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15 febbraio

1879
Il football non era nelle sue corde

Nasce, a L'Aja, François Menno Knoote. E' il primo olandese scritturato dal Milan, e lui è ben contento di venire a Milano. In effetti, gli interessa diplomarsi al Conservatorio, vede per sé un futuro da cantante e non da pedatore. Quindi si allena poco e gioca meno: teme di danneggiare le corde vocali. Si narra di una partita in cui, appena venne a piovere, andò a rifugiarsi negli spogliatoi rifiutandosi di tornare in campo. Peccato: pare avesse talento. Due apparizioni in rossonero, uno scudetto.


1931
Silvio e Peppino

Alla seconda di ritorno l'Ambrosiana è molto mal messa in classifica, e solo quattro squadre si trovano in condizioni peggiori. Il titolo conquistato l'anno precedente ha inebriato la squadra, e il rendimento è scemato. All'Arena sono di turno i bianchi di Vercelli, che hanno tra le fila un diciottenne di cui bene si dice: Silvio Piola (foto). E' lui, dopo un quarto d'ora, a schiodare il match. Meazza non gradisce, e nel giro di pochi minuti ne fa due (il secondo mirabolante). Silvio prende nota. Anche oggi ha imparato qualcosa.


1967
La svolta mediatica

Andata dei quarti di Coppa dei Campioni a San Siro: la sfida è epocale, Inter contro Real Madrid. Televisioni di tutto il mondo collegate: per il massimo torneo continentale è il giorno della svolta mediatica. I detentori spagnoli, lo squadrone di HH. Prezzi dei biglietti alle stelle, lo stadio non si riempie. E la partita non è granché: tanti celebrati assi, un solo gol, e come spesso capita intestato alla figurina meno famosa: Renato Cappellini.
Cineteca


1984
Il regista terzino

Nel Deutsche Fußballnationalmannschaft fa capolino un ventiquattrenne del Kaiserlautern: è il regista, ma gioca sul lato sinistro della difesa; col piede mancino telecomanda il pallone. Accade a Varna, nello stadio intitolato a Yuri Gagarin, per un'amichevole tra Bulgaria e Germania. Si sta parlando di Andreas Brehme. Di quell'XI sarà una colonna per dieci anni. Un lungo volo nello spazio, di cui tutti ricordano il gol segnato su calcio di rigore nella finale di Italia '90.



1990
Full Metal Jacket

Si spegne, a Belo Horizonte, Dorival Knipel. Era un centrocampista di stazza, divenuto portiere e soprannominato Yustrich per la somiglianza del suo cappellino con quello che indossava un famoso arquero del Boca. Giocò soprattutto nel Flamengo, poi allenò numerosissimi XI brasileri. Peggio che un sergente di ferro; minacciava i pedatori col revolver, si azzuffava, litigava con tutti. Le caserme erano, al confronto, un paradiso.
Profilo


13 gennaio

1973
Sono riusciti a non battere la Turchia!

Già. La voce corre, incredula, di bar in bar, ma soprattutto nelle case del popolo, dove L'Unità è primaria fonte di indiscutibile informazione. Come? Chi? Ma certo, dice uno che si vanta di saperla lunga ma non ha ancora sfogliato il giornale. "Si sta parlando degli inglesi, è chiaro. Ormai non batterebbero più nemmeno il Pontedera". Buona la battuta, ma nella foto sotto il titolone mi pare di riconoscere la sagoma di Giorgio Chinaglia (foto). E, se non è una foto di repertorio, non ha addosso la maglia della Lazio. "Infatti", interviene un lettore cui è andato di traverso il caffé, "siamo stati noi". Noi chi? "Noi, l'Italia. Gli azzurri sono riusciti a non battere la Turchia. Zero a zero". Un altro, affranto, dice che adesso sarà persino dura qualificarsi per i mondiali in Germania. Bah, calma: c'è ancora la partita di ritorno, ed è un girone a punti. Che dice zio Ferruccio? Dice che i turchi saranno costretti prima poi a uscire dalla loro area, se continuano così rischiano di fare qualche autogol. Attendiamo fiduciosi.
Tabellino | L'Unità


1984
Addio dottor Pedata

Si spegne, a Roma, Fulvio Bernardini. Portiere, centromediano metodista, dirigente federale, allenatore, ricostruttore della nazionale dopo il dissolvimento ai mondiali tedeschi del '74. Una delle figure più importanti nel calcio italiano del '900. Pozzo lo escluse dalla sua nazionale per ragioni tecniche, ma anche per l'eccessiva personalità: "troppo bravo per i compagni, in continua soggezione". Non era, e non sarà mai, simpatico a tutti. "Ha sempre voluto essere onesto e bisogna onestamente ammettere che vi è riuscito persino a suo dispetto. Io l'ho capito e amato quand'era tardi per lui e - come temo - anche per me stesso. Caro vecchio dottor Pedata. La tua vita è stata migliore che tu non credessi. Il tuo calcio, è un po' meno. Ma forse era colpa tua. La palla è subdola. Non ha spigoli, non ha facce, e rotola sempre. Tu l'hai rincorsa e padroneggiata finché un giovane Iddio ha preso le tue sembianze. Ritrovandoti uomo, come tutti noi hai sofferto di non essere altro che un uomo" (Gianni Brera).


2008
Non era nata una stella

L'unico ad aver capito l'antifona fu Clarence Seedorf. "Sono preoccupato in generale perché Pato è un ragazzo molto giovane. E quando ci sono talenti come il suo, conoscendo questo mondo, mi preoccupo perché so cosa può succedere. Il ragazzo deve essere protetto, deve essere messo nelle condizioni di lavorare e crescere serenamente", disse. Col senno di poi, si può pensare dell'olandese che fosse un veggente o che menasse gramo. L'esordio a San Siro del papero diciottenne fu scintillante. Un gol inutile, ma di classe pura. E molti paragoni azzardati. "Ogni tanto nascono degli 'extraterrestri', ricordiamo che Rivera è arrivato in serie A a 16 anni" (Claudio Ranieri). "Presto sarà eletto il miglio giocatore del mondo" (Careca). Lui sembra capace di stare coi piedi per terra: "Adesso vado a dormire, da domani si pensa al futuro. Voglio diventare grande col Milan". 
Cineteca | Corriere della Sera (Seedorf e Careca)

