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22 febbraio

1931
Il tabù infranto

Il disegno di Carmelo Silva - basato sulle cronache dei tempi - la dice lunga: gli austriaci stanno troppo alti e lasciano a Meazza cinquanta metri di campo per andare in porta. Uno a uno, palla al centro, San Siro esplode di entusiasmo e solleva gli azzurri là dove non erano ancora arrivati: all'altezza dell'Austria. Mai battuta prima. Un tabù. "Gli Azzurri hanno superato felicemente la prova più difficile della stagione. Una prova al cospetto della quale si erano infranti gli sforzi di quattro generazioni di calciatori nostri" (Vittorio Pozzo). Monsù esagera (addirittura quattro generazioni!), ma il suo squadrone aveva davvero preso forma.
Tabellino



1961
Il Barça abdica in Scozia

Detentore delle uniche due edizioni disputate della Coppa fieristica, il Barça incrocia nei quarti gli scozzesi dell'Hibernian. Pare un turno agevole per i catalani. Eppure, nonostante Sándor Kocsis infili quattro palloni complessivi nella porta degli Hibs, in semifinale ci vanno gli edimburghesi. Partite mozzafiato, uno sprint interminabile. Chiude i fuochi d'artificio Bobby Kinloch (nella foto, l'euforia dell'impresa), dal dischetto, a tre minuti dal 180'.
Tabellino 


1987
Pazienza e buon senso

Questo era il motto di Umberto Lenzini, modesto pedatore in gioventù e presidente della Lazio dal 1965. Si spegne, a Roma, il 22 febbraio 1987. Con lui al timone, il club raggiunge traguardi in passato nemmeno sfiorati. Nei primi '70, una progressiva ascesa porta la Lazio nell'élite del calcio italiano; rincorsa che si conclude con il leggendario trionfo della stagione 1973-74.


1989
Gli spiccioli di Stefano

Prosegue serrata la processione degli Azzurri negli stadi italiani, per incontri solo amichevoli in preparazione del mondiale. A Pisa, arriva la Danimarca. Avversario sempre temibile, va da sé. Il risultato conta poco, schiodato dallo Zio dopo un'ora di gioco (è il suo ultimo gol con questa maglia addosso); contano di più gli 'esperimenti', il buon Azeglio dovrà selezionare uomini vincenti e di patrio ardore animati. Tra gli undici iniziali, solo Nicola Berti ha messo finora da parte qualche gettone. Ma sullo scorcio, alzatisi dalla panchina, esordiscono Massimo Crippa e, soprattutto, Stefano Borgonovo. Spiccioli di partita, che Stefano sommerà a quelli raccolti in altri due test-matches di fine marzo, tra Vienna e Sibiu. Spiccioli senza gloria per lui, o forse ricordi preziosi da custodire nei giorni futuri, quelli della straziante agonia.


2004
Il guardameta del maracanaço

Si spegne, a Montevideo, Roque Máspoli. Fu il guardameta dell'Uruguay nelle Coppe del Mondo del 1950 e del 1954.
Basta e avanza.



21 febbraio

1897
La Stella Rossa di Parigi

Pare che il nome (Red Star Club Français) sia stato scelto pensando a Buffalo Bill o a una Compagnia navale atlantica. Poco importa: questa squadra di calcio venne fondata da Jules Rimet (nella foto), il grande escogitatore del football. Fu un club abbastanza importante nella prima metà del secolo scorso, quando vinse alcune edizioni della Coppa di Francia. Nel dopoguerra, il declino irreversibile. Oggi, mestamente, quelle antiche maglie sono indossate da pedatori della seconda o terza divisione, su e giù, giù e su; c'est la vie.
Sito ufficiale


1979
Da Zamora a Pelé

Si spegne, a São Paulo, Waldemar de Brito. Ha militato in svariate squadre del Sudamerica, e fu ovunque notevole artilheiro. Anche nella Seleçao ha lasciato ricordi in forma di gol: 18 in altrettante partite, fra il 1933 e il 1934. Ma ciò che lo sottrarrà per sempre all'oblìo sono un rigore sbagliato e la scoperta di Pelé. Portò quest'ultimo al Santos, nel 1954, predicendone il regno. Quanto al rigore, glielo parò Zamora alla Coppa del Mondo del '34. Era il primo penalty mancato nella storia della competizione, e costò al Brasile l'eliminazione.


