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25 gennaio

L'XI paulista ai tempi della fondazione
1930
Sventola il Tricolor Paulista

L'atto ufficiale, sottoscritto dai fondatori il 26, venne retrodatato al 25 allo scopo di creare una totale identificazione con la città, la cui storia inizia il 25 gennaio 1554 con l'insediamento di una missione gesuita. Nasce così il São Paulo Futebol Clube, destinato a farsi strada nella storia del calcio del Brasile e del Sudamerica. Non mancò mai di prestare almeno un giocatore alla Seleçao nelle cinque edizioni della Coppa del mondo vinte dal Brasile. Fra tutti, basterà ricordare Dino Sani, Gérson e Cafu. Grande fucina do Brasil.
Sito ufficiale | Palmarès


1931
Le tre martellate di Meazza

L'immagine è di Monsù Poss, il martello invece è di Peppino e ha inchiodato con un rumoroso cinque a zero la nazionale di Francia, venuta a Bologna con qualche velleità di scamparla. Troppa la differenza di classe e di ritmo tra i due XI. Così, alla sesta partita in azzurro, Meazza è già alla seconda tripletta (l'ha servita per intero nel primo tempo). Intanto, esordisce un argentino, Renato Cesarini (nella foto), eponimo del gol decisivo segnato allo scadere della partita. Quella volta, a Bologna, non ce ne fu bisogno.


1959
José il domatore

Ultima di andata. A San Siro è in cartellone Milan-Bologna, e i rossoneri avranno dedicato il pre-partita a rituali apotropaici. Di solito buscano. Infatti il match è balzano, il Bologna spesso conduce, il Milan si accanisce sui legni, ma alla fine riesce ad avere la meglio. In tabellino si trova due volte il nome di José 'Mazzola' Altafini, alla prima stagione italiana. Imperversa, è un autentico crack. Tocca a lui domare la bestia nera felsinea e, con questi due sudatissimi punti, il Milan è campione d'inverno.



1978
L'inutile cupidigia italiana


Tardelli si aggiunge all'infinita lista di chi ha gonfiato le reti altrui con la maglia azzurra, ma l'Italia 'sperimentale' è messa sotto dalla Spagna nel test-match giocato in un Bernabéu mezzo vuoto. All'orizzonte, ma ancora lontano, c'è il mondiale di Argentina. La critica è scettica, le alternative ai titolari non sembrano all'altezza (ma si tratta di Claudio Sala, Paolino Pulici, Lionello Manfredonia: altri tempi). Secondo Giovanni Arpino (La Stampa, 26 gennaio 1978) è bene non coltivare "inutili cupidige". Bearzot stava iniziando a modellare il suo capolavoro, anche se i primi abbozzi non parevano di qualità eccelsa.



1995
The Crystal Palace Kick

"After being man-marked efficiently by Crystal Palace’s Richard Shaw, the iconic Frenchman kicked out at the defender and was duly sent off. As he left the pitch he suddenly launched himself at Palace fan Matthew Simmons with a startling kung-fu kick. With Eric Cantona there was always a thin line between genius and madman. It is the most grotesque thing I have ever seen from a player on the pitch". Così ricorda l'episodio Jonathan Pearce, brillante commentatore BBC. Pagina nera.


1997
Goal of the Season

Nel football contemporaneo tutto deve fare spettacolo: di qui il moltiplicarsi degli awards; a ogni latitudine lo spettacolo genera spettacolo. Trevor Sinclair (foto) è stato protagonista di una dignitosa carriera. Ha vinto poco; ha raccolto poco più di una decina di caps; non è mai stato ingaggiato dagli squadroni dell'Inghilterra o del continente. A parte i followers del Blackpool e del QPR, lo si ricorderà soprattutto per un gol (premiato come il migliore dell'anno nel 1997) segnato in formidabile rovesciata a Loftus Road, nel quarto turno di FA Cup che opponeva al QPR il Barnsley.


11 gennaio

1930
La squadra dell'Università

Per iniziativa solidale di studenti e professori - questi ultimi rassegnati dalle scarse performance di allievi distratti dall'euforia pallonara -, all'Universidad Central dell'Ecuador viene fondata la Liga Deportiva Universitaria de Quito. Vincerà il suo primo titolo nazionale solo nel 1969; può tuttavia e tuttora vantarsi d'essere l'unico club di quel paese ad aver sollevato la Copa Libertadores de América.


1942
La beffa

Le cronache del tempo tramandano quanto segue. Quelli della Roma non si reggono in piedi, come avessero sbagliato sciolina. Gli azzurri volano, i giallorossi un continuo sdrucciolamento. Cosa succede dunque? Che la Lazio gioca meglio ma non ricava da proprio dominio lo straccio di un gol, e la Roma alla prima occasione punisce. Un classico. Ma la partita non cambia. Estri annebbiati. Gioco torbido. Sicché, se si tiene conto che il centravanti laziale è un certo Piola, chiaro che prima o poi un timbro arriva. E arriva. Un altro, di Puccinelli, viene annullato - fuorigioco inesistente, dicono le cronache di aver sentito dire. Nel secondo tempo, il ritmo del match si fa vertiginoso. C'è forse un gol fantasma della Lazio, dicono le medesime cronache - solita situazione, sfera che incoccia la