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12 febbraio

1929
Primera División

Battesimo, in Spagna, per la Primera División. La disputano dieci club, e tutti quelli più importanti sono già piuttosto agguerriti. Il Barça gioca in realtà un posticipo (le altre gare s'erano disputate il 10) a Santander, deve replicare al secco 5-0 che il Real ha inflitto al Club Esportiu Europa di  Gràcia (Barcelona). Naturalmente non c'è occasione da sprecare, le partite sono poche, si va di fretta. Quindi due a zero, e doppietta del barcellonese Manuel Parera Penella (nella foto). All'orizzonte c'è già El Clásico.


1969
Ultimo fado benfichista

Sembra ancora molto acerbo, l'Ajax di Marinus Michels. Ospita il Benfica nell'andata dei quarti di Coppa dei campioni; forse, è vero, senza i favori del pronostico, poiché in fondo i lusitani appartenevano all'élite del calcio europeo da quasi un decennio. Eusebio e Cruijff si vedono poco sul campo innevato e a cinque gradi sotto zero. Tre a uno per i portoghesi: semifinale in cassaforte? In realtà, il coro benfichista aveva intonato l'ultimo fado. L'Ajax stava accordando le chitarre elettriche.


1983
Fischi e schiamazzi a Limassol

Al Tsirion di Limassol l'Italia tricampeon (foto) si degna di recarsi perché è in programma il terzo match per la qualificazione agli europei di Francia. Le prime due non sono andate bene: due punti in tutto. Comunque: vuoi non andare a esibire il mondo stampato sulle maglie in casa dei franzosi? Si fa una passeggiata a Cipro e poi si sbaraglia la concorrenza. Niente di tutto questo. Hristos "Takis" Mauri, punta di diamante dell'Omonia, mette una pulce nell'orecchio di Bearzot (e un pallone alle spalle di Zoff). Ci pensa Nikos Patikkis, anche lui dell'Omonia, a riequilibrare, fissandolo, il match-clou. Fischi e schiamazzi, l'Italia è tornata sulla terra.

2 ottobre

1983
Sigghefrido

Si spegne, a Nemi (uno dei 'castelli romani') Rodolfo Volk. Un centravanti poco raffinato, ma testardo e col fiuto del gol, balisticamente devastante. La sua carriera ad alti livelli fu abbastanza breve: cinque anni alla Roma, più di cento gol (tra cui quello che decide a favore dei giallorossi il primo, storico derby, l'8 dicembre 1929), e poi un rapido, inaspettato, inspiegabile declino. Fu il primo idolo del Testaccio, Volk detto Sigghefrido per la bionda chioma. "L'ala centra e Vorche tira e segna / questo è er gioco e Roma ve lo 'nsegna! / Cari professori appatentati / sete belli e liquidati / perché Roma ce sa fà".
Profilo | Canzone di Campo Testaccio


21 settembre

1977
Goleade nordiche

Sulla pagina sportiva del Corsera compare - con risalto minimo - la seguente notizia. "Oslo. Una piccola squadra norvegese di settima divisione, il Forward di Oslo, ha stabilito il nuovo record nazionale (e forse mondiale) di gol segnati in una sola partita. Ha infatti battuto il Regent per 42 a 0, realizzando in pratica un gol ogni due minuti e qualche secondo di gioco". Beh, può capitare: che c'è di strano? "Il Forward per passare in sesta divisione doveva vincere quest'ultimo incontro con 34 reti di scarto, in quanto un'altra piccola formazione, il Soerli, aveva i suoi stessi punti ma una migliore differenza-gol". Ah, ecco perché hanno infierito. Non ha senso nutrire sospetti. Le motivazioni, nello sport e nella vita, sono tutto. O quasi.


1983
England's shame

Così avevano commentato i tabloid inglesi lo spettacolare pareggio (due a due) ottenuto dall'undici albionico a Copenaghen il 22 settembre 1982. E' trascorso un anno, ed ecco ora i danesi scalpitare sul prato di Wembley. Bobby Robson ha già messo le mani avanti: i suoi devono affrontare "a formidable team, one of the best I have seen for 10 to 15 years". Addirittura? Come che sia, l'Empire Stadium è affollato, e dev'essere una soddisfazione particolare per Sepp Piontek e Allan Simonsen tornare a casa con una vittoria facile facile, dopo una partita dominata, anche se nel tabellino rimane un solo gol, oltretutto su calcio di rigore (foto). Il match è cruciale, e sostanzialmente stabilisce che, agli europei di Francia, i maestri non si potranno presentare. Danish Dynamite. Non aveva torto, il povero Robson.

