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4 febbraio

1884
Il primo dei Trerè


Nasce, a Milano, Alessandro Trerè. Il primo di due fratelli che militarono insieme nel Milan nell'età del bronzo, tra i pochi indigeni pedatanti del club. Una famosa foto (qui accanto) lo ritrae in azione, coadiuvato da Kilpin. Le cronache dicono fosse un bomber, anche se i campionati erano brevi, le squadre poche e le partite pure. Totalizzatore rossonero: undici presenze, sette gol, due scudetti. Che media!
Profilo



1960
Derrota minima

Minima, ma derrota. Il tepore della Costa Azzurra assopisce l'XI madridista. Visioni di mare, cieli tersi e bikini di attrici famose negli occhi di Puskas e compagni; dopo il due a zero mollano gli ormeggi e il piccolissimo Nizza, che l'anno precedente aveva ottenuto il suo quarto e ultimo titolo di Francia, mette le ali al proprio entusiasmo e confeziona una rimonta fantastica. Tre a due, tre gol di un lussemburghese: Victor Nurenberg (foto).



1962
Si gioca per il primato

Davvero speciale, il derby della madonnina in programma alla settima di ritorno, campionato 1961-62. Le squadre sono appaiate in cima. Due battute di Brera sono sufficienti. "Puntualmente, la tradizione è stata rispettata. Ha prevalso la squadra che, ritenendosi in più critico momento dell'avversaria, ha preso tutte le misure tattiche per ovviare all'inconveniente". Protagonista negativo fu Dino Sani, che spappolò il naso di Bicicli (foto) facendosi espellere. Due a zero, bauscia in festa e in testa; ma una rondine non fa mai primavera.
1990
Rigori fiorentini

Il Milan è una muta di cani affamati lanciati all'inseguimento del Napoli. Ha svariate vittorie consecutive alle spalle, e una trasferta difficile in casa della Fiorentina (ma a Perugia). Va sotto di due. Sembra dare i primi segni di asfissia, ma quando entra Bubu (Alberigo Evani) il ritmo sale e la carica è impressionante. L'arbitro fischia due rigori per i rossoneri, a compensare quello concesso ai viola. Rimonta, polemiche e magagne varie completano una ordinaria giornata nera di campionato italiano.



10 gennaio

1965
Nebbia nella Bassa

S'inizia a giocare sotto uno splendido sole (foto),  i padroni di casa nel primo tempo insaccano due palloni alle spalle di Albertosi e reclamano due rigori che l'arbitro, chissà perché, non concede. In tribuna c'è il commissario tecnico della nazionale, è la seconda volta che osserva il Mantova quest'anno, esprime giudizi lusinghieri: "non mi sembra proprio una squadra che debba lottare per non retrocedere". Vero, al momento è penultimo, ma potrebbe risalire, e i due punti di oggi sarebbero vitali. Inizia il secondo tempo. Il sole è sparito, vi sarebbe una certa foschia. Dopo nemmeno dieci minuti non si vedono più gli alberi che circondano il Parco del Te. La gente in tribuna studia la direzione del vento. Si accendono i riflettori. Ma è vietato per regolamento, e l'arbitro li fa spegnere. La nebbia si infittisce. Di nuovo i riflettori, ma il regolamento non è cambiato nel frattempo. A sei minuti dalla fine, non si vede più nulla. I giocatori della Fiorentina protestano, come facciamo a rimontare se non sappiamo neppure dove sia la porta difesa da Zoff? Piovono fischi dagli spalti. Arbitro e giocatori rientrano negli spogliatoi, poi tornano in campo, poi rientrano, poi tornano. Niente da fare. Triplice fischio, partita da ripetere. Si ricomincerà da zero, anzi dallo zero a zero. E, alla fine di quella stagione, il Mantova retrocederà. Nonostante le previsioni di Fabbri.
Tabellino (sub data)