9 dicembre

1984
Il sortilegio

Curioso palmarés, quello del Liverpool. Cinque volte campione d'Europa, non è mai riuscito a sollevare (nelle sue diverse formule) la Coppa intercontinentale. Nel 1977 si rifiuta di recarsi in Sudamerica, l'anno successivo non ha voglia di misurarsi col Boca, e quando finalmente la sede della competizione si sposta a Tokyo, viene surclassato (è il 1981) dal Flamengo di Junior, Zico e Carpegiani. Trascorrono tre anni, e potrebbe essere la volta buona: l'avversario non pare irresistibile, è l'Independiente di Avellaneda. Ma El Rojo è anche (non a caso) Rey de Copas,  in Sudamerica nessun club vanta un numero maggiore di titoli. E perciò, quando dopo soli sei minuti José Alberto Percudani (foto) beffa la linea difensiva eccessivamente alta degli inglesi e s'invola solitario verso la loro area di rigore, i baffi di Bruce Grobbelaar hanno un fremito di presentimento. E non si sbagliano. La partita finisce lì. I veterani della Kop scuotono la testa e continuano a cantare, ma nulla risulta efficace contro un sortilegio di Eupalla.
Cineteca

28 ottobre

1984
Il segno di Attila

C'è chi giura di averlo visto balzare oltre le gradinate, sino a un'altezza dalla quale è possibile guardare le montagne lontane, e tutta la metropoli, i campanili e i viali alberati, e dicono anche che pochi abbiano capito che non si trattava di un'apparizione, ma solo del nuovo centravanti del Milan, un inglese, di nome Mark, di cognome Hateley, un nuovo idolo, lunga chioma, e quelli che erano a San Siro lo hanno visto levarsi verso il cielo, mentre Fulvio Collovati vanamente cercava di tenerlo giù, di contenerne la furia, di impedire che la tremenda inzuccata mettesse fine alla partita. Quella bordata che diede il risultato finale a un derby di transizione, quell'acrobatica e fantastica esercitazione aerea rimase pressoché l'unico segno lasciato da Attila nella storia del Milan. Unico, ma spettacolare e indelebile.
Tabellino (sub data) | Highlights


1987
Il record cancellato di Bosman

Il loro modo di esultare è molto simile (un solo braccio alzato, come a prendersi merito relativo), e hanno giocato qualche anno insieme nell'Ajax, segnando valanghe di reti. Da quest'anno però Marco è andato al Milan e lui, John, non sembra avvertirne l'assenza: anzi, va a rete con ancora maggiore frequenza. Michels, sulla panca degli Oranje, non ha ancora deciso quale dei due preferire; difficilmente li schiera insieme dall'inizio. O l'uno o l'altro; poi, in caso di necessità o di opportunità, dentro l'uno o l'altro, e la coppia si ricompone a partita in corso. Oggi ce n'è una importante, a Rotterdam si gioca per la qualificazione agli europei tedeschi. Contro la fortissima nazionale cipriota. Marco s'è fatto male, e allora dentro John. John Bosman dopo un minuto ha già archiviato la sensazione che possa essere una partita emozionante. Passa un altro minuto e dagli spalti del De Kuip qualcuno sgancia una pallina da tennis nella quale è nascosta una piccola bomba, che esplode proprio vicino al portiere isolano, Andreas Haritou (foto), fortunatamente senza ammazzarlo. Portiere fuori uso e, naturalmente, il resto del match non vale nulla. Andrà ripetuto. Peccato per John, perché degli otto gol realizzati dalla sua squadra quel giorno, lui ne timbrò cinque. Da record. 
Tabellino (erroneamente classificato come "International Friendly" | Highlights | "Bomincident"

6 agosto


1984
La brillante estate di Gilmar Popoca

Per tagliare la testa al toro, alle Olimpiadi californiane la Confederação Brasileira de Futebol mandò una squadra di club, l'Internacional di Porto Alegre.
Chissà perché, occorrerebbe un'apposita ricerca.

A quelli dell'Inter misero addosso le casacche della Seleçao, e se la cavarono discretamente, arrivando addirittura alla finale. Poterono giovarsi di un solo notevole rinforzo, guarda caso colui che portava sulle spalle il numero più rischioso per un calciatore: il numero dieci. Un promettente ventenne, cervello del Flamengo, il successore designato di Zico: Augilmar Silva Oliveira. Anzi: Gilmar Popoca.
Un craque di breve durata, ma che rifulge nell'estate americana. Segna in tutte le partite, o quasi. Sempre gol decisivi. In questo momento, per esempio, un pallone sfuggito al controllo di tutti, un pallone impazzito, finisce proprio tra i suoi piedi, mentre è casualmente appostato a pochi metri dalla porta del Canada. Lo raccoglie, si gira e in qualche modo lo mette alle spalle del portiere. Sì, è un gol decisivo, perché l'Internacional stava perdendo, uno a zero, a un quarto d'ora dalla fine.

Il calcio alle Olimpiadi è sempre uno spettacolo strano, e il destino dei suoi protagonisti incerto come la traiettoria di un pallone che qualcuno potrebbe improvvisamente, involontariamente deviare.

[Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera]

Brasile-Canada: highlights | Gilmar Popoca: profilo

5 agosto

1948
Il capolinea di Vittorio Pozzo

"E' stata una prova delle più disgraziate della squadra goliardica italiana. I ragazzi nostri non meritavano questa sorte per l'animo con cui hanno combattuto. A detta di tutti i critici inglesi presenti, essi sono stati superiori agli avversari tecnicamente. E' stata la mancanza di esperienza che li ha traditi". L'Italia (campione olimpica uscente) fu dunque eliminata al secondo turno nei Giochi di Londra. Per opera della Danimarca. Ad Highbury: cinque a tre, i due gol decisivi incassati nello scorcio di partita. Il virgolettato chiude un breve resoconto dettato da Vittorio Pozzo a 'La Stampa': l'ultimo firmato da lui nelle vesti (anche) di Commissario Unico. Dopo 87 partite, delle quali 60 vinte e solo 11 perse, e una serie impressionante di titoli. La successione non fu immediata e fu abbastanza complicata, come normalmente accade alle cose del calcio italiano: ma è una storia nota.
Tabellino 


