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28 gennaio

1900
Deutscher Fussball

In Germania, nell'ultimo scorcio dell'800, non si distingueva ancora nettamente il calcio dal rugby. Così a Leipzig, finalmente, i rappresentanti di ottantasei club si riunirono per decidere se valesse o meno la pena di operare questa 'sottile' distinzione. La maggioranza riteneva che fosse giunta l'ora. Nasce così la Deutscher Fussball-Bund (a sinistra, il logo delle origini).
Sito ufficiale | Storia


1907
Il recordman

Si spegne il calciatore che poteva vantarsi di aver giocato quattro finali, e di aver segnato almeno un gol in ciascuna delle medesime. Si chiamava Thomas Cochrane Highet. Militava nel Queen's Football Club Park di Glasgow, il più antico club della Scozia. Erano tre finali di Scottish Cup (più una ripetizione), le prime disputate, e il Queen's (foto) le vinse tutte. Lui era anche un famoso giocatore di cricket.



1940
Compleanno e doppietta

La Francia si prepara alla guerra, ma c'è ancora tempo da dedicare al football. Il Parc des Princes è quasi deserto: di sicuro, la nazionale portoghese non è particolarmente charmant, e c'è ben altro cui pensare. Ma è il compleanno di Désiré Koranyi (nella foto), ungherese naturalizzato, centravanti del Séte campione di Francia. Si tratta della sua terza partita nei Bleus, e si regala altri due gol. E' bello festeggiare così il proprio compleanno. Purtroppo, appena iniziata, la sua carriera internazionale è già quasi finita.
Tabellino | Koranyi (profilo)



1964
Triplete santàstico!

Non poteva nutrire molte illusioni, la torcìda del Bahiaço. I suoi beniamini ne avevano buscati già sei nella gara di andata, al Pacaembu. La Taça Brasil era dunque e saldamente nelle mani della squadra detentrice e campione del mondo nonché del Sudamerica: il Santos. Al Fonte Nova, la supremazia fu ribadita, ma si trattò solo di un'esibizione. Chi c'era, ricorda che Pelé segnò anche quella volta. Anzi, ne segnò due. Dei suoi gol, già si faticava a tenere il conto.
Highlights (con tabellino)



1998
Le jour de gloire est arrivé

Battezzato, per aspirazione all'assoluto, Stade de France, il nuovo tempio del football mondiale apre i cancelli tra le maledizioni dei parigini: scioperano i mezzi pubblici e arrivare a Saint-Denis  non è un problema da poco. Sparring-partner dei galletti è la Spagna. Il solo gol, tra le zolle imbiancate dal gelo, è però immagine del futuro, visto che lo firma Zinedine Zidane.


2010
La consolazione della rivincita

L'Algeria andrà alla Coppa del Mondo, i faraoni no. Hanno perso l'apposito spareggio. Sono certamente vogliosi di rifarsi nel torneo continentale (che detengono), e l'occasione della rivincita arriva in semifinale. La goleada è sorprendente, e la chiude Mohamed Nagy Ismail Afash, detto Gedo (foto) - che era rimasto a secco solo contro il Benin - oltre il novantesimo: quattro a zero. Gedo giocava nell'Al Ahly del Cairo, e fu il capocannoniere dell'edizione. Umiliati dall'andamento del match, gli algerini lo finiscono in otto.

24 gennaio

1943
Impetuoso Livorno

L'Ardenza è stracolmo. Il Livorno (nella foto, in una formazione della strepitosa annata 1942-43) riceve da primo in classifica (già!) il Torino, determinato a fare vedere "che è e si sente forte, che ha polmoni doppi e garretti d'acciaio. Un Livorno che, raffigurato come una giovane triglia guizzante, è, invece, un mastino dai denti aguzzi, pronto a mordere e a lasciare il segno" (Luigi Cavallero). Il Livorno azzanna il Toro, lo morde, lo strapazza nel primo tempo. Reclama rigori, lamenta ingiustizie, spreca occasioni. La linea difensiva dei piemontesi non è ancora quella leggendaria, ma tiene. Lentamente, la baldanza dei toscani si spegne. Hanno dimostrato quello che dovevano dimostrare, in fondo. Zero a zero. Ne approfittano la Juve e l'Ambrosiana, che dispensano cinquine alle provinciali. Ma il campionato, si sa, è sempre e ancora molto lungo.


