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26 gennaio

1884
Scotland's march

Prende il via la prima edizione della British Home Championship, torneo annuale che doveva sancire l'egemonia calcistica tra i confini della Gran Bretagna, ovvero dell'universo mondo. Iniziano Scozia e Irlanda, che non si erano mai incontrate in match ufficiali. Si gioca a Belfast, il pubblico è scarso, e la Scozia (che vincerà la competizione: a sinistra l'XI posa per la foto-ricordo) passa agevolmente: cinque a zero. Il primo gol lo segna James Gossland, che entra così negli annali. Anzi, ne fa due. Ciò nonostante, non verrà più arruolato nella Tartan Army.
Tabellino

1919
Arriva Valentino

A Cassano d'Adda nasce Valentino Mazzola. "Militava, ignoratissimo, nell'Alfa Romeo. Arruolato in marina, si presenta in prova al Venezia giocando a pieni nudi. Come lo vedono, gli acquistano subito le scarpe e lo assumono per un cocomero e un peperone. Sarà uno dei massimi prodotti del nostro calcio, forse l'interno migliore di tutti i tempi con Baloncieri e Meazza" (Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano, p. 183).


1963
Special Birth

Nasce José Mourinho, a Setúbal. Qualsiasi cosa avesse deciso di fare da grande, sarebbe stato un successo (come la foto palesemente chiarisce). Ha scelto il football, che è un gioco, e non è detto che in fondo gli piaccia davvero (anzi). Infatti ha quasi sempre la faccia di uno che non si diverte. Un mezzo sorriso sarcastico lo regala solo se e quando vince, e si capisce che vince solo per se stesso. Pochi come lui, d'altra parte, hanno così mal sopportato le sconfitte. E' uomo di polemiche violente e gratuite, di gesti plateali. Si spera che, invecchiando, migliori. Molti lo amano, altrettanti lo detestano.


1977
La papera del portiere esordiente

All'Olimpico di Roma, in un'amichevole contro il Belgio, Luciano Castellini (portiere dell'ultimo scudetto vinto dal Toro) subentra a Zoff nel secondo tempo; resterà la sua unica presenza in maglia azzurra, e non lascerà un gran ricordo: sua la papera a origine del pur ininfluente penalty che il collega Christian Piot trasformò sullo scorcio di partita.



1992
Senza Pelé il Ghana si spegne

E alla fine Pelé non si prese l'Africa. Squalificato, rimane a guardare i suoi contro la Costa d'Avorio. La partita è mortalmente noiosa, dominata dalla paura di perdere, da esasperato tatticismo, mal governata da un arbitro giudicato tollerante oltre misura. Una di quelle finali che non piacciono agli europei quando in campo ci sono XI di altre scuole e di altri continenti. Finisce senza reti dopo 120', e anche i rigori durano un bel po'. Il dodicesimo è fatale per il Ghana: sfortunatamente lo tira Antonhy Baffoe (nella foto), nativo di Bad Godesberg e pedatore del Fortuna Düsseldorf. Fu 'colpa' sua se Abedi tornò a Marsiglia con un pugno di mosche.

23 gennaio

1958
La vendetta si serve calda

Quattro giorni prima, per la 18ma di Priméra Division, il Sevilla (ultimo in classifica) aveva ospitato e battuto senza discussione i Blancos (3-2, grande sorpresa). Lo schiaffo è doloroso, ma la possibilità di restituirlo con gli interessi è immediata. L'andata dei quarti di Coppa dei Campioni si gioca al Bernabéu: dal sorteggio è messo in tabellone un accoppiamento 'incestuoso'. Ma non c'è fratellanza tra i due XI, e quelli del Madrid sono assatanati. Lo è, in particolare, Alfredo Di Stéfano. Ne segna quattro, e il Sevilla abbandona eventuali sogni di gloria in Europa.
Cineteca


1985
Staffetta tra i pali

Nel tepore invernale di Alicante, la Roja ospita in amichevole la nazionale finlandese. Va ben preparata una delicatissima sfida con la Scozia - il rischio di non andare in Messico è alto, dopo la batosta subita ad Hampden Park a novembre '84. Arconada, capitano di lungo corso, comincia a mostrare segni di logoramento. Così, nel secondo tempo, dagli spogliatoi sbuca al suo posto Zubizarreta, portiere della Real Sociedad. Sbucherà dagli spogliatoi di tutti gli stadi del mondo, con quella maglia, fino al 1998. Farà il record di presenze, battuto solo dal suo (non immediato) successore: Iker Casillas.