1984
Hotel California

Facciamo un rapido conto: se si esclude l'edizione romana del 1960, cui partecipò per diritto di ospitalità, l'Italia del football non si presentava ai Giochi Olimpici dal 1952, quando venne facilmente schiantata al primo turno dall'Aranycsapat. Per la verità, non è che la qualificazione al torneo californiano del 1984 sia stata una marcia trionfale. Anzi: non ci fosse stato il boicottaggio ricambiato per cortesia politica dai paesi d'oltrecortina, i pedatori azzurri sarebbero ora sulle spiagge della Versilia o della Romagna. E invece trascorrono l'estate negli alberghi della West Coast; oggi si sono fermati a Palo Alto, ed eccoli che sbucano sul prato dello Stanford Stadium. La posta è grossa: un biglietto per le semifinali; l'avversario ostico e storico: il Cile. Bearzot non ha portato in America studentelli o dilettanti. Ha una signora squadra; gente che - per regolamento - non ha ancora disputato partite di Coppa del mondo, ma che avrà tutto il tempo (eccome) per farsi una certa esperienza al riguardo. Qualche nome? Walter Zenga, Franco Baresi, Pietro Vierchowood, Riccardo Ferri, Aldo Serena, Daniele Massaro; e anche il resto della truppa non è composto di matricole sconosciute. Tant'è. Sono arrivati ai quarti di finale battendo egiziani e americani, e perdendo (ma contava nulla) con il Costarica. Sempre di un solo gol - fatto o subito. E lo stesso accade col Cile. A Beniamino Vignola (foto), che alla Juve sta imparando i trucchi del mestiere da Monsieur Michel Platini, capita l'opportunità di battere un calcio di rigore - assai generoso - all'inizio del primo tempo supplementare, e non lo sbaglia. Partita orribile, un gol - s'era capito - basta sempre, e il Vecio adesso (come, al tempo che fu, il suo più grande predecessore, Monsù Poss) va all'inseguimento di una medaglia. Purtroppo, non la raggiungerà.
Tabellino | Il penalty di Vignola


1992
La nostalgia del Pep

Certo, non si può negare che al Pep le cose nel football siano andate bene. E' sulla scena da poco meno di un quarto di secolo, e ha sempre fatto il direttore d'orchestra, sin da ragazzino. Al Barça è stato un idolo - anzi, una leggenda -, in campo e in panchina. Nella Roja ha raccolto poco, ma per fortuna era ancora un under 23 quando a Barcellona fu allestito il mirabolante spettacolo delle XXV Olimpiadi dell'era moderna. Dunque lui c'è, guida un undici di discreta qualità che vince tutte le partite, compresa quella dei quarti di finale contro l'Italia, senza prendere nemmeno un gol. Una sola cosa dispiace al Pep: che tutte quelle belle partite si siano giocate a Valencia. Lui ha nostalgia di Camp Nou, dove però è in programma la finale. L'ultimo ostacolo sulla via di casa è il Ghana, e degli africani, in queste competizioni, è sempre meglio non fidarsi. Il Pep, ancora ben capelluto, sforna un assist su calcio piazzato a inizio partita, e la strada è subito in discesa ripida. A Barcellona lo stanno aspettando tutti, anche a loro è mancato, ma lui sta arrivando e non li deluderà.

27 giugno

1954
Alla discoteca del Wankdorf

Novanta minuti di gol e botte da orbi. Finisce in rissa, come all'uscita da una discoteca. Alla discoteca del Wankdorf, i magiari hanno portato la loro musica e alcuni buttafuori; i brasiliani  sono annebbiati dalle molte vendette che vorrebbero consumare, sono depressi e arrabbiati, e ancora una volta senza spartito cantano e picchiano ciascuno per conto suo. E dunque vengono cacciati brutalmente, come fossero bulli di periferia venuti per molestare fanciulle. Hanno trovato pane per i loro denti. Per dire: Puskás non ha giocato (i tedeschi l'avevano conciato per bene), ma non è uno cui piace starsene in disparte a guardare gli altri ballare. E' per questo che, prima che arrivasse la polizia, ha spaccato una bottiglia in testa a Pinheiro. In sua absentia, Hidegkuti e Kocsis si sono presi la ribalta, e com'è noto sono anche loro tipi da prendere con le molle. Alla prossima festa organizzata dall'Aranycsapat, stando a quel che si dice, dovrebbe far capolino una terribile banda di Montevideo: la Celeste. Il loro boss, Obdulio Varela, è acciaccato, ma una cosa è sicura: non perdetevi lo spettacolo.
Cineteca

1965
L'esordio oscurato di Gigi Riva

Lo sapevo, l'Italia gioca in Ungheria - una super, super-classica del football europeo -, e cosa fanno gli austriaci? Bloccano la trasmissione delle immagini. Spengono i loro impianti. Ci avrei scommesso! Niente partita ma tengo accesa la tivù, non si sa mai. Peccato, però. Vorrei godermi il momento in cui Gigi Riva sostituisce Pascutti, che s'è fatto male dopo pochi minuti di gioco. Riva esordisce dunque in quell'autentico santuario che è il Népstadion, mezzo vuoto per l'occasione. Gli ungheresi, chissà perché, lo ritengono troppo piccolo; Monsù Poss ha preso informazioni: ci stanno lavorando, a breve conterrà duecentomila spettatori. Mah.
Dicevo di Riva. Pare stia giocando bene. Energico. Dinamico. Si capisce che è molto più forte di Pascutti. Chiaro: se andiamo in Inghilterra, il titolare dev'essere lui. Titolare fisso, anche se non gioca nel Bologna.
Oh ecco, finalmente ci si ricollega. Toh, a Budapest piove. Li vedo, rientrano in campo. Lodetti ha sostituito Rivera. Pazienza. Godiamoci almeno il secondo tempo.


1984
Viva la cara vecchia zia Francia

Metti in conto: il fallo non c'era. Frutto di pura immaginazione arbitrale, Bellone arrancava ed è scivolato. Scrivi anche che il povero Arconada ha preso una topica colossale, l'effetto era velenoso ma non si trattava certo di una patata bollente. La terza cosa che devi ricordare è altrettanto importante: Camacho ha cancellato dal campo Platini, come fosse un pisquano qualsiasi. E prendi nota pure di questo: il pallone inzuccato da Santillana sullo zero a zero forse aveva superato la linea. Dunque nessuno si stupirà nel sapere che anche i francesi hanno fischiato i francesi. Capita di frequente, nelle partite importanti, è vero. "Il tono tecnico-stilistico dell'incontro non era affatto degno di una finale europea ma, a ragion veduta, così doveva finire. La Francia doveva vincere, a furor di pronostici, e puntualmente ha vinto. Viva la cara vecchia zia Francia. Giorno verrà che giocherà anche un bel calcio. Per ora, si accontenti di essere campione così come noi ci accontentiamo di tornare a casa" (Gianni Brera). E così sia.
Cineteca