2004
Il gigante buono

Si spegne, a Wakefield (West Yorkshire), John Charles, archetipico centravanti gallese, che formò con Boniperti e Sivori un epocale trio d'attacco nella Juventus. "Era apprezzato soprattutto per la testa; pochi confronti: Shakespeare, Leonardo. Se passava un pallone nei dintorni di quella fronte, generosamente spaziosa, finiva in rete" (Enzo Biagi).
Pentavalide


29 settembre

1934
La longevità dell'ala destra

Ninian Park, Cardiff. Inizia la British Home Championship, edizione numero quarantasette, è il vero campionato del mondo - pensano gli inglesi, anche se non lo dicono. La coppa del mondo è stata vinta dagli italiani, e al diavolo Mussolini - dicono gli inglesi, anche se non lo pensano. Oggi, intanto, si gioca davvero al vero gioco del calcio, e per un vero torneo. Sei esordienti nelle fila albioniche, il paese pullula di calciatori di altissimo livello, si potrebbero allestire tranquillamente una dozzina di rappresentative, d'altra parte i club sono centinaia e centinaia e centinaia. In particolare - dicono gli esperti - date un'occhiata all'ala destra. Sì, quel mingherlino, quello dello Stoke. Quello - dicono gli esperti - non smetterà mai di giocare a calcio, continuerà fino a trenta, fino a quaranta, fino a cinquanta, fino a millanta anni. Come si chiama? Si chiama Stanley. Stanley Matthews, vedrete che asso.
Tabellino
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera



2004
La difesa del Chelsea

Bello scherzo nell'urna dell'UEFA, al momento della composizione dei gironi di Champions' League. Capitano insieme il Chelsea di Mourinho e la sua ex-squadra, detentrice del titolo: il Porto. Al quale Mou ha sottratto la difesa: Carvalho e Paulo Ferreira. La partita non conta granché, è solo la seconda del gruppo, i Blues vincono facilmente, e John Terry segna il suo secondo gol nella competizione - aveva timbrato già a Parigi. A Stamford Bridge i commentatori portoghesi fanno capire la considerazione che avevano dell'uomo di Setubal (nela foto, il suo sbarco a Stamford): "Mourinho's genius is to soccer what Ian Curtis/Joy Division was to music while Wenger is just Interpol level, if that", sostiene Pedro Caetano, ben tradotto (si spera). Al rapido vantaggio del Chelsea, il Porto non reagisce. Appena ci prova, i padroni di casa si chiudono a riccio. Prime prove di parcheggio del bus davanti alla porta. "Chelsea look pretty happy with this 8-0-2 formation". Finirà tre a uno per i londinesi. "That's it: a comfortable victory for Chelsea, against a Porto side who are a shadow of the side that bored all before them last season. Talking of which, Chelsea again defended with a frightening ruggedness; this is surely the best defence in English football since Arsenal's immovable object of 1998-99, and you'd fancy it to take Chelsea a fair way in this competition" (Rob Smith, The Guardian). Già: si fermerà solo alle semifinali, ad Anfield Road.

4 settembre


1955
Un giorno memorabile nella storia dell'uomo

Signore e signori, il reperto filmato che proiettiamo oggi è di valore inestimabile.
Non è una partitella qualsiasi, come potrebbe apparire da queste prime immagini che vedete scorrere.
Sembra un campetto di periferia, è vero. Si tratta invece dell'Estádio da Luz, siamo dunque a Lisbona - il santuario è stato inaugurato nella primavera del 1954, ma la sua struttura è ancora da completare -, e gli undici che si affrontano sono i campioni del Portogallo e quelli della Jugoslavia, dunque lo Sporting Club di Lisbona e il Fudbalski klub Partizan di Belgrado. E cosa ci fa il Partizan nel West End dell'Europa, vi domanderete?
Qui sta il punto. Nel caldo e ventoso pomeriggio di quella domenica, a Lisbona, in anticipo di qualche giorno rispetto agli altri matches del primo turno, iniziava una delle più grandi e affascinanti avventure del football, e perciò e in fin dei conti della storia dell'uomo: iniziava la Coupe des clubs champions européens, la Coppa dei campioni, o European Cup, ovvero la Copa de Campeones de Europa, anzi la Taça dos Clubes Campeões Europeus. 
Purtroppo e come potete vedere, si capisce pochissimo di quel che accadde sul campo; ma fu certamente una fantastica partita, finì tre a tre e il primo gol venne segnato da João Baptista Martins, modesto centrocampista portoghese, che diede così un senso compiuto alla sua altrimenti modesta carriera.
Tabellino | Highlights
[Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera]