1988
L'ultimo gettone di Oleh

C'è davvero poca gente al Rheinstadion. La delusione per l'esito del campionato d'Europa è ancora forte, e il remake di un'antica finale che i tedeschi avevano vinto (nel 1972) contro i sovietici non attrae il grande pubblico. Una partita senza significato, non fosse che i rossi - ancora tenuti per mano da Lobanovski - fanno esordire l'ennesimo pedatore della Dinamo Kiev, Sergej Sergeevič Šmatovalenko, un difensore che sa far tutto, e che di ciò dà dimostrazione festeggiando il battesimo con un autogol (quello che decide la partita). Per uno che inizia, però, c'è anche uno che finisce. Si tratta di una leggenda trentaseienne, quello che fu l'homo novus del calcio sovietico nei primi anni settanta: Oleh Blochin. Già. Il vecchio Oleh non ne vuol sapere di smettere, ha lasciato la Dinamo ed è andato a giocare in Austria, nello Sportklub Vorwärts di Steyr. Si diverte ancora. Oggi però è davvero l'addio, centododici partite per la CCCP. Un campione. 

20 settembre


1900
Esibizione calcistica alle Olimpiadi

Al Vélodrome Municipal di Vincennes (Parigi) si giocò la prima partita di calcio nelle Olimpiadi dell'era moderna. In realtà, il menu originario prevedeva un insipido match tra francesi e svizzeri, ma gli elvetici non mandarono nessuno con maglietta calzoncini e scarpette, e così la selezione del paese organizzatore dovette vedersela con gli inglesi. Con i maestri, insomma. Un guaio, in sostanza.
Non esageriamo, tuttavia. Non erano vere rappresentative 'nazionali', ma sgangherati club amatoriali: il Club Français di Parigi (foto) da una parte, l'Upton Park di  Londra dall'altra. Inoltre, l'evento non risultava ufficialmente inserito nel programma olimpico. 
Assistono allo storico match non più di cinquecento curiosi perdigiorno, e decoubertianamente gli angli infilano solo quattro palloni nella rete custodita (per modo di dire) da Lucien Paul Noël Huteau, che camuffava ancora il suo ruolo indossando la stessa tenuta dei compagni di squadra.
Nessuno lo sapeva, ma quella partita valse per i vincitori - con riconoscimento postumo - la medaglia d'oro. 




1983
El Feo (Il Cattivo)

“Confieso que no entiendo absolutamente nada de muchas cosas. Pero en el fútbol, en lo mío, digo que no hay nadie que sepa más que yo”. Parole di Ángel Amadeo Labruna, per vent'anni numero 10 del River Plate, La Máquina. Centinaia di partite, centinaia di gol; un uomo passionale, polemico, logorroico, intelligente. Labruna si spegne, a Buenos Aires, il 20 settembre 1983. Era l'allenatore dell'Argentinos Jrs.  Per la hinchada del River è mito assoluto e insostituibile. 

24 agosto

1983
Gareca e Careca

Di diverso tengono senz'altro l'iniziale del cognome. Di diverso c'è che uno è argentino e l'altro brasiliano. Ma cosa accomuna Gareca e Careca? Almeno due cose. La prima è semplice: entrambi giocano al centro dell'attacco, entrambi hanno una vocazione per il gol più che discreta. Evangelizzano difensori e portieri con discorsi rapidi e ragionamenti inconfutabili. Oggi, per esempio, al Monumental di Baires, imbiancato di carta come ai tempi del mundial, hanno tenuto le loro prediche. A dire il vero, Careca non aveva discorsi da fare, del resto chi starebbe ad ascoltare un brasiliano da quelle parti? Invece Gareca è stato strepitoso, perché quando ha scambiato due parole e un pallone col Burru, ha subito scagliato una maledizione biblica alle spalle di Leão, e la messa è finita lì. Dicevamo di due cose in comune. Già. Tutti e due hanno giocato col Pibe: Gareca a inizio carriera, i tempi del Boca, e Careca - si sa - qualche anno dopo, ai tempi della MaGiCa.