2010
Quel confine incerto e conteso

E' soprattutto quando incoccia la parte interna della traversa che la sfera assume traiettorie bizzarre. La potenza e l'effetto del tiro, la stessa forma della barra (tonda o spigolosa) definiscono varianti che nessuno ha provato a misurare, ma poi la sostanza non cambia. Finisce sempre - il pallone - per toccar terra in una zona grigia, un'area di confine incerto e conteso. Una zolla dalle dimensioni insignificanti, la cui identificazione può decidere l'esito della partita. Ciuffi d'erba, terra e gesso schiacciati, e la palla risale con un nuovo rimbalzo - inclinato o verticale - in mezzo a uomini che alzano le braccia e si voltano a cercare lo sguardo di colui che deve dirimere in un istante l'imprevedibile controversia. E' gol! No, non è gol! Pressato da istanze contrarie, il giudice prende quasi sempre la decisione sbagliata. E' la fallibilità della giustizia umana. Non era gol, quello di Hurst a Wembley; era gol, quello di Lampard al Free State. Il primo fu assegnato, il secondo no. "England leave the World Cup and should take up immediate residence in a museum of football history" (Kevin MacKarra, The Guardian). Commento malevolo, perché Lampard aveva segnato il gol del due a due. Chissà come sarebbe finita, con un altro arbitro, su un altro campo, senza conti da regolare con il passato di una partita rimasta negli occhi del mondo. Tante rivincite si era già regalata la Germania, mai più battuta dai Leoni in un match davvero importante. Ora, tuttavia, il debito è saldato, e l'eterna sfida può ricominciare. Purtroppo per gli inglesi: "the World Cup is every 4 years, so it's going to be a perennial problem", come ha sentenziato l'ultimo grande footballer albionico, Gary Lineker.


  • Vedi anche le partite del 27 giugno in Cineteca

23 giugno

1954
La disfatta del Saint-Jakob

Molto bene. Abbiamo spezzato le reni al Belgio e ci giochiamo al Saint-Jakob di Basilea contro la Svizzera lo spareggio per essere ammessi al tabellone dei quarti. Eravamo una 'testa di serie', e così invece di affrontare l'Inghilterra ci toccano due volte gli elvetici padroni di casa e sornioni. Molto bene. Abbiamo già perso la prima, ma era l'esordio, dovevamo acclimatarci. Acclimatati, perdiamo anche la seconda. Anzi, la seconda è una autentica disfatta. Contro il truculento verrou di Karl Rappan (foto) schieriamo le pulci, e la squadra è lanciata a un dissennato arrembaggio. Ne busca quattro, in ovvie azioni di contropiede. "Se gli italiani disponessero ancora di giocatori del calibro di un Meazza, le cose sarebbero andate diversamente", scrive un quotidiano di Berna. Già, tutti ronzini i nostri, con l'eccezione di quelli rimasti a casa. Come che sia, "i mondiali del '54 perdono gli italiani ... e ci guadagnano in qualità" (Brera). Purtroppo, nei nostri favolosi 1950s il peggio deve ancora venire.
Cineteca


1965
Il veterinario

Máté Fenyvesi esordì con la maglia numero undici dell'Ungheria nella prima partita giocata dai magiari dopo l'incredibile sconfitta di Berna. Compiva ventuno anni proprio in quel giorno (era il 19 settembre del 1954), e per dodici lunghe stagioni, fino al 1966, quella maglia fu ininterrottamente sua. Lui non abbandonò il paese dopo i tristi eventi del '56; Máté non prese il volo, anzi: studiò da veterinario, giocò centinaia di partite per il Ferencváros, e poi si diede alla politica. In Italia fece capolino un paio di volte, nel 1965, prima a Roma e poi a Torino, per due partite di Coppa delle Fiere. Segnò a Roma, e segnò anche a Torino. Ma il gol di Torino contava molto: fu il solo della finale (finale in partita unica), e dunque la decise, e di conseguenza rovinò la festa alla Juventus di Heriberto Herrera, sottolineandone già alla prima occasione una carente vocazione europea. Triste serata, per i bianconeri; e triste giornata, vissuta nel lutto per la morte di Carlo Carcano, l'uomo che, prima della guerra, li aveva guidati alla conquista di svariati consecutivi scudetti. Fu la prima e unica competizione continentale conquistata da un club ungherese nell'età moderna. Un barlume di luce, nella tristezza.


1974
Come una montagna di ricotta

L'ultimo giorno della vacanza pallonara italiana in Germania è arrivato. Si gioca a Stoccarda, contro la poderosa Polonia già qualificata al secondo girone. Basta un pareggio. Sarebbe bastato, ma alla fine del primo tempo siamo sotto di due gol. Perché abbiamo sprecato, perché l'arbitro non ci ha assegnato un sacrosanto rigore. Per via delle beghe politiche e tattiche, i dissidi, i litigi, il declino dei nostri campioni. "In sostanza, ci eravamo comportati come potrebbe un generale che, non avendo esercito, decida di affrontare il nemico mostrandogli le foto dei suoi defunti eroi. Molti erano i morti nella piccola armata azzurra. Valcareggi o chi per lui non ha voluto accorgersene" (Gianni Brera). Così, si torna a casa. Mestamente. "La spedizione è fallita su tutti i piani: partita con la maestosità organizzativa di una flotta che non teme alcuna corazzata nemica, la tribù azzurra si è sgretolata per strada come una montagna di ricotta" (Giovanni Arpino).


1984
Verbum Regis

C'è un motivo per cui il Portugal, inteso come Selecçao das Quinas, non aveva mai vinto nulla. E questo motivo era da tutti gli osservatori individuato nell'inclinazione a costruire giocatori raffinati ma che detestano il principale senso del gioco: fare gol. Unica, storica eccezione: Eusébio - ma, appunto, portoghese non era. Oggi, finalmente, c'è Cristiano Ronaldo. Tuttavia, vi sono state circostanze in cui la sfortuna e altri fatti imprevedibili e imprevisti hanno fatto capolino e messo a soqquadro il corso degli eventi. Per esempio, nella semifinale europea del 1984, che oppose il Portogallo alla Grande Francia di Roi Michel. Già. A sei minuti dalla fine del secondo tempo supplementare i galletti sono virtualmente spennati, e messi fuori dal loro campionato in semifinale. C'era un centravanti a Lisbona, giocava nello Sporting e si chiamava Rui Manuel Trinidade Jordão. Anzi,  Jordão e basta: Doppietta. Purtroppo per la Lusitania, c'era un difensore a Touluse, si chiamava Jean-François Domergue, aveva un tiro mancino apprezzabile. Doppietta, due a due. Naturalmente, il re sbadigliante si destò giusto in tempo per emanare il decreto che portava la Francia in finale. Promulgò la legge (foto) a un minuto dal termine, nella sovrana solitudine cui fu abbandonato vicino all'area del portiere, con la porta spalancata.
Cineteca