2004
Il portiere di tutte le squadre d'Inghilterra

Ai primi di settembre i tornei nazionali, appena iniziati, vanno già in stand-by. Ci sono le partite per i gironi di qualificazione a europei o a mondiali, e dunque i selezionatori selezionano i giocatori, e non si vorrebbe essere mai nei panni di quello che deve scegliere la rosa dell'Inghilterra, perché gli toccherà anche di stabilire chi deve giocare in porta. Sven-Göran Eriksson, tuttavia, è un uomo (almeno apparentemente) glaciale e va per la sua strada. Per lui il portiere giusto è quello del Manchester City, lo stesso che prima difendeva i pali del West Ham e prima ancora del Birmingham e ancora prima, risalendo negli anni, del Liverpool. Il portiere di tutte le squadre dell'Inghilterra, avrà pensato Eriksson, dev'essere per forza il portiere dell'Inghilterra. Dove si trova uno migliore di lui? Stiamo parlando di David James. David Benjamin 'Calamity' James. Così ora al Praterstadion, in una classica d'altri tempi, l'Austria è messa sotto dalla tipica foga britannica, due a zero senza discussioni e tra nemmeno venti minuti si torna negli spogliatoi e poi in albergo e poi si sale sul pullman per Chorzów, tra qualche giorno c'è una bella rivincita contro i polacchi. Ma con James tutto è sempre possibile. E' lui quello che, nella foto, sdraiato appena fuori della propria porta, si mette le mani tra i capelli. Cosa avrà combinato?

19 luglio

1966
Che serata!

Maledizione! Fabbri non ha ancora deciso la formazione, fa pretattica, non vuole dire chi va in campo stasera contro i coreani, litiga coi giornalisti, mi tocca persino leggere sul giornale che Rivera potrebbe non rientrare, è messo in alternativa a Rizzo (ma si può?), mentre invece gli altri sono addirittura sicuri di vincere. Non pensavo gli orientali fossero così sbruffoni. Non scherziamo. Diretta sul primo, già. Peccato che ci siano quattro partite e trasmettano solo questa. Ah, a proposito di televisione, ho letto anche che ad Offenbach (dove diavolo sarà?) un tifoso tedesco di trentatré anni si sarebbe impiccato perché un guasto del suo apparecchio gli ha impedito di vedere Inghilterra-Uruguay, la partita inaugurale. In effetti non c'è da fidarsi troppo, le immagini vanno e vengono, tuttavia a me non sarebbe mai venuto in mente di protestare con un gesto così estremo, chissà cosa c'era sotto in realtà. L'unica seccatura è che dovrò provare a sintonizzarmi sulla svizzera italiana per vedere il Brasile, anzi il Portogallo (bella squadra!), per fortuna loro la trasmettono, cronaca registrata alle 23 perché prima devono diffondere la partita della Svizzera, spero di riuscire a non addormentarmi, può essere che ai quarti ci capiti l'Ungheria, ma potremmo anche giocare contro il Portogallo o contro il Brasile, sarebbe uno spettacolo. Che serata!


2004
Carlos Antônio Dobbert de Carvalho Leite

Si spegne, a Rio de Janeiro, Carlos Antônio Dobbert de Carvalho Leite. Fu un idolo del Botafogo. Prima di Garrincha. Prima di Quarentinha. In anni lontanissimi, i 1930s, e a forza di gol portò il Fogão a vincere molti titoli, segnando un'epoca. "Il Botafogo rappresenta tutto per me. Alla fine ho giocato solo nel Botafogo e ne porto gran vanto. E ancora di più per aver contribuito a interrompere una carestia di vittorie". Fu proprio Carvalho Leite a indossare la maglia numero nove, quando la Seleçao vinse la sua prima partita nella prima Coppa del Mondo, al Centenario di Montevideo, il 20 luglio 1930, contro la Bolivia; purtroppo - per lui e forse anche per il Brasile - non gli vennero mai concesse altre opportunità.
Profilo


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4 luglio

1954
La nascita della Germania

L'istante che cambia la storia del mondo cade quando gli orologi del Wankdorf segnano le 19:42. Disponiamo solo di immagini non chiare, incomplete e comunque prese da angolazione insufficiente a una valutazione puntuale e condivisibile. Ecco Ferenc Puskás, ha appena ricevuto il pallone - dicono le cronache - grazie a una deviazione di testa di Kocsis; si vedono alcuni difensori tedeschi, più al largo, in fase di ripiegamento, e uno solo che insegue l'ungherese, ma non riesce a raggiungerlo prima che, in scivolata, egli spedisca la sfera sul palo più vicino, beffando Turek. Tre a tre, la finale a due minuti dalla fine non è ancora finita, anzi sembra stia per ricominciare. Biró esulta, ma i bianchi alzano le braccia, dicono di no (foto). Gol annullato per offside, conviene la terna arbitrale. Giustamente o no? I resoconti della stampa non sono concordi, e sembrano dettati soprattutto da considerazioni di 'simpatia' politica: per taluni il fuorigioco era dubbio, per altri assai netto. La partita volge all'epilogo, il risultato rimane quello: tre a due per la Deustsche Fussball-Nationalmannschaft. Muore l'Aranycsapat, e nasce la Germania contemporanea.
Cineteca | L'azione del gol non convalidato



