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16 febbraio

1957
Le coppe di Ad-Diba

In pochi giorni si svolge a Kartoum, in Sudan, la prima Coppa delle Nazioni d'Africa. Le rappresentative iscritte sono quattro, ma il Sudafrica, all'ultimo istante, è 'costretto' a rinunciare. L'Egitto batte gli ospitanti, e incontra in finale l'Etiopia. Vittoria faraonica, quattro a zero, quattro gol di Ad-Diba, alias Mohammed Diab Al Attar. Dopo aver smesso di pedatare, farà di mestiere l'arbitro, e sarà piuttosto apprezzato. Non per nulla, nel 1968, toccherà a lui dirigere la finale della coppa con cui aveva brindato in gioventù.
Tabellino | Profilo di Ad-Diba 



1964
Lo chiameranno Bebeto

E' maschio, è maschio! Giocherà a pallone, è sicuro! Per ogni bimbo che viene alla luce in Brasile il futuro sperato è che sappia farsi strada con un pallone. Sarà stato così anche quando nacque, a Salvador, José Roberto Gama de Oliveira. Infatti diventerà famoso, segnerà tanti gol, vincerà moltissimi trofei. Lo chiameranno Bebeto. Avrà anche lui dei figli, e porterà sul campo il gesto del padre che culla il suo bimbo dopo un gol importante nella Coppa del Mondo.



2002
L'uomo di tutte le disfatte

Si spegne, a Guildford, Sir Walter Winterbottom. Fu il principale protagonista di tutte le disfatte inglesi degli anni '50. "In no other footballing country in the world could a manager with Winterbottom's results have survived so long. You could hardly blame him for the ghastly defeat in Brazil when, as he said, We did have our chances, dozens of them, but he was never an inspirational figure, he had a tendency to talk above his players' heads, and for all his interest in tactics, his strategies were often flawed" (Brian Glanville).
Profilo | Necrologio (B. Glanville, The Guardian)

14 febbraio

1932
Geopolitica ed esperimenti

L'Italia non aveva mai giocato a Napoli, ed è accolta con fazzoletti bianchi, botti e calorosissimo entusiasmo. Tutto pari alle attese. Si incontra la Svizzera, per la Coppa Internazionale. Pozzo fa esperimenti geopolitici, e ne schiera tre del Ciuccio: Colombari, Vojak (primo gettone) e Sallustro, l'idolo partenopeo. Partita troppo semplice: tre a zero, ma i napoletani restano a secco. Si porta a casa il pallone Francisco Fedullo (foto), uruguayano, naturalizzato, interno del Bologna. Monsù Poss è stizzito dall'eccessiva arrendevolezza elvetica.
Cineteca



1962
Il Cabezón

Coppa dei campioni, quarti di finale: gara di andata a Torino. Juventus-Real Madrid, e Comunale stracolmo. Si festeggia Omar Sivori, che esibisce il pallone d'oro (foto). Di Stefano perde i capelli ma non il vizio del gol, e timbra l'uno a zero. Il match è tuttavia ricordato per l'improvviso scatto di Sivori, a gioco fermo, in direzione di Enrique Pérez Díaz «Pachin», conclusa con tremenda incornata. L'arbitro non vede, o - impietosito - finge di non vedere. "Il Real Madrid non è più la squadra di una volta", sentenzia Monsù Poss.
Cineteca


1973
Due centenari

Cosa fa la Scottish Football Association per festeggiare il proprio centesimo compleanno? Organizza una festa ad Hampden Park. Ospiti d'onore: Inghilterra e Brasile. Il Brazil verrà solo a giugno, l'Inghilterra è puntuale. Tra l'altro, è festa anche per Bobby Moore: centesimo cap. Willie Ormond (foto) invece esordisce sulla panca scozzese. In quell'atmosfera festosa e innevata, gli inglesi maramaldeggiano, alimentando le proprie illusioni. Cinque a zero. Nelle case di Glasgow le luci si spengono prima del solito.


2002
Ciao Nándor

Si spegne, a Budapest, Nándor Hidegkuti. E' fra i pochi pedatori il cui nome sia diventato spiccia allusione al modo di interpretare un ruolo. Quanti centravanti "alla Hidegkuti", dopo Hidegkuti! Il primo falso nueve nella storia del pallone. Era il vero metronomo dell'Aranycsapat. "Tactically, he ran the best team in the world of his time; a great footballer, and a charming and cultivated man" (Rogan Taylor). Ora il suo nome è anche quello dello stadio di Budapest dove gioca l'MTK.


