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24 febbraio

1964
Mister Garbutt

Si spegne, a Warwick, William Garbutt. Giocò una decina d'anni, prima che un brutto incidente lo costringesse al ritiro. Venne in Italia nel 1912, e fu un brillante allenatore - di Genoa, Roma, Napoli, Milan  -, il primo 'mister' del calcio italico. "E c'era Willy Garbutt. Mi volsi, ad un torneo in Alessandria, e vestivo ancora la divisa militare, sentendo parlare inglese. Mi lambiccai a lungo il cervello per studiare e ricordare dove avevo incontrato per il mondo quella figura caratteristica di sportivo. A Blackburn, anni prima, quando risiedevo in Inghilterra, avevo assistito dai posti popolari e da una distanza di pochi metri all'incidente che doveva porre fine prematura alla sua carriera di giocatore, in una partita contro la squadra del mio cuore, il Manchester United. Il mondo è piccolo, e grande fu l'amicizia che ci unì, da quel momento, attraverso gli anni" (Vittorio Pozzo).
Biografia

Víctor Muñoz Manrique
1982
Le illusioni della Spagna

La Roja ha messo le tende a Valencia. Qui, infatti, attende le rivali nella fase a gironi del mundial. Gli uomini di Santamaria devono acclimatarsi, prendere bene le misure del campo, affezionarsi alle due aree di rigore, farsi ben conoscere dalla gente del posto. Oggi il test-match - il terz'ultimo in calendario - è di un certo richiamo. Al Casanova arriva la Scozia, essa pure qualificata alla Coppa del mondo e fresca vincitrice della British Championship. Una compagine solidissima, innervata da tre colonne del superLiverpool (Hansen, Souness, Dalglish: giocatori così, di questi tempi, la Spagna può solo sognarli), ma nemmeno sono da sottovalutare i due talentuosi militanti nell'Ispwich (Wark e Brazil), mentre a far numero ci sono gli espertissimi bucanieri dela Scottish League. Insomma, "una de las selecciones más fuertes del Viejo Continente", spiega Mundo Deportivo. Però finisce tre a zero per i rossi; prestazione maiuscola e sorrisi sognanti.


1993
Il leader

Si spegne, a Barking (Essex), Bobby Moore. "My captain, my leader, my right-hand man. He was the spirit and the heartbeat of the team. He was the supreme professional, the best I ever worked with. Without him England would never have won the World Cup" (Alf Ramsey). A quel trionfo non ne aggiunse molti altri, nei lunghi anni in cui fu il signore di Upton Park. Scolpite nella memoria rimangono di lui tante immagini; l'istante più iconico della sua carriera è, tuttavia, lo scambio di maglia con Pelé a Guadalajara nel 1970. Senza saperlo, con la sua maglia il capitano dell'Inghilterra consegnava a o Rey anche la coppa del mondo.


16 febbraio

1957
Le coppe di Ad-Diba

In pochi giorni si svolge a Kartoum, in Sudan, la prima Coppa delle Nazioni d'Africa. Le rappresentative iscritte sono quattro, ma il Sudafrica, all'ultimo istante, è 'costretto' a rinunciare. L'Egitto batte gli ospitanti, e incontra in finale l'Etiopia. Vittoria faraonica, quattro a zero, quattro gol di Ad-Diba, alias Mohammed Diab Al Attar. Dopo aver smesso di pedatare, farà di mestiere l'arbitro, e sarà piuttosto apprezzato. Non per nulla, nel 1968, toccherà a lui dirigere la finale della coppa con cui aveva brindato in gioventù.
Tabellino | Profilo di Ad-Diba 



1964
Lo chiameranno Bebeto

E' maschio, è maschio! Giocherà a pallone, è sicuro! Per ogni bimbo che viene alla luce in Brasile il futuro sperato è che sappia farsi strada con un pallone. Sarà stato così anche quando nacque, a Salvador, José Roberto Gama de Oliveira. Infatti diventerà famoso, segnerà tanti gol, vincerà moltissimi trofei. Lo chiameranno Bebeto. Avrà anche lui dei figli, e porterà sul campo il gesto del padre che culla il suo bimbo dopo un gol importante nella Coppa del Mondo.



2002
L'uomo di tutte le disfatte

Si spegne, a Guildford, Sir Walter Winterbottom. Fu il principale protagonista di tutte le disfatte inglesi degli anni '50. "In no other footballing country in the world could a manager with Winterbottom's results have survived so long. You could hardly blame him for the ghastly defeat in Brazil when, as he said, We did have our chances, dozens of them, but he was never an inspirational figure, he had a tendency to talk above his players' heads, and for all his interest in tactics, his strategies were often flawed" (Brian Glanville).
Profilo | Necrologio (B. Glanville, The Guardian)

29 gennaio

1887
Un inquieto pioniere

A Madrid nasce Julián Ruete Muniesa. E' tra le figure più significative della protostoria calcistica di Spagna. Gioca nel Real - dove ha pure incarichi societari - ma poi anche nell'Atlético, allora succursale dell'omonimo club basco. Anzi, diventa il presidente dell'Atlético. Inoltre, gli piace fare l'arbitro. Infine, trova il tempo di essere per qualche partita selezionatore della Spagna. Post scriptum: finirà i suoi giorni a Barcellona.
Profilo


1932
L'erede designato

Nasce a Barnsley, e si chiamava Thomas Taylor. Passati i vent'anni, lo prende Busby, e rapidamente diventa uno dei più promettenti fra i Babes. Attaccante abilissimo nel gioco aereo, segna parecchio, per il club e nella nazionale inglese. Lo reputano possibile e degno erede di Nat Lofthouse. Il destino gli nega una carriera luminosa, a Monaco, il 6 febbraio 1958.