1992
Pelé vuole il regno dell'Africa

Naturalmente non si tratta di Edson Arantes, ma del ghanese Abedi Ayew, noto però al mondo col nome di Abedi e il soprannome di Pelé. I suoi anni migliori vanno dal 1991 al 1993. E' il miglior giocatore del continente nel '91, è titolare del Marsiglia nel '93 (quando l'OM fa sparire la Coppa dei campioni sotto il naso dell'imbattuto Milan), e in mezzo, nel '92 e a suon di gol, trascina la sua nazionale fino all'ultimo atto della Coppa d'Africa. Nella semifinale, contro la temibilissima Nigeria, il Ghana è sotto di un gol: Pelé avvia la riscossa e trascina i compagni in una finale attesa da dieci anni.

14 novembre

1963
Il re piange, ma è ugualmente samba al Maracanã

La comitiva rossonera sbarca a Rio - per il ritorno della Coppa intercontinentale si gioca al Maracanã, i cui esosi posti sono andati esauriti o quasi -, raccoglie applausi all'aeroporto, e soprattutto riceve una buona notizia: Pelé non gioca. Almeno un pareggio, dunque, non dovrebbe essere fuori portata. Nell'erba alta i brasiliani randellano senza costrutto; dopo quarantacinque minuti, il Milan è avanti di due gol, e qualcuno sta già immaginando il portellone dell'aereo che si apre a Malpensa, e là sotto la folla i canti e le bandiere. In tribuna, dicono che Pelé pianga, mentre il pubblico invoca - è la massa dei fedeli delusi - il suo nome. Ma poi la scena cambia. E cambia la musica. A ritmo di samba, i santistas (aiutati un po' dall'arbitro - argentino, mah! - e molto da Ghezzi) ne fanno quattro in venti minuti; anche se contasse, a questo punto differenza reti non c'è. Si deve ricominciare daccapo. Partido de desempate, sempre qui, tra due giorni. E il diavolo sprofonderà nell'inferno del Sudamerica.
Cineteca


1992
Der Schweiger

Il 18 novembre del 1992, al Frankenstadion di Norimberga si incontrano amichevolmente la Germania e l'Austria. Sulla panchina degli austriaci c'è Dietmar Costantini, e appoggiato accanto a lui un cappello. Era il cappello di Ernst Franz Hermann Happel, scomparso quattro giorni prima a Innsbruck. Il 'Silenzioso' (der Schweiger) se n'era andato, solo qualche mese dopo aver ripreso la guida del primo XI che aveva allenato, nel dopoguerra, per un decennio, un lungo e formativo tirocinio che lo portò in seguito a mietere successi in tanti club, girando in lungo e in largo l'Europa, portando l'ebbrezza del successo là dove ancora nessuno la conosceva. Nella galleria del '900, i capolavori di Happel occupano una delle sale più prestigiose; e il suo nome fu dato, dopo la morte, al santuario del football austriaco: il Praterstadion di Vienna.
Wikipedia: italiano - tedesco | Storie di calcio | In mortem (Beccantini)