1990
Elementare, Watson

Che prestazione! Non avevano mai giocato così bene, gli inglesi, dai tempi delle prime British Home Championship, sullo scorcio del XIX secolo. Nemmeno al mondiale domestico del '66, quando vinsero senza dare grande  spettacolo. Tuttavia hanno perso, e le lacrime di Paul Gascoigne dopo l'ammonizione che gli avrebbe precluso la finale non commuovono più nessuno, dato che per i Leoni non vi sarà alcuna finale. Inizia per loro in questa notte di Torino, contro la Germania, una storia infinita: la storia delle partite che l'Inghilterra perde dopo averle pareggiate. C'è da giurarci: capiterà ancora, e dovremo tenere l'inventario aggiornato. E' un fenomeno che periodicamente produce in loro un sentimento di cupa disperazione. Perché Lady Luck ci volta sempre le spalle, anche quando avrebbe buoni motivi per stare dalla nostra parte? "Elementare, Watson. Semplicemente perché non sappiamo tirare i calci di rigore". That's it.

1999
Momentos inolvidables

Ho letto da qualche parte che l'Argentina ne avrebbe (condizionale d'obbligo) presi tre (a zero) dalla Colombia. In Copa América. "Confermo, e fin qui ci sarebbe (condizionale d'obbligo) nulla da dire, dev'essere l'effetto funesto e combinato degli interisti - peraltro, gli unici ad emergere in una squadra di rattristante modestia". La cosa esilarante è che in questo match del secolo sarebbero (il condizionale è sempre d'obbligo) stati assegnati cinque rigori, tre all'Argentina e due alla Colombia. "Confermo: l'ho vista fino al terzo rigore calciato da Palermo, poi sono andato a letto ma confermo soprattutto che tale Palermo, cognome del bomber del Boca e sostituto in nazionale di Batistuta, li ha (qui il condizionale finalmente sparisce) sbagliati tutti e tre". Palermo? Martin Palermo? "Confermo, osserva questa foto, i colombiani lo guardano e sghignazzano, lui sta cercando di sparire dalla partita, con l'espressione di uno che vorrebbe essere cancellato dall'indice dei nomi della storia del futbol, perché di questo suo exploit si parlerà e scriverà sicuramente per saecula saeculorum". Così è stato, così è, così sarà. Momentos inolvidables.


2004
Il terzo jolly di Angelos Charisteas

Fate vobis: il centravanti del Portogallo non ha segnato lo straccio di un gol in tutto l'europeo, ma è il bomber del Paris Saint-Germain; il centravanti della Grecia ammuffisce tra le riserve del Werder Brema, ma ha già castigato la Spagna e la Francia. Non c'è due senza tre. Charisteas pesca il suo terzo jolly nel torneo (foto), e la Grecia festeggia la terza vittoria consecutiva, tutte e tre con il medesimo risultato: uno a zero. Entra nell'albo d'oro del campionato europeo per nazioni: "it is an event to stun the whole football world into silence" (Kevin McCarra, The Guardian). Certo, ai portoghesi ha detto molto male: organizzare la coppa e poi perderla in finale, a Lisbona, contro la Grecia (con tutto il rispetto) sembra, più che una beffa, un accanimento di Eupalla: "prima dovete capire che a pallone senza qualcuno che faccia i gol è inutile giocare, poi magari organizzate anche la coppa del mondo". A dire il vero, in questa memorabile finale la porta dei greci non è rimasta inviolata. Manca pochissimo alla fine, un tifoso del Barça invade il campo, raggiunge Luis Figo e gli 'consegna' una sciarpa blaugrana. Poi corre, corre, corre, e va "a schiantarsi come una falena nella rete di Nikopolidis" (Gianni Mura). E' l'ultima emozione regalata dalla notte di Lisbona. I cancelli dell'Estádio da Luz si chiudono, e la Lusitania si addormenta sapendo di dover restare là dov'è sempre stata, avvinghiata all'oceano su cui l'Europa tramonta.
Cineteca