1950
Perla del Marocco

La Priméra Divisiòn entra nella fase decisiva. Le squadre sono solo quattrodici. Il Real conduce, ma sono tutte lì - escluso il Barça, attardato. L'Atlético di Madrid e l'Athletic di Bilbao si disputano una candidatura. Finisce in goleada memorabile: sei a sei. Ma i baschi si mangiano il berretto, perché a sei minuti dalla fine vincevano sei a tre. La carica dei colchoneros è suonata da Larbi Benbarek (nella foto), detto 'Perla nera', arrivato da Casablanca due anni prima.
Tabellino | Ben Barek: profilo



1964
Fracaso milanista

Coppa dei Campioni, andata dei quarti, il Milan annega al Bernabéu e virtualmente abdica. Cesarone Maldini si fa male a partita iniziata da poco. Attratti dall'odore del sangue, vanno a nozze tutti i satanassi (Puskas, Di Stéfano, Gento), uno dopo l'altro, introdotti dal nuovo idolo madridista,  Amancio Amaro Varela (nella foto). Il Real sogna di tornare al vertice; ma in finale troverà la parentela rossonera, e l'ambìta coppa resterà a Milano anche per quella stagione.


1985
Platonico bottino

Dopo la finale di Berna del '54, Ungheria e Germania non si erano più incontrate in competizioni ufficiali. Solo in partite amichevoli, di sempre minore prestigio con l'andare degli anni. Curiosamente, negli ultimi trenta, la nazionale ospitante non ha mai vinto. Così accadde ad Amburgo il 29 gennaio 1985: Volksparstadion semideserto, paperona del portiere teudisco (Ulrich Stein - nella foto -, per la prima volta tra i pali dal calcio d'inizio) e gli ungheresi tornano a casa per esibire il platonico bottino.


2011
L'asiatica

L'egemonia calcistica del Giappone sul continente asiatico è quasi inscalfibile. Anche quando la competizione, per far numero, è aperta a nazionali di altri continenti. L'Australia, zeppa di pedatori della Premier League, arriva sino alla finale. Soccombe solo nei supplementari, e segna un coreano naturalizzato - Tadanari Lee, alias Lee Chung-Sung (foto) -, poi scritturato dal Southampton, nel quale milita senza infamia e senza lode.

28 gennaio

1900
Deutscher Fussball

In Germania, nell'ultimo scorcio dell'800, non si distingueva ancora nettamente il calcio dal rugby. Così a Leipzig, finalmente, i rappresentanti di ottantasei club si riunirono per decidere se valesse o meno la pena di operare questa 'sottile' distinzione. La maggioranza riteneva che fosse giunta l'ora. Nasce così la Deutscher Fussball-Bund (a sinistra, il logo delle origini).
Sito ufficiale | Storia


1907
Il recordman

Si spegne il calciatore che poteva vantarsi di aver giocato quattro finali, e di aver segnato almeno un gol in ciascuna delle medesime. Si chiamava Thomas Cochrane Highet. Militava nel Queen's Football Club Park di Glasgow, il più antico club della Scozia. Erano tre finali di Scottish Cup (più una ripetizione), le prime disputate, e il Queen's (foto) le vinse tutte. Lui era anche un famoso giocatore di cricket.



1940
Compleanno e doppietta

La Francia si prepara alla guerra, ma c'è ancora tempo da dedicare al football. Il Parc des Princes è quasi deserto: di sicuro, la nazionale portoghese non è particolarmente charmant, e c'è ben altro cui pensare. Ma è il compleanno di Désiré Koranyi (nella foto), ungherese naturalizzato, centravanti del Séte campione di Francia. Si tratta della sua terza partita nei Bleus, e si regala altri due gol. E' bello festeggiare così il proprio compleanno. Purtroppo, appena iniziata, la sua carriera internazionale è già quasi finita.
Tabellino | Koranyi (profilo)



1964
Triplete santàstico!

Non poteva nutrire molte illusioni, la torcìda del Bahiaço. I suoi beniamini ne avevano buscati già sei nella gara di andata, al Pacaembu. La Taça Brasil era dunque e saldamente nelle mani della squadra detentrice e campione del mondo nonché del Sudamerica: il Santos. Al Fonte Nova, la supremazia fu ribadita, ma si trattò solo di un'esibizione. Chi c'era, ricorda che Pelé segnò anche quella volta. Anzi, ne segnò due. Dei suoi gol, già si faticava a tenere il conto.
Highlights (con tabellino)



1998
Le jour de gloire est arrivé

Battezzato, per aspirazione all'assoluto, Stade de France, il nuovo tempio del football mondiale apre i cancelli tra le maledizioni dei parigini: scioperano i mezzi pubblici e arrivare a Saint-Denis  non è un problema da poco. Sparring-partner dei galletti è la Spagna. Il solo gol, tra le zolle imbiancate dal gelo, è però immagine del futuro, visto che lo firma Zinedine Zidane.


2010
La consolazione della rivincita

L'Algeria andrà alla Coppa del Mondo, i faraoni no. Hanno perso l'apposito spareggio. Sono certamente vogliosi di rifarsi nel torneo continentale (che detengono), e l'occasione della rivincita arriva in semifinale. La goleada è sorprendente, e la chiude Mohamed Nagy Ismail Afash, detto Gedo (foto) - che era rimasto a secco solo contro il Benin - oltre il novantesimo: quattro a zero. Gedo giocava nell'Al Ahly del Cairo, e fu il capocannoniere dell'edizione. Umiliati dall'andamento del match, gli algerini lo finiscono in otto.

19 gennaio

1914
Ipoteca sulla Championship

A Wrexham parte la 31ma edizione della British Home Championship. Il Galles è zeppo di professionisti, esperti bucanieri della First Division inglese. Meno adusi alle tensioni i prodi irlandesi, che in maggioranza militano nei club di Belfast e di Dublino. Ma tra loro c'è William Gillespie, che allo Sheffield (sponda United) guadagna ben 4 sterline alla settimana. La sua doppietta ne replica una inflitta agli inglesi l'anno prima. Chi ben comincia, ha la Championship in tasca. L'Irlanda potrà dunque archiviare già in marzo il secondo trionfo nella competizione, che riprenderà solo dopo la guerra.
Tabellino | Profilo di Gillespie | IFA Legends


1947
I grigi azzannano il Toro

Terz'ultima del girone di andata. L'alta marea juventina sommerge il Venezia e porta i bianconeri ad affiancare in vetta il Torino. Che grande quella domenica non fu. "Il sole ha impastato terra e ghiaccio in un elemento bizzarro e scivoloso", e i campioni d'Italia slittano e soccombono. Le trasferte nelle piazzeforti del quadrilatero sono spesso ingloriose per gli squadroni. Al Moccagatta (nella foto) l'Alessandria passa solo alla fine, ma passa.
Tabellino | Video (da Settimana Incom n. 42 del 23 gennaio 1947)