1909
Primo derby di Milano

Non in assoluto, ma in campionato sì. Si gioca sul campo del Milan, il "Monforte", in via Fratelli Bronzetti, dove c'è una piccola, vera tribuna in legno (foto). E' un happening: aprono la festa le squadre B, per il torneo di seconda categoria. A seguire, la sfida fra gli XI iscritti al 'campionato federale di prima categoria'
"Lo stato deplorevole in cui per il maltempo si trovava ieri la pélouse del Milan Club, ha fatto sì che le due squadre milanesi scese ieri per incontrarsi nella prima gara di eliminazione per i Campionati federali, abbiano svolto un gioco pesante e monotono. La vittoria, per u sol punto, arrise alle camicie rosso e nere. L'una e l'altra squadra non erano complete: il Milan Club però aveva potuto surrogare il suo centro di prima fila con Trerè junior, che è sempre il giocatore italiano che abbia maggiore padronanza della palla. Il F. C. Internazionale, dopo venti minuti di gioco, perse il suo capitano, che è il miglior giocatore della squadra, in seguito a uno sfortunato accidente di gioco, che lo costrinse a ritirarsi. E dobbiamo dire che i neri e azzurri, ridotti a dieci, senza troppo scoraggiarsi dell'abbandono del loro duce, hanno fatto del loro meglio e hanno tenuto testa validamente agli avversari, fino al termine del match. Il Milan Club segnò 3 goals, per merito di Treré junior, Lana e Laich, rispettivamente; l'Internazionale se ne aggiudicò 2, per opera di Du Chené junior e di Schuler. Pubblico non molto numeroso, ma in compenso animatissimo, largo di applausi e di fischi" (Corriere della Sera), L'arbitro di questo match fu Harry Goodley, ex giocatore e allora dirigente della Juventus. Altri tempi.
Tabellino | Documentazione di Magliarossonera: il derby - il campo 



1960
Crolla il modulo Viani

Così, sarcasticamente, Bruno Roghi riassume il senso di Milan-Juventus: 14ma del girone di andata, la Juventus è in testa, il Milan insegue a due punti. San Siro è stracolmo, il campo leggermente innevato. "Ha giocato solo la Juventus. Il Milan invece si è giocato addosso". Sivori e Charles, tuttavia, restano all'asciutto: il due a zero è timbrato da Stacchini e Cervato (nella foto, l'azione del gol). Milan intimidito, Vecchia Signora già distante in classifica.
Leggi Roghi (Il Corriere dello Sport, con tabellino) | Highlights


1981
La bolgia del Centenario


Brasile-Uruguay è sempre la rivincita di una rivincita; di solito chi segnava per primo perdeva. Capitò all'Uruguay nel 1919, nell'ultima partita della Copa América (in vantaggio di 2:0, fu raggiunto; nel necessario spareggio, o Brazil la spuntò con un golletto nei supplementari), capitò al Brasile nel '50, all'Uruguay nel '70. Anche stavolta va in vantaggio la Celeste, e viene raggiunta: rigore di Socrates,  il destino pare segnato. Ma se si trattava di una regola scritta, la cancellò Victorino (e chi se non lui; nella foto). Il 'mundialito' andava ai rognosissimi rioplatensi.
Cineteca


11 dicembre

1960
Justo

L'uomo che sta calciando il pallone è Just Fontaine, e indossa la maglia della selezione di Francia. Siamo a Colombes, è l'11 dicembre 1960, i galletti disputano un importante incontro di qualificazione ai mondiali del Cile contro la Bulgaria. Vinceranno, facilmente. 'Justo' resterà all'asciutto, ma soprattutto non vestirà più quella maglia. Ha solo ventisette anni. Si ritirerà prima dei trenta. Oltralpe hanno capito solo molti anni dopo che Fontaine valeva un Platini, uno Zidane, un Henri. Ventuno volte con la maglia dei Bleus, trenta gol. E ricordi indelebili legati a lui, traguardi che che a quei tempi sembravano inimmaginabili: i mondiali del '58, la semifinale col Brasile; le sfide col Real in Coppa dei campioni dello Stade de Reims. Fontaine ha smesso troppo presto di intimorire difensori e portieri, come Van Basten. Anche lui era un fuoriclasse.


1985
La scalogna di Uli Sude

Beh, tutto quel che si può dire è che Ulrich 'Uli' Sude - portiere del Borussia Mönchengladbach (foto) - è stato piuttosto sfortunato. Quel pallone, se non avesse trovato una zolla, una protuberanza, un accidente che ne falsò il rimbalzo, si sarebbe certamente addormentato al caldo dei suoi guantoni. Ma si aggiungerà: capita. In effetti succede più spesso di quel che si immagini, soprattutto d'inverno. I verdi campi intristiti dal fango e dal freddo incarogniscono, e dispensano beffe e tradimenti a gogò. Tuttavia - tuttavia - dopo l'infingardo mutamento di traiettoria, il pallone è finito proprio là dove Sude non avrebbe desiderato, e cioè tra i piedi di Carlos Alonso González Santillana. Chiunque abbia una vaga idea di chi fosse Carlos Alonso González Santillana può facilmente immaginare cosa sia accaduto un istante dopo. Mancavano due minuti alla fine della partita. Improvvisamente, sul tabellone del Bernabéu comparve il numero che tutti speravano ma ormai disperavano di vedere: il numero quattro. Quattro a zero per il Madrid, e l'uno a cinque incassato dai Blancos in Renania da incubo divenne immediatamente qualcosa di simile a un dolce ricordo.