1870
Pedatorum pater multorum

A Nottingham nasce Herbert Kilpin. Entro la fin du siècle avrà già fondato un club calcistico a Torino e poi, appena trasferitosi a Milano, avviato il Milan Cricket and Football Club. Del proto-Milan è giocatore, capitano, allenatore. Ci mette poco a vincere lo scudetto. Anzi, ne vince tre (l'ultimo, solo da anziano pedatore, nel 1907; probabilmente vanta un record assoluto: tre titoli vinti in sole ventisette partite disputate). "We are a team of devils. Our colours are red as fire and black to invoke fear in our opponents!", è la frase a lui da sempre attribuita.
Profilo



1973
Dispetto gallese

Ramsey l'antipatico vorrebbe zittire le cassandre vincendo il mondiale del '74. La Germania gli ha già portato fortuna una volta, no? Ha solo un problema. Riuscire a qualificare l'Inghilterra per quel torneo. Ci sono solo due avversari (Galles e Polonia), di valore considerato modesto. Ma a Wembley non va oltre un pari contro il Galles che costerà carissimo nella psicologia del girone. Uno a uno, e bolletta emessa da John Benjamin Toshack (nella foto). Piaccia o meno, gioca nel Liverpool, come il portiere degli inglesi, Ray Clemence.
1990
Ultimo giro per la Germania dell'Est

L'annuario calcistico mondiale del 1990 è l'ultimo a registrare dati relativi alla nazionale di calcio della Germania Est. Un anno senza gloria e, per i tedeschi al di là del muro, senza mondiale. Saranno solo inutili test-match in funzione di altri inutili test-match. L'anno agonistico inizia a Kuwait City, in un triangolare pubblicitario cui partecipa anche la Francia. Per Eric Cantona, ancora giovane e ambizioso (nella foto), una buona occasione per fare esperienza e avanzare coi gol nel ranking di Eupalla. Doppietta, e spazio nel tabellino anche per il di lui più giovane Didier Deschamps.
2010
Il derby di Mou

L'Inter vince due a zero, vola in classifica. Ma è nervosa oltre il lecito. Due espulsi (Lucio e Sneijder), gesti e gestacci in panchina. "Questa partita l'avremmo potuta perdere solo se fossimo rimasti in sei, per regolamento. Per fortuna siamo rimasti in nove, ma avremmo vinto anche in sette", sbruffoneggia il portoghese. Sente puzza di marcio, e non le manda a dire. 

27 agosto

1972
Il capellone di Vejle

Al Drei Flüsse Stadion di Passau, in bassa Baviera, si gioca a pallone per il torneo olimpico. Un bel girone, ci sono Brasile e Ungheria, ma c'è anche la Danimarca che nella prima partita incontra la Seleçao. L'ala destra dei danesi è un piccoletto capellone, piedi buoni e molto veloci, vent'anni e fiato da vendere. Molte ambizioni, si capisce, e non potrà essere certo nel Vejle Boldklub che le soddisferà. Infatti lo ha già ingaggiato il Borussia M'Gladbach, squadrone di livello europeo. La partita di cui si diceva è avvincente, benché olimpica. Il bassotto fa l'ala destra ma ha il nove sulla schiena, e inaugura il tabellino con un gol di puro opportunismo. I brasiliani subiscono e ne prendono un altro, stanno per affondare ma riaffiorano intorno alla mezz'ora del secondo tempo, quando segnano due gol in un minuto - trascinati da un altro capellone, tale Dirceu. Quando l'ombra della tarda estate inizia a portare frescure sul prato, è ancora il piccoletto danese a sbucare dal basso in una mischia sottoporta, impattando con la sua folta zazzera il pallone di una vittoria che pareva sfumata.
Tabellino | Highlights



2010
L'albo d'oro

Squilla il telefono proprio mentre sto per uscire, ho anche chiuso le valige, la vacanza è finita ma voglio godermi l'ultima serata senza il pensiero. Rispondo? Mah sì. "Ehilà!". Come te la passi? "Benissimo grazie, stasera inauguriamo un'altra voce nell'albo d'oro. Mica è finita, quest'anno". Prego? "Ripeto: stasera eccetera eccetera". Ah ho capito, c'è una partita, chissà che partita sarà. Buona inaugurazione, allora, e alla prossima. Esco, i miei conoscenti hanno prenotato in un buon ristorante sul mare. C'è anche un mega-schermo, non so se allestito per l'occasione. Eh no, dico, non possiamo nemmeno fare due chiacchiere. Tutti sono d'accordo, e quindi scegliamo un altro locale. Gente molto interessante, per una volta non si parla di calcio. Cucina di buona qualità, prezzi accettabili. Poi, una bella passeggiata sul lungomare, un gelato, e infine i saluti, penseremmo di tornare qui anche l'anno prossimo, certamente. Lungo la scalinata che conduce al mio piccolo appartamento, lenti, distaccati tra loro e veramente mogi i due 'beep' del cellulare. Un sms del mio amico, non lo leggo neppure, si capisce benissimo che non è andata come desiderava. Rientrato in casa, accendo la tv, e basta un'occhiata al televideo. Ecco, penso. Supercoppa. Atletico Madrid-Inter. Due a zero. Mah!