20 agosto

1945
Il battesimo dell'Aranycsapat

Dopo quasi otto anni, a Budapest c'è aria di festa. Sì, la guerra è finita e ne è già iniziata una diversa ma senza bombe, e perlomeno c'è una partita che si può tornare a giocare. In decine e decine di sfide si erano affrontate Austria e Ungheria, dall'inizio del Novecento. L'ultima, il 10 ottobre 1937.
Poi, si sa.
Il 19 e il 20 agosto 1945 torna il Wunderteam, perché è tornata ad esistere l'Austria. Karl Zischek e Karl Szestak rivestono le vecchie casacche, e chissà quale e quanta sarà stata per loro la gioia, l'emozione di questa vita che ricominciava a fluire 'normale', come normale era stata da sempre una partita al pallone fra queste due squadre.

Per gli ungheresi, il 20 agosto, gioca un diciottenne di casa, promettente attaccante del Kispest - club che verrà presto ridenominato, e che a tutti è più noto come Honvèd -, si chiama Ferenc Puskás (foto), è all'esordio, e il suo esordio è anche il battesimo dell'Aranycsapat. A Biró servono solo dodici minuti per segnare il suo primo gol.
In quel preciso momento, iniziava una nuova era nella storia del football.

[Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera]
Tabellino | Cineteca: la partita del 19 agosto


1983
La lenta risalita dello United

Apertura della nuova stagione a Wembley: per il Charity Shield è in cartellone la super-classica del football inglese, i rossi di Manchester contro i rossi di Liverpool; sulla carta non ci sarebbe partita, poiché in questi anni lo squadrone del Merseyside domina nel Merry Kingdom e anche oltre i suoi confini. Paisley ha lasciato la panca al suo assistente, Joe Fagan, mentre Ron Atkinson sta mettendo solide basi per il ritorno dello United nell'élite del football britannico - e se oggi porta i suoi a Wembley, è perché qualche mese fa hanno alzato trionfalmente la FA Cup. Il giocatore simbolo di questa pur lenta rinascita è Bryan Robson (foto), calciatore tra i più atipici dei 1980s, uno che vaga per tutto il campo ma 'vede' la porta spesso e volentieri grazie a inserimenti improvvisi e folgoranti, il cui senso è quello di spedire palloni inattesi alle spalle dei portieri. E' così, infatti, che sorprende la difesa dei Reds: uno a zero. Ma gli piacciono anche le mischie sottoporta, perché ha riflessi rapidi e sa capire prima degli altri dove rimbalzerà la sfera: è così, infatti, che punisce ancora la difesa dei Reds: due a zero. Well done, Robbo!

28 luglio

1983
L'anno del Grêmio

"Campeão da Libertadores da América pelo Grêmio, em '83, o ex-atacante César hoje é comerciante e mora na Praia de Atafona, município de São João da Barra". Già, César Martins de Oliveira vive tranquillo, d'altra parte a Rio è nato; non era un fulmine di guerra quando giocava, ma qualcuno ancora se lo ricorda. Se lo ricordano soprattutto a Porto Alegre, dove è stato per una sola stagione - reduce da deludenti annate a Lisbona -, una stagione in cui giocò poche partite e fece pochissimi gol. Anche nel ritorno della finale di Copa Libertadores con il Peñarol non era inserito nell'undici titolare. Entrò appena in tempo per avventarsi su un pallone che, maltrattato da Renato Portaluppi, stava per sfracellarsi da altezze impensabili vicino al palo destro della porta uruguayana. César riuscì a fare in modo che atterrasse proprio sulla sua testa, docilmente poi rimbalzando in rete. Fu il gol che sancì il primato del Tricolor Gaúcho sul continente sudamericano, nell'anno migliore della sua storia. Per César Martins de Oliveira, fu il gol che diede significato a una carriera.