10 dicembre

1960
L'ultima di 'Marisa' e la prima del Trap

Dura circa tredici anni la vicenda in azzurro di Giampiero Boniperti. Inizia nel 1947 al Praterstadion contro l'Austria, e contro l'Austria si conclude nel 1960 a Napoli. Pesante la sconfitta di Vienna (cinque a uno), immeritata quella del San Paolo, giocata su un autentico acquitrino (fotogramma) e davanti a quattro gatti. Finì due a uno, e 'Marisa' impreziosì l'addio con la rete del momentaneo pareggio. Pedatore simbolo della Juventus, fu la 'stella' della nazionale italiana nel lungo dopoguerra, il periodo peggiore della sua storia. Poco fece, va detto, per sollevarne le sorti, fallendo o marcando visita nelle occasioni decisive. L'ultima di Boniperti fu però anche la prima di Giovanni Trapattoni, allora poco più che ventenne. Curiosa coincidenza, vero? "Ci vediamo alla Juve, tra qualche tempo", sussurrò Giampiero nelle orecchie del Trap. "Non credo, io gioco nel Milan". Mai dire mai, da una banale coincidenza il football può ricamare tutto un futuro.
Tabellino | Video (Settimana Incom) 


1969
Due uccellini al San Paolo

Ecco che al San Paolo, in una fredda notte d'inverno, per una bella partita di Coppa delle Fiere (andata degli ottavi), gli spalti sono quasi deserti. Non solo: sono anche maldisposti nei confronti dei propri beniamini. Perché? Perché in campionato le cose girano male. E non ce ne sarebbe motivo. Nella gelida serata di coppa l'avversario è di nome. Nientemeno che l'Ajax, vice-campione d'Europa. D'accordo, senza Cruijff nella circostanza. Ma è sempre l'Ajax. Nel Napoli fa il suo debutto uno che lo conosce bene. Del resto, non gioca da sei mesi, e l'ultima volta che è sceso in campo chi si era trovato davanti? Manco a dirlo: l'Ajax. Si tratta di Kurt Hamrin, che ormai ha superato la soglia dei 35. L'uccellino, di partite di coppa, se ne intende. Sarà stato questo il ragionamento di Chiappella, l'allenatore dei partenopei. Ma di uccellino ce n'è un altro in campo, in maglia azzurra: magro, di bassa statura, di dieci anni esatti più giovane del campione svedese. Un'ala destra sgusciante: Pierpaolo Manservisi. Tocca proprio a lui segnare il gol che fissa una vittoria di prestigio, contro una squadra destinata a scrivere la storia del football. Ci sarebbe da esserne orgogliosi. Ma il San Paolo, scontento e stizzito, fischia.
Tabellino