11 luglio

1966
La preistoria e la storia del football

La delusione degli inglesi è palpabile. Hanno tirato a lucido Wembley e messo in campo tutte le loro bande militari; hanno steso il tappeto rosso per la Regina (foto), all'entrata e all'uscita; erano pronti ad avventarsi sull'Uruguay, un XI secondario, la squadra materasso di questa Coppa del mondo. Gli anni passavano, loro collezionavano sconfitte epocali, e per il solo fatto di giocare finalmente una partita della Rimet a Wembley pensavano di travolgere la storia. Perché di questo si trattava: di un match tra la preistoria e la storia del football. L'Uruguay era la storia, e questo spiega sinteticamente ma ragionevolmente perché i pedatori in maglia celeste siano stati in grado di addomesticare la partita, spezzandone il ritmo, tenendo palla, prendendo botte senza reagire. Finì zero a zero, tra i fischi dell'Empire Stadium. "Gli uruguayani, abilissimi giocolieri, accarezzavano il pallone. I granatieri inglesi consumavano fiato ed energia": così il Sun, raccontando una storia che pareva nuova e incredibile ma era molto, molto antica.
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1982
Tierra dove la pelota è rotunda

Sì Vostro Onore, lo ammetto. Avevo comprato una bandiera e la esposi sul balcone. Certo, partecipai ai cortei. Ballammo in piazza, in casa non era rimasto nessuno. Sì, gli insulti che rivolsi a Paolo Rossi fino alla partita contro il Brasile sono pesanti, irripetibili. Poi ho iniziato a smoccolare contro gli avversari, soprattutto i tedeschi. E' vero, ho anche mandato al diavolo, bestemmiando furiosamente, Antonio Cabrini quando ha sparacchiato da emerito brocco quel calcio di rigore. No, Vostro Onore, non mi pento di nulla. Anzi. Vostro Onore, lei ha una certa età, probabilmente nel 1934 e nel 1938 era solo un ragazzino, non so che ricordo abbia di quei tempi, anche se per certi versi erano tempi funesti. Vedo che sorride, scommetto che in questo preciso istante lei stia rivedendo Meazza che solleva la Coppa del mondo. Ecco, io non ne avevo mai vinta una. No, Vostro Onore, non mi erano particolarmente simpatici quegli individui, individualmente considerati, anche perché giocavano tutti o quasi tutti nella Juventus. Lei è juventino? Vedo che sorride, ci avrei scommesso. No, non mi erano simpatici, ma non importa. Perché da quella sera li amo tutti, nessuno escluso, senza ritegno e per l'eternità.


2010
L'uomo che sbuca aggrappandosi al nulla

La Spagna ha concluso la sua scalata. Già campione d'Europa, si laurea campione del mondo. Sta facendo indigestione di titoli, conquistando tutto ciò cui aveva sempre ambito ma che, per un motivo o per l'altro, pareva irraggiungibile. In Sudafrica alla Roja basta un gol per partita, dagli ottavi in giù. Una difesa impermeabile, soprattutto perché gli avversari il pallone tra i piedi non ce l'hanno quasi mai. E se, quando ce l'hanno, sprecano facili occasioni da gol, è difficile che dispongano di un'altra opportunità - chiedete informazioni ad Arjen Robben. Sicché l'Olanda per la terza volta perde in volata: e, questa volta, perde contro un XI che ha adottato - con qualche non secondaria variante - il calcio che lei stessa aveva brevettato senza mai riscuotere i diritti mondiali. A veder giocare gli arancioni, divenuti cinici, utilitaristici e scarponi (chiedete informazioni su van Bommel e De Jong), il grande Johan non si diverte neanche un po'. E così, in una finale tra "energumeni e ballerini" (Gianni Mura), è un passo di danza di Iniesta (foto) a decidere, poco prima che anche il secondo tempo supplementare dissolva nella notte di Johannesburg. "Quando le partite sembrano finite, i sogni spezzati e ogni destino rinviato, arriva lui e s'aggrappa al nulla che resta trasformandolo in quel tutto che ci farà ricordare" (Gabriele Romagnoli).
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  • Vedi anche le partite dell'11 luglio in Cineteca