8 agosto

2012
Questa non è l'amichevole di Solbiate Arno!

A New York, per la Herbalife World Football Challenge, il Milan è travolto (1 a 5) dal Real Madrid. Adriano Galliani a fine partita si aggira con aria truce a bordo campo con in mano una mazza da baseball (gentile omaggio degli Yankees). "Cambiare 9 giocatori su 11 contro il Real Madrid è stato un errore grave dell'allenatore e ora vado a dirglielo" sibila ai giornalisti. Poi rincara la dose: "Siamo a New York [inoppugnabile], c'è tutto il mondo che ci guarda [esagerato], non si possono fare certe figuracce [auspicabile]. Questa non è l'amichevole di Solbiate Arno [vero, e la citazione è colta], mi meraviglia che nessuno l'abbia capito [opinabile]. Sono incazzato come una iena [politically incorrect]. Per favore scrivetelo [ordine eseguito doviziosamente da tutti i media (italiani, gli altri se impippano, giustamente)]". Non si segnalano randellate all'allenatore livornese. Ed è già qualcosa.
Tabellino (sub data) | Highlights


1992
Il re taumaturgo

L'arrivo del codazzo reale ha agitato i polacchi e ringalluzzito gli ispanici, sicché anche Juan Carlos primo de Borbón potrà entrare nel catalogo dei re taumaturghi. Per la Roja, vincere qualcosa nel football è evento miracoloso, e pazienza se si tratta 'solo' del torneo olimpico. Giocarsi l'oro a Camp Nou certamente stimola l'orgoglio, ma nessuno ci sperava e nessuno se l'aspettava e nessuno se lo 'sentiva', anche se le nazionali dei paesi alleggeriti dal tallone sovietico non erano più così competitive - merito, però, delle regole cambiate. Dunque, quando l'infinito corteo regio entra nella reggia catalana, manca solo mezz'ora alla fine della partita, e il tabellone riporta una notizia sgradevole: "Polonia 1 Espanya 0". Ma il magnetismo carismatico del re si diffonde nell'aria e vibra sul verdissimo campo, e il più scosso tra tutti è senz'altro Francisco Miguel Narváez Machón detto 'Kiko', un lungagnone centravanti andaluso, fantasioso ma votato allo spreco - e che perciò non ingolosisce i grandi club, tant'è che vegeta ancora nel Cadice, il club dov'è cresciuto. Kiko, ispirato, realizza una doppietta, e il gol decisivo lo infila allo spirare della partita e delle Olimpiadi, quando inizia la festa immaginata dal sovrano venuto per onorare il sacro e imprevedibile gioco del pallone.

5 agosto

1948
Il capolinea di Vittorio Pozzo

"E' stata una prova delle più disgraziate della squadra goliardica italiana. I ragazzi nostri non meritavano questa sorte per l'animo con cui hanno combattuto. A detta di tutti i critici inglesi presenti, essi sono stati superiori agli avversari tecnicamente. E' stata la mancanza di esperienza che li ha traditi". L'Italia (campione olimpica uscente) fu dunque eliminata al secondo turno nei Giochi di Londra. Per opera della Danimarca. Ad Highbury: cinque a tre, i due gol decisivi incassati nello scorcio di partita. Il virgolettato chiude un breve resoconto dettato da Vittorio Pozzo a 'La Stampa': l'ultimo firmato da lui nelle vesti (anche) di Commissario Unico. Dopo 87 partite, delle quali 60 vinte e solo 11 perse, e una serie impressionante di titoli. La successione non fu immediata e fu abbastanza complicata, come normalmente accade alle cose del calcio italiano: ma è una storia nota.
Tabellino 