9 novembre

1947
Cronache di Vienna

Come la prima volta.
La prima volta fu alle Olimpiadi di Stoccolma, nel 1912. Cinque a uno per gli austriaci, e Monsù Poss era già a capo della 'commissione tecnica'.
Trascorrono trentacinque anni, mica uno scherzo. Monsù è ancora al timone, e d'altra parte con tutto quello che ha vinto chi si sogna di liquidarlo? Dopo tanto tempo, il Team (foto) si riscuote e impartisce agli azzurri una pesante lezione. Cinque a uno, come la prima volta. Una sconfitta che a Monsù va davvero di traverso. "La più severa sconfitta che l'Italia abbia subito da parecchie e svariate stagioni a questa parte".
Era successo a Berlino nel 1939, con i tedeschi pieni di austriaci (due a cinque). Anche allora nel mese di novembre, "il più infausto che si possa avere per le condizioni fìsiche dei nostri atleti", e chissà perché.
A Berlino nevicava, "ora il vento l'ha fatta da padrone, dando il tono alla partita e la spinta iniziale al risultato, e che spinta!".
Monsù, un giudizio non meteorologico sul match?
"A voler giudicare superficialmente, impulsivamente, a voler drammatizzare, bisognerebbe dedurre che Sentimenti non vale nulla, che Parola vale poco, che Mazzola è inconcludente, che Piola non ha capacità alcuna e via di questo passo, perché sono stati proprio quasi tutti gli uomini che devono fare da caposaldo a qualunque formazione azzurra del momento, a giocare al di sotto del loro livello normale".
E a voler giudicare serenamente?
"Lo scombussolamento portato nelle nostre linee dalle condizioni atmosferiche e specialmente dal vento è stato decisivo e evidente. Uno scompiglio netto. Il controllo della palla andò subito a farsi benedire e di marcatura stretta dell'avversario più non si parlò, tanto che i palloni lunghi e alti minacciavano di tagliar fuori dall'azione chi stava a stretto contatto con l'uomo. Gli austriaci si gettarono con lena a sfruttare questa situazione. In queste condizioni le tre reti subite in tredici minuti e tutte per tiri da fuori area influenzati dal vento, fecero l'effetto di una mazzata sulla testa dei nostri giocatori".
Ci sarà anche dell'altro, però. Anche noi abbiamo giocato come minimo mezza partita in favore di vento.
"Il resto lo fecero le disgrazie. Una vera serie di infortuni: Campatelli e poi il suo sostituto immediato, Castigliano, nettamente stroncati, per citare un esempio. Si finì per giocare solo metà della partita con un mediano sinistro in efficienza e poi venne il rimanente, a cui abbiamo già accennato. La squadra austriaca conta nelle sue file un uomo che non è uno sportivo e che non dovrebbe mettere piedi su un campo di giuoco: l'ala destra".
E chi sarebbe?
Silenzio.
"Ma a parte ciò, essa ha giocato come mai finora nel dopoguerra. In certi momenti ha rammentato le grandi formazioni viennesi del passato. L'Austria ci ha battuto essenzialmente in quella che una volta era la nostra specialità e prerogativa: la velocità. Il giuoco italiano è diventato lento: questa è una fra le constatazioni tecniche a cui l'incontro dà luogo. Vi è da rimboccarsi le maniche per tutti e per tutti da lavorare con volontà, con serietà, in profondità, con onestà, dopo una giornata come quella d'oggi".
Dunque, al lavoro!.
Unica nota positiva della giornata, l'esordio dei giovani Boniperti e Carapellese, quest'ultimo autore del nostro unico gol, realizzato quando alla fine mancavano solo due o tre folate di vento. 
Cineteca
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera


1960
Uno che fischia quel che c'è da fischiare e se ne infischia

Esentati dal primo turno, i Blancos esordiscono nella coppa che detengono da sempre e che non hanno alcuna intenzione di cedere. Il sorteggio, però, è stato maligno. Nessuno ha ancora inventato il ranking né qualche regola per favorire gli squadroni, dunque è stata solo sfortuna. Poteva capitare - con tutto il rispetto - lo Young Boys, o il Fredrikstad, o il Malmö. E invece? E invece dall'urna sbuca il Barça, l'eterno rivale che oltretutto da due anni dispettosamente tiene il Real dietro di sé nella Primera División. L'andata si gioca al Bernabéu. Bene. Finora, qui, nessuno aveva potuto evitare la sconfitta. E ci vuole un arbitro coraggioso per assegnare agli ospiti un penalty a pochissimi minuti dalla fine. L'arbitro in effetti è inglese, Arthur Edward Ellis, uno abituato a partite di vertice. Uno che fischia quel che c'è da fischiare e se ne infischia. Così, a poco dalla fine, Suarez va sul dischetto, completa la sua doppietta, fissa il due a due (è l'istante immortalato sulla prima pagina di Mundo Deportivo). E' quasi una vittoria. Ci rivediamo tra due settimane a Camp Nou.

10 luglio

1940
C'era una volta la Coppa dell'Europa Centrale

Senza i club italiani e austriaci, nell'estate del 1940 la Coppa dell'Europa Centrale è in ogni caso di spessore imparagonabile a quello delle precedenti edizioni. Partita dopo partita, si arriva al 10 di luglio. Nel giorno in cui inizia la battaglia d'Inghilterra, e mentre il maresciallo Philippe Pétain ottiene dal Parlamento francese poteri pressoché assoluti, a Subotica (nord della Serbia) due squadre di calcio vanno in campo per disputare l'ultimo match della Mitropa Cup. Sono il Rapid di Bucarest e l'HSK Gradanski di Zagabria. Oddio, non dovrebbe essere proprio l'ultima; è solo uno spareggio per l'accesso alla finale, cui si è già qualificato il Ferencvaros. Ha la meglio, grazie al sorteggio, il Rapid. Ma è troppo tardi. La guerra avanza, la Romania ha firmato un patto con Hitler in funzione anti-sovietica, l'Ungheria è teoricamente neutrale, ma tra Budapest e Bucarest le relazioni sono sempre più tese. Così, la finale non verrà mai giocata. La gloriosa Mitropa chiude i battenti.
Tabellino