2 luglio

1950
Girone di ferro per l'Uruguay

Inizia e finisce, in una sola partita, il gruppo 4 della fase preliminare. E' composto di due sole squadre, entrambe arrivate qui per rinuncia delle nazioni contro cui avrebbero dovuto guadagnarsi la qualificazione. Bolivia e Uruguay. Per l'Uruguay, un autentico girone di ferro. Non si fa dell'ironia. L'ultima volta, cioè poco più di un anno fa, a Rio, la Celeste ha buscato. Era una partita di Copa América. Era la prima volta che perdeva con la Bolivia, dalla quale anzi non aveva mai incassato nemmeno una rete nelle precedenti occasioni. Però, a ben pensarci, non giocava quasi nessuno dei titolari. La poderosa delantera del Peñarol (Ghiggia, Schiaffino, Hohberg, Vidal, Miguez) era in sciopero, e a far figuracce in Brasile mandarono dei ragazzini. Ora la situazione è diversa. Gli assi ci sono, e soprattutto sono tirati a lucido. Sono tra i candidati al titolo, e hanno voglia di dimostrarlo. Infieriscono senza pietà: otto gol, ben distribuiti tra primo e secondo tempo. L'Uruguay è una bomba ad orologeria.
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1982
Tu quoque, Diego?

Per sfortuna di Ciro Menotti, il centravanti del Brasile non è più quello del 1978. Oddio, non che Serginho sia meglio del Dinamite, anzi. Fa il palo, là davanti. Anzi, lo spaventapasseri. Ma non spaventa nessuno, ed è per questo che si trova da solo in mezzo all'area quando, verso la metà del secondo tempo, esausto per una furente percussione vista e accompagnata da Zico con delizioso tocco di esterno destro, Falcao mira la sua capoccia, la centra in pieno, il pallone rimbalza in direzione di Fillol ed è la rete del due a zero. I detentori della coppa capiscono che ormai la cuccagna è finita, ma Zico la deve pagare. Ci pensa Passarella, specialista dell'intimidazione, e mentre il Galinho viene accompagnato fuori molti si domandano come faccia un uomo di quella statura ad avere una caviglia così grossa. Poi anche el Pibe, sul quale i barcellonisti cominciano a fare discorsi densi di punti interrogativi, si indigna nei confronti di Batista, che era entrato giustappunto per sostituire Zico e ha pensato valesse la pena di colpire al volo il testone di Juan Barbas, infischiandosene delle conseguenze. "Ma sì, state vincendo tre a zero, almeno tu ricordati di me", e come souvenir gli sistema una magnifica suola bella piena di tacchetti nel basso ventre. A questo punto Mario Rubio Vasquez perde la pazienza: "tu quoque, Diego?". Essendo l'arbitro, ha il diritto di amministrare la giustizia almeno in questa partita, e dunque la amministra: cartellino rosso (foto). Finisce così, tra i fischi del Sarrià, la disperata avventura dell'albiceleste al mundial di Spagna. Maestoso e tremendo, il Brasile si è liberato degli argentini come fossero insetti nemmeno troppo fastidiosi. Si sbarazzerà facimente anche dell'Italia, pensano i più, e poi via, rotta su Madrid.

2000
La dignità di un allenatore

L'arma preferita dagli italiani quella sera si inceppò. Il destro di Del Piero era caricato a salve, e millanta occasioni da gol andarono sprecate, nonostante il deserto nella trequarti difensiva dei francesi. Così, un pallone in zona Cesarini trova la strada per passare in mezzo alle gambe di Toldo, e un altro viene scaraventato alle spalle del medesimo e con cattiveria platense da Trezeguet (foto), confermando il trend inaugurato nel '98: gli azzurri sprecano, i galletti capitalizzano. Inutile girarci intorno: il reiterato scialo moltiplica automaticamente le possibilità che faccia capolino la nemesi, e quella sera andò esattamente così. Quando hai di fronte avversari insidiosi, possono sempre e improvvisamente trovare la combinazione giusta e spalancare la tua cassaforte. Il gollettino di un carneade come Marco Del Vecchio costituiva appunto - dopo tanto sperpero - quanto rimasto all'Italia sul conto della finale nei minuti conclusivi; il bullismo multietnico transalpino lo razziò quasi per inerzia, e i rappresentanti della nazione avviarono la caccia al colpevole di tanta demenza. Ex post, la partita è ricordata soprattutto per il violento attacco frontale portato dal capo dell'opposizione politica e parlamentare al commissario tecnico della nazionale: a Dino Zoff, bandiera vivente del football italiano. Declassato improvvisamente a dilettante: "Si poteva vincere e bisognava vincere. I problemi riguardano la conduzione della squadra: non si può lasciare la fonte del gioco Zidane sempre libero. Era una cosa che non si poteva non vedere, anche un dilettante l'avrebbe vista", disse Silvio Berlusconi, a reti unificate. Trascorrono quarantotto ore, e il furlano reagisce, con stile e compostezza. Rassegna le dimissioni, gesto raro. "Dal signor Berlusconi non prendo lezioni di dignità. Non è giusto denigrare il lavoro degli altri pubblicamente, non è giusto che non si rispetti un uomo che fa il suo lavoro con dedizione e umiltà". Con dedizione e umiltà, l'Italia stava per sollevare la coppa in faccia ai campioni del mondo. Ma non era destino.
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2010
L'istante più crudele nella vita di Asamoah Gyan