2006
Nel solco della tradizione

Chiaramente, per noi e per loro questa è la finale. Chi vince questa partita, vincerà per inerzia la coppa del mondo. Come tutti sanno, l'Italia, verso la fine del secondo tempo supplementare, segna due gol, espugna il Westfalestadion e muove verso Berlino. "Quei due gol, signore e signori, sintetizzano e rappresentano e tramandano alla memoria del XXI secolo cosa sia il cosiddetto 'calcio all'italiana': una miscela di ingredienti irriducibili alla formula del catenaccio, come ancora oggi spesso si sente dire. Guardate Andrea Pirlo. Raccoglie la sfera al limite dell'area dopo un corner, e immediatamente davanti a lui si parano quattro tedeschi. Finge di tirare, lentamente si sposta in orizzontale. Improvviso e beffardo, il colpo di tacco che nessuno immaginava, un invito per Fabio Grosso che, di prima intenzione e di interno sinistro, scolpisce un pallone che gira e gira e gira con rotazione perfetta, e imprendibile muore là dove per Lehmann è impossibile arrivare. Astuzia e doti tecniche sopraffine, ecco il primo ingrediente. Passiamo al secondo gol, occorso a distanza di un solo minuto, quando la vostra furente Fussballmannschaft si era rovesciata disperatamente nella metà campo italiana. Podolski esibisce tutta la sua mesta broccaggine con un controllo di palla amatoriale; Fabio Cannavaro ha capito benissimo l'antifona. Lo aggredisce, rubargli la sfera è un gioco da ragazzi. Pochi metri più avanti c'è Totti, che allunga in profondità per Gilardino. Situazione di uno contro uno, siamo già al limite dell'area. Gilardino rientra sul destro, finge il tiro ma sa che da dietro, alla sua sinistra, sta arrivando a tutta velocità Alessandro Del Piero. L'appoggio è calibratissimo, e Del Piero, ancora di prima intenzione ma di interno destro, indirizza il pallone all'incrocio dei pali, quello alla sinistra del vostro incolpevole Lehmann. Il tutto in una dozzina di secondi, molto meno di quanto è stato necessario per descrivere l'azione. Contropiede fulmineo, razionale e maligno, ecco il secondo ingrediente. Signore e signori, le due azioni appena rievocate hanno un contenuto artistico ed emotivo immisurabile. Sono due capolavori esposti nel museo del football di questo secolo appena nato, prodotto di quella scuola che, da Meazza in giù, non ha mai cessato di reinventarsi, sempre nel solco della sua alta tradizione". 

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14 giugno

1938
Appuntamento al Vélodrome

Prima o poi doveva pur accadere. Accadrà dopodomani a Marsiglia: Brasile e Italia al primo rendez-vous della loro storia. Già, alla fine i sudamericani ce l'hanno fatta: sono venuti a capo della rognosissima Cecoslovacchia, ma sono state necessarie due partite. La gente di qui - che di football capisce pochissimo - stravede per loro. Sono dei prestigiatori del pallone. Hanno una nozione di gioco collettivo molto approssimativa, e per questo l'undici di Meissner li ha tenuti in scacco così a lungo: l'improvvisazione non prevale mai facilmente sulla tenace tessitura. Gli italiani ora dicono di temere la sfida. Pozzo piange finte lacrime, "era meglio incontrare i cechi!", sbraita. Solo Ugo Locatelli mostra quale sia il vero stato d'animo della truppa. "Lo dice anche il proverbio, il diavolo non è tanto brutto quanto lo si dipinge, vedrete che questi brasiliani saranno dei ... bei ragazzi". Preistoria della pretattica.
Brasile-Cecoslovacchia: cineteca


1970
La vendetta di Montezuma

"The start of a run of massive matches in which English hearts were broken by the Germans". Di chi fu la colpa? Ovviamente di Sir Alf, che gestì male i cambi  nel corso del secondo tempo. Ma soprattutto di Montezuma, la cui vendetta è sempre in agguato da quelle parti. Colpì difatti Gordon Banks, l'uomo che aveva fermato Pelè: "If anyone had to be ill, why did it have to be him?", sarà il rimpianto  di Ramsey, costretto quel giorno a schierare tra i pali 'The Cat', l'esordiente Peter Bonetti. Di fatto, gli inglesi si portarono abbastanza facilmente sul due a zero. Banks era rimasto in albergo, e seguiva il match in televisione; "after another visit to the bathroom, he returned to his bed and, feeling rough and sleepy, switched off his TV set to take a nap, assuming the match was won". Sir Bobby Charlton uscì quando i tedeschi avevano appena segnato l'uno a due (liscio di Bonetti su destro dal limite del Kaiser, elegante ma centrale e più che resistibile) e mancavano venti minuti alla fine. Sir Martin Peters uscì poco prima che i tedeschi impattassero sul due a due, quando alla fine mancavano dieci minuti. Extra-time, come quattro anni prima. Punteggio identico. Ci vuol poco a immaginare chi fece il terzo gol (foto), e quale maglia indossava, e quanto amaro fu il risveglio di Banks, costretto a disdire in anticipo il sessantatreesimo cap, prenotato per la semifinale. Secondo Brera, a metter fuori l'Inghilterra furono "il caldo e l'altura, non soltanto la presunzione e la broccaggine". Forse è un'esagerazione; avevano incontrato una squadra molto forte, come il recente passato dimostrava e il futuro imminente avrebbe confermato. Ma, per la prima volta, gli inglesi avevano un titolo da difendere. Alleati nel nome della giustizia calcistica, Eupalla e Montezuma decretarono la loro sconfitta.