1964
La dialettica del derby

Carniglia e Viani inguaiano HablaHabla, il Milan distanzia i cugini di quattro lunghezze. Derby infuocato, nonostante il gelo. Sbardella mette in castigo Suarez e Corso, che ingaggiano a pugni Trebbi e Mora. Due gol nel primo tempo, e il derby pende nettamente a favore del Milan. Segna Fortunato (nella foto), arrotonda Rivera. "Risultato persino inferiore al responso tecnico-tattico": è la sintesi di Gianni Brera. "Inter aggredita in velocità e fatta fuori senza scampo" (si rileggano cronaca e commento in Derby, da p. 107). Alla lunga, tuttavia, il Milan scemerà. E, fra i due litiganti, sarà un terzo a godere.
Tabellino | Video (da Settimana Incom n. 2444 del 24 gennaio 1964) | Altra documentazione (Magliarossonera)


27 dicembre

1961
Com a beleza ímpar de seu futebol

Prima di Pelé, il Santos aveva vinto poco o nulla, e certamente non era uno dei club più prestigiosi di quell'enorme paese. Nella sua grande scalata del mondo il primo momento davvero significativo fu dunque la conquista del titolo nazionale, e avvenne il 27 dicembre 1961, a Villa Belmiro. Vi si giocava il ritorno della finale col Bahia, in palio la Taça do Brasil, l'andata si era chiusa in parità. Non ci fu storia. Pelé fece tre gol, e per la torcìda del Peixe iniziò una serie di stagioni indimenticabili.

1964
Gigi e Gigi

Era penultimo. Stasera è ultimo. Ultimo in classifica, da solo. Il Cagliari, già. Vero, non siamo nemmeno alla fine del girone di andata. Vero, la trasferta non era tra le più semplici. I granata, guidati dal Paròn, sono tirati a lucido. Gli isolani, al guinzaglio di Arturo Silvestri, battono in testa, nessuno fa quello che dovrebbe fare. Specie in difesa. Al Gigi ventenne di Leggiuno non arriva un solo pallone. Il Gigi ventunenne di Como, invece, finalmente va a rete. Doppietta, e i trecento milioni finiti in estate nelle casse del Genoa cominciano a ad avere un senso preciso. Quattro a zero, è una sconfitta pesante. Al novantesimo, c'è chi sogna lo scudetto, e c'è chi teme la retrocessione. Ma nulla, nel futuro del calcio, è mai quello annunciato da una sola partita. Di lì a qualche anno, con lo stesso risultato, ma a parti (e doppiette) invertite, si concluderà l'ultima partita del campionato, l'incubo sardo si era trasformato in sogno e il sogno in realtà. Ma di quei due giovani campioni, solo uno correva ancora potente e felice sui campi dell'Italia e del mondo.
Tabellino (1964)
Tabellino (1970)

20 dicembre

1964
Fuga apparente

Sulla prima pagina di "Lo Sport illustrato" i lettori possono rivedere - fermato nell'istante appena successivo al tocco - lo stile leggero e leggiadro con cui il Golden appoggia la sfera nella porta del Bologna. La partita è appena iniziata, i rossoneri (in maglia bianca) assesteranno un bel colpo alle ambizioni del Bologna campione, e dopo tredici giornate sono in fuga.
Pascutti, anche questa volta, si fa espellere. I commenti della critica sono unanimi: la vittoria del Milan "verrà probabilmente ricordata tra qualche tempo come l'incontro su cui ha fatto perno tutta la lotta per il titolo italiano di calcio. I rossoblu, detentori dello scudetto, hanno perso sul campo dei primi in classifica e questi hanno portato il loro vantaggio a quote difficilmente superabili dalle squadre antagoniste (Inter, forse, esclusa)". Già: Inter esclusa ...
Tabellino | Documentazione

Rosato dà la caccia all'amico Sormani
1970
Fuorigrotta

Al San Paolo arriva il Milan, che insegue il Ciuccio (pieno zeppo di ex milanisti e mica da poco: Hamrin, Sormani e Altafini, per dire) a un solo punto di distanza in classifica. "Partita-scudetto", si usava e si usa dire. L'entusiasmo partenopeo è alle stelle, san Silvestro vicino, lo stadio (tutt'altro che metaforicamente) una polveriera. Un botto dopo l'altro, dall'inizio alla fine. Decine di migliaia di botti. Accade sempre, non a caso la società cerca di dissuadere i propri supporters mettendo in palio quattro abbonamenti gratuiti ogni domenica che non viene multata per le loro rumorose intemperanze. Stavolta, tuttavia, un petardo cade in campo e ferisce Silvano Villa, giovane centravanti del Milan. Esce tutto bruciacchiato, e un po' sotto choc. Poco importa, dicono i dirigenti rossoneri, tanto abbiamo vinto. Già, uno a zero. Poi arriverà il raddoppio, a tavolino.

4 novembre

1964
Iniziano le illusioni

Essendo dei dilettanti, si dilettano nel giocare al pallone. Dei risultati se n'infischiano, e infatti trascorrono la vigilia della partita a Portofino. Peccato che piova a dirotto, una gita rovinata. Si allenano? Per modo di dire. Sgambano. Palleggiano (per modo di dire). Mica faremo il catenaccio anche contro costoro, si interroga parte della critica pedatoria. Ma no, vedrete. Italia-Finlandia, a Genova, è la prima partita del girone che qualifica una nazionale alla Coppa Rimet organizzata dagli inglesi. Bisogna vincere, assolutamente. L'attacco è leggero, ma di classe eccelsa. Lo dice anche il trainer dei nordici, Aatos Lehtonen (uno che aveva incontrato gli azzurri già nel 1939: a Helsinki, quando Meazza disputò la sua ultima partita in nazionale): questi sono assi, valgono quelli di un tempo, ma anche i difensori non scherzano. Già. Ci sono, insieme dal primo minuto, Rivera, Corso e Mazzola (a segno, nella foto). La difesa è quella dell'Inter. Armando Picchi è all'esordio. Rivera indossa la fascia di capitano, per la prima volta, ha poco più di ventuno anni. L'unico che non militi negli squadroni milanesi è Giacomino Bulgarelli. Finisce sei a uno. Iniziano le illusioni.
Tabellino | Highlights