13 novembre

2002
L'uomo che è venuto da lontano

Di giorno non era mai in campo: stava sulla torre più alta dello stadio, là dove il gioco si vede meglio, e da là lo dirigeva, con giocate magistrali (Eduardo Galeano). Di notte, invece, nascondeva torce elettriche tra i piedi, e illuminava il gioco (e ne inventava) con la semplicità tipica dei grandi (Gianni Brera). Era un'automobile all'epoca del calesse: in anticipo sugli avversari e sui tempi, sempre (Roberto Beccantini). Era un genovese di Montevideo, un uomo spigoloso, e andare d'accordo con lui pare non fosse facile per nessuno. Però, con lui in campo, si vinceva parecchio: guardate il palmarés del Peñarol e dell'Uruguay e poi del Milan, guardate cosa raccolsero quando nel cuore del centrocampo schieravano Juan Alberto 'Pepe' Schiaffino. Pepe si spegne, a Montevideo, il 13 novembre 2002.




30 giugno

1954
Una fantastica battaglia

A ben pensarci, il match disputato all'Olympique de la Pontaise andrebbe considerato tra i più importanti del '900; in tal senso, la sua mistica è penalizzata dai tempi delle tecnologie: l'Aranycsapat valeva almeno il Brasile del '70 e l'Olanda del '74, squadre archetipiche ammirate da un universo già intasato di antenne e televisori. I detentori del titolo, mai battuti in una partita di coppa del mondo, contro i legittimi e potenziali successori, imbattuti da anni e anni. Agli uni mancava Varela, agli altri Puskás, simboli e anime acciaccate. I rioplatensi conoscevano l'arte della difesa, i danubiani erano davvero come un fiume in piena; fu una fantastica battaglia, di cui l'Aranycsapat parve assumere il dominio all'inizio del secondo tempo, quando Hidegkuti inzuccava in tuffo il due a zero (foto). Ma La Celeste non era solita perdere la testa e accettare passivamente la sconfitta, come tutti avevano visto o saputo nel 1950; nell'ultimo quarto d'ora Juan Hohberg, centravanti del Peñarol, riassestava equilibri e prospettive, infilandosi due volte fra le larghe maglie della rete difensiva magiara. Qui fece capolino Eupalla, negando a Hohberg la tripletta e la finale e incarnandosi in Sándor Kocsis per rifinire la partita e accompagnare l'Ungheria al suo destino. 
1974
La resistenza svedese e i capricci di Netzer

Molte sono le partite indimenticabili disputate alla Coppa del mondo del 1974. Tra le meno evocate, vi è quella che oppose la Germania alla Svezia. Match delicato: se i tedeschi vincono, hanno un buon vantaggio sulla Polonia, e basterà loro un pareggio nello scontro diretto per accedere alla finale. Gli scandinavi non sono da sottovalutare, hanno già mandato in bianco l'Arancia meccanica. Qui al Rheinstadion di Düsseldorf, sotto il diluvio universale, il pallone schizza sul prato a velocità folli, la Fussballmannschaft ha un avvio tremendo ma non passa, e i gialli sono sempre pericolosi. Infatti è loro l'unico gol del primo tempo. Edstroem, un magnifico bolide di sinistro e al volo dal limite dell'area. La ripresa vive un picco emotivo quando, nel giro di tre minuti, la Germania pareggia (Overath), passa in vantaggio (Bonhof), viene nuovamente raggiunta (Sandberg). Due a due, rimane mezz'ora. Sfibrati alla lunga dall'incessante e potente offensiva dei bianchi, gli svedesi schiantano. Quattro a due (Grabowski e Hoeness). L'atmosfera del Rheinstadion muta da lugubre in festosa. L'unico incupito è Gunther Netzer. Il 'lupo solitario' ha mandato al diavolo Beckenbauer e Schön, che gli preferiscono Overath. Ha fatto le valigie e vuole tornare a casa, cioè a Madrid. Il Kaiser se la ride. Schön promette promesse che non manterrà, Netzer disfa le valigie e si accomoda in tribuna; e i pochi minuti contro i fratelli dell'est resteranno i soli da lui mai giocati in un mondiale.
1996
L'era del golden goal

Signori, siamo nell'era - breve, per fortuna - del golden goal. Un fantastico jackpot. Se lo assicura la squadra che riesce a spareggiare il gioco dopo il novantesimo, in un match a eliminazione diretta. La partita, in tal caso, muore all'improvviso, come colta da infarto fulminante. E tra le finali interrotte da repentino e letale malore vi è quella europea del 1996. L'incidente accade sul prato di Wembley. Vent'anni dopo, il titolo europeo è ancora un affare tra cechi e tedeschi, e certo non è un bel vedere. Squadre prudenti. Attendiste. Corte. Trascorrono i minuti, e per la Regina resistere al sonno è un'autentica tortura. Ci vuole un episodio. Eccolo: l'arbitro inventa dal nulla un calcio di rigore. Come infilare di nascosto la volpe in un pollaio: le squadre si allungano e gli spazi si allargano. La Germania trova il suo eroe, e si chiama Oliver Bierhoff. Agguanta il pari e si va all'overtime. Sempre lui, il brutto anatroccolo che aveva giocato poco e male nelle partite precedenti, trova la coordinazione giusta per steccare di sinistro (foto) una boccia che, deviata, sfugge alla presa di Kouba e lenta lenta rimbalza prima di decidere di andare ad addormentarsi definitivamente là, vicino al palo sinistro della porta dei cechi.  E' così che la partita in un istante defunge: pace all'anima sua.
2002
Il chirurgo