1973
Le vittorie che generano illusioni

Col senno di poi: tutta questa prosopopea per una partita vinta? D'accordo, non era mai successo - del resto, non è che ci siano state mille occasioni. Nell'esaltare con canti trionfali l'impresa non facciamo che tradire un sempiterno complesso di inferiorità nei confronti degli inglesi. "Forse gli inglesi siamo noi" (appunto), e con un "classico risultato all'inglese" (due a zero) abbiamo fatto nostro il match. Amichevole, certo, ma - si suol dire - a questi livelli non esistono confronti 'amichevoli'. C'è in gioco la tradizione, si rischia il prestigio. Vero è che Sir Ramsey, ormai alla frutta, ha portato i suoi in trattoria sulle colline torinesi la sera prima della partita, e alcuni di loro hanno fatto le ore piccole (non si sa chi, e non si sa quali ore). Logico che poi, in campo, gli albionici apparissero un po' frastornati: ma c'era bisogno di infierire su questi poveri "birilloni senza un'idea lucida nel cranio e quindi nella manovra"(Arpino)? Suvvia, siamo così abituati a esercitare la critica delle nostre vergogne, ci sia consentito un po' di sarcasmo - come a quegli allievi che hanno dimostrato di saperla più lunga di un maestro intontito e démodé. Anche perché di motivi per essere allegri ce ne sono davvero pochi: la lira è in picchiata, l'inflazione galoppa, il paese è (come quasi sempre) sull'orlo del baratro. Perlomeno, i nostri patemi non sono aggravati da un'altra sconfitta. Anzi, evviva: dopo il Brasile abbiamo battuto anche l'Inghilterra, la nostra è pur sempre terra tra le terre più fertili e antiche del football. Visioni alternative? "L'euforia per due vittorie abbastanza fasulle induce molta gente a sperare più del lecito nei mondiali dell'anno prossimo. Chi esita a entusiasmarsi passa per menagramo. In questo non siamo proprio cambiati" (Brera). E non cambieremo mai, anche questo è sicuro.
Cineteca

1982
Ove si narra di come il Brasile ebbe la meglio sui pedatori di tutte le Dinamo

Mi ricordo benissimo il gol Sócrates. La danza fuori dell'area, i due difensori elusi con altrettante finte, il controllo di esterno e poi il destro di pieno collo, all'incrocio dei pali, e il volo di Dassaev, che arriva a toccare ma non a deviare il pallone. E l'esultanza del dottore: una corsa con le braccia e lo sguardo che progressivamente si alzano, e la sua figura statuaria sommersa dall'abbraccio dei compagni. Fino a quel momento, una sola bandiera sventolava sugli spalti del Sánchez Pizjuán ed era quella sovietica. Il Brasile arrancava, zavorrato da un centravanti-ronzino e da un portiere insicuro. I pedatori di tutte le Dinamo erano passati in vantaggio (Andrij Mychajlovyč Bal', tipico prodotto di trasformazione del laboratorio di Kiev), ma alla lunga pagavano lo sforzo e la terribile afa di quell'estate spagnola: quando cala il sole, e un po' di frescura arriva sul prato, hanno ormai perso il fiato e l'energia. E' allora che il samba della torcìda e le trame di Zico, Sócrates e Falcao si fondono in un discorso sul football, frenetico e convincente, che finisce solo quando la partita è quasi finita, con il gol del due a uno.