Osservate lo sguardo di quest'uomo. Ha le mani in testa. Tra un istante, potete scommetterci, inizierà a piangere. Si chiama Asamoah Gyan, soprannominato Baby Jet. Anzi, a ben pensarci, la sua è un'espressione incredula. Cos'è successo? Semplice: stava per entrare nella storia, ma all'ultimo istante la storia ha tirato giù la saracinesca. Sa che un'intera nazione dell'Africa nera, il Ghana, che è poi la sua patria, in questo momento sta pensando cose orrende di lui. Perché? Solo e semplicemente perché ha sbagliato un calcio di rigore. Cosa c'è di più apparentemente normale, banale, ricorrente nel calcio, di un calcio di rigore sbagliato? Tutti i giocatori si disperano, quando accade. Il portiere graziato fa salti di gioia, e la vita di quelli che hanno tratto vantaggio dall'errore torna a fluire, ordinaria e piena di vere o false promesse. Stavolta, però, siamo davvero al cospetto di un caso limite. Estremo. Mai verificatosi nella storia, e che difficilmente ricapiterà, vai a sapere. Tornate a guardare il volto di Asamoah. In questo momento, l'arbitro ha appena fischiato la fine della partita. Anzi: la fine del secondo tempo supplementare. Sul dischetto, Baby Jet andò sapendo che a lui spettava il gesto finale e decisivo. Che avrebbe portato il Ghana in semifinale e, dunque, nella storia. Ora, riavvolgiamo il nastro del tempo, ma solo per qualche secondo. Ecco, da qui. Il giocatore prende la rincorsa. Colpisce la sfera. La sfera si muove, decolla, decolla ancora, non cessa di muoversi all'insù. Asamoah vorrebbe tanto che restasse impigliata nella rete tesa alle spalle di Muslera, il portiere dell'Uruguay. Ma il pallone si alza ancora, e se continua così - pensano in tutta Johannesburg - viaggerà fino in fondo alla notte, e atterrerà su qualche pianeta situato al di là del sistema solare. E invece no. Quel pallone si schianta in volo, contro la traversa. Non esplode in mille frammenti sintetici, ma nella mente di Asamoah tutto un futuro già immaginato dissolve all'istante. Non vorrebbe crederlo, ecco ancora la sua espressione. Il futuro deve ricominciare, molto è accaduto ma è come non fosse accaduto nulla. C'è un'altra partita da giocare, fatta solo di altri e tanti calci rigore, e la vincerà l'Uruguay. 


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27 giugno

1954
Alla discoteca del Wankdorf

Novanta minuti di gol e botte da orbi. Finisce in rissa, come all'uscita da una discoteca. Alla discoteca del Wankdorf, i magiari hanno portato la loro musica e alcuni buttafuori; i brasiliani  sono annebbiati dalle molte vendette che vorrebbero consumare, sono depressi e arrabbiati, e ancora una volta senza spartito cantano e picchiano ciascuno per conto suo. E dunque vengono cacciati brutalmente, come fossero bulli di periferia venuti per molestare fanciulle. Hanno trovato pane per i loro denti. Per dire: Puskás non ha giocato (i tedeschi l'avevano conciato per bene), ma non è uno cui piace starsene in disparte a guardare gli altri ballare. E' per questo che, prima che arrivasse la polizia, ha spaccato una bottiglia in testa a Pinheiro. In sua absentia, Hidegkuti e Kocsis si sono presi la ribalta, e com'è noto sono anche loro tipi da prendere con le molle. Alla prossima festa organizzata dall'Aranycsapat, stando a quel che si dice, dovrebbe far capolino una terribile banda di Montevideo: la Celeste. Il loro boss, Obdulio Varela, è acciaccato, ma una cosa è sicura: non perdetevi lo spettacolo.
Cineteca