Brasile-Germania, a Yokohama la coppa del mondo mette in cartellone la finale che non c'era mai stata e che prima o poi doveva arrivare. Ronaldo Luís Nazário de Lima: a Yokohama si prende ciò che non aveva conquistato a Parigi, e che prima o poi si doveva prendere. Non è più quel centravanti senza paragoni possibili che tutti avevano ammirato nella seconda metà dei 1990s. I guai al ginocchio destro l'hanno reso più umano e assai meno devastante; sa benissimo che a ogni cambio di direzione rischia la carriera, e che a ogni contrasto portato dall'avversario con dissimulato cinismo quel ginocchio potrebbe cedere ancora una volta. Si è fatto meno generoso e più scaltro, bada al sodo, usa il cervello. Tocca meno palloni di un tempo, li tiene solo per il tempo che è necessario tenerli. Non gli interessa più dare spettacolo, incendiare gli stadi, fornire spunti ai designer del calcio virtuale. Gli interessa vincere. E' diventato un attaccante chirurgico. Grazie a lui, la prima finale del nuovo millennio è una formalità. La sua doppietta assassina arriva nell'ultima mezz'ora, e non a caso. Arriva quando l'avversario pensava di potercela fare. Quando, se vai sott'acqua, non hai più la forza di tornare a galla.

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7 giugno

1962
La mesta vittoria

L'Italia distribuisce fiori e regali ed esce dal Nacional di Santiago tra gli applausi. Forse anche perché ieri pomeriggio, prima del match del Cile contro i tedeschi, con una cerimonia pubblica i potentati della comitiva azzurra hanno donato ai dirigenti cileni una lupa bronzea, "chiedendo perdono di aver ricevuto pugni in faccia". Forse e anzi soprattutto perché la partita con gli elevetici non contava nulla - entrambe eliminate erano e tali resteranno, ciò che per quanto riguarda la Suiza a nessuno parve una sorpresa. Vai a sapere. L'Italia vince con uno scampanellante tre a zero, per la prima volta giocano Bulgarelli e Sormani (foto), ma è un risultato che davvero non interessa a nessuno. Infatti la notizia del giorno è un'altra: Amarildo sta per firmare un contratto con la Juventus. Già. Colpaccio? No, perché l'uomo che aveva rimpiazzato Pelé cambierà idea, e si accaserà al Milan. Monsù Poss è costretto a parlare ancora di calcio, il suo resoconto da Santiago è stracco, ma il finale è di spessore letterario: "Alcuni nostri giocatori, esclusi gli oriundi e quelli del Milan che resteranno in Sudamerica per aggregarsi ai rossoneri in tournée, partono sabato per l'Italia. Arriveranno domenica mattina a Malpensa".
Italia-Svizzera: cineteca | La Stampa (8 giugno 1962, Cronache dello sport)


1964
Sotto le tre torri torna il tricolor

Dopo aver disperso nel Praterstadion le ceneri del grande Real Madrid, resta per l'Inter da archiviare la pratica domestica. Lo scudetto è conteso, la conferma del titolo incerta, il Bologna uno squadrone improvvisamente memore del proprio blasone. Ma c'è una storia di doping, di partite scritte sul campo e riscritte a tavolino, ciascuno ha il suo fidato giudice a Berlino; il cuore di Dall'Ara, presidente dei rossoblu, cede di schianto. Alla fine, la conta dei punti produce una sensazionale parità: per la prima volta, dall'istituzione del girone unico, si arriva allo spareggio. Spareggio, ordalia, iuditium Dei. In un pomeriggio di grande calura, le energie dell'Inter dissolvono. "Si sono visti i suoi resti, all'Olimpico: una sorta di labile ectoplasma di quella che era stata la squadra più grintosa e gagliarda del campionato" (Brera). Sotto le tre torri tornava il tricolor, un'attesa durata lunghissimi decenni. "Lo Bello fischiò la fine e mi assalì una strana sensazione. Eravamo campioni d'Italia, ma stentavo a crederlo", disse Giacomino Bulgarelli (nella foto, insieme a Pascutti). Dall'Ara, ombra tra le ombre, attinge gloria postuma; della sua squadra si diceva: "così si gioca solo in Paradiso". Ce la porterà in tournée.