1967
El Chango

Rileggendo le vecchie cronache e le infinite storie del football, capita spesso di incontrare nomi di pedatori dimenticati o semi-sconosciuti, e che tuttavia per un giorno o due, per una partita o anche due diventarono improvvisamente protagonisti, per poi tornare nella penombra, e senza più trovare lampi o invenzioni da prima pagina. Così, per esempio, chi si ricorda di El Chango? Juan Carlos Cárdenas, attaccante che trascorse gli anni '60 e i primi '70 nell'andirivieni da Avellaneda, tornando al Racing dopo essere andato altrove e andando altrove dopo esser stato ancora un po' nel Racing. Da quelle parti ne sapranno di più. A noi basta rammentare che fu lui, in uno dei santuari del Sudamerica - il Centenario di Montevideo - a risolvere durante la terza partita il duello tra l'Academia e il Celtic, fin lì protratto dalle regole allora in vigore. Già. Fece il gol decisivo, un sinistro a uscire da 25-30 metri, e portò la coppa dei due mondi, per la prima volta, nella bacheca di un club argentino. Juan Carlos Cárdenas, el Chango, 'la scimmia', idolo del Racing Club per saecula saeculorum.
Tabellino | Highlights

26 settembre

Il giorno del mio compleanno

Sono nato il 26 settembre 1958, lo stesso giorno di Kenneth Graham Sansom (foto), grande terzino dell'Arsenal e della nazionale di Albione. Ma sono nato a Milano, non a Londra, e così nella tenera infanzia fui rallegrato dal dominio calcistico delle squadre della mia città. Del resto, il giorno del mio quarto compleanno (26 settembre 1962) il Real Madrid usciva dalla Coppa dei Campioni per mano dell'Anderlecht [highlights], sgombrando al Milan il cammino nella competizione: evviva! Esattamente due anni dopo, qualche giorno prima di iniziare la scuola elementare,  trepidavo davanti al televisore quando, al Bernabéu, l'Inter riuscì finalmente ad avere la meglio sull'Independiente, nella finale di spareggio della Coppa intercontinentale [Cineteca]: che bellezza! Un anno ancora, sulla mia torta le candeline erano sette e Franz Beckenbauer esordiva con la maglia della Nationalmannschaft, ne apprezzai intuitivamente il talento e lo stile, così come annotai ex post il fatto che in quella stessa partita corricchiava ancora con la maglia gialla della Svezia una grande ala destra, Kurt Hamrin, che di lì a poco sarebbe andato a giocare nel Milan; era la sua ultima presenza in nazionale [highlights]. Poi? Poi non so. Che Eupalla disinceppi la mia memoria, se possibile.

Mans

13 settembre

1964
Don Alfredo Di Stéfano esordisce (nell'Español)

"Quand'ero ancora bambino, il Real Madrid mandò via Alfredo Di Stéfano dopo una sconfitta nella finale della Coppa Europa contro l'Inter di Milano. Di Stéfano era così emblematico che inizialmente risultava inconcepibile la nostra squadra senza di lui, soprattutto se, come avvenne, non si ritirava ma continuava la sua attività: firmò con l'Español di Barcelona, dove militò per alcuni anni, e poi credo che passò all'Elche – un'assurdità, quella striscia verde. Ebbene, fu tale la mia indignazione e quella dei miei compagni merengues che decidemmo di passare al club barcelonese, o piuttosto di essere di Di Stéfano e non tanto del Madrid. Per alcune giornate seguimmo i risultati della sua nova squadra con attenzione, vedemmo che don Alfredo segnava doppiette di goal e la rabbia ci invadeva ancora di più. Fino a quando arrivò il confronto Madrid-Español, e allora le nostre scelte crollarono. Pure arrabbiati come eravamo con il Madrid, quel giorno non riuscimmo ad andare contro la nostra squadra né a favore dell'idolo ingiustamente espulso" (Javier Marías, Selvaggi e sentimentali, pp. 78-79).
Vi è solo parziale riscontro all'ultima parte dei ricordi di Javier Marías. Infatti, il caso vuole che Di Stéfano giocasse con l'Español e contro il Real proprio nella prima giornata del Campeonato de Liga 1964-65, al Sarriá (13 settembre 1964). I Blancos vinsero due a uno, in rimonta, con doppietta di Puskás. Nella gara di ritorno (3 gennaio 1965), al Bernabéu, Di Stéfano non scese in campo.
Tabellino | Highlights



1978
Serata da favola al City Ground

Prima del ranking UEFA, prima della Champions League, poteva capitare che il sorteggio per il primo turno della Coppa dei campioni proponesse sfide bollenti anzichenò. Per esempio: stagione 1978-79, Nottingham Forest-Liverpool. Campioni d'Inghilterra contro campioni d'Europa, subito, ai sedicesimi di finale. La terribile banda di Brian Clough sembra faticare, in campionato colleziona pareggi, mentre i Reds sono in vena di goleade. Logico siano loro i favoriti. Ma al City Ground si vive la prima di una serie di serate che porterà la contea a occupare un corposo capitolo nel romanzo storico del football. Due gol astuti, specie il secondo, di Colin Barrett (foto) - ruba il pallone a metà campo, poi si lancia in area fino a trovarsi al posto giusto per poter scaraventare la sfera alle spalle di Clemence -, mettono ansia allo squadrone di Paisley, che per guadagnarsi la chance di arrivare al terzo titolo europeo dovrà fare il miracolo ad Anfield. Dal canto suo, Clough sta già progettando barricate epocali.
Cineteca


1989
La deludente trasferta di Malmö

Sto rientrando in casa, non ho ancora trovato il mazzo di chiavi che, dall'appartamento, sento squillare furiosamente il telefono. Dev'essere qualcosa di urgente, senz'altro, e affretto le operazioni. E' lui, e come potevo dubitarne? "Diavolo, non potevano dirmelo che Malmö è a più di 600 chilometri da Stoccolma?". Fingo di non capire, ma solo per evitare di rispondere con una fragorosa risata. Non ti chiedo neppure cosa ci fai lì. "Mio caro, stasera è la serata dei record, la squadra dei record deve battere sempre ogni record, specie in coppa dei campioni". Ah, ho capito. Che squadra? Boh. "Senti, se chiama mia moglie dille che torno abbastanza tardi". Come credi. Ordino una pizza, sono veramente stanco. Sul giornale c'è un articolo interessante circa il piano anti-droga di George Bush che vale la pena di leggere. Mi addormento al secondo capoverso. Nel cuore della notte squilla il telefono. E' la moglie del mio amico. "Se sai dov'è andato, digli che non c'è ragione di tornare". La mattina successiva apprendo dalla radio che l'Inter, nella gara di andata dei sedicesimi di finale di Coppa dei campioni, è stata sconfitta dal Malmö, uno a zero, rete di Håkan Lindman (foto) al minuto 74. Pover'uomo, penso.