1965
L'esordio oscurato di Gigi Riva

Lo sapevo, l'Italia gioca in Ungheria - una super, super-classica del football europeo -, e cosa fanno gli austriaci? Bloccano la trasmissione delle immagini. Spengono i loro impianti. Ci avrei scommesso! Niente partita ma tengo accesa la tivù, non si sa mai. Peccato, però. Vorrei godermi il momento in cui Gigi Riva sostituisce Pascutti, che s'è fatto male dopo pochi minuti di gioco. Riva esordisce dunque in quell'autentico santuario che è il Népstadion, mezzo vuoto per l'occasione. Gli ungheresi, chissà perché, lo ritengono troppo piccolo; Monsù Poss ha preso informazioni: ci stanno lavorando, a breve conterrà duecentomila spettatori. Mah.
Dicevo di Riva. Pare stia giocando bene. Energico. Dinamico. Si capisce che è molto più forte di Pascutti. Chiaro: se andiamo in Inghilterra, il titolare dev'essere lui. Titolare fisso, anche se non gioca nel Bologna.
Oh ecco, finalmente ci si ricollega. Toh, a Budapest piove. Li vedo, rientrano in campo. Lodetti ha sostituito Rivera. Pazienza. Godiamoci almeno il secondo tempo.


1984
Viva la cara vecchia zia Francia

Metti in conto: il fallo non c'era. Frutto di pura immaginazione arbitrale, Bellone arrancava ed è scivolato. Scrivi anche che il povero Arconada ha preso una topica colossale, l'effetto era velenoso ma non si trattava certo di una patata bollente. La terza cosa che devi ricordare è altrettanto importante: Camacho ha cancellato dal campo Platini, come fosse un pisquano qualsiasi. E prendi nota pure di questo: il pallone inzuccato da Santillana sullo zero a zero forse aveva superato la linea. Dunque nessuno si stupirà nel sapere che anche i francesi hanno fischiato i francesi. Capita di frequente, nelle partite importanti, è vero. "Il tono tecnico-stilistico dell'incontro non era affatto degno di una finale europea ma, a ragion veduta, così doveva finire. La Francia doveva vincere, a furor di pronostici, e puntualmente ha vinto. Viva la cara vecchia zia Francia. Giorno verrà che giocherà anche un bel calcio. Per ora, si accontenti di essere campione così come noi ci accontentiamo di tornare a casa" (Gianni Brera). E così sia.
Cineteca

2010
Quel confine incerto e conteso

E' soprattutto quando incoccia la parte interna della traversa che la sfera assume traiettorie bizzarre. La potenza e l'effetto del tiro, la stessa forma della barra (tonda o spigolosa) definiscono varianti che nessuno ha provato a misurare, ma poi la sostanza non cambia. Finisce sempre - il pallone - per toccar terra in una zona grigia, un'area di confine incerto e conteso. Una zolla dalle dimensioni insignificanti, la cui identificazione può decidere l'esito della partita. Ciuffi d'erba, terra e gesso schiacciati, e la palla risale con un nuovo rimbalzo - inclinato o verticale - in mezzo a uomini che alzano le braccia e si voltano a cercare lo sguardo di colui che deve dirimere in un istante l'imprevedibile controversia. E' gol! No, non è gol! Pressato da istanze contrarie, il giudice prende quasi sempre la decisione sbagliata. E' la fallibilità della giustizia umana. Non era gol, quello di Hurst a Wembley; era gol, quello di Lampard al Free State. Il primo fu assegnato, il secondo no. "England leave the World Cup and should take up immediate residence in a museum of football history" (Kevin MacKarra, The Guardian). Commento malevolo, perché Lampard aveva segnato il gol del due a due. Chissà come sarebbe finita, con un altro arbitro, su un altro campo, senza conti da regolare con il passato di una partita rimasta negli occhi del mondo. Tante rivincite si era già regalata la Germania, mai più battuta dai Leoni in un match davvero importante. Ora, tuttavia, il debito è saldato, e l'eterna sfida può ricominciare. Purtroppo per gli inglesi: "the World Cup is every 4 years, so it's going to be a perennial problem", come ha sentenziato l'ultimo grande footballer albionico, Gary Lineker.


