiali) 106.263 spettatori, improvvisamente fermò la corsa, fermò il pallone e ci si sedette sopra, aspettando che qualcuno mostrasse d'avere sufficiente coraggio per provare a sottrargli il giocattolo. Un anno dopo, il 4 settembre 1971, in un match di First Division a Maryhill (periferia di Glasgow) contro il Partick Thistle,  mise ko (bel pugno!) un terzino che aveva passeggiato sul suo ginocchio mentre lui era a terra, brutalmente falciato dal medesimo.  Espulso, naturalmente; i Rangers persero inopinatamente, la squalifica fu pesante e gli inibì per diversi anni la chiamata nella Tartan Army. Nel '78, tuttavia, lo portarono in Argentina; e va beh, quando risultò positivo al test anti-doping dopo Perù-Scozia, la sua carriera era ormai agli sgoccioli. Episodi ritagliati dalla vicenda agonistica (sempre sopra le righe) di un pedatore irascibile e controverso, che tuttavia resterà indimenticabile perché scritta nella storia dei Rangers: fu Willie Johnston, infatti, ad aprire (virtualmente chiudendola) con una fantastica doppietta la polemica finale di Camp Nou, contro la Dinamo di Mosca. L'unico alloro europeo, in definitiva, a tutt'oggi conquistato dai Gers. Molti gli avranno chiesto e gli chiederanno ancora di raccontare qualche dettaglio di quella serata, nel pub-museo che gestisce insieme al figlio a Kirkaldy, piccolo centro affacciato sul mare, East Coast della  grande madre Scozia. 

2000
Picnic allo Stade de France

E' la prima, davvero la prima volta che due club dello stesso paese vanno in gita fuoriporta per contendersi il più prestigioso alloro continentale. Capita al Real Madrid e al Valencia Club de Fútbol  - il sorprendente Valencia di Héctor Cúper, dove vivevano formidabili anni alcuni formidabili jugadores che poi, adocchiati e strapagati da club italiani, si rivelarono poco più che formidabili bidoni. Il picnic si tenne nientemeno che allo Stade de France, ma ai Murciélagos le vivande andarono tutte di traverso. Un secco tre a zero, nessuna discussione. Bambini si torna a casa, è stata comunque una bella cosa. L'unico un po' accigliato era proprio Héctor (foto), la cui fama di vincente che perde sempre le partite più delicate si stava consolidando.

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3 maggio

1972
L'Europa degli Spurs

Nella prima edizione del torneo che aveva sostituito la vecchia Coppa delle fiere, giunsero all'atto finale due antichissimi club albionici di blasone medio-alto: Tottenham e Wolves. Gli Spurs erano stati i primi inglesi a trionfare in una competizione europea (la Coppa delle coppe della stagione 1962-63, a chiusura di un favoloso ciclo triennale impreziosito dal double del 1961), e i suoi followers ebbero l'occasione per foraggiare i pub, poiché fra i club la scena continentale era dominata dall'Ajax, e nel confronto fra le nazioni i tedeschi stavano per aprire un biennio di grandi vittorie. A trascinare gli Hotspurs fu il bomber di quegli anni, un onesto pedatore titolare anche nel declinante undici di Ramsey: Martin Chivers. La sua doppietta, marcata fra le antiche tribune del Molineux, sostanzialmente valse ad archiviare la pratica già nel primo match.

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29 aprile

1928
Il primo timbro di Peppino nel derby

Non ha ancora diciott'anni, ma è ormai stabilmente tra i titolari. Scende regolarmente in campo, se la squadra non strabilia le responsabilità non sono certamente sue. Oggi c'è il derby, a San Siro. E' favorito il Milan. Anzi. Il Milan potrebbe anche vincere il campionato, quest'anno. E' una squadra battagliera, vivace. Ma sarà capitato cento volte: quelli che alla vigilia sono ritenuti migliori, alla fine perdono. Due a uno per l'Inter, e a segnare per primo, segnando il suo primo gol in un derby, è quel ragazzino di cui si diceva all'inizio: Giuseppe Meazza.
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1972
La terribile potenza teutonica

Sei anni dopo la Germania torna a Wembley, per il quarto d'andata della fase finale del campionato d'Europa. Gli inglesi hanno ancora nell'undici di partenza cinque titolari della finale mondiale: Banks, Moore, Ball, Hurst, Peters; i tedeschi solo tre; il Kaiser, Höttges e Held. Per Sir Alf è una autentica Waterloo; quella impartita dai tedeschi una memorabile lezione di calcio, anche se la vittoria (tre a uno) matura solo nei minuti finali, favorita dalle possenti giocate di Netzer e dall'infallibilità dogmatica - sotto porta - di Gerd Müller.  "One of the seismic events in English football history" (Jonathan Wilson): il ciclo di Ramsey era chiaramente tramontato; l'egemonia teutonica inizia in quel pomeriggio di Wembley.