1984
Hotel California

Facciamo un rapido conto: se si esclude l'edizione romana del 1960, cui partecipò per diritto di ospitalità, l'Italia del football non si presentava ai Giochi Olimpici dal 1952, quando venne facilmente schiantata al primo turno dall'Aranycsapat. Per la verità, non è che la qualificazione al torneo californiano del 1984 sia stata una marcia trionfale. Anzi: non ci fosse stato il boicottaggio ricambiato per cortesia politica dai paesi d'oltrecortina, i pedatori azzurri sarebbero ora sulle spiagge della Versilia o della Romagna. E invece trascorrono l'estate negli alberghi della West Coast; oggi si sono fermati a Palo Alto, ed eccoli che sbucano sul prato dello Stanford Stadium. La posta è grossa: un biglietto per le semifinali; l'avversario ostico e storico: il Cile. Bearzot non ha portato in America studentelli o dilettanti. Ha una signora squadra; gente che - per regolamento - non ha ancora disputato partite di Coppa del mondo, ma che avrà tutto il tempo (eccome) per farsi una certa esperienza al riguardo. Qualche nome? Walter Zenga, Franco Baresi, Pietro Vierchowood, Riccardo Ferri, Aldo Serena, Daniele Massaro; e anche il resto della truppa non è composto di matricole sconosciute. Tant'è. Sono arrivati ai quarti di finale battendo egiziani e americani, e perdendo (ma contava nulla) con il Costarica. Sempre di un solo gol - fatto o subito. E lo stesso accade col Cile. A Beniamino Vignola (foto), che alla Juve sta imparando i trucchi del mestiere da Monsieur Michel Platini, capita l'opportunità di battere un calcio di rigore - assai generoso - all'inizio del primo tempo supplementare, e non lo sbaglia. Partita orribile, un gol - s'era capito - basta sempre, e il Vecio adesso (come, al tempo che fu, il suo più grande predecessore, Monsù Poss) va all'inseguimento di una medaglia. Purtroppo, non la raggiungerà.
Tabellino | Il penalty di Vignola


1992
La nostalgia del Pep

Certo, non si può negare che al Pep le cose nel football siano andate bene. E' sulla scena da poco meno di un quarto di secolo, e ha sempre fatto il direttore d'orchestra, sin da ragazzino. Al Barça è stato un idolo - anzi, una leggenda -, in campo e in panchina. Nella Roja ha raccolto poco, ma per fortuna era ancora un under 23 quando a Barcellona fu allestito il mirabolante spettacolo delle XXV Olimpiadi dell'era moderna. Dunque lui c'è, guida un undici di discreta qualità che vince tutte le partite, compresa quella dei quarti di finale contro l'Italia, senza prendere nemmeno un gol. Una sola cosa dispiace al Pep: che tutte quelle belle partite si siano giocate a Valencia. Lui ha nostalgia di Camp Nou, dove però è in programma la finale. L'ultimo ostacolo sulla via di casa è il Ghana, e degli africani, in queste competizioni, è sempre meglio non fidarsi. Il Pep, ancora ben capelluto, sforna un assist su calcio piazzato a inizio partita, e la strada è subito in discesa ripida. A Barcellona lo stanno aspettando tutti, anche a loro è mancato, ma lui sta arrivando e non li deluderà.

26 giugno

1954
La patetica dissoluzione del 'verrou'

"Attenzione... e la sfera va a terminare in rete. Prendo ora la linea, gentili radioascoltatori, dallo stadio di Losanna, dove Svizzera e Austria stanno disputando il loro quarto di finale della Coppa del mondo. Ha segnato Wagner. Risultato nuovamente in parità. Non è ancora scoccata la mezz'ora. Dunque siamo uno a uno. No, due a due. Scusate, gentili ascoltatori. Tre a tre. Sì, mi dicono che il risultato è ora questo: tre a tre. Come? Certo certo. E pensare che la Svizzera al minuto diciannove conduceva per tre a zero. Evidentemente, prendendo nota delle migliori azioni, mi sono perso qualche gol, e ... Attenzione:  la sfera va a terminare nuovamente in rete! Quattro a tre per l'Austria, gol di ... Come? Scusate, gentili ascoltatori: cinque a quattro per l'Austria, e manca ancora un'eternità alla fine del primo tempo". Il match finì sette a cinque; il verrou di Rappan si era dissolto improvvisamente nel nulla, complicando e non poco la radiocroncaca di Giuseppe Albertini (foto). Purtroppo, dell'evento non fu testimone Monsù Poss, che aveva preferito osservare gli inglesi alle prese con la Celeste. La chiusura del suo resoconto da Basilea è tuttavia magistrale: "ciò [l'abbattimento di un uruguagio] mentre l'altoparlante continuava a narrare in dialetto svizzero la interminabile e patetica storia delle dodici reti della partita di Losanna che terminava con la eliminazione degli elevetici".
Cineteca
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera


1992
La beffa danese

Mettetevi nei suoi panni. Ha lavorato giorno e notte per mesi, viaggiato per tutti gli stadi d’Europa, studiato - dal vivo e in videocassetta - centinaia, migliaia di partite. Finisce la stagione, i club delle leghe a calendario allineato (le maggiori) hanno mandato in vacanza i propri giocatori, e anche i commissari tecnici delle rappresentative nazionali non qualificate per l’europeo hanno messo in archivio gli appunti presi nelle ultime, inutili amichevoli d’inizio estate. Sono i momenti ideali per riprogrammare l’esistenza: per esempio, arredando la casa acquistata da tempo, dove finalmente trasferirsi, ora che non ci sono più in  agenda impegni istituzionali e voyeuristici. Ed è esattamente di questo che si stava occupando il signor Richard Møller-Nielsen; passata la cinquantina da un po', una modesta carriera di pedatore e addestratore di pedatori alle spalle, può anche darsi che avesse deciso di tirare i remi in barca. La sua vita, invece, fu travolta dall’implosione della Jugoslavia, dalla risoluzione ONU 737 del 1° giugno 1992, da una delibera UEFA del giorno prima. Per la Danimarca, che il signor Richard Møller-Nielsen guidava senza infamia e senza lode da un paio d’anni, s’era trovato un volo last-minute per il villaggio vacanze degli europei di Svezia, disdetto dagli slavi. Per molti pedatori danesi quell’inatteso cambio di programma dovette sembrare un’autentica beffa. L’unico a non volerne sapere fu Michael Laudrup; così, disfatte le valigie e disdette le prenotazioni per esotiche mete, Schmeichel & Co. decisero che la beffa doveva essere restituita con gli interessi. Neutralizzati gli albionici e concesso un golletto ai padroni di casa, si scatenarono ai danni di francesi e olandesi. Poi schiantarono in finale la Germania e si presero il titolo europeo. Roba da non credere. Il signor Richard Møller-Nielsen, due mesi dopo, a Riga per visionare la Lettonia, è circondato da un nugolo di giornalisti. Vogliono sapere di Laudrup e dei lavori di casa. Su Laudrup un’alzata di spalle e nessuna risposta. Sui lavori, una risatina seguita dalla “giusta versione dei fatti”. Si trattava solo di montare una cucina nuova, e c'è voluto del tempo. Ikea o Poggenpohl? Un sogghigno, nessuna risposta.
1996
He missed the fucking penalty

Stuart Pearce e Paul Gascogne indossano l'elmetto: il Daily Mirror ha dichiarato guerra (football war, ovviamente) alla Germania, e ha scelto i propri eroi. "Achtung!", per te Fritz la Championship '96 is over. Passi per Pearce, ma è difficile immaginarsi Gascoigne in assalti alla baionetta. D'altra parte, l'aggressività e il sarcasmo mediatico rivelano il timore di fondo, uno stato d'animo che alla vigilia della semifinale europea contro la Nationalmannschaft accomuna tutti i sudditi di Sua Maestà. A ben vedere, è una partita - pardon, una guerra - persa in partenza. Chi ha voluto che sul tabellone di Wembley, prima ancora che le bande sparassero i santi inni, apparisse la frase "So che è accaduto una volta, ma si potrebbe ripetere"? Sì, era accaduto in Italia, al mondiale. Semifinale, grande partita, gli albionici meritavano ma si sono dovuti accontentare di un consolatorio picnic con gli azzurri, come loro sconfitti ai rigori. E ai rigori finisce anche questa volta. Siamo al penultimo, e tocca a Gareth Southgate. Lo tira alla destra del portiere, ma sarebbe stato meglio se avesse scelto l'angolo sinistro. "He missed the fucking penalty", canterà una punk-rock band di Lewisham (South London). "Dance now whatever you will be / but he missed the fucking penalty / so we smashed up the town / wherever we may be / coz he missed the fucking penalty".