1992
Delirio

Dice qualcosa il nome di Pier Luigi Cherubino? E quello di Juan Enrique Estebaranz López? Forse qualcosa di più, se si aggiunge il soprannome: "Quique". Ne manca uno, ed è il più famoso dei tre, avendo disputato una quarantina di partite con la maglia do Brasil: Ricardo Roberto Barreto da Rocha. Tutti e tre erano in campo, il 7 giugno del 1992, all'Heliodoro Rodríguez López di Tenerife. E tutti e tre sono registrati nel tabellino dei marcatori di giornata. Rocha era un difensore centrale e, purtroppo, il pallone l'ha messo nella porta sbagliata. Quella del Real Madrid, cioè la propria. Anche gli altri due l'hanno piazzato lì, ma giocavano nel Tenerife. La storia ha un suo fascino: il Madrid vinceva facile (due a zero), era l'ultima jornada della Liga. Ribaltamento della partita (due a tre) e sorpasso del Barça. Delirio in Catalogna, e sorrisone beffardo stampato sul volto di Johan Cruijff. La storia ha un fascino doppio. Perché trascorre un anno, e i Blancos volano ancora a Tenerife per l'ultima partita. Forse ci vanno già rassegnati. Altro sorpasso catalano, e il sorrisone sul volto di Johann Cruijff non è più beffardo: è sarcastico.

2002
Lo spirito dell'aria

Francia. E poi Argentina: ecco le squadre favorite - insieme a Italia e Brasile - della Coppa del mondo. D'accordo, la Francia praticamente ha già abdicato. Ma l'Argentina è una macchina poderosa, e soprattutto ha un giocatore fantastico: Ariel Ortega, il nuovo Maradona. Un Maradona nuovo di zecca. Anzi: un Maradona decisamente migliore di Maradona.  Quando Ariel appenderà le scarpe al chiodo gli argentini sostituiranno la sua alla santa leggenda del Pibe, ma intanto c'è da giocare con l'Inghilterra, e si sa come Dios non ami particolarmente gli inglesi. Come al solito, vincerà l'Albiceleste. I ronzini di Albione inciucchiranno nel tentativo di vanificare le veroniche di Ortega, i suoi funambolici dribbling, le sue mirabolanti invenzioni, le traiettorie impossibili che sa imprimere e imprimerà alla sfera, sicché i musi gialli finalmente sapranno qual è la vera arte del calcio. Ma ecco che la sagoma bionda di una rock-star si staglia a undici metri da Pablo Caballero, siamo verso la fine del primo tempo. David Beckham: non crederà per caso di essere a Wembley, la mano de Dios fermerà la sua corsa e lui inciamperà comicamente in un filo d'erba, e la pelota tornerà tra i piedi di Ariel Ortega, il quale, come vero spirito dell'aria, invisibile la condurrà rapidamente dall'altro lato del campo, in una fuga che è certo destinata a concludersi tra canti gloriosi, e inutile sarà il sacrificio dell'uomo del mare, David Seaman, baffuto portiere e dunque risibile baluardo di quel che resta dell'Impero britannico. Tragedia. Beckham scuote la rete con un tiraccio (foto), e nella pampa il sole che sorge porta delusione e tristezza. «Avevamo dei piani, non ci è mai riuscito di metterli in pratica», dice Marcelo Bielsa. E Ortega? Ortega è Ortega: forma senza sostanza.


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6 giugno


1962
Ove si narra di come Garrincha beffò la contraerea spagnola

Siamo al redde rationem: tra Brasile e Spagna, chi perde bagnerà di calde lacrime fazzoletti d'addio. E' messa peggio la Spagna, ai sudamericani un pareggio potrebbe bastare. La stampa iberica è in subbuglio: Hernanez Coronado - su suggerimento di HablaHabla (assistant-coach) o per far dispetto ad HablaHabla - rivoluziona la squadra e lascia fuori Luisito Suarez e Santamaría. Schiera due esordienti, e sembra aver azzeccato la mossa, perché Adelardo (uno dei novizi) sblocca la partita. Sopratutto, Coronado confida in Sígfrid Gracia (foto), terzino destro del Barça: "nelle due occasioni in cui ha già marcato Garrincha, ha annullato la pericolosa ala destra dei carioca". Il Brasile è senza Pelé, ma - appunto - c'è Garrincha. La sequenza è da rivedere mille volte, un istante dilatato all'infinito. Mané riceve palla da Valdir Pereira ('Didi') sulla tre quarti, nella sua naturale posizione di partenza. Ha davanti a sé due spagnoli - Pachin e l'anzidetto Gracia. Finta di partire, si ferma; i due non lo affrontano. Lui lavora il pallone: suola, sinistro, destro, tacco. Esterno destro: si allarga, entra in area all'altezza del vertice sinistro, rallenta la corsa, le pulsazioni cardiache degli avversari aumentano. Ecco, improvviso ma atteso, lo scatto felino, bruciante. Raggiunge la linea di fondo, là dove nessuno è riuscito a seguirlo. Con naturale dolcezza alza la sfera, è una parabola con modesto effetto a rientrare, destinata a beffare la contraerea iberica e a concludere la traiettoria sulla testa nera di Amarildo, che la appoggia in rete. E' il minuto 87, due a uno. Fotografi in campo, grande fiesta. Adiòs, Spagna.