1960
I bolscevichi alle porte di Parigi

Bene fa la stampa liberale a ignorare la prima finale del campionato d'Europa per nazioni, che si gioca oggi a Parigi. E perché? Perché la finale è un derby socialista. Ai lettori importa pochissimo. Anzi, soprattutto se dovesse vincere l'Unione Sovietica sarebbe opportuno allungare il brodo sulla tappa del Tour. I bolscevichi hanno già vinto quattro anni fa a Melbourne, ma poi in Svezia per fortuna non hanno combinato granché. A ogni modo, non c'è da fidarsi. Meno se ne parla e meglio è. Soprattutto in Italia. D'altra parte, è vero o non è vero che la Spagna si è rifiutata di giocare contro di loro? E' vero, e a ben guardare sono arrivati in finale solo grazie alle partite giocate contro le nazionali di paesi satelliti, già invasi o che invaderanno: l'Ungheria e la Cecoslovacchia. E perché hanno invaso l'Ungheria? Semplice: perché l'Aranycsapat era comunque troppo forte per loro, anche dopo il disastro di Berna. E perché invaderanno la Cecoslovacchia? Per lo stesso motivo. Dunque ci sono buone possibilità che, prima o poi, spediscano i carri armati anche in Jugoslavia. Anzi, probabilmente - noi non lo sappiamo - sono già alle porte di Parigi, e hanno già circondato il Parc des Princes. 

1982
Tout désir est désir d’être

René Girard (foto), grande antropologo e quant'altro, giocò la sua ultima di sette partite nella nazionale di Francia al José Rico Pérez di Alicante, ed era la finale delle sconfitte in semifinale nel mondiale di Spagna, tra galletti e polacchi. Fino ad allora non aveva cavato un ragno dal buco. Nulla che illuminasse sensatamente (o che smentisse) le sue teorie sul desiderio mimetico nel football. Per fortuna, tuttavia, fece capolino il baffuto Andrzej Szarmach. Anche lui si trovava lì per disputare (assai svogliatamente) l'ultima di ben sessantuno partite con i Biało-czerwoni, dei quali aveva vissuto praticamente tutta l'epopea, durata  grosso modo un decennio. Szarmach era anzi uno degli eroi del romanzo polacco; passata la trentina, stava per tirare i remi in barca. Ma Girard decise di segnare (sperimentalmente) il gol dell'uno a zero, un pallone rasoterra dal limite che caracollando colpiva l'interno del palo e si infilava alquanto beffardo in rete. Inconsapevolmente ammirato, Szarmach provò il desiderio di realizzare anche lui un gol. Magari allo stesso modo. Infatti, intorno alla mezzora gli capita l'occasione giusta: fuga di Boniek, tiro-cross forte e radente che finisce sui piedi del centravanti coi baffi; da dieci centimetri, colpisce il palo e osserva il pallone finire docile docile in braccio al portiere. Girard sorride, estrae dai calzoncini un block notes e scrive qualcosa. Poco dopo tuttavia, ricevuta palla su uno scatto profondo, di sinistro e di prima intenzione il polacco scaraventa una sfera che va a sbattere contro il palo interno e si arena oltre la linea bianca. Et voilà. Girard sorride, rispolvera il block-notes e aggiorna i suoi appunti: "Tout désir est désir d’être", oui.

1994
"Saremo invincibili": parola del Kaiser

Sotto il sole zenitale  i detentori della coppa del mondo sono schierati al centro del campo. "Saremo invincibili", disse il Kaiser dopo la caduta del muro di Berlino. Infatti, ora che la Germania è una sola anziché due, tutti pensano che le sue possibilità di dominare il football siano - quanto meno - raddoppiate. E invece, al Giants Stadium, la DeutscheSuperNationalmannschaft discioglie e si squaglia come un gelato di fronte alla Bulgaria, e siamo solo ai quarti di finale. Subisce una rimonta, e non ha la forza di ribellarsi alla sconfitta. Disidratati e confusi, rossi per lo sforzo, la rabbia e la cottura, i pedatori di tutte le Germanie abdicano di fronte alle scaltre e piratesche giocate di Hristo Stoichkov e al sovrumano dinamismo podistico di Yordan Letchkov (foto). Ma abdicano senza melodrammi, con teutonica dignità. "Ha vinto una squadra che lavora duro e non se ne sta a prendere il sole": la stampa popolare, va da sé, dispensa per i lettori sarcasmo e allusioni.