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20 giugno

1954
Un'apparente umiliazione

Josef 'Sepp' Herberger, trainer della Deutsche Fußballnationalmannschaft (foto), era consapevole di una certa qual inferiorità. Si trattava di affrontare l'Aranycsapat nel pieno del suo splendore; le speranze di batterla erano praticamente nulle. All'esordio, i tedeschi avevano teutonicamente prevalso sulla Turchia; logica pretendeva che i turchi sbaragliassero i coreani e che fosse necessaria, tra Germania e Turchia, una gara di spareggio per l'accesso ai quarti - come stabiliva un regolamento pazzesco varato per l'occasione. E così, Herberger schierò contro i magiari una formazione destinata all'utile sacrificio, risparmiando molti pedatori titolari per i confronti più abbordabili. Così, Puskás e i suoi compagni di merende organizzarono un sontuoso pic-nic, sul prato del Sankt-Jacob. Tutti si divertirono, con la sola eccezione di Kwiatkowski (portiere subentrante ed esordiente; carriera internazionale non fortunata la sua: quattro caps e diciotto palloni rotolati alle sue spalle). Finì otto a tre. Poi i teutonici si rifecero coi turchi, e arrivarono sino in fondo, assai più freschi dei maramaldi magiari. Col senno di poi, si può senz'altro dire che la grande epopea del calcio tedesco contemporaneo iniziò proprio in quel pomeriggio di Basilea, con una sconfitta solo in apparenza umiliante.
Cineteca


1976
Lenta può essere l'orbita della sfera

Qualcuno ha pensato: lo tira in curva. La curva, praticamente vuota, è quella del Marakana di Belgrado. La partita - lunga, bellissima, estenuante - è una finale. Si stabilisce tra le nazioni il primato europeo nel gioco del football. Ogni tanto capitano sorprese, e una c'è già stata. A Zagabria, la Cecoslovacchia aveva eliminato la nervosissima comitiva degli olandesi. Ora naturalmente i cechi se la devono vedere con quelli che, due volte su tre, stanno sul palcoscenico fino all'ultimo atto, e che naturalmente pretendono la battuta conclusiva. Stavolta, però, la sceneggiatura ha assegnato l'ultimo discorso ad Antonín Panenka (foto), semisconosciuto pedatore del Bohemians 1905 di Praga. Se trasforma il penalty, ai tedeschi non sarà concessa un'ulteriore chance. La rincorsa fa credere a tutti che abbia deciso di tirare alla cieca, di pura potenza; è la scelta che di solito prediligono, in queste situazioni, giocatori poco sicuri di sé, non sufficientemente 'freddi', dotati di tocco modesto. E invece è solo un'impostura. Quando Panenka lo colpisce, il pallone si alza molto lentamente, senza fretta si dispone in quota, poi si abbassa ancora più lentamente. Sembra l'orbita di un pianeta; e sembra siano trascorsi anni luce quando finalmente la sfera si adagia, spossata dal proprio viaggio, alle spalle di Sepp Maier, che l'aspettava là dove non sarebbe mai arrivata.

1984
En el fútbol todo es posible

La Franza va per conto suo, Roi Michel recita tutte le parti in commedia. L'esito finale del Championnat d'Europe de football è scontato. Si gioca a pallone solo per stabilire chi farà il paggio del re al Parc des Princes. In quest'ottica si misurano España e Alemania nell'ultima del loro girone. Ovviamente sono favoriti i teutonici, anche perché la Roja vive tempi grigi e vanta pochi campioni. Anzi, nessuno. Quando è in serata, tuttavia, Luis Miguel Arkonada Etxarri è un portiere coi fiocchi. Se lo aiutano pali e traverse, diventa insuperabile. Il match è senz'altro avvincente, gli spagnoli sono obbligati a vincerlo. Carrasco calcia un rigore addosso a Schumacher; Allofs sparacchia tiracci addosso ad Arkonada, come fosse l'orso da colpire in un padiglione del luna-park. Immaginate allora, provate a immaginare la potenza dell'urlo salito al cielo da ogni angolo della vecchia Spagna quando, al novantesimo minuto, Juan Antonio Señor Gomez - stella del Real Zaragoza - mette nel cuore dell'area un pallone che i due Förster e Uli Stielike osservano disgustati, mentre sbucato da chissà dove piomba sull'arcuata traiettoria Antonio Maceda Francés (figurina) - difensore centrale dello Sporting Gijon, ma implacabile predatore delle aree altrui -, il quale inzucca come sa fare, imprimendo alla pelota una forza tale da piegare i guantoni del portiere alamanno, esaurendosi beffarda oltre la linea di porta.
2010
La vigoria atletica e morale degli All Whites

Mi telefona un amico, è sempre e parecchio su di giri negli anni pari, all'inizio dell'estate, quando si giocano le coppe del mondo e i campionati d'Europa. "Ah ah ah! Sai cosa c'è stasera?" Una partita, immagino. "Una partita? Secondo te esiste una partita quando in campo ci sono da una parte i campioni del mondo e dall'altra tipacci convinti che la forma naturale del pallone sia ovale, e che sia diventato rotondo solo per colpa di europei e sudamericani che si accaniscono nel prenderlo a calci? Non scherziamo. Ci tocca perdere tempo contro la Nuova Zelanda, e i nostri rischiano di farsi male: quelli placcano e sgomitano che è un piacere, ti rompono le ossa se non stai attento. A ogni modo, le cose andranno come devono andare, e vinceremo con trenta o trentacinque punti di scarto. Tu cosa pensi? Ci sentiamo domani". Non penso nulla di particolare. Accendo la TV e guardo la partita perché so che alla fine mi toccherà discuterne con lui. I nostri giocano un football orrendo, prendono un gol da polli, pareggiano su rigore. Trascorrono i minuti e lentamente cedo, sopraffatto dalla vigoria atletica e morale degli All Whites.