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7 giugno

1962
La mesta vittoria

L'Italia distribuisce fiori e regali ed esce dal Nacional di Santiago tra gli applausi. Forse anche perché ieri pomeriggio, prima del match del Cile contro i tedeschi, con una cerimonia pubblica i potentati della comitiva azzurra hanno donato ai dirigenti cileni una lupa bronzea, "chiedendo perdono di aver ricevuto pugni in faccia". Forse e anzi soprattutto perché la partita con gli elevetici non contava nulla - entrambe eliminate erano e tali resteranno, ciò che per quanto riguarda la Suiza a nessuno parve una sorpresa. Vai a sapere. L'Italia vince con uno scampanellante tre a zero, per la prima volta giocano Bulgarelli e Sormani (foto), ma è un risultato che davvero non interessa a nessuno. Infatti la notizia del giorno è un'altra: Amarildo sta per firmare un contratto con la Juventus. Già. Colpaccio? No, perché l'uomo che aveva rimpiazzato Pelé cambierà idea, e si accaserà al Milan. Monsù Poss è costretto a parlare ancora di calcio, il suo resoconto da Santiago è stracco, ma il finale è di spessore letterario: "Alcuni nostri giocatori, esclusi gli oriundi e quelli del Milan che resteranno in Sudamerica per aggregarsi ai rossoneri in tournée, partono sabato per l'Italia. Arriveranno domenica mattina a Malpensa".
Italia-Svizzera: cineteca | La Stampa (8 giugno 1962, Cronache dello sport)


1964
Sotto le tre torri torna il tricolor

Dopo aver disperso nel Praterstadion le ceneri del grande Real Madrid, resta per l'Inter da archiviare la pratica domestica. Lo scudetto è conteso, la conferma del titolo incerta, il Bologna uno squadrone improvvisamente memore del proprio blasone. Ma c'è una storia di doping, di partite scritte sul campo e riscritte a tavolino, ciascuno ha il suo fidato giudice a Berlino; il cuore di Dall'Ara, presidente dei rossoblu, cede di schianto. Alla fine, la conta dei punti produce una sensazionale parità: per la prima volta, dall'istituzione del girone unico, si arriva allo spareggio. Spareggio, ordalia, iuditium Dei. In un pomeriggio di grande calura, le energie dell'Inter dissolvono. "Si sono visti i suoi resti, all'Olimpico: una sorta di labile ectoplasma di quella che era stata la squadra più grintosa e gagliarda del campionato" (Brera). Sotto le tre torri tornava il tricolor, un'attesa durata lunghissimi decenni. "Lo Bello fischiò la fine e mi assalì una strana sensazione. Eravamo campioni d'Italia, ma stentavo a crederlo", disse Giacomino Bulgarelli (nella foto, insieme a Pascutti). Dall'Ara, ombra tra le ombre, attinge gloria postuma; della sua squadra si diceva: "così si gioca solo in Paradiso". Ce la porterà in tournée.

1992
Delirio

Dice qualcosa il nome di Pier Luigi Cherubino? E quello di Juan Enrique Estebaranz López? Forse qualcosa di più, se si aggiunge il soprannome: "Quique". Ne manca uno, ed è il più famoso dei tre, avendo disputato una quarantina di partite con la maglia do Brasil: Ricardo Roberto Barreto da Rocha. Tutti e tre erano in campo, il 7 giugno del 1992, all'Heliodoro Rodríguez López di Tenerife. E tutti e tre sono registrati nel tabellino dei marcatori di giornata. Rocha era un difensore centrale e, purtroppo, il pallone l'ha messo nella porta sbagliata. Quella del Real Madrid, cioè la propria. Anche gli altri due l'hanno piazzato lì, ma giocavano nel Tenerife. La storia ha un suo fascino: il Madrid vinceva facile (due a zero), era l'ultima jornada della Liga. Ribaltamento della partita (due a tre) e sorpasso del Barça. Delirio in Catalogna, e sorrisone beffardo stampato sul volto di Johan Cruijff. La storia ha un fascino doppio. Perché trascorre un anno, e i Blancos volano ancora a Tenerife per l'ultima partita. Forse ci vanno già rassegnati. Altro sorpasso catalano, e il sorrisone sul volto di Johann Cruijff non è più beffardo: è sarcastico.