29 maggio

1985
Stade du Heysel, Brussels

Giorno verrà - non è affatto lontano - che il calcio perderà i suoi satanici sapori di transfert dalla degradazione e dalla miseria. Allora tornerà ad essere per molti quello che è sempre stato: il gioco forse più bello di tutti. Parola di un povero fra i tantissimi poveri di questo mondo
Gianni Brera (La Repubblica, 31 maggio 1985)
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1968
Alla memoria dei ragazzi perduti a Monaco

Qualcuno dalle parti di Lisbona comincia a prendere sul serio la profezia di Guttmann. Maledizione. Il Benfica ha raggiunto la quinta finale del decennio. Ha vinto le prime due, poi sono arrivate le milanesi e la storia è girata. Non c'è due senza tre? Vedremo. Quest'anno tocca agli inglesi, e il dannato capellone incute un certo qual timore. Per non dire dello spelacchiato, già: Bobby Charlton, Sir Bobby Charlton. Come non bastasse, si gioca a Wembley; e c'è da aggiungere che si giocò a Wembley anche la finale del 1963. A Londra contro lo United, e l'ultima volta a Milano contro l'Inter. Sempre in trasferta, hai un bel dire. I portoghesi fanno quello che possono. A dieci minuti dal ghigno di Guttmann per fortuna Jaime da Silva Graça (non è uno della vecchia guardia, forse non ha mai sentito parlare dell'ungherese e delle sue ciance) rimette la partita in sesto. Si va ai supplementari. Ma il Benfica è stanco, lo United dilaga. Quattro a uno, tutto da dedicare alla memoria dei ragazzi perduti a Monaco, dieci anni prima.
Cineteca


1974
Inutile scampagnata a Leipzig

Il Zentralstadion di Leipzig è un enorme catino, interamente scoperto. Cemento su cemento, gradoni bassi, la struttura si estende in ampiezza e non in altezza. Spesso, la Fussballmannschaft della Germania socialista viene qui per provare a spennare ospiti di rilievo. Oggi, per esempio, c'è l'Inghilterra. Essendo depressi, gli inglesi buscheranno, è sicuro, vagheggiano i novantacinquemila che affollano l'arena. Di fatto, il pensiero che all'imminente mondiale tedesco ci vadano due Germanie e loro no - e che per giunta un biglietto d'ingresso l'abbiano invece sgraffignato gli scozzesi - dev'essere intollerabile. Perciò devono far vedere di che pasta sono fatti. Pasta molle, ma sufficiente a strappare un pareggio. Un inutile, noiosissimo pareggio. I tedeschi d'oltremuro si accontentano, dev'essere gente di bocca buona. In fondo, hanno un chiodo fisso: la sfida con i fratelli ricchi dell'Ovest, in calendario il prossimo 22 giugno, ad Amburgo.

1983
Io mi fermo qui

Finita la partita, Dino non ha una bella faccia. Ne ha incassati due. E' andata come al solito: gli azzurri, a fine campionato e negli anni dispari, vanno al nord, dove c'è sempre qualche rognosa partita di qualche rognoso girone di qualificazione per qualche dannato campionato d'Europa o del mondo, da giocare contro freschi e muscolosi atleti di qualche paese scandinavo. Sempre no. Quasi sempre. Stavolta è toccato andare in Svezia. Bello l'Ullevi, e anche Göteborg non è male. Non lo è neppure l'undici in maglia gialla. Due a zero, addio kermesse di Francia. I campeones do mundo sostanzialmente abdicano, è stata una grande, lunga e bella avventura. Finisce così. Dino non ha una bella faccia. Si toglie i guantoni, guarda il Vécio, suo amicone e compagno di briscola, e gli dice "basta, io mi fermo qui". Centododici volte si è piazzato tra i pali, per difendere la verginità dell'Italia. Ora tocca a qualcun altro, anche se un erede alla sua altezza ancora non c'è.
Tabellino e highlights