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6 luglio

1929
Formidabili uragani ciclonici a Praga

Nell'estate del 1929 si disputa la terza edizione della Mitropa Cup: la 'Coppa dell'Europa Centrale'. Rimpiazzando i club della Jugoslavia, sono ammesse alla competizione le squadre italiane. Partecipano Juventus e Genoa. La formula è semplice: eliminazione diretta, gare di andata e ritorno. L'apparizione dei rossoblu è fugace: il tempo di andare a Vienna, dare un'occhiata al campo del Rapid, incassare cinque sberle e tornare a casa. I bianconeri invece vanno oggi a Praga forti di un gollettino conseguito al 'Benito Mussolini', lo scorso 23 giugno. E' estate, ma nella capitale della Boemia "formidabili uragani ciclonici" hanno trasformato il campo in un acquitrino. "I pompieri mobilitati d'urgenza hanno proceduto al prosciugamento del terreno", ma ci sono vaste zone in cui si sprofonda nell'acqua per ben quindici centimetri. Insomma - vuol suggerire il corrispondente de La Stampa - non è stata una partita di calcio. Immaginiamo che i pedatori calzassero stivaloni invece di scarpe bullonate. Ma si è giocato, eccome: e nonostante sia finita tre a zero per lo Slavia, "è difficile dire se la squadra migliore abbia vinto". Sarà. Quelli della Juve, peraltro, volevano andarsene dopo aver subito il secondo gol (marcato, come il primo, da Frantisek Junek: foto), che giudicavano irregolare. Li hanno convinti a restare, e hanno incassato il terzo. Su di loro, alla fine, piovono anche gli applausi del pubblico. Osannato, tra tutti, il portiere, Giampiero Combi, e non è difficile immaginare perché. Juventus eliminata, naturalmente.
Tabellino

1960
Emozioni nel Parco

Nel disinteresse mediatico, la fase conclusiva del primo campionato d'Europa per nazioni non distrae nemmeno la Francia ospitante. C'è il Tour, signori, cosa volete che sia questo championnat. Al Parco dei Principi, quindi, tribune semi-deserte per la semifinale tra i galletti e la Jugoslavia. I parigini che volevano andarci e poi hanno cambiato idea risparmiando quattrini se la ridono, visto com'è andata la partita. Certo, i Bleus non sono favoriti, anche perché la squadra che aveva fatto scintille in Svezia è sostanzialmente smembrata. Tre soli superstiti - Marcel, Wisnieski, Vincent - e soprattutto niente Fontaine (sempre malandato), niente Kopa. Tuttavia lo spettacolo c'è, eccome. Il giovane centravanti del Racing Club di Parigi (François Heutte: foto) sembra pronto per raccogliere l'eredità di 'Justo', e con una doppietta mette gli slavi nella disperata condizione di dover rimontare due gol (due a quattro) quando manca esattamente un quarto d'ora alla chiusura del Parco. I guardiani mostrano i mazzi di chiavi e i cani da guardia, gli slavi temono di restare in trappola e allora si mettono a correre come dannati. In tre minuti sono già ai cancelli d'uscita: tre gol, cinque a quattro, finale accaparrata. Toh, se la vedranno con l'Unione Sovietica. Il primo championnat è un affare interno all'universo socialista. Emozionante. Per fortuna c'è la  Grande Boucle.


1974
"O Divino"