1991
Il re senza corona

Anche oggi, come ogni anno, ci sarà grande folla a Kozlu, Istanbul. Gente che, per lo più, va a questo cimitero in maglia giallorossa, quella del Galatasaray. Già. Onorano l'anniversario della morte di Metin Oktay, il 're senza corona', leggendario centravanti del Gala nei 1960s, morto in un incidente di strada il 13 settembre 1991. Centravanti da un gol a partita, che si esaltava specialmente nei derby, contro il Fenehrbace o il Besiktas, quando segnava caterve di gol sfondando le reti avversarie. Era un campione? Certamente pedatori migliori di lui, ai suoi tempi, in Turchia non ne avevano ancora visti. Ma quando tentò l'avventura nel paese dei balocchi (l'Italia) fallì miseramente. A Palermo (stagione 1961-62) doveva essere il trascinatore di un undici appena arrivato in Serie A: compito più grande di lui. Forse era troppo giovane; tornò subito a casa, e riprese ad argomentare, un gol dopo l'altro, le ragioni della propria popolare sovranità.

2 settembre

1964
Il nuovo corso bianconero

Raimondo Lanza di Trabia fu personaggio singolare e avventuroso, amante del calcio e delle donne. Fu presidente del Palermo, amico di Viani e di Agnelli, e si dice sia stato lui, insieme a Viani, a inventare il calciomercato. Si buttò da una terrazza romana nel novembre del 1954, e di lì a qualche anno le dirigenze di Milan e Juventus escogitarono e gli dedicarono una coppa estiva, una sfida pre-campionato da disputare a San Siro, un po' come in anni recenti il Trofeo Berlusconi. Sia come sia. La serata del 2 settembre 1964, a osservare i due XI in azione, c'è Vittorio Pozzo. Il suo resoconto (ovviamente consegnato alle pagine di 'La Stampa') è un catalogo delle magagne juventine; le "nuove linee di gioco", il "nuovo sistema" imposto da Heriberto Herrera (foto) sono cose complicate da digerire. Anche a Monsù queste novità non piacciono, e non fa nulla per nasconderlo. "La Juventus ha svolto completamente la sua parte di gioco per quanto riguarda la metà campo, ma la prima linea non ha assolutamente saputo convincere, non ha combinato nulla di buono. Essa ha dato l'impressione, per tutti i novanta minuti, di stare cercando se stessa e di non poter ritrovare quel gioco che le viene imposto dalle nuove teorie. Gli attaccanti juventini si distinguevano più che altro per la quantità impressionante dei passaggi eseguiti agli avversari". All'inizio del secondo tempo Altafini infila il due a zero. "A partire da questo momento lo slancio degli juventini in reazione al cattivo andamento delle cose aumentava notevolmente, ma si trattava puramente di impegno e non di gioco. I calciatori in maglia bianconera si prodigavano al limite delle loro forze, ma non riuscivano assolutamente a combinare". Quindi? "II tempo che mancava alla fine della partita, cioè meno di mezz'ora, vide la Juventus risvegliarsi fisicamente e atleticamente in modo veramente notevole. Il risveglio dei bianconeri non serviva però assolutamente a nulla, serviva a dimostrare l'inefficienza, quasi la nullità del loro gioco d'attacco". E poi? "Non fu che negli ultimi dieci minuti della partita che si potè finalmente parlare d'un po' di sfortuna da parte della Juventus". Vero, Combin colpisce un bel palo. Zigoni viene messo giù in area, ma amen. "Tutte cose che non servivano a nulla". Certo, "nel corso del secondo tempo la superiorità territoriale fu da ascrivere a merito della Juventus, superiorità territoriale, superiorità di metà campo e assolutamente nulla più". In conclusione? "Si è cercato invano, nel corso di tutti i 90 minuti, un motivo di gioco bianconero che autorizzasse a previsioni lusinghiere sul gioco d'attacco. Nulla, assolutamente nulla". Però Combin se l'è cavata discretamente. "Combin, il nuovo venuto, s'è prodigato, ha lottato anche lui, come del resto tutti i compagni suoi, senza riuscire a concludere assolutamente nulla". Nulla? "Assolutamente nulla".

12 agosto


1964
Mario Rodriguez Varela

I primi anni della Copa Libertadores de América sono una sequenza di brevi egemonie. Egemonie durate non più di un biennio. Al breve ciclo del Peñarol seguì quello del Santos; al ciclo del Santos quello dell'Independiente di Avellaneda. E' dunque una serie storicamente significativa: Uruguay, Brasile, Argentina. Per ultima, l'Argentina. Occorre riconoscere all'Independiente di aver compiuto notevoli imprese, poiché nel 1964 eliminò il Santos (privo tuttavia di Pelé) in semifinale, e l'anno dopo diede la paga al Pinerolo nel partido de desempate. Ma restiamo al 1964. La gara di andata, il 6 agosto al Centenario di Montevideo contro il Nacional, finisce senza reti. Alla Caldera del Diablo, nel redde rationem del 12, il solo gol, decisivo, è segnato da 'Mariucho', com'era soprannominato Mario Rodriguez Varela.
Varela? Già. In fondo, Baires e Montevideo mescolano i nomi dei loro figli e delle loro storie, che scorrono lungo e insieme al Rio che le separa.