1994
Gli irlandesi danno la birra ai tedeschi

Parata della Nationalmannschaft ad Hannover. L'armata dei campioni del mondo, guidata dal veterano Berti Vogts, sta per andare dall'altra parte del globo a difendere il titolo. Si punta dritti alla quarta finale consecutiva. Ci si allena per questo, e per questo c'è qui la piccola nazionale d'Irlanda, per un bel galoppo di preparazione condito da tanti gol. I pedatori teutonici sono agghindati e appesantiti dalle loro medaglie. Un po', probabilmente, anche dagli anni. Matthäus. Völler.  Klinsmann. Häßler. Buchwald, Berthold, Möller. Illgner, il portiere. Ah già: Kohler. E Sammer. E Riedle. Questi undici, insieme, hanno sommato quasi settecento partite internazionali. E gli altri? Mica sono dei pivellini, gli irlandesi. Non è gente che vivacchia nel Shelbourne, nei Shamrock, nel Cork o nel Bohemians - con tutto il rispetto. E' gente di bel mondo. Irwin, McGrath, Phelan, Houghton, Whelan, Roy Keane, e Cascarino il globe-trotter. In panca, John 'Jack' Charlton (nella foto, quattro chiacchiere con McGrath). Dicono qualcosa, i nomi? Forse, ai tedeschi, poco. Infatti gli rifilano un gol per tempo, e mesta è la partenza dei Panzer per l'America.

25 maggio

1938
El Monumental
Il River Plate è la più forte squadra d'Argentina. Ha vinto la Priméra División nel 1936 e nel 1937. Il suo stadio, costruito nel Barrio de Palermo, è ormai troppo piccolo. Ma oggi si inaugura quello nuovo, una cancha per 70.000 persone. Il Peñarol di Montevideo è l'ospite d'onore scelto per l'apertura del Monumental.

1940
La Bombonera
Il vecchio Estadio Brandsen y Del Crucero è piccolo e non porta più fortuna, visto che negli ultimi anni i titoli finiscono spesso nella bacheca del River. Così anche il Boca si costruisce uno stadio nuovo. Si inaugura oggi, con un'amichevole tra i Xeneizes e il San Lorenzo de Almagro, La Bombonera.



Amari calici per le grandi italiane

1967
Lisbona
The Bhoys fecero il 'triplete'. Anzi di più. Scottish League, Scottish Cup, League Cup ('triplete' domestico), completato dalla coppa più importante, quella che ancora si chiamava 'dei Campioni d'Europa'. Impresa leggendaria. Anzi, di più. A Lisbona avevano di fronte la temuta, cinica e detestata macchina da guerra costruita da HablaHabla. L'Internazionale, dopo un triennio di dominio pressoché totale, improvvisamente crollò. In un caldo pomeriggio di primavera avanzata, le gambe e i muscoli dei nerazzurri tennero per una decina di minuti, forse venti; la velocità e il ritmo del Celtic, alla lunga, travolsero un meccanismo difensivo collaudato da anni e reputato insuperabile.  "Il 'catenaccio' non moriva con la Grande Inter, ma il mito della sua invincibilità certamente sì. Il Celtic aveva dimostrato che un modo di giocare votato all'attacco aveva un futuro" (Jonathan Wilson).

1983
Atene
I top-players del momento - tolti Zico e Maradona, pur essendo el Pibe ancora lontano dalla sua definitiva e divina dimensione - giocano tutti nella Juventus. Ci sono svariati campioni del mondo - la colonna vertebrale dell'XI di Bearzot, in sostanza -, e in più due acclamate stelle del football europeo, Platini e Boniek (due tipi, peraltro, che sembravano nati per giocare insieme). Ad Atene, la finale con l'Amburgo sembra meno di una formalità. Ma la squadra non ingrana. Non è concentrata; o lo è eccessivamente. Batte in testa. Prende un gol - un gol che sarà evocato milioni di volte da coloro che tengono in antipatia la vecchia signora -, ha il nome di Felix Magath. Nonostante la partita fosse a quel punto ancora lunga, i bianconeri non risalgono più la corrente, incupiti dalla prospettiva di una sconfitta rumorosa e inattesa. Sarà per un'altra volta. La coppa - la prima - arriverà presto, ma - quando sarà - non sarà un giorno di gloria. Anzi.