2004
Non ci dovevi cascare, Francesco

Se fosse brasiliano, sarebbe osannato come Pelé. Se fosse inglese, avrebbe oscurato il mito di Bobby Charlton. Se fosse tedesco, lo considererebbero una sorta di incrocio tra Netzer, Hoeness e Fritz Walter. Se fosse francese non so. Invece è italiano, e - anzi - per gli italiani è soprattutto romano. Romano e romanista. Se fosse dell'Inter, della Juventus o del  Milan sarebbe considerato meglio di Meazza, meglio di Boniperti, meglio di Rivera. Ma è della Roma. Bravo sì, ma c'è sempre un dubbio. Il dubbio dilegua (apparentemente) quando lui cambia maglia, e indossa quella della nazionale. Lui è la stella che tutti attendono al varco. Per lui è vietato sbagliare, ma molti sperano che lo faccia. Lui deve decidere le partite, ma se le decide qualcun altro sono tutti più contenti. E soprattutto, essendo 'il' campione, deve comportarsi da campione. Sopportare i calci, reggere alle provocazioni. In effetti, quante deve averne sentite. E se mamma desse un'occhiata alle sue caviglie e alle sue ginocchia, gli vieterebbe di giocare ancora a pallone. Però, Francesco, è vero: non si sputa in faccia a un avversario, qualunque cosa ti faccia o ti dica. Lo so, è esattamente quello che Poulsen voleva ottenere: toglierti il pallone e possibilmente la partita, solo per un caso l'arbitro non se ne accorse. Dovevi ignorarlo, tapparti le orecchie, pensare a quel che sai fare, perché quel che non ti riesce ora - un dribbling, un passaggio smarcante di prima, un tiro imparabile - potrà riuscirti tra dieci minuti, tra quindici, tra venti; mal che vada, ti riuscirà nella prossima partita. Se ci sarà.
Italia-Danimarca (Euro 2004): Full match


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28 aprile

1902
Red Devils

Messo in liquidazione a gennaio il Newton Heath Football Club, alcuni imprenditori di Manchester non si rassegnano a vedere la città rappresentata solo dal City, destinato in quella stagione peraltro a tornare nella Second division. Nasce così il Manchester United Football Club: una nuova storia, con nuovi colori. E nuove prospettive. Diventerà uno dei club più famosi, importanti e seguiti del mondo.

1971
Ajacidi con la suerte de fronte

"L'Ajax non è quella terribile squadra di cui si dice. Non mi è piaciuta particolarmente"; i tre gol "sono stati dei regali", il terzo poi "era chiaramente viziato da una posizione di fuorigioco", segnalato dall'assistente ma ignorato dall'arbitro (Sbardella); negli altri due "el Ajax se ha encontrado con la suerte de fronte". Opinioni di Marcel Domingo Algara (foto), entrenador del Club Atlético de Madrid, al termine della semifinale di ritorno di Coppa dei campioni. Largamente incompleti, gli spagnoli non erano stati in grado di difendere il gollettino rimediato al Manzanarez. "Estoy muy satisfecho de mis muchachos", replicò Rinus Michels. Com'era normale che accadesse, l'Ajax poteva prenotare un albergo nei dintorni dell'Empire Stadium, dov'era in programma la finale.

1976
Raoul Lambert e le lunghe partite di Anfield

Non c'è dubbio che Raoul Lambert preveda spesso con un certo anticipo lo sviluppo dell'azione. La sua posizione in campo è sempre quella giusta. E anche quando la palla è in possesso degli avversari, non si deconcentra. Anzi: fiuta l'errore. Ora, per esempio. Sono trascorsi cinque minuti, il Liverpool sta organizzando il suo assalto. Tommy Smith appoggia di testa verso Clemence, ma sbaglia la misura, o semplicemente non si è accorto che Lambert è lì, è in agguato, con quella sua tipica espressione, un po' svagata e un po' sarcastica, dissimulata da un'acconciatura che sembra una maschera non calata del tutto a copertura del volto. I suoi riflessi sono rapidi: anticipa il portiere e con un pallonetto ammutolisce la Kop (foto). Trascorrono altri dieci minuti e i belgi raddoppiano, al termine di un elegante fraseggio, e il penultino tocco è sempre di Lambert, è lui la torre che spizza e mette Julien Cools in condizioni di punire ancora l'incolpevole Clemence. Dunque, fatto un rapido calcolo, dopo un quarto d'ora circa, ad Anfield, il Bruges sopravanza il Liverpool di due reti, nella finale di andata della Coppa Uefa. Trofeo in cassaforte? Beh, le partite su quel campo sono sempre molto lunghe. Lunghe e intense. Interminabili, per chi si deve difendere.


2004
L'ultima maglia

Non la indossava da cinque anni. Era la sua maglia, essendo quella di tutti. Quando giocava, Baggio era di tutti, e nessuno poteva pretenderlo a simbolo di una storia o di una squadra. Aveva girovagato per società grandi e piccole, lasciando ovunque ricordi di giocate geniali e improvvise, come accecanti bagliori. La sua maglia era azzurra, la maglia della nazionale. Non l'ha indossata tantissime volte; talora è stato messo da parte, a favore di altri che valevano meno di lui. Fu giusto chiamarlo per un'ultima partita, un'amichevole contro la Spagna, anche se contava poco. Maglia numero dieci, fascia di capitano all'uscita di Cannavaro. Meritava la festa, e l'abbraccio di tutti.  "La vita è un'emozione, Baggio i suoi brividi", si leggeva su uno dei tanti striscioni di Genova.