1967 
Quando a Old Trafford si levò un epico mormorio

United campione d'Inghilterra, e Hotspurs vincitori della FA Cup. Grandi squadre, ai tempi: il 12 agosto 1967 diedero il via alla nuova stagione disputandosi il Charity Shield a Old Trafford. Finì con un bel 3-3. Per i Red Devils protagonista indiscusso fu il numero 9, il falso centravanti per eccellenza del calcio inglese: Sir Bobby Charlton. Il pelato diede prova delle sue abilità balistiche dall'inizio alla fine, ma il match è ricordato soprattutto per una 'prodezza' di chi difendeva i pali del Tottenham. Chi era? Ma certo: Pat Jennings (foto), un estremo decisamente longevo. Era giovane, allora, ma era già il titolare a White Hart Lane e nella rappresentativa nordirlandese. Beh, fece un gol. Come? Con un rinvio dalla propria area. Un epico mormorio si levò dalle tribune di Old Trafford.



1987
Vertice franco-tedesco

Amichevolmente, Germania e Francia si sono date appuntamento a Berlino. Tra un anno ci sono gli europei, in terra tedesca, e quando le due federazioni avevano pianificato l'estivo rendez-vous, si riteneva di mettere in cartellone un anticipo della finale. Detentori contro organizzatori, prove di scena e misurazione di forza. La Francia, tuttavia, ha un problema. Anzi due, e non è semplice dire quale sia il più grave. Intanto, il re ha abdicato: niente europei, e niente più partite per Michel Platini. Inoltre, i galletti difficilmente riusciranno a qualificarsi per la fase finale del campionato, visto che hanno già perso in casa con i russi e non sono riusciti ad espugnare l'inespugnabile fortezza di Leipzig - già, siamo ancora ai tempi delle due Germanie. Depressi e preoccupati, i Bleus concedono a Rodolfino Voeller una doppietta nei primi dieci minuti, ma presentano per l'occasione un promettente giovane, una futura star, che non a caso rende meno scontata la partita e l'inevitabile sconfitta: Eric Cantona.

8 luglio

1916
Il discorso di Demostene

Il discorso di Demostene non fu particolarmente apprezzato dai cileni. Un discorso di questo tipo: "è la prima Copa América, è la prima partita del Brasile nella Copa América, è la mia prima partita nel Brasile, e questo che sta per arrivare è il mio primo gol nella Seleçao". Chiaro che, se si prova a seguire il ragionamento, ci si distrae e il gol lo si prende davvero, così poi tocca dannarsi l'anima per non perdere la partita. Una buona regola è quella di ignorare gli avversari dalla chiacchiera facile, ma i cileni avevano ancora poca esperienza, e inoltre doveva ancora ronzare nelle loro teste la logorroica performance degli argentini, che due giorni addietro li avevano convinti a incassare un eloquente sei a uno. Difficile sapere quanto valesse Demóstenes Correia de Syllos (foto) come goleador; probabile che la sua retorica pedatoria fosse inferiore a quella di El Tigre, Arthur Friedenreich. C'erano tutti e due, all'esordio del Brasile in una competizione continentale e ufficialmente riconosciuta. Ma parlò solo Demostene. Poi, verso la fine della riunione, chiese la parola un certo Hernando Salazar, cileno, che a nome dei suoi borbottò qualcosa di incomprensibile, e mentre si cercava un traduttore lui accompagnava in rete il pallone del definitivo uno a uno.
Tabellino
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera


1964
Joe Gaetjens

Joe Gaetjens aveva alle spalle una carriera di calciatore sintetica: un solo gol importante - ma molto importante e altrettanto famoso -, quello bastato agli Stati Uniti  per battere l'Inghilterra nella Coppa del mondo del 1950. In America, lui - nato a Port-au-Prince - era emigrato da Haiti, e nell'isola tornerà a vivere. Ha circa 40 anni quando, l'8 luglio del 1964, "gli squadroni della morte di Papa Doc Duvalier lo prelevano nella sua casa di Port-au-Prince: non si è mai interessato di politica, ma la sua famiglia ha combattuto Duvalier e ora si è data alla macchia. Lui è rimasto, sicuro di non essere un obiettivo. Lo portano nella prigione di Fort Dimanche e lo fucilano. Il corpo non sarà mai più ritrovato" (Andrea Sorrentino, La Repubblica).


                                                                                                                                                                   
1982
Il 'pizzino' del Pelasgio

Quel mattacchione di Zbigniew Boniek si è fatto squalificare, e così può guardare tranquillamente seduto in tribuna la semifinale dei suoi contro l'Italia, penultimo capitolo del mundial '82. Per gli azzurri, la partita è abbastanza facile, specie ora che a Paolo Rossi basta sfiorare il pallone per metterlo alle spalle di qualsiasi portiere, e c'è persino da dubitare che lo faccia apposta. Quindi, il noiosissimo match è rimasto famoso soprattutto grazie a un episodio che riguarda il Pelasgio, alias Bruno Conti. Siamo quasi agli sgoccioli, lui sta lavorando l'ennesimo pallone sulla fascia sinistra, e lo fa da par suo. A un certo punto si ferma, estrae dalla tasca dei pantaloncini un pennarello, e scrive qualcosa sul cuoio. Sì, era anche lui un tipo bizzarro. A ogni modo, scrive e poi riprende a correre. Morbidissimo è il cross che parte dal suo prodigioso piede mancino; plana oltre il portiere, e Pablito ha tutto il tempo di leggere il messaggio che Bruno gli aveva indirizzato: "basta spingere". Ottimo suggerimento. Per metterlo in pratica, gli è sufficiente inginocchiarsi (foto) e attendere che la gibigiana esaurisca la sua parabola. Arriva puntuale, e lui segna il più facile gol della sua carriera. In effetti, bastava spingere.
Cineteca
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera


1990
Uno strazio

Italia '90 chiude i battenti. All'Olimpico non c'è l'Italia, e così il pubblico fischia Maradona e l'inno argentino. Non era mai accaduto qualcosa del genere, prima di una finale. I due XI - l'Albiceleste e la Nationalmannschaft - arrivano spompate all'ultimo atto. A parte l'italica dimostrazione di inciviltà, si ricorda solo un penalty fasullo, anzi sacrosanto, chissà, che valse alla Germania la terza coppa del mondo. Tutto qui. Non sapendo cosa aggiungere, ci affidiamo a Gioann Brera. "Io non perdo finale del torneo dal lontano ahimè 1954: posso dire senza sentirmi né severo né tanto meno sadico di non avere mai assistito a uno strazio paragonabile a quello offerto da Germania-Argentina". Proprio così.
1995
Mondino