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20 giugno

1954
Un'apparente umiliazione

Josef 'Sepp' Herberger, trainer della Deutsche Fußballnationalmannschaft (foto), era consapevole di una certa qual inferiorità. Si trattava di affrontare l'Aranycsapat nel pieno del suo splendore; le speranze di batterla erano praticamente nulle. All'esordio, i tedeschi avevano teutonicamente prevalso sulla Turchia; logica pretendeva che i turchi sbaragliassero i coreani e che fosse necessaria, tra Germania e Turchia, una gara di spareggio per l'accesso ai quarti - come stabiliva un regolamento pazzesco varato per l'occasione. E così, Herberger schierò contro i magiari una formazione destinata all'utile sacrificio, risparmiando molti pedatori titolari per i confronti più abbordabili. Così, Puskás e i suoi compagni di merende organizzarono un sontuoso pic-nic, sul prato del Sankt-Jacob. Tutti si divertirono, con la sola eccezione di Kwiatkowski (portiere subentrante ed esordiente; carriera internazionale non fortunata la sua: quattro caps e diciotto palloni rotolati alle sue spalle). Finì otto a tre. Poi i teutonici si rifecero coi turchi, e arrivarono sino in fondo, assai più freschi dei maramaldi magiari. Col senno di poi, si può senz'altro dire che la grande epopea del calcio tedesco contemporaneo iniziò proprio in quel pomeriggio di Basilea, con una sconfitta solo in apparenza umiliante.
Cineteca


1976
Lenta può essere l'orbita della sfera

Qualcuno ha pensato: lo tira in curva. La curva, praticamente vuota, è quella del Marakana di Belgrado. La partita - lunga, bellissima, estenuante - è una finale. Si stabilisce tra le nazioni il primato europeo nel gioco del football. Ogni tanto capitano sorprese, e una c'è già stata. A Zagabria, la Cecoslovacchia aveva eliminato la nervosissima comitiva degli olandesi. Ora naturalmente i cechi se la devono vedere con quelli che, due volte su tre, stanno sul palcoscenico fino all'ultimo atto, e che naturalmente pretendono la battuta conclusiva. Stavolta, però, la sceneggiatura ha assegnato l'ultimo discorso ad Antonín Panenka (foto), semisconosciuto pedatore del Bohemians 1905 di Praga. Se trasforma il penalty, ai tedeschi non sarà concessa un'ulteriore chance. La rincorsa fa credere a tutti che abbia deciso di tirare alla cieca, di pura potenza; è la scelta che di solito prediligono, in queste situazioni, giocatori poco sicuri di sé, non sufficientemente 'freddi', dotati di tocco modesto. E invece è solo un'impostura. Quando Panenka lo colpisce, il pallone si alza molto lentamente, senza fretta si dispone in quota, poi si abbassa ancora più lentamente. Sembra l'orbita di un pianeta; e sembra siano trascorsi anni luce quando finalmente la sfera si adagia, spossata dal proprio viaggio, alle spalle di Sepp Maier, che l'aspettava là dove non sarebbe mai arrivata.

1984
En el fútbol todo es posible

La Franza va per conto suo, Roi Michel recita tutte le parti in commedia. L'esito finale del Championnat d'Europe de football è scontato. Si gioca a pallone solo per stabilire chi farà il paggio del re al Parc des Princes. In quest'ottica si misurano España e Alemania nell'ultima del loro girone. Ovviamente sono favoriti i teutonici, anche perché la Roja vive tempi grigi e vanta pochi campioni. Anzi, nessuno. Quando è in serata, tuttavia, Luis Miguel Arkonada Etxarri è un portiere coi fiocchi. Se lo aiutano pali e traverse, diventa insuperabile. Il match è senz'altro avvincente, gli spagnoli sono obbligati a vincerlo. Carrasco calcia un rigore addosso a Schumacher; Allofs sparacchia tiracci addosso ad Arkonada, come fosse l'orso da colpire in un padiglione del luna-park. Immaginate allora, provate a immaginare la potenza dell'urlo salito al cielo da ogni angolo della vecchia Spagna quando, al novantesimo minuto, Juan Antonio Señor Gomez - stella del Real Zaragoza - mette nel cuore dell'area un pallone che i due Förster e Uli Stielike osservano disgustati, mentre sbucato da chissà dove piomba sull'arcuata traiettoria Antonio Maceda Francés (figurina) - difensore centrale dello Sporting Gijon, ma implacabile predatore delle aree altrui -, il quale inzucca come sa fare, imprimendo alla pelota una forza tale da piegare i guantoni del portiere alamanno, esaurendosi beffarda oltre la linea di porta.
2010
La vigoria atletica e morale degli All Whites