1965
I fantasmi del Népstadion

Lo United partecipa alla Coppa fieristica, perché a quella dei campioni d'Europa è il turno del Liverpool di Shankly. Poco importa: non è gente snob, quella di Manchester, ogni partita e ogni competizione va onorata come si deve. E così i diavoli rossi, che hanno già vinto la First Division, raggiungono le semifinali. Ma il sorteggio è maligno, e l'inconscio non lesina scherzi. Dall'urna esce l'Ungheria. Pardòn, il Ferencváros. Non sottilizziamo, tocca comunque andare a Budapest. Si dirà: nessun pedatore adesso allenato da Busby era in campo, quel pomeriggio di primavera del 1954, e non è trascorso nemmeno un mese da che Albione si è presa una tardiva e pur striminzita rivincita (uno a zero, a Wembley, mica granché). Resta che a Old Trafford, nel match di andata, i magiari hanno strappato una sconfitta di misura (due a tre), e ora i giochi sono decisamente aperti. Infatti: un difensore-goleador, Dezső Novák (foto), verso la fine del primo tempo pareggia i conti dal dischetto. Un gol, e se la regola fosse già quella di adesso in finale ci andrebbero le Verdi Aquile. Ci vuole una terza partita e - maledizione - si giocherà tra dieci giorni, ancora qui, ancora a Budapest, ancora al Népstadion.
Tabellino | Highlights


1970
Patto di non aggressione

All'inizio del secondo tempo Domingo non rientra sul campo. Certo, avrà una dozzina di polmoni e volontà infinita, ma non gli si può chiedere di morire per asfissia. Così, al suo posto c'è un mediano della Juventus, e pure esordiente: Giuseppe Furino. E' giovane, è immaginabile che sarà titolare di questo undici per un decennio o quasi, ma non piace troppo a Valcareggi e non convincerà nemmeno i successori di zio Uccio. A ogni modo, lui entra perché si presume possa esserci battaglia. Si presume. Ma non c'è. Ai nostri e alla Celeste un pari può tornar buono, perché farsi del male? Quindi, che Riva (foto) e Boninsegna se ne stiano là davanti a cacciar farfalle. Tutti gli altri davanti alla difesa. Gli uruguagi non si spremono, sono forse più abituati all'altura ma preferiscono non correre rischi. Zero a zero e tutti contenti: "per nulla soddisfatto è invece il pubblico, che fischia a lungo e con grande intensità i protagonisti di una partita tanto attesa e tanto deludente" (Paolo Bertoldi, La Stampa).

2002
Doppio naufragio

Qualcuno certamente avrà tenuto conto dei gol sbagliati dai francesi in centoventi minuti, prima col Senegal e poi con l'Uruguay. E di quanti se ne è divorati Recoba (foto) contro i Bleus. Così dice male alla Francia, e non che all'Uruguay prometta romantici ritorni di fiamma. La recente grandeur e l'infinita tradizione producono uno zero a zero pieno di emozioni, broccaggini e colpi proibiti. "E adesso si ritrovano come due naufraghi che si sono contesi a morsi e unghiate l'ultimo pezzo di legno, sulla sabbia grigia di un pareggio che prima nessuno voleva e dopo tutti accettano" (Gianni Mura). Sì, lo accettano, perché non hanno alternative, e c'è per fortuna (come spesso - non sempre - capita) un'altra partita da giocare. Ma presente e passato del football sono senza futuro, qui nell'umidità della Corea meridionale vanambiziosa e riccastra.
CinetecaMura (La Repubblica, 7 giugno 2002)


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1 giugno

1934
I ricordi di Zamora

Italia-Spagna, spareggio al 'Giovanni Berta'. Monsù Poss lo riassume in poche righe. "Per quanto riguarda la squadra italiana, essa lottò ad armi spiegate fino al momento in cui riuscì a conseguire quel punto che doveva darle la definitiva vittoria sull'acerrimo avversario. Ottenuto questo punto essa smobilitò letteralmente ed immediatamente. Più non lottò. Più non fece nulla, se non difendersi". Un inviato de La Stampa, dal canto suo, rivela il mistero dell'assenza di Zamora. "Zamora dov'è? Basta voltarsi per vederlo. E' in tribuna, calmo e pacifico come uno spettatore qualunque, dispensa sorrisi, firme e risposte in buon francese. E' elegante, sobrio. Gli chiediamo perché non gioca. Sorride senza sottintesi, tira su il calzone e ci mostra la gamba destra gonfia e ammaccata all'altezza del ginocchio. - E' un ricordo di Schiavio - dice - e quest'altro è un ricordo di Monti (foto). Un ginocchio gonfio e un occhio segnato di blu". Un'autentica bonifica: sminata la Spagna con gomitate e randellamenti assortiti e preventivi, l'Italia è ora tra le quattro rimaste a contendersi il mondo.