Si spegne, a Castel San Pietro Terme, Edmondo Fabbri. Ma era come se fosse morto già da tanto tempo, perché di lui tutti si erano dimenticati. "Non contava che fosse stato un'ala destra rapida e sgusciante. Non contava nemmeno che al suo esordio in panchina avesse realizzato un' impresa probabilmente irripetibile, trascinando in cinque stagioni il Mantova dalla serie D alla A. Non contava neppure che in seguito avesse guidato Torino e Bologna, Cagliari e Ternana, Reggiana e Pistoiese. Nell'immaginario collettivo, Fabbri, soprannominato 'Topolino' o anche 'Mondino' per la sua statura ridotta, aveva cessato di esistere come allenatore nella serata del 19 luglio 1966, cancellato a Middlesbrough dal gol del nordcoreano Pak Doo Ik, che aveva clamorosamente escluso l' Italia dal Mondiale inglese" (Mario Gherarducci, Corriere della Sera, 9 luglio 1995). Ti sia lieve la terra, avrebbe detto, nonostante tutto, Gianni Brera.
Storie di Calcio


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21 giugno

1964
La gran victoria del fútbol español

La Spagna è cambiata. Un po' come si appresta a fare l'Italia. Basta con gli oriundi. I fuoriclasse di svariate origini emigrati a Madrid e a Barcellona non vengono più chiamati a far parte della Selección. E la Selección raggiunge un traguardo notevole: la finale del secondo campionato europeo. La gioca in casa, al Bernabéu, contro i sovietici detentori. La vince, grazie a un memorabile gol di testa - con tuffo e avvitamento - segnato da Marcelino Martínez Cao, attaccante del Real Zaragoza e componente della famosa linea de "los 5 magnificos". La squadra è giovane e incosciente, c'è gente che corre veloce; il ritmo è infernale. Il Generale Franco è in brodo di giuggiole. Anche Monsù Poss è ammirato: "Era tempo, parecchio tempo che non vedevamo operare una squadra a quel modo. Essa ci ha ricordato, pensandoci su, quei due famosi incontri Italia-Spagna di Firenze del campionato del mondo del '36". Monsù, intanto era il 1934, e non crediamo che sia un paragone azzeccato. Morale della favola? "Con questa sua squadra e questa sua vittoria, la Spagna ha salvato il torneo che era quest'anno chiamata ad organizzare. Quella finale, quel grande incasso a cui ha dato luogo e con lo spettacolo grandioso che ha provocato, ha salvato una manifestazione che, a padroni di casa battuti, poteva anche provocare un piccolo disastro. La pietra finale ha salvato l'intero edificio". Insomma, fu una "gran gran victoria del fútbol español"; ma le Furie Rosse, da quella sera e per quasi mezzo secolo, conosceranno solo delusioni e sconfitte.
Cineteca | Eupallog Eurostorie


1978
El Loco

Ramón Quiroga Arancibia. E' un portiere, è nato qui, a Rosario, e qui ha imparato il suo mestiere. Poi è andato a a difendere i pali dello Sporting Cristal di Lima, poi all'Independiente di Avellanda, poi ancora (e tuttora) allo Sporting. Ha scelto di essere peruviano, e oggi gioca per il Perù. A Rosario, nella sua città. Lui, argentino, è il portiere del Perù in una partita  contro l'Argentina decisiva per l'Argentina, che si disputa nello stadio in cui ha imparato a infilare i guantoni. A Lima lo chiamano 'El loco' (soprannome di tanti portieri), perché non ama presidiare la propria area; cerca applausi e invenzioni anche in altre parti del campo. Pazzo è tuttavia anche il suo destino. E pazzesca la partita, perché all'Albiceleste non basta vincere; deve stravincere. Le sono necessari almeno quattro gol di scarto per avere la finale. E, guarda caso, vince con un risultato più ampio di quello che la matematica pretendeva. Sei a zero. Tante cose del mundial argentino verranno discusse negli anni a venire. Tra queste, anche la presunta corruzione del 'Loco'. Ma, a riguardare le sei reti, di non tutte sembra lui il responsabile. Tutte troppo, troppo facili.
Cineteca


1988
La trasformazione dell'Olanda

Bene e Male / Guarda, amore, guarda la tv: / Arancione, Gullit, Bianco. / Bianco, Matthaus, nero. Ci vuol poco ad ammetterlo: questi versi non sono granché. Anzi, sono pessimi, anche se usciti dalla penna di Eric van Muiswinkel, eclettico artista nato dalle parti di Utrecht, e dunque compaesano di Van Basten. E' accaduto qualcosa di strano, in Olanda. I cittadini di Amsterdam sono corsi in strada per gettare simbolicamente nel cielo le proprie biciclette, e i poeti sollecitati a versificare. E' accaduto qualcosa di storico:  a Gullit e Van Basten è riuscita l'impresa che mancarono Cruijff e Neeskens: battere i tedeschi a casa loro. Eliminarli in semifinale dal campionato d'Europa che avevano organizzato nella certezza di vincerlo. E' accaduto qualcosa di insolito: il rancore degli olandesi nei confronti dei tedeschi esplode a decenni di distanza dalla fine dell'occupazione nazista. Dalla fine della guerra. Anche i giocatori (in attività e no) scrivono poesie, in rude 'stil novo': Quella nuova maglia è buona soltanto / perché vi ci puliate il sedere, è l'elegante chiusa di un sonetto affidato alla posterità da Johnny Rep. "La trasformazione nazionale che avvenne quel giorno appare in tutta la sua chiarezza proprio in Jonglbloed, che il giorno precedente la partita aveva dichiarato come qualsiasi rancore tra olandesi e tedeschi fosse ormai evaporato. Il giorno dopo l'incontro, a nome della squadra del 1974, scrisse un telegramma alla formazione del 1988 in cui si leggeva: Siamo stati liberati dalla nostra sofferenza" (Simon Kuper).