Mi telefona un amico, è sempre e parecchio su di giri negli anni pari, all'inizio dell'estate, quando si giocano le coppe del mondo e i campionati d'Europa. "Ah ah ah! Sai cosa c'è stasera?" Una partita, immagino. "Una partita? Secondo te esiste una partita quando in campo ci sono da una parte i campioni del mondo e dall'altra tipacci convinti che la forma naturale del pallone sia ovale, e che sia diventato rotondo solo per colpa di europei e sudamericani che si accaniscono nel prenderlo a calci? Non scherziamo. Ci tocca perdere tempo contro la Nuova Zelanda, e i nostri rischiano di farsi male: quelli placcano e sgomitano che è un piacere, ti rompono le ossa se non stai attento. A ogni modo, le cose andranno come devono andare, e vinceremo con trenta o trentacinque punti di scarto. Tu cosa pensi? Ci sentiamo domani". Non penso nulla di particolare. Accendo la TV e guardo la partita perché so che alla fine mi toccherà discuterne con lui. I nostri giocano un football orrendo, prendono un gol da polli, pareggiano su rigore. Trascorrono i minuti e lentamente cedo, sopraffatto dalla vigoria atletica e morale degli All Whites.

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22 maggio

1960
La nuova stella magiara

L'inconfondibile sagoma di Concetto Lo Bello guida le squadre al loro ingresso in campo. Non ha ancora molta esperienza, è la terza partita tra selezioni nazionali che dirige. Il Népstadion deve avergli fatto un certo effetto. Si può supporre che ancora peggiore sia stato l'effetto che quell'autentico inferno ha prodotto sugli inglesi, che in Ungheria non vincono dal 1908 e l'ultima volta che sono passati da queste parti hanno perso il conto dei palloni finiti alle spalle del proprio portiere. Oggi le cose sono andate un po' meglio; d'altra parte, i magiari sono alle prese con un difficile ricambio generazionale. Ma un giovane campione l'hanno già individuato, gioca nel Ferencváros e non ha ancora vent'anni, uno dal gol facile - pare. Difatti ne insacca due nel secondo tempo, è l'atto di nascita di una nuova stella. Si chiama Flórián Albert. A lui è intitolato dal 2007 lo stadio delle Aquile Verdi.


1984
Belle speranze ma poco futuro

Così era titolata la riflessione di Brera, a freddo, su Italia-Germania. Già, avevano vinto i tedeschi, ma contava poco o nulla. Si giocava al Letzigrund di Zurigo, una bella (si fa per dire) amichevole organizzata per festeggiare l'ottuagenaria FIFA, c'era una sacco di splendida gente per l'occasione, venuta per ricevere premi dalle mani di Havelange. E la partita? Bah. Rivincita di Madrid? Bah. Noi siamo stanchi, non andiamo neppure agli europei di Francia, i tedeschi ci vanno illudendosi di dominarli. Non c'è uno straccio di punto in palio, insomma, il gioco è pessimo, la sconfitta (per noi) quasi scontata. Che dice il Gioann? "Personalmente avevo pronosticato un pari e non è che stravedessi: in effetti, l'Italia avrebbe anche potuto ottenerlo: però ha giocato male, troppo male per meritarlo. Anzi, dobbiamo già rallegrarci che abbia perduto per un solo gol a zero; ma se Bearzot è convinto che arriverà un giorno ad avere in questa una grande squadra, viva! Noi tutti - anche voi, immagino - non domandiamo di meglio".
Tabellino | Highlights | Brera (La Repubblica, 24 maggio 1984)


2010
L'indifferenza di Mourinho

Sembra che, sulla fascia presidiata da Chivu, Robben possa produrre sfracelli. Mourinho, ovviamente, se ne frega (foto). La tattica non è il suo forte. Lui sa ribaltare le partite, quando si mettono male, in un modo solo: mandando tutti avanti, inserendo quattro centravanti, riuscendo così - nel disintegrare la propria - a mandare per aria l'organizzazione altrui. Nella serata del Bernabéu non ce n'è bisogno. Eto'o fa il terzino, e Milito i gol. Schiantare il Bayern, per questo undici assetato di sangue, è tutto sommato un gioco da ragazzi. Finalmente Moratti junior arriva dov'era già arrivato suo padre; l'Inter mette in archivio una stagione leggendaria ("l'anno del triplete", si dirà per saecula saeculorum); Mourinho rimane a Madrid, senza nemmeno un saluto, e molte sono le vedove e molti gli orfani che inizieranno a vivere di ricordi e rimpianti.

  • Vedi anche le partite del 22 maggio in Cineteca