V'era un tempo in cui dappertutto, nello sterminato Brasile, nascevano immisurabili talenti. Giocatori fantasiosi, dal morbido tocco. Non per tutti la gloria andò oltre i confini di quel continente; ma molti di essi, all'Europa ignoti o quasi, diventarono leggende nel loro club. Fu il caso di Ademir de Guia, figlio di Domingos, famosissimo zalgeiro della Seleçao alla Coppa Rimet del 1938. Ademir scrisse la storia del Palmeiras, negli anni in cui Pelé scriveva la storia del calcio. Era un numero dieci. Uno dei tanti? Sentiamo cosa diceva di lui Sócrates Brasileiro Sampaio. "O futebol nos ofereceu em sua trajetória um grande bailarino, Ademir da Guia, a colocação impecável, a fronte eternamente erguida, a calma irritante, o passe perfeito, a simplicidade dos gestos, o alcance dos passos, a lentidão veloz e o raciocínio implacável ficaram definitivamente em nossa memória. Ademir representou o vértice da serenidade e competência. Passeava pelos gramados como um cisne, encantando a todos. Infelizmente, esse arsenal de qualidades nunca foi usado pela seleção brasileira, que, através de seus representantes, não atendia o clamor popular pela sua convocação, sempre excluindo-o. A cada convocação, todos esperávamos ansiosos e nos perguntávamos se ele seria parte da lista. Injustiça!". E' vero, Ademir de Guia ha indossato la gloriosa casacca verde-oro solo in una dozzina di circostanze. Non c'era nel '66 e nel '70. C'era in Germania, nel '74, ma fece la riserva di Rivelino. Scese in campo - e fu la sua unica apparizione in una coppa del mondo - solo il 6 luglio, all'Olympiastadion di Monaco, per la partita più inutile di una coppa del mondo: la finale degli sconfitti in semifinale. Era destino.
Pentavalide


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12 giugno

1910
La coppa del Centenario

Per festeggiare degnamente il centenario della rivoluzione di maggio e l'avvio del processo che portò il paese all'uscita dal Regno di Spagna, gli argentini organizzano un torneo di calcio. Una sorta di campionato del Sudamerica - e, come tale, piace sempre loro ricordarlo. Ovvio: lo vinsero. Parteciparono, oltre alla Celeste, le rappresentative di Uruguay e Cile; naturalmente il match decisivo per aggiudicare la Copa Centenario Revolución de Mayo vide affrontarsi, all'Estadio Gimnasia y Esgrima de Buenos Aires, le compagini rioplatensi, che avevano duramente randellato i poveri cileni, alle loro primissime esperienze pedatorie. Finì quattro a uno, nel tripudio della cancha. Juan Henrique Hayes, figlio di immigrati inglesi e stella del Rosario Central, fece il terzo gol, e fu il miglior bombardiere della coppa; l'onore degli uruguayani fu salvato da José Miguel Piendibene Ferrari (foto; le sue origini sono facili da indovinare), grandissimo fromboliere del Peñarol.
Tabellino

1927
Pochi applausi per il record di József Takács

Il trasferimento dal Vasas al Ferencváros ha messo di buon umore József Takács, e ben se n'è accorto chi ha trascorso il pomeriggio all'Üllői út. D'accordo, era una partita amichevole, ma è anche vero che lui - un autentico sfondareti - non è mai stato particolarmente brillante con la maglia dei Magyarok. Si ricordano ancora le partite giocate qui contro la Spagna e contro l'Austria; non vedeva né la palla né la porta. Oggi la musica è cambiata. Una prestazione memorabile, e il suo bottino costituisce un record che difficilmente sarà battuto: sei palloni messi alle spalle del famosissimo Maurice Cottonet, portiere del Cannes e della nazionale di Francia. Non si spiega, perciò, perché sia stato così breve l'applauso che il pubblico gli ha tributato quando, a tre minuti dalla fine, ha lasciato il campo e il posto a un compagno. "Sei gol? Solo? E chi ha segnato gli altri sette?".
Tabellino | Profilo (e statistiche) di Takács


1960
La coppa dei Libertadores

L'anno in cui - nel nome di Simón Bolívar, Francisco de Miranda, Antonio José de Sucre y Alcalá, Bernardo O'Higgins Riquelme, José Gaspar Rodríguez de Francia y Velasco, José Francisco de San Martín y Matorras, Manuel José Joaquín del Sagrado Corazón de Jesús Belgrano y Peri, e soprattutto di José Gervasio Artigas, José Fructuoso Rivera y Toscana nonché (ma certo) di Giuseppe Garibaldi (questa la formazione titolare dei Libertadores) - venne istituita e poi giocata la prima Copa ufficiale, l'ultima contesa (con gare di andata e ritorno) fu tra il Pinerolo di Montevideo e l'Olimpia di Asunción. Il primo match si disputò al Centenario; un solo gol fu realizzato - quello che decise la partita e la finale -, e portò la firma di Alberto Spencer (foto), "un ecuadoriano que con el tiempo se transformò en leyenda". E leggendari saranno, senza ombra di dubbio, i 1960s del Peñarol.
Tabellino