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7 giugno

1962
La mesta vittoria

L'Italia distribuisce fiori e regali ed esce dal Nacional di Santiago tra gli applausi. Forse anche perché ieri pomeriggio, prima del match del Cile contro i tedeschi, con una cerimonia pubblica i potentati della comitiva azzurra hanno donato ai dirigenti cileni una lupa bronzea, "chiedendo perdono di aver ricevuto pugni in faccia". Forse e anzi soprattutto perché la partita con gli elevetici non contava nulla - entrambe eliminate erano e tali resteranno, ciò che per quanto riguarda la Suiza a nessuno parve una sorpresa. Vai a sapere. L'Italia vince con uno scampanellante tre a zero, per la prima volta giocano Bulgarelli e Sormani (foto), ma è un risultato che davvero non interessa a nessuno. Infatti la notizia del giorno è un'altra: Amarildo sta per firmare un contratto con la Juventus. Già. Colpaccio? No, perché l'uomo che aveva rimpiazzato Pelé cambierà idea, e si accaserà al Milan. Monsù Poss è costretto a parlare ancora di calcio, il suo resoconto da Santiago è stracco, ma il finale è di spessore letterario: "Alcuni nostri giocatori, esclusi gli oriundi e quelli del Milan che resteranno in Sudamerica per aggregarsi ai rossoneri in tournée, partono sabato per l'Italia. Arriveranno domenica mattina a Malpensa".
Italia-Svizzera: cineteca | La Stampa (8 giugno 1962, Cronache dello sport)


1964
Sotto le tre torri torna il tricolor

Dopo aver disperso nel Praterstadion le ceneri del grande Real Madrid, resta per l'Inter da archiviare la pratica domestica. Lo scudetto è conteso, la conferma del titolo incerta, il Bologna uno squadrone improvvisamente memore del proprio blasone. Ma c'è una storia di doping, di partite scritte sul campo e riscritte a tavolino, ciascuno ha il suo fidato giudice a Berlino; il cuore di Dall'Ara, presidente dei rossoblu, cede di schianto. Alla fine, la conta dei punti produce una sensazionale parità: per la prima volta, dall'istituzione del girone unico, si arriva allo spareggio. Spareggio, ordalia, iuditium Dei. In un pomeriggio di grande calura, le energie dell'Inter dissolvono. "Si sono visti i suoi resti, all'Olimpico: una sorta di labile ectoplasma di quella che era stata la squadra più grintosa e gagliarda del campionato" (Brera). Sotto le tre torri tornava il tricolor, un'attesa durata lunghissimi decenni. "Lo Bello fischiò la fine e mi assalì una strana sensazione. Eravamo campioni d'Italia, ma stentavo a crederlo", disse Giacomino Bulgarelli (nella foto, insieme a Pascutti). Dall'Ara, ombra tra le ombre, attinge gloria postuma; della sua squadra si diceva: "così si gioca solo in Paradiso". Ce la porterà in tournée.

1992
Delirio

Dice qualcosa il nome di Pier Luigi Cherubino? E quello di Juan Enrique Estebaranz López? Forse qualcosa di più, se si aggiunge il soprannome: "Quique". Ne manca uno, ed è il più famoso dei tre, avendo disputato una quarantina di partite con la maglia do Brasil: Ricardo Roberto Barreto da Rocha. Tutti e tre erano in campo, il 7 giugno del 1992, all'Heliodoro Rodríguez López di Tenerife. E tutti e tre sono registrati nel tabellino dei marcatori di giornata. Rocha era un difensore centrale e, purtroppo, il pallone l'ha messo nella porta sbagliata. Quella del Real Madrid, cioè la propria. Anche gli altri due l'hanno piazzato lì, ma giocavano nel Tenerife. La storia ha un suo fascino: il Madrid vinceva facile (due a zero), era l'ultima jornada della Liga. Ribaltamento della partita (due a tre) e sorpasso del Barça. Delirio in Catalogna, e sorrisone beffardo stampato sul volto di Johan Cruijff. La storia ha un fascino doppio. Perché trascorre un anno, e i Blancos volano ancora a Tenerife per l'ultima partita. Forse ci vanno già rassegnati. Altro sorpasso catalano, e il sorrisone sul volto di Johann Cruijff non è più beffardo: è sarcastico.

2002
Lo spirito dell'aria

Francia. E poi Argentina: ecco le squadre favorite - insieme a Italia e Brasile - della Coppa del mondo. D'accordo, la Francia praticamente ha già abdicato. Ma l'Argentina è una macchina poderosa, e soprattutto ha un giocatore fantastico: Ariel Ortega, il nuovo Maradona. Un Maradona nuovo di zecca. Anzi: un Maradona decisamente migliore di Maradona.  Quando Ariel appenderà le scarpe al chiodo gli argentini sostituiranno la sua alla santa leggenda del Pibe, ma intanto c'è da giocare con l'Inghilterra, e si sa come Dios non ami particolarmente gli inglesi. Come al solito, vincerà l'Albiceleste. I ronzini di Albione inciucchiranno nel tentativo di vanificare le veroniche di Ortega, i suoi funambolici dribbling, le sue mirabolanti invenzioni, le traiettorie impossibili che sa imprimere e imprimerà alla sfera, sicché i musi gialli finalmente sapranno qual è la vera arte del calcio. Ma ecco che la sagoma bionda di una rock-star si staglia a undici metri da Pablo Caballero, siamo verso la fine del primo tempo. David Beckham: non crederà per caso di essere a Wembley, la mano de Dios fermerà la sua corsa e lui inciamperà comicamente in un filo d'erba, e la pelota tornerà tra i piedi di Ariel Ortega, il quale, come vero spirito dell'aria, invisibile la condurrà rapidamente dall'altro lato del campo, in una fuga che è certo destinata a concludersi tra canti gloriosi, e inutile sarà il sacrificio dell'uomo del mare, David Seaman, baffuto portiere e dunque risibile baluardo di quel che resta dell'Impero britannico. Tragedia. Beckham scuote la rete con un tiraccio (foto), e nella pampa il sole che sorge porta delusione e tristezza. «Avevamo dei piani, non ci è mai riuscito di metterli in pratica», dice Marcelo Bielsa. E Ortega? Ortega è Ortega: forma senza sostanza.


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