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11 giugno

1958
L'impatto fatale

Vola il pallone di cuoio sopra le teste dei giocatori, nell'area dei cechi. Il momento è importante, e anche la partita, perché chi perde fa le valigie e torna a casa. Il che sarebbe uno scorno per i tedeschi, ai quali piacerebbe moltissimo confermarsi campioni del mondo, in barba alle grandi potenze atlantiche e socialiste, che nei trattati di pace dimenticarono di inibire loro il gioco del pallone. Per oggi sarebbe sufficiente sconfiggere la Cecoslovacchia, che però non è disponibile al sacrificio, sfrutta l'arma tipica di coloro che vengono stretti d'assedio - il contropiede - e va a riprendere fiato negli spogliatoi in vantaggio di due gol. L'assedio prosegue, e siamo appunto al momento (intorno al quarto d'ora dalla ripresa del gioco) in cui il pallone è lassù, sopra le teste dei giocatori, vola spinto di testa in testa, e molti si chiedono cosa stia aspettando Břetislav Dolejší, estremo difensore slovacco: deve uscire, deve interrompere quelle pericolose giravolte. Ecco che il pallone viene verso di lui. Ma verso di lui piomba anche Hans Schäfer (foto), potente attaccante teutonico. Břetislav acchiappa la sfera, ma simultaneo è l'impatto con Schäfer: portiere e pallone finiscono in rete. Due a uno. Il destino della partita è segnato, e sarà il piedone di Uwe Seeler a fissare il pareggio e tenere viva nel suo paese la speranza di un altro miracolo.
Cineteca


1969
Una carriera (e una coppa) in tre gol

Don Revie guidava il Leeds United, da qualche anno; era un allenatore di successo, e fece vivere ai Peacocks stagioni di avanguardia. Anche in Europa. Aveva parecchia fiducia nei suoi: tant'è vero che, quando sul finire dell'inverno gli ungheresi dell'Ujpest li buttarono fuori dalla Coppa fieristica senza faticare più di tanto, lui si convinse che doveva per forza trattarsi di uno squadrone per chiunque inarrivabile (o quasi). E difatti i magiari cavalcarono sino alla finale, dove il tabellone fissò per loro l'appuntamento con un altro undici albionico: il Newcastle United. Don Revie sentenziò: "solo se potessero schierare tutti insieme George Best, Bobby Charlton e Billy Bremmer, i Magpies avrebbero qualche chance". Esagerato. Di fatto, fu sufficiente schierare Bobby Moncur (skipper del Newcastle: foto), scozzese come Bremner (skipper del Leeds), ma le cose del calcio vanno sempre esaminate nel dettaglio. E il dettaglio è che, in tutta la sua carriera (dodici stagioni nel Newcastle - a partire dal 1962 -, centinaia di partite), Bobby Moncur (difensore centrale di ruolo) fece solo tre gol. Tutti e tre ad Antal Szentmihályi, che era il portiere dell'Ujpest: segnò i primi due della gara d'andata (finita 3 a 0), segnò il primo dei suoi nella gara di ritorno (una splendida girata a volo di sinistro nel cuore dell'area intasata), che si stava mettendo assai male. Così il Newcastle alzò il suo primo trofeo continentale. Primo e ultimo, va da sé.

1970
Ove si narra di come Israele non fu una seconda Corea

Alla Bombonera di Toluca, l'Italia non riesce a superare un gruppo di dilettanti israeliani vestiti da calciatori. Gli azzurri, avendo paura di perdere (sarebbe stata un'altra Corea), schiumano rabbia per novanta minuti. Sbagliano l'inenarrabile. Pagano errori dell'arbitro e soprattutto di un "guardalinee abissino" (e perciò tutt'altro che ben disposto a regalarci alcunché, scrisse Giovanni Arpino tra una riga e l'altra). Sicché verso la fine "deve salvarci Albertosi [figurina] da quella che sarebbe una beffa grottesca. La casse à épargne ha funzionato ancora. Siamo primi del nostro gruppo con quattro punti e un miracoloso golletto. Sarà micragna ma, tutto sommato, viva! Da quanti mondiali non si aveva il bene di passare il turno?" (Brera). Ce la vedremo nei quarti col México: "notte per notte aumenta la sua pazzia tifosa, le avenidas sono ingombre e decine di migliaia di automobili strepitano come un maremoto. Usciremo vivi da questa febbre?" (Arpino).
Cineteca

1984
Ce soir au Parc des Princes

Il momento è arrivato anche per loro. Poco meno di mezzo secolo dopo  la coppa del mondo  - organizzata quando in Europa si sentiva puzza di bruciato, e dalla quale li eliminò una squadra di italiani obbligati a salutare la folla col saluto romano -, i francesi fanno la coda del pavone e ospitano la rassegna continentale col ruolo di favoriti. Les Italiens sono rimasti a casa (affari loro), e puranco les Anglaises (peccato: sarebbe stato bello costringerli a un bagno nella Senna). Ci sono gli alamanni, e bisognerà stare attenti. Ma in cartellone c'è una sola star: Michel Platini. Cari amici, si apre la favolosa sagra del calcio-champagne, calcio da leccarsi i baffi. Stasera, al Parc des Princes, gran galà, overture, sono invitate anche le signore. "Excuse-moi, monsieur: qui jouera ce soir contre la France?" Mesdames et mossieurs, ultimi biglietti, solo diecimila franchi per vedere il primo gol di roi Michel al Championnat d'Europe de football. Prima della partita, è previsto che Platini salga per alcuni istanti nel palco delle autorità, per una rapida prova di sollevamento de la coupe (foto). Non mancate: ce soir au Parc des Princes, rue du Commandant Guilbaud, XVIe arrondissement.


1986
Quando Lineker è in giornata

La testa di Bobby Robson è ancora attaccata al collo; cosa deve succedere perché ne venga definitivamente per quanto metaforicamente separata? Semplice: è sufficiente che oggi, all'Universitario di San Nicolás de los Garza, l'Inghilterra non batta la Polonia, e che il Portogallo non vinca col Marocco. Eh eh eh. Qualcuno è disposto a scommettere un penny sulla testa di Bobby Robson? Ovviamente no. I terrificanti Leoni in 180 minuti non sono riusciti a perforare nemmeno una volta le difese avversarie. Zero gol al Portogallo, zero al Marocco. Un disastro? Molto, molto peggio. Beh, si dirà: in fondo non è che siano abituati a dominare competizioni e partite. Anzi. Vediamo quel che succede. Intanto, nella Polonia non gioca più Tomaszewski, certo è una buona notizia. Gioca, invece, Gary Lineker (foto). Anzi, gioca solo lui. Ma quando gli capitano giornate così, è una grandinata di gol. Ne segna tre in mezz'ora, e poi si sdraia dietro la porta dei polacchi ad aspettare notizie da Guadalajara. A Guadalajara - già - i portoghesi - che maleducati! - invece di giocare aspettano notizie dalla partita di San Nicolás de los Garza, e così il Marocco li castiga: tre a uno, bye bye Lusitania. 