1987
Addio all'erba verde dei campi

Tutto si può dire di Roi Michel, ma non che gli sfuggisse la direzione delle cose. Aveva capito benissimo che la sua Francia era giunta al termine di un glorioso ciclo, e che non ce l'avrebbe fatta a prenotare un posto per l'europeo germanico del 1988. L'autunno del 1986 compromette chiaramente la classifica nel girone di qualificazione, sin dalle prime partite. Lui, peraltro, ha già deciso di ritirarsi. Non ha più voglia di correre. Per l'addio con la casacca dei Bleus, gli vanno bene il Parco dei Principi e un avversario tutt'altro che irresistibile: l'Islanda. Non lo dice ai francesi, così lo stadio è mezzo vuoto e nessuno si aspetta gol e prodezze da celebrare. Non è un tipo romantico e guarda sempre al futuro, per il quale ha già millanta progetti.
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17 marzo

1977
Ove si narra di come sfiorì l'egemonia del Bayern in Europa

Verso la fine del primo tempo - a coronamento di una pressione ossessiva, con i tedeschi rintanati nella propria area di rigore - potrebbe esserci la svolta. Roth, il mastino, che è infinitamente meno veloce di lui, lo mette giù, e l'arbitro mostra il gesso al centro del box: il pallone dev'essere piazzato proprio lì. Oleg non si è fatto male nonostante l'impatto con quel carro armato. Il rigorista è lui. Non è una bella esecuzione. Lenta e nemmeno troppo angolata. Il gatto riesce a intercettare la sfera e a deviarla sul palo, poi la sfera torna indietro, gli rimbalza sul capoccione e finisce in calcio d'angolo. I centodiecimila del Zentralstadion, a questo punto, sono quasi rassegnati. Quel solo gollettino subito a Monaco è un macigno che resterà sulla strada per tutta una lunga serata. Ma l'undici di Lobanovski è refrattario alla depressione. Insiste, si avventa, è come vento gelido che penetra da ogni fessura. Un gol annullato, ancora un palo. Ancora un rigore, però, negli ultimi minuti, quando i bavaresi non hanno più fiato nei polmoni e forza nelle gambe. Oleg rimane a guardare, così tocca a un ebreo di Odessa, Leonida Burjak (foto), pareggiare i conti. Prima della fine - a questo punto logico e atteso -, arriva il colpo di grazia. Finisce l'egemonia dei panzer sulla Coppa dei campioni. E' durata tre anni, come quella dell'Ajax. Il Kaiser non sopporta la perdita del regno, e ha già prenotato l'aereo per gli States. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera


1888
Il tabù infranto

Agli albori della British Championship e dei confronti tra le rappresentative delle isole, la Scozia non pareva battibile fra le mura amiche. Dopo lo zero a zero rimediato dagli inglesi nel 1872 - era la prima sfida ufficiale in assoluto, giocata tra 'nazionali', nella storia del football -, toccavano a tutti soltanto sonore sconfitte. Goleade spesso tennistiche. Tutti i tabù vengono infranti, prima o poi. Ad Hampden Park (foto), nel match che sostanzialmente vale la Championship, i leoni d'Inghilterra passano trionfalmente il 17 marzo del 1888: cinque a zero.
Tabellino

1939
L'eterna giovinezza

Nasce, a Cusano Milanino, il Trap. Giovanni Trapattoni. Grintoso pedatore del Milan e, nella sua seconda ed eterna giovinezza, il più pragmatico degli allenatori. Considerato, a torto o a ragione, l'interprete massimo del 'gioco all'italiana' (catenaccio e contropiede), ha vinto quasi tutto quello che si può vincere, continuando a farlo quando ha deciso di vagare un po' per l'Europa. "Non conta quello che ho ottenuto fino a ieri, ma quello che potrò fare domani".


1972
Le illusioni dei Gunners

I quarti di Coppa dei Campioni hanno in programma un succulento confronto tra Ajax e Arsenal. I Gunners sono alla prima partecipazione, ma anche reduci da un clamoroso double, e due anni prima si erano aggiudicati la coppa fieristica facendo fuori proprio gli ajacidi in semifinale. E così si erano presentati all'Olympisch Stadion, per la gara di andata, con non poca fiducia, tant'è che dopo un quarto d'ora andarono in vantaggio con un gol del giovane, promettentissimo Ray Kennedy. I lancieri poi avevano rimontato, due a uno. E ora? Meglio una gita all'inferno piuttosto che ad Highbury, in queste condizioni. Ma Eupalla ha un debole per Johan, com'è noto, e l'Ajax dovrà cantare almeno tre volte, prima che lui ne lasci la maglia. E così, basta un autogol di George Graham al quarto d'ora, e olandesi in semifinale.
Cineteca




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5 marzo

1918
El Indio

Lo trovarono nel centro del campo del Nacional di Montevideo. Si era sparato un colpo, a soli venticinque anni aveva deciso di farla finita. Era la stella del Parque Central, ma il futuro per lui era accanto a Bolivar e Cespedes, altre leggende dei Bolsos, nel Cementerio de la Teja; era nella rosa della Celeste, con la quale aveva vinto la Copa América del 1917. "Era un típico hombre defensivo de estilo combativo; tenaz 'centre-half' de un período brillante del fútbol oriental". Si chiamava Abdón: Abdón Porte.


1972
Ricordatevi di François

Non era certo un predestinato, François M'Pelé, nonostante il nome. Nato a Brazzaville, ebbe una carriera dignitosa nel campionato maggiore di Francia, tra Ajaccio e Paris Saint-Germain, e poi Lens e Stade Rennais: oltre quattrocento partite, e circa duecento gol. Il più pesante, tuttavia, lo segnò a Yaoundé. Era la finale della Coppa d'Africa, e al Congo restava da liquidare il Mali, dopo aver scaraventato fuori dal torneo i padroni di casa. La questione fu complicata: tre a due, e M'Pelé fece il terzo gol, quello della sicurezza. Ricordatevi di François.
Profilo di M'Pelé | Tabellino di Congo-Mali | Video


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