1986
La lunga marcia dei Trappers

Chi l'avrebbe mai detto: Blek Macigno e undici coraggiosi trappers hanno scavalcato l'America e si sono arrampicati sulle alture del Messico. Avranno mai visto com'è fatto un pallone, tra i boschi del Quebec e le placide acque dell'Ontario? Poco importa, davvero poco o nulla. Se hanno fatto tutta quella strada, è solo perché sapevano che gli inglesi, colonialisti e cornuti, si erano accampati a Léon, e precisamente all'Estadio Camp Nou. Perché arriva sempre il momento di sistemare i conti. Ecco, è iniziato il riscaldamento pre-partita. "Perbacco!", esclama Blek, "questi sembrano francesi e non inglesi, e il loro capitano ha l'aria di non essere inglese né francese, ma italiano", dice ai suoi, indicando Michel Platini. Che si fa, dunque? "Ormai siamo in ballo, balliamo!", urla il canadese. Si gioca, i galletti anzi giochicchiano e sghignazzano, ma non segnano. Si accorgono che piegare i trappers non è affare semplice. Così, è solo a meno di un quarto d'ora dalla fine che Monsieur Papin, astuto gallinaceo, si insinua di nascosto nell'area di porta e inzucca la sfera - con la rapidità di uno svaligiatore professionista - alle spalle di Paul Dolan. Sì, lui, il traditore. Dolan (foto), che anni addietro aveva cercato di farsi ingaggiare dal Notts County, dannatissima squadra della perfida Albione.


1997
Addio all'erba verde dei campi

Il piscinìn ha perso un po' di capelli e molta rapidità, i suoi riflessi sono appannati, il suo sguardo è più triste del solito, il volto incavato. L'emozione nitida, i ricordi infiniti. "Il capitano, c'è solo il capitano", cantano più agitati del solito i melomani rossoneri del primo, del secondo e del terzo anello. L'ultima partita è strana, è più complicata da interpretare della prima. Anche lui, che ha girovagato per gli stadi di tutti i continenti, deve ammettere che il declino è irreversibile, una disgrazia che capita a tutti i giocatori, piccoli e grandi. Se ne è reso conto quando per una, due, tre volte nella stessa partita non è più stato capace di fare ciò che gli è sempre riuscito con naturalezza. Anticipare di un istante il movimento o la corsa del suo avversario, sconfiggerlo sul tempo e senza usare la forza. La sua era forza di nervi, lettura veloce, concentrazione feroce.  Ma gli anni passano. Il momento è arrivato. Franco Baresi guarda lassù, la gente non smette di cantare per lui. Saluta. Sì, è difficile trattenere le lacrime. Ma è stata davvero una grande avventura.
Milan-Cagliari: tabellino - highlights


2002
Born in Poland

Nessuno punterebbe su di loro un centesimo di euro. Non sfornano più un pedatore di livello davvero eccelso da anni. Buoni, sì, non ottimi. Certo, il portiere (Kahn) è forte. Vedremo questo Ballack, si dice prometta parecchio, è un centrocampista che, oltre a inquadrare bene la porta da fuori, in area ha le qualità di un ariete. Bierhoff però è anzianotto, e gli altri sono onesti lavoratori del pallone, operai specializzati e nulla più. Oggi si tuffano nel mondiale, a Sapporo. Non è un test significativo, contro gli arabi. A proposito, Bierhoff non gioca. Il centravanti titolare della Germania è un polacco: the times they are a-changin'. Miroslav Klose, bomber del Kaiserlautern. Già. Miro era una matricola della coppa, ma la coppa del mondo è diventata la sua coppa. A Sapporo, infatti, insaccò tre facili palloni, lanciandosi subito all'inseguimento di Gerd Müller  Lo raggiungerà otto anni dopo, secondo scorer insieme a lui nella storia della competizione, a una sola lunghezza da Ronaldo. E poi, nel 2014, scaraventerà anche il Fenomeno giù dalla cima di quella speciale classifica. 