2002
Lo spirito dell'aria

Francia. E poi Argentina: ecco le squadre favorite - insieme a Italia e Brasile - della Coppa del mondo. D'accordo, la Francia praticamente ha già abdicato. Ma l'Argentina è una macchina poderosa, e soprattutto ha un giocatore fantastico: Ariel Ortega, il nuovo Maradona. Un Maradona nuovo di zecca. Anzi: un Maradona decisamente migliore di Maradona.  Quando Ariel appenderà le scarpe al chiodo gli argentini sostituiranno la sua alla santa leggenda del Pibe, ma intanto c'è da giocare con l'Inghilterra, e si sa come Dios non ami particolarmente gli inglesi. Come al solito, vincerà l'Albiceleste. I ronzini di Albione inciucchiranno nel tentativo di vanificare le veroniche di Ortega, i suoi funambolici dribbling, le sue mirabolanti invenzioni, le traiettorie impossibili che sa imprimere e imprimerà alla sfera, sicché i musi gialli finalmente sapranno qual è la vera arte del calcio. Ma ecco che la sagoma bionda di una rock-star si staglia a undici metri da Pablo Caballero, siamo verso la fine del primo tempo. David Beckham: non crederà per caso di essere a Wembley, la mano de Dios fermerà la sua corsa e lui inciamperà comicamente in un filo d'erba, e la pelota tornerà tra i piedi di Ariel Ortega, il quale, come vero spirito dell'aria, invisibile la condurrà rapidamente dall'altro lato del campo, in una fuga che è certo destinata a concludersi tra canti gloriosi, e inutile sarà il sacrificio dell'uomo del mare, David Seaman, baffuto portiere e dunque risibile baluardo di quel che resta dell'Impero britannico. Tragedia. Beckham scuote la rete con un tiraccio (foto), e nella pampa il sole che sorge porta delusione e tristezza. «Avevamo dei piani, non ci è mai riuscito di metterli in pratica», dice Marcelo Bielsa. E Ortega? Ortega è Ortega: forma senza sostanza.


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2 aprile

1961
La fascia e la terza maglia di Kubala

Quanti pedatori hanno indossato la maglia di tre nazionali? Eccone uno: László Kubala, coetaneo di Puskás e nato come lui a Budapest, che giocò per la Cecoslovacchia sei volte - i suoi genitori erano originari di quel paese - quando militava nello Slovan Bratislava, per l'Ungheria tre volte quando militava nel Vasas di Budapest e per la Spagna diciannove volte quando militava nel Barcellona. Era un fuoriclasse, certo. Giocò sempre per le nazionali giuste, ma sempre nel momento sbagliato. Perlomeno, dalla Roja si congedò con la fascia di capitano (nella foto, con Kopa) e una vittoria: due a zero, al Bernabéu, sulla Francia.


1967
I molli e avviliti resti del Milan

Nei favolosi 1960s il derby d'Europa si giocava a Milano: le due squadre dominavano la scena continentale, conquistando svariate coppe dei campioni. Cose risapute. Nella stracittadina, tuttavia, l'Inter di HH riusciva ad avere più di frequente la meglio. Questo è un quattro a zero senza repliche. "Giunto Rivera a sazietà agonistica, non vi è più luce di idee negli schemi del Milan" (disse un critico). Herrera è su di giri: "avremmo potuto vincere otto a uno, basti pensare ai due rigori negatici". Già. Capita, del resto. Amarildo, costretto a rincorrere Facchetti (foto), rimediava brutte figure. Esordiva nel derby Anguilla Anquilletti: "esalta Cappellini fino ad illuderci sul centravanti della nazionale: ma chi lo protegge, povero diavolo?" (aggiunse il medesimo critico). Herrera è parecchio su di giri: "l'Inter è in forma, in gran forma: fisica, mentale, morale. Abbiamo di fronte il 'mese di ferro', e noi in questo mese vogliamo vincere lo scudetto per presentarci distesi alla finalissima di Coppa". Già. Come poi quella stagione finì, è cosa risaputa.
Tabellino | Documentazione