2005
Istanbul
Alla fine del primo tempo, c'è chi decide di anticipare il corso degli eventi. Prende sciarpe, bandiere e trombette, sale in macchina e comincia a scorrazzare allegramente e chiassosamente lungo i viali di Milano. Ci sono in giro solo atei e interisti. Vanno compresi: un primo tempo sontuoso, il Liverpool è sotto di tre, che si gioca a fare il secondo? Si gioca, è obbligatorio per regolamento, ma stare davanti alla tivù è tempo perso. Anche i giocatori del Milan hanno già festeggiato. Soprattutto Sheva: dev'essersi scolato qualche litro di vodka, perché non ne azzecca più una. Sembra veda doppio, fallisce ogni traiettoria, anche la più semplice. I Reds invece riemergono dagli spogliatoi gonfi di rabbia e determinazione. Quando, quarantinque minuti dopo, inizia la sarabanda dei penalties, nessuno scommetterebbe un solo centesimo sul Milan.

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13 aprile

1966
La vittoria di Pirri?

Per l'andata delle semifinali, il FC Internazionale bi-campione d'Europa va nella tana del lupo che vorrebbe rimangiarsi la Coppa dei campioni: il Real Madrid. In effetti, l'astinenza dei Blancos dura già da cinque edizioni; vero anche che Puskas e Di Stéfano non ci sono più, che Gento è invecchiato. Comunque sia, è una bagarre. Il Real vince di scarto minimo - gol di Pirri (foto); il suo portiere si azzoppa (e non può essere sostituito); alcuni giocatori a fine gara aggrediscono fisicamente l'arbitro (un austriaco), reo di aver palesemente favorito i milanesi. Lui minimizza, dice che non farà alcun rapporto, anche se è stato presi a cazzotti. Santiago Bernabéu, dal canto suo, minaccia di ritirare le Merengues dal torneo: "La Coppa dei Campioni nacque come una competizione ad alto livello spettacolare e tra i migliori clubs d'Europa. Così non si può andare avanti. Io sono spaventato". Mah. La stampa italiana, pur delusa dalla pessima gara dell'Inter e dalle discutibili scelte di Accaccone (Landini per Domenghini: certo, è il catenaccio), rimane molto ottimista. A San Siro il lupo verrà sbranato con facilità. Vedremo.


1983
Pel di Carota

Si spegne, a Hope (Galles), Gerald Archibald "Gerry" Hitchens.  Si affermò nell'Aston Villa - dopo una buona gavetta a Cardiff. Era il centravanti titolare dell'Inghilterra ai mondiali del Cile. Su di lui misero gli occhi i club italiani, e diventò una figurina Panini: lo collezionammo con la maglia dell'Inter, del Toro, dell'Atalanta, del Cagliari. Emigrare gli costò la nazionale: Ramsey non apprezzava quelli che cercavano gloria altrove. E così, alla lunga, Pel di Carota diede  meno di quel che prometteva. Abbandonò questo mondo mentre giocava a pallone per beneficenza, e tanto vale a meritargli un pensiero e un ricordo.
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30 marzo

1878
Cliffhunger

Anche il Galles organizza la sua prima competizione domestica (Wales Challenge Cup). Sul modello inglese, naturalmente. Quelli ritratti nella foto - tutti dall'aria piuttosto benestante - sono i pedatori del Wrexham Football Club, e sono loro ad aggiudicarsi il trofeo. Nella finale, disputata proprio a Wrexham, sul campo di Acton Park, riescono a piegare la resistenza dei Druids, undici suburbano, solo al novantesimo: a conclusione, si dice, di una mischia furibonda in area di rigore che vide finire in porta attaccanti, difensori e pallone. A dimostrazione di come, in fondo, il football avesse ancora qualcosa di somigliante al rugby.
1976
Dominio infructuoso

Dopo l'era dell'Ajax e l'era del Bayern, nella seconda metà dei 1970s il baricentro del football europeo si spostava in Inghilterra. Iniziò, come si sa, l'era del Liverpool, lo squadrone costruito da Bill Shankly e portato a ogni trionfo da Bob Pasley. In bacheca, c'era già la Coppa Uefa del 1973: un aperitivo. Nel 1976 arrivò l'antipasto: ancora una Coppa Uefa. In semifinale lo scoglio più vistoso: il Barça di Cruijff. I Reds sbancano Camp Nou nella gara di andata, uno a zero (firmato da John Toshack: foto), e mostrano di saper resistere a qualsiasi assedio. Sono una squadra molto, molto pragmatica.