  • Vedi anche le partite dell'11 giugno in Cineteca

30 maggio

1946
Il tulipano volante

Anche in Belgio e in Olanda, finita l'occupazione hitleriana, si può tornare al gioco del pallone. E dunque riacquistano attualità le loro antiche e forzatamente accantonate magagne, da risolvere sui verdissimi prati delle terre basse. Nel 1946 gli undici confinanti scaldarono i bulloni, fissando un doppio appuntamento. I primi a muoversi furono i belgi, che il 13 maggio si recarono in visita ad Amsterdam; all'Olympisch Stadion trovarono una confezione-dono di sei palloni, tutti gentilmente consegnati alle spalle del loro portiere, Piet Kraak. Buone relazioni di vicinato prevedono la reciprocità, e così tocca poi agli olandesi (il 30 maggio) varcare la frontiera, arrivare fino ad Anversa, raggiungere il Bosuilstadion, e vedere un po' cos'hanno intenzione di fare i sudditi dell'ambiguo Leopoldo III. Nulla. Solo vane formalità. E' verso la fine del primo tempo che Servaas 'Faas' Wilkes, mezzala d'attacco e grande stella del Xerzes di Rotterdam, perde la pazienza. Senza gol non si diverte. Ne cucina due, poi è tempo di  rientrare negli spogliatoi. Ad Amsterdam - detto per inciso - ne aveva serviti tre. Furibondi per lo sgarbo, i belgi tornano in campo e rendono subito pan per focaccia: due sberle, due a due. Poi si ricomincia a far salotto, come tra vecchi amici. Anche Wilkes è satollo. Si è fatto notare abbastanza. Diventerà professionista, verrà in Italia, sarà un grande dell'Inter nei primi 1950s, ma i colori dell'Olanda non li potrà più indossare fino al 1956. Peccato: perché in sole trentotto partite ha firmato la bellezza di trentacinque gol; dodici con autografo e dedica per i portieri del Belgio.
Tabellino | Wilkes: profilo e carriera internazionale


1957
La vana resistenza Viola

La primavera del 1957, per la nazionale italiana, è stata peggio che un incubo. Batoste durissime, in Portogallo e in Jugoslavia. E ancora brucia la prospettiva di non poter andare (a far che?) in Svezia. C'è, tuttavia, un altro modo di guardare al calcio, e dunque alla vita. I campioni d'Italia sono arrivati sino alla finale della Coppa dei campioni. E' solo la seconda edizione, ma gode già di un certo prestigio. Tuttavia e purtroppo, la finale si gioca contro il Real Madrid. Come non bastasse, si deve giocare sul campo del Real Madrid, a Chamartín. Monsù Poss è preoccupato, e gli si inceppa la prosa: "ci presentiamo con un timore che è inutile tacere e un'impressione che grava come una cappa di piombo su tutto l'ambiente nostro: quello che l'andamento del gioco e il risultato fra società di campionato non confermi senza reticenze né complimenti quanto è avvenuto fra le compagini nazionali, per quanto ci riguarda". Tutto sommato, le cose non vanno poi così male. Gli assi madridisti tardano a ingranare. La Fiorentina disputa "una partita maschia, lottando con i denti per non capitolare". Ci vuole un penalty (secondo Pozzo inventato) per schiodare il match quando - dopo 69 minuti "de angustia" (Mundo Deportivo) - già si sente puzza di extra-time, sgraditissima ai centoquarantamila nelle cui menti qualche dubbio cominciava a fare capolino. Lo trasforma Di Stéfano (foto), e cominciano a scorrere i titoli di coda.

1962
Ural-2

Quattro gironi, una partita per girone, tutte e quattro alla stessa ora. Inizia la Coppa Rimet organizzata dal Cile. L'attesa è stata lunga: quattro anni, e l'impazienza cresce. Si inganna il tempo. E' iniziata l'era dei cervelloni elettronici. Idea! Perché non sollecitarli a perforare schede e schedine che diano i giusti pronostici per il mondiale? Anche gli scienziati sovietici, in fondo, sono appassionati di football, e così alcuni di loro, nella pausa-caffè, chiedono il responso di Ural-2 (foto). Lo rimpinzano con un bel po' di dati, e quello - satollo e soddisfatto come si deve - produce tecnomanzia. Vincerà l'Unione Sovietica. "Evviva!". Infatti. E poi? L'Italia si qualificherà per i quarti di finale. Infatti. E poi? Anche il Brasile (oh bella, su questo nessuno si sarebbe azzardato a scommettere). E poi? Boh! Nel frattempo, le partite sono iniziate. Arrivano i gol. Il primo, a Rancagua. Più veloce di tutti è stato Héctor Facundo, attaccante del San Lorenzo de Almagro. Il suo gol, in Argentina-Bulgaria, resta unico e perciò decisivo. A proposito, Ural -2: e l'Argentina? Nessuna risposta. Dorme della grossa.



30 maggio 1964
La collezione di Bobby Moore

Bobby Moore non collezionava francobolli o figurine, ma magliette di Pelé. Tutti o quasi hanno negli occhi la famosa immagine dei due a torso nudo dopo la bella partita di Guadalajara del 1970; ma la stessa cosa era avvenuta al Maracanã il 30 maggio del 1964, a leggere le cronache. Si inaugurava un bel quadrangolare, oltre alla Seleçao e agli inglesi partecipavano Portugal e Argentina. Ovviamente, il Brasile diede spettacolo. Pelé disputò "una partita sensazionale meritandosi l'ammirazione dei suoi stessi avversari. Appena terminata la gara, infatti, il capitano degli inglesi Moore gli è corso incontro e gli ha tolto la maglietta che ha voluto conservare per ricordo" (Stampa sera, 2 giugno 1964, p. 9). Era finita cinque a uno per i verde-oro. Si capisce perché O Rey abbia poi sempre affermato che Moore era il più corretto difensore che avesse mai incontrato: perché iniziava a marcarlo stretto solo dopo il novantesimo. Come che sia, i due non si persero mai di vista, e parecchie volte hanno posato per i fotografi, fino ai tardi 1970s (foto), quando entrambi collaborarono nell'inutile tentativo di evangelizzare gli Stati Uniti.
Tabellino | Highlights


1969
Duello per le tortillas

Otto posti a tavola su sedici avranno le europee al banchetto messicano - anzi nove, perché gli inglesi devono portare la coppa e dunque sono invitati aggratis. In trenta, quindi, si devono azzuffare per conquistare il biglietto. Poiché non è consigliabile una rissa generale, vengono divise in gruppetti, quale da tre, quale da quattro rappresentative nazionali. In uno di questi, ci sono - nientemeno - Ungheria e Cecoslovacchia, cioè le finaliste sconfitte di ben quattro mondiali. Purtroppo, una delle due soccomberà. Il primo duello si svolge al Népstadion. Due squadre giovani, fondate l'uno sul blocco dell'Ujpest e l'altro su quello dello Spartak di Trnava, entrambe di più che discreto livello europeo. Prevalgono gli ungheresi con un classico due a zero - sblocca un esordiente (Antal Dunai, foto) e rifinisce il veterano (Flórián Albert) -, mettendo in cassaforte almeno mezza illusione di poter essere loro a spiccare il volo per il continente americano tra un anno esatto.
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30 maggio 1984
Circo Massimo