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15 maggio

1910
Epifania dell'Italia

Epifania della nazionale italiana. All'Arena civica, in maglia bianca; di fronte c'è la debole équipe che rappresenta il football di Francia (sì, maltrattavano il pallone anche loro, poveracci), valeva davvero la pena di invitare i cugini. Squalificato il blocco dei vercellesi [vedi: il rifiuto di disputare lo spareggio costò loro la sanzione], l'XI è zeppo di pedatori militanti nei club di Milano. Fu un comodo successo - sei a due, principale protagonista Pietro Lana (foto), primo ad entrare "nell'albo dei cannonieri azzurri" -, ed "ebbe l'effetto di suscitare euforia in un ambiente di per se stesso incline alle repentine esaltazioni e ai facili scoramenti" (Antonio Ghirelli). Difatti, a distanza di pochi giorni, ci penserà la forte Ungheria a ridimensionare les italiens. Dalle stelle alle stalle.
Tabellino


1957 
C'è un vecchietto in Danimarca

Per uno come lui, non è detto che Copenaghen fosse il posto migliore dove togliersi definitivamente di dosso la maglia dei Three Lions. Difatti non l'aveva programmato: fu Walter Winterbottom a non chiamarlo più, per tutte le partite successive. Largo ai giovani: quarantadue primavere sulle spalle possono giustificare il turn-over. Non che fosse scaduto di condizione, anzi: Stanley Matthews era ancora brillante, e nei match di qualificazione al mondiale di Svezia aveva dato il suo più che onesto contributo. Tant'è. Vince - anzi stravince - la sua ultima partita, e saluta senza salutare avendo raccolto la miseria (tutto sommato, per uno così longevo) di 54 caps
1968
Il paradiso in attesa dello United

Uno era grande amico e sodale di Bobby Charlton - si mise in affari con lui quando la spelacchiata leggenda traslocò a Deepdale; l'altro era sopravvissuto al disastro di Monaco, giocò ancora a lungo nello United, ed è fra i pedatori che possono vantare più di 500 presenze nel club. Rispettivamente: David Sadler e William Anthony ("Bill") Foulkes. Eclettico l'uno (poteva indifferentemente giostrare da difensore centrale, da centrocampista e da punta), solido centre-back l'altro. Non godevano di grandissima considerazione internazionale; in due raccolsero la miseria di cinque caps nella rappresentativa di Sua Maestà. Furono loro però che, in cinque minuti e sullo scorcio di partita, raddrizzarono la barca dell'UTD, che i Blancos avevano cannoneggiato nel primo tempo, vanificando in potenza lo striminzito 0 a1 subito nella semifinale di andata della Coppa dei campioni a Old Trafford. Una scomposta zampata sottomisura di Sadler (foto) e un diagonale velenoso di Foulkes (su assistenze di George Best) impattarono il Real. Gli inglesi volavano in finale, preparandosi a scalare il paradiso del football europeo.
Cineteca


1985
Lonely Boy

L'ultima stagione di Johann K al Rapid Vienna riporta il glorioso club austriaco - come si suol dire - agli onori delle cronache pallonare d'Europa. Al De Kuip, per la finale di Coppa delle coppe, ci sono i grün-weißen insieme all'Everton. Johann "Hans" Krankl ha appena sfornato un hit gettonatissimo, una terribile cover di Paul Anka (in versione deutsche), ma in campo si mette a cantare quando sugli spalti sono rimasti solo i supporters dei Toffees, in attesa della cerimonia di premiazione. Chissà se ha ricevuto qualche applauso.



2002
Il magico colpo di Zinedane


Il dream team madridista, guidato da Vicente del Bosque, si può avvicinare alla "decima". In finale di Champions incrocia ad Hampden Park - dopo aver estromesso Barça e Bayern - i tedeschi del Leverkusen, una buona squadra con pedatori in fase di grande crescita. Ma l'asticella è troppo alta per loro, che non erano mai andati così lontano. Ciò nondimeno, quella dei Blancos non è una passeggiata, e la "nona" entra nella storia del pallone solo ed esclusivamente per merito di Zizou. Sullo scorcio del primo tempo, un mezzo campanile sganciato da Roberto Carlos in eretistica percussione sulla fascia sinistra si abbassa dalle parti del francese, appostato al limite dell'area. La coordinazione è perfetta, e il colpo a volo di sinistro uno spot consegnato gratuitamente all'Uefa per gli anni a venire. E' il gol che inchioda il risultato (due a uno) e (per qualche anno) l'albo d'oro europeo del Madrid.
Cineteca | La magia di Zizou

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5 maggio

1965
L'esorcismo di Wembley

E' una partita? No, è un esorcismo. "Occorre mettere fine a questa storia". Dunque gli inglesi, per mettere fine a questa storia, hanno organizzato un'amichevole primaverile contro l'Aranycsapat. Certo, per loro l'Ungheria è sempre quella. E qual è la storia? La storia è semplice. Contro l'Ungheria hanno perso quattro partite di fila. Una nel 1953, una nel 1954, una nel 1960, una (che tristezza!) agli ultimi mondiali, laggiù in Cile. "Ora, per cortesia, tornino a Wembley, se ne stiano buoni, non pretendiamo di strapazzarli ma di vincere sì, tanto per loro non conta nulla, hanno partite più importanti in calendario". Così, gli ungheresi vennero e persero, ma solo uno a zero. Wembley, per la paura, era mezzo vuoto. E quelli che c'erano pare abbiano guardato la partita coprendosi gli occhi. Scaramanzia, scaramanzia. Esorcismo. Il demonio è stato sconfitto. Grazie a un benedetto gol di Jimmy Greaves.
Tabellino | Video (British Pathé)