1983
I fischi di Wembley

I club della First Division dominano la scena europea; la nazionale albionica, invece, da tre lustri colleziona solo (o quasi) brutte figure. Bordate di fischi si alzano nel cielo di Wembley al termine di Inghilterra-Grecia: zero a zero, e si giocava per qualificarsi all'europeo di Francia. Vuoi che gli albionici si rifiutino di andare a insegnare il football in quella terra dove a malapena si conosce la forma del pallone? Infatti non ci andranno. Non perché non vogliano. Semplicemente non ci riescono. Quanto ai greci: per loro è un pareggio storico, e hanno dimostrato di conoscere bene il rugby. La loro difesa è infatti basata sulla continua ricerca della touche. Amen.

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8 marzo

1949
El Nene

Nasce, a Lima, Teófilo Juan Cubillas Arizaga. Il miglior giocatore nella storia del Perù, per universale riconoscimento. Ci ricordiamo le sue movenze felpate, sulle alture messicane nel '70, quando in una sconosciuta (per noi europei) selezione con la banda rossa trasversale regalava gol ed emozioni. Ne fece uno anche al Brasile, ma naturalmente non bastò. "Teófilo Cubillas es mi sucesor", disse Pelè. Esagerava (come spesso gli è capitato), ma non eccessivamente. Cubillas era una autentica stella del Sudamerica.
Eupallog Pentavalide


1970
L'arte del football

Il buon Saldanha sta cercando di allestire una Seleçao competitiva per il mondiale messicano. Le cose non vanno bene: pochi giorni prima, in un test-match a Porto Alegre, l'Argentina era agevolmente passata: due a zero e bordate di fischi. Rivincita al Maracanã. Pochi i cambi, ma le cose sembrano funzionare meglio. Certo, il Brasil gioca praticamente senza portiere: troppo giovane Émerson Leão, che subentra a Ado; va a farfalle e concede l'uno a uno. E allora entra in scena Pelé. Ha un pallone al limite (fotogramma), indugia con parecchia gente attorno, lo muove, lo mette sul sinistro. E cos'è quella sfera che lentamente si alza, sfiorata appena, ricadendo alle spalle del guardameta albiceleste, dolcemente depositandosi in rete? E' semplicemente arte del futbol. Poesia. Meraviglia.
Tabellino (sub data) | Highlights


1983
O banco 'e Napule

Si spegne, a La Spezia, Enrico Colombari, centromediano di grande valore negli anni '20 e '30 del secolo scorso. Il soprannome gli derivò a motivo di un trasferimento che fece epoca: dal Torino al Napoli per 265mila lire. Prima ancora, aveva giocato nel Pisa, sfiorando addirittura il tricolore. "Nell’America del Sud, regno dei giocolieri della sfera di cuoio, dove si recò in tournèe col Torino, fece colpo: fu considerato, dopo il Boemo Kada, l’uruguaiano Fernandes e l’argentino Monti, il miglior centromediano del mondo, e come mediano prima ancora di Evaristo, Andrade e Gestido" (Leonardo Sfera, Il Corriere dello Sport, 26 febbraio 1953).
Biografia | Carriera in nazionale


1989
Ecco perché i francesi non vennero in Italia nel 1990

Mo gioca ancora nel Nantes. Per pochi mesi, poi tornerà a Glasgow, in fondo è nato lì, è cresciuto nel Partick Thistle, poi è andato a Watford, poi è tornato - al Celtic -, poi se n'è riandato (a Nantes, appunto). Il problema è che, quando tornerà a casa, si accaserà nei Rangers. Il primo grande ingaggio di un cattolico da parte del club, dopo decenni. Per ora, tuttavia, nessuno ancora lo sa - nemmeno lui. E' anche perciò che Hampden Park esplode due volte, cioè ogni volta che - in fuorigioco sospetto (foto) o grazie alla confusione di Bats - il piccolo Johnston punisce i francesi, i quali è difficile che ora siano disposti a stipendiarlo ancora. La Tartan Army verrà ai mondiali italiani, i nostri confinanti galletti  (proprio a causa di questa sconfitta) no. C'est la vie.