La città è eterna e sempre lo sarà, e dunque prima o poi una squadra di Roma riuscirà a vincere la Coppa dei campioni - torneo pure destinato ad esistere sino alla fine dei tempi; che la fine dei tempi debba poi coincidere con la fine della storia del calcio (o viceversa), non è detto (anzi). Finora, è vero, c'è stata una sola possibilità. La Roma di Liedholm, Bruno Conti e Falcao ha acciuffato - a fatica ma l'ha acciuffato - il diritto di giocarsela con il Liverpool. All'Olimpico, per di più. L'Olimpico è troppo stretto, stasera. Al Circo Massimo ci sono un milione di persone e un maxi-schermo. Ma c'è il Liverpool. E' uno squadrone, si sa. Chi indossa quelle maglie è già andato e tornato dall'inferno mille volte. Una finale di questa coppa, loro, non l'hanno mai persa. E difatti, eccolo lì: Phil Neal, il terzino destro. E' un vecchio bucaniere, sa sempre dove piazzarsi. C'è una mischia in area, il pallone impazzisce e si placa solo quando finisce tra i suoi piedi. Uno a zero. La salita è già iniziata. Pruzzo si esercita nella sua specialità: colpo di testa acrobatico in avvitamento (foto). Uno a uno. Poi una sofferenza infinita, fino allo stillicidio dei calci di rigore. La serata finisce come tutti - sotto sotto - temevano. Ci sarebbe stata una soluzione: portare i Reds al Circo Massimo, e darli in pasto ai leoni. E invece, nessuno ha più voglia di cantare, verso mezzanotte, nelle strade di Roma, caput mundi.


22 maggio

1960
La nuova stella magiara

L'inconfondibile sagoma di Concetto Lo Bello guida le squadre al loro ingresso in campo. Non ha ancora molta esperienza, è la terza partita tra selezioni nazionali che dirige. Il Népstadion deve avergli fatto un certo effetto. Si può supporre che ancora peggiore sia stato l'effetto che quell'autentico inferno ha prodotto sugli inglesi, che in Ungheria non vincono dal 1908 e l'ultima volta che sono passati da queste parti hanno perso il conto dei palloni finiti alle spalle del proprio portiere. Oggi le cose sono andate un po' meglio; d'altra parte, i magiari sono alle prese con un difficile ricambio generazionale. Ma un giovane campione l'hanno già individuato, gioca nel Ferencváros e non ha ancora vent'anni, uno dal gol facile - pare. Difatti ne insacca due nel secondo tempo, è l'atto di nascita di una nuova stella. Si chiama Flórián Albert. A lui è intitolato dal 2007 lo stadio delle Aquile Verdi.


1984
Belle speranze ma poco futuro

Così era titolata la riflessione di Brera, a freddo, su Italia-Germania. Già, avevano vinto i tedeschi, ma contava poco o nulla. Si giocava al Letzigrund di Zurigo, una bella (si fa per dire) amichevole organizzata per festeggiare l'ottuagenaria FIFA, c'era una sacco di splendida gente per l'occasione, venuta per ricevere premi dalle mani di Havelange. E la partita? Bah. Rivincita di Madrid? Bah. Noi siamo stanchi, non andiamo neppure agli europei di Francia, i tedeschi ci vanno illudendosi di dominarli. Non c'è uno straccio di punto in palio, insomma, il gioco è pessimo, la sconfitta (per noi) quasi scontata. Che dice il Gioann? "Personalmente avevo pronosticato un pari e non è che stravedessi: in effetti, l'Italia avrebbe anche potuto ottenerlo: però ha giocato male, troppo male per meritarlo. Anzi, dobbiamo già rallegrarci che abbia perduto per un solo gol a zero; ma se Bearzot è convinto che arriverà un giorno ad avere in questa una grande squadra, viva! Noi tutti - anche voi, immagino - non domandiamo di meglio".
Tabellino | Highlights | Brera (La Repubblica, 24 maggio 1984)


2010
L'indifferenza di Mourinho

Sembra che, sulla fascia presidiata da Chivu, Robben possa produrre sfracelli. Mourinho, ovviamente, se ne frega (foto). La tattica non è il suo forte. Lui sa ribaltare le partite, quando si mettono male, in un modo solo: mandando tutti avanti, inserendo quattro centravanti, riuscendo così - nel disintegrare la propria - a mandare per aria l'organizzazione altrui. Nella serata del Bernabéu non ce n'è bisogno. Eto'o fa il terzino, e Milito i gol. Schiantare il Bayern, per questo undici assetato di sangue, è tutto sommato un gioco da ragazzi. Finalmente Moratti junior arriva dov'era già arrivato suo padre; l'Inter mette in archivio una stagione leggendaria ("l'anno del triplete", si dirà per saecula saeculorum); Mourinho rimane a Madrid, senza nemmeno un saluto, e molte sono le vedove e molti gli orfani che inizieranno a vivere di ricordi e rimpianti.

  • Vedi anche le partite del 22 maggio in Cineteca

29 febbraio

1984
Prove generali

Il campionato europeo si giocherà in Francia, e la Francia organizza una prova generale contro l'Inghilterra, che al torneo continentale non parteciperà, avendo mancato la qualificazione grazie a una clamorosa sconfitta incassata a Wembley dalla Danimarca nel novembre del 1983. Morale: i francesi sono su di giri, e gli inglesi depressi anzichenò. E' solo un'amichevole, ma a Roi Michel piace vincere sempre ...
Cineteca


2004
Anche il Boro acquista una bacheca

Non sarà il più pregiato dei trofei, la Curling Cup (già FA League Cup), ma se ti spolmoni per arrivare sino in fondo è meglio vincerla. Soprattutto se non hai mai vinto un bel nulla. E così il Middlesbrough, fatto fuori l'Arsenal in semifinale, si avventa sui Wanderers di Bolton, e in nemmeno dieci minuti erige un chiaro due a zero. Ci provino, a far breccia. Ci provano, ma riescono soltanto a dimezzare l'handicap. E' dunque al Millennium Stadium di Cardiff che Gareth Southgate, il capitano degli Smoggies, solleva la coppa (foto): la prima e - per ora - la sola nella pur longeva storia del club.