1992
L'ultimo e vano dribbling di Juanito

Quando, al Bernabéu, scocca il settimo minuto di gioco, qualunque sia la partita e il risultato, la curva inizia a cantare: "illa, illa, illa, Juanito maravilla". Onorano così la memoria di Juan Gómez González, che la camiseta blanca col numero sette portò per dieci anni, dal 1977 al 1987. L'appuntamento con un tragico destino era fissato sulla strada che da Madrid porta a Merida; un autocarro carico di tronchi d'albero perde il controllo, si rovescia. Juanito arriva in quel momento, dribbla rapidamente quegli inediti avversari, ma si schianta frontalmente contro il camion che lo precede. Era il 2 aprile 1992. "Illa, illa, illa, Juanito maravilla".
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4 marzo

1967
La remuntada degli Hoops

Per la prima volta, la finale della League Cup si disputa a Wembley. Ci arrivano due squadre separate da altrettante divisioni della Football Association: il West Bromwich Albion milita nella prima, dove naviga tranquillo nel centro della classifica, segnando molto e subendo altrettanto; i Queens Park Rangers si avviano dal canto loro a vincere la terza. Logico che ci sia una favorita. In effetti, il primo tempo è tutto del WBA: doppietta dell'ex, Clive Clark, e - tutti pensano - game over. Ma la seconda parte della gara è una festosa resurrezione degli Hoops: sarà non per caso Mark Lazarus (nomen omen, ala destra, foto) a compiere l'atto finale, mettendo a profitto una serie di topiche difensive dei Baggies e segnando così l'unico gol davvero importante di una lunga ma modesta carriera.
Cineteca

1970
Conigliaro mette Saldanha nei guai

Le cose per il Brasile sono mal messe. La Seleçao è grande favorita per il mundial messicano, e ora arrivano i test-matches decisivi. Si dice vi siano ingerenze politiche; João Saldanha, però, sostiene che, poiché lui non designa i ministri, neppure il presidente Emílio Garrastazu Médici può permettersi di suggerirgli i giocatori da mettere in formazione. Insomma, il clima è pesante, e le due partite contro l'Argentina contano parecchio. L'Argentina, già: per il Messico non si è neppure qualificata, anzi è addirittura finita ultima nel gironcino a tre, con Perù e Bolivia. Da non crederci, ma gli almanacchi parlano chiaro. Com'è andata dunque al Gigante? Per il Brasile, molto male. Zero a due, e Roberto Perfumo assicurò di non aver mai giocato contro un avversario così debole. Saldanha se la prese con Pelé, nientemeno: logico avesse i giorni contati. D'accordo, non vi era nulla in palio se non il prestigio. Ma l'occasione è buona per ricordare il nome di chi realizzò il secondo gol dell'Albiceleste: Marcos Norberto Conigliaro (nella foto, in anni più recenti), quello dell'Estudiantes, che alla Bombonera aveva già infilzato lo United nella Coppa intercontinentale del 1968 e il Milan in quella del 1969. Un bel tipo, non c'è che dire.
1992
L'impresa del Grifone

Dopo le partecipazioni alla Mitropa Cup degli anni '30, le competizioni continentali più importanti non sono mai state frequentate dal Genoa. Il blasonato club si qualifica tuttavia per la Coppa Uefa 1991-92, e fa parecchia strada. Pare arrivato il capolinea quando, per i quarti, dall'urna esce nientemeno che il Liverpool. Ma i rossoblu risparmiano energie in campionato (lo concluderanno praticamente alla canna del gas) e, nel match di andata, si avventano sui Reds; memorabile il missile mancino di Cláudio Ibrahim Vaz Leal 'Branco' (foto), che fissa un due a zero ampiamente difendibile ad Anfield.
Tabellino | Highlights


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