2014
Copacabana

Il sole deve ancora sorgere, dalle persiane filtra una luce abbastanza incerta, ha fatto molto caldo stanotte e - se potessi - dormirei per altre due ore, o anche tre. Ma squilla il telefono.
"Prontooooo", il solito urlo del solito amico. In sottofondo musica sudamericana.
"Indovina dove sono!"
E come faccio a saperlo.
"Va beh poi ti mando una foto".
Ovunque lui sia, la linea per fortuna cade. Provo a riprendere sonno, ma ormai la giornata entra nel vivo. Infatti ecco che si accende la radio. Si accende da sé, seguo le rassegne stampa. Distrattamente, però. A un certo punto, mi accorgo che si parla solo del Brasile. Brasile? Ecco cos'era quella musica: un samba! Oddio. Al via la festa del calcio, è il giorno dei mondiali, titolerebbe il più progressista dei nostri quotidiani in prima (e a piena) pagina.  Momento atteso da 200 milioni di persone. Caspita.
Squilla di nuovo il telefono. E' la moglie del mio amico.
"Ovunque lui sia, con me ha chiuso".
Non sarebbe la prima volta, commento.
Più tardi, acceso il computer, trovo una sua mail con file allegato. Una bella foto. La tengo qui, per ricordo.


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22 maggio

1960
La nuova stella magiara

L'inconfondibile sagoma di Concetto Lo Bello guida le squadre al loro ingresso in campo. Non ha ancora molta esperienza, è la terza partita tra selezioni nazionali che dirige. Il Népstadion deve avergli fatto un certo effetto. Si può supporre che ancora peggiore sia stato l'effetto che quell'autentico inferno ha prodotto sugli inglesi, che in Ungheria non vincono dal 1908 e l'ultima volta che sono passati da queste parti hanno perso il conto dei palloni finiti alle spalle del proprio portiere. Oggi le cose sono andate un po' meglio; d'altra parte, i magiari sono alle prese con un difficile ricambio generazionale. Ma un giovane campione l'hanno già individuato, gioca nel Ferencváros e non ha ancora vent'anni, uno dal gol facile - pare. Difatti ne insacca due nel secondo tempo, è l'atto di nascita di una nuova stella. Si chiama Flórián Albert. A lui è intitolato dal 2007 lo stadio delle Aquile Verdi.


1984
Belle speranze ma poco futuro

Così era titolata la riflessione di Brera, a freddo, su Italia-Germania. Già, avevano vinto i tedeschi, ma contava poco o nulla. Si giocava al Letzigrund di Zurigo, una bella (si fa per dire) amichevole organizzata per festeggiare l'ottuagenaria FIFA, c'era una sacco di splendida gente per l'occasione, venuta per ricevere premi dalle mani di Havelange. E la partita? Bah. Rivincita di Madrid? Bah. Noi siamo stanchi, non andiamo neppure agli europei di Francia, i tedeschi ci vanno illudendosi di dominarli. Non c'è uno straccio di punto in palio, insomma, il gioco è pessimo, la sconfitta (per noi) quasi scontata. Che dice il Gioann? "Personalmente avevo pronosticato un pari e non è che stravedessi: in effetti, l'Italia avrebbe anche potuto ottenerlo: però ha giocato male, troppo male per meritarlo. Anzi, dobbiamo già rallegrarci che abbia perduto per un solo gol a zero; ma se Bearzot è convinto che arriverà un giorno ad avere in questa una grande squadra, viva! Noi tutti - anche voi, immagino - non domandiamo di meglio".
Tabellino | Highlights | Brera (La Repubblica, 24 maggio 1984)


2010
L'indifferenza di Mourinho

Sembra che, sulla fascia presidiata da Chivu, Robben possa produrre sfracelli. Mourinho, ovviamente, se ne frega (foto). La tattica non è il suo forte. Lui sa ribaltare le partite, quando si mettono male, in un modo solo: mandando tutti avanti, inserendo quattro centravanti, riuscendo così - nel disintegrare la propria - a mandare per aria l'organizzazione altrui. Nella serata del Bernabéu non ce n'è bisogno. Eto'o fa il terzino, e Milito i gol. Schiantare il Bayern, per questo undici assetato di sangue, è tutto sommato un gioco da ragazzi. Finalmente Moratti junior arriva dov'era già arrivato suo padre; l'Inter mette in archivio una stagione leggendaria ("l'anno del triplete", si dirà per saecula saeculorum); Mourinho rimane a Madrid, senza nemmeno un saluto, e molte sono le vedove e molti gli orfani che inizieranno a vivere di ricordi e rimpianti.

  • Vedi anche le partite del 22 maggio in Cineteca