1965
Il Toro al Letzigrund e sulla Svizzera italiana

La prima campagna europea 'moderna' del Toro si svolge nella stagione 1964-65. E rimane ancora oggi una delle sue migliori scampagnate europee. Già. Partecipa alla Coppa delle coppe, e raggiunge le semifinali. Una bella squadra (Vieri, Rosato, Meroni, Ferrini, Moschino, Simoni, Hitchens, e Nereo Rocco in panchina), e sarebbe già a Wembley, se la regola dei gol in trasferta fosse in vigore. Invece, è necessaria una serata a Zurigo (al Letzigrund, arena più frequentemente destinata a concerti e meeting di atletica leggera che al football), e giocarvi la terza partita contro una squadra che al momento è la più importante di Monaco (Monaco di Baviera, il TSV 1860). Due a zero l'andata per noi a Torino, tre a uno per loro al ritorno. Però mio nonno è abbacchiato, in tivù non viene trasmessa, dice. O sì? Sì, sulla 'svizzera', lo correggo. Lo dice il giornale. "La televisione svizzera trasmette la gara di Zurigo", leggi qui. Alle 21.35, in ampex (cosa significherà?). E poi. "Nell'intervallo fra il primo e il secondo tempo la televisione della Svizzera italiana lancerà un concorso - dotato di un ricco monte premi, fra cui una automobile di lusso - al quale sono cordialmente invitati a partecipare tutti i telespettatori dell'Italia e della Svizzera italiana". Non mi interessano i concorsi, sbotta. Ma si riuscirà davvero a prendere il segnale? "Nelle zone indicate dalla cartina è possibile captare in Italia i programmi della tv svizzera da parte di normali apparecchi televisivi purché questi siano muniti di una speciale antenna. Si tratta della cosiddetta antenna H, un accorgimento tecnico che costa circa 12.000 lire". Il nonno scuote la testa. "Non se ne parla. E se poi non funziona?". E' vero, dice anche che "certe volte la trasmissione può subire qualche interferenza, ma in parecchie zone, particolarmente nel Novarese, nel Vercellese e nel Casalese, ricezione è più che soddisfacente". Allora? "Allora niente, tanto perdiamo". Sempre ottimista, il nonno. Poi, però, effettivamente, abbiamo perso. Ma il giorno dopo sembrava soddisfatto per le banconote che gli erano rimaste in tasca.
Tabellino


1966
Un fantastico e decisivo drop di Libuda

Undici stagioni nello Schalke fra il 1961 e il 1976, interrotte da due migrazioni: la seconda lo portò a Strasburgo, nell'annata 1972-73, dopo il famoso Bundesligaskandal nel quale risultava coinvolto; la prima - una parentesi non brevissima, che racchiuse gli anni fra il 1965 e il 1968 - nientemeno che a Dortmund, al club che dello Schalke è acerrimo rivale. Ha disputato solo 26 partite nella Nationalmannschaft, segnando la miseria di tre gol. Reinhard "Stan" Libuda era una temutissima ala destra, ma i dati della sua carriera sembrano testimoniare come la paura che incuteva non fosse del tutto giustificata. Difatti non vinse nulla, o quasi: unica eccezione, la Coppa delle Coppe del 1965-66, con la prussiana casacca giallo-nera del BVB '09. Fu proprio lui che, all'inizio del secondo tempo supplementare, con un fantastico drop dalla sua zona preferita, tolse al Liverpool ogni speranza. Per la prima volta, un club teutonico trionfava in Europa.


2002
Allenamento alla vita

Ultima di Serie A. L'inter è all'Olimpico, ospite della Lazio. Ha un punto sulla Juve, due sulla Roma. Involontariamente, la Lazio vince quattro a due, e l'Inter finisce terzo. Da non credere. "L'Inter, signori, è una forma di allenamento alla vita. È un esercizio di gestione dell'ansia, e un corso di dolcissima malinconia. È un preliminare lungo anni. È il gioco, da grandi, di quelli che da bambini tenevano ai sudisti e agli indiani. È - come ho scritto, e leggerete - un modo di ricordare che a un bel primo tempo può seguire un brutto secondo tempo (con la Lazio, agghiacciante). Ma ci sarà comunque un secondo tempo, e poi un'altra partita, e dopo l'ultima partita un nuovo campionato. Non possiamo perderli tutti. Oppure sì, se ci mettiamo d'impegno. Ma non accadrà, non siamo così prevedibili, nemmeno nel masochismo. Verrà il nostro momento, e sarà magnifico" (Beppe Severgnini). E così sarà, e così fu.


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