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7 aprile

1963
La Juve e i suoi centroavanti 

Se n'è andato il vecchio John Charles, ma la rosa della Juve trabocca di centravanti. Nicolé, grande promessa, che però all'ombra del gallese ha dovuto imparare il mestiere dell'ala; il ‏giovanissimo Zigoni, troppo acerbo - dicono; Dario Cavallito, figlio del tizio che gestisce il bar del Filadelfia (e dunque, capirai: zero presenze); Miranda, il brasiliano, spilungone capace di grandi bordate dalla distanza e poco altro; infine, Bruno Siciliano (foto), nato a Rio ma di origini italiane e dunque ingaggiato come oriundo. In virtù del nome, contro il Catania gioca lui. Partita importante, se vogliono sperare di continuare la volata con l'Inter i bianconeri devono vincerla. Niente da fare. Restano all'asciutto, ancora una volta. "Senza ali e senza centroavanti non si segnano goals", dice l'amico inviato di 'La Stampa', e ormai gli ultimi messi a tabellino risalgono alla notte dei tempi. Sicché il Catania ne approfitta. Si difende con sette, otto uomini (nemmeno poi tanti), "un solo contropiede, uno solo, ed è venuto il goal". Beh, capita, nel calcio capita, e non di rado. Dunque l'Inter saluta la compagnia, il campionato in pratica finisce oggi. E chi ha segnato per il Catania? Ha segnato Milan. Luigi Milan, di Mirano. Proprio lui.


2000
La seconda morte

Si spegne, a Santos, Moacir Barbosa Nascimento. Era già morto da tempo, in realtà. Da quando, in un pomeriggio d'estate di Rio, non riusci a intercettare due palloni calciati verso la sua porta da Schiaffino e da Ghiggia. Non erano tiri imparabili, dicono. Il Brasile perse la coppa del mondo, e lui fu ritenuto il principale colpevole. "Guardalo, figlio mio. E' l'uomo che fece piangere tutto il Brasile", diceva una madre al supermercato vent'anni dopo il maracanaço. "Piangeva sulle mie spalle. Sino all'ultimo momento ripeteva: eravamo in undici, non posso essere considerato l'unico colpevole di quella sconfitta": questa è l'ultima testimonianza, resa da una sua amica dopo la morte.
Profilo | Necrologio (Alex Bello, The Guardian, 13 aprile 2000) | Eupallog Biblioteca


2004
Riazoraço

Nessuno avrebbe scommesso un cent sui Turcos, specie dopo che al Meazza erano stati messi sotto dal gran gioco del Milan di Carletto. Una primavera brillante e spettacolare, nella quale emergeva di partita in partita il nuovo astro rossonero: Ricardo Izecson dos Santos Leite. E invece, al Riazor accadde l'inimmaginabile. Il Deportivo si produce in un'epica remuntada, il Milan stramazza sotto l'umiliante peso di uno 0-4 che lo estromette dalla Champions League proprio nell'anno in cui era sicuramente la miglior squadra d'Europa. I galiziani non fecero strada, invece. Dall'ultima curva sbucherà, inattesa e fortunata, la sagoma di José Mourinho.



Vedi anche le partite del 7 aprile in Cineteca

29 febbraio

1984
Prove generali

Il campionato europeo si giocherà in Francia, e la Francia organizza una prova generale contro l'Inghilterra, che al torneo continentale non parteciperà, avendo mancato la qualificazione grazie a una clamorosa sconfitta incassata a Wembley dalla Danimarca nel novembre del 1983. Morale: i francesi sono su di giri, e gli inglesi depressi anzichenò. E' solo un'amichevole, ma a Roi Michel piace vincere sempre ...
Cineteca


2004
Anche il Boro acquista una bacheca

Non sarà il più pregiato dei trofei, la Curling Cup (già FA League Cup), ma se ti spolmoni per arrivare sino in fondo è meglio vincerla. Soprattutto se non hai mai vinto un bel nulla. E così il Middlesbrough, fatto fuori l'Arsenal in semifinale, si avventa sui Wanderers di Bolton, e in nemmeno dieci minuti erige un chiaro due a zero. Ci provino, a far breccia. Ci provano, ma riescono soltanto a dimezzare l'handicap. E' dunque al Millennium Stadium di Cardiff che Gareth Southgate, il capitano degli Smoggies, solleva la coppa (foto): la prima e - per ora - la sola nella pur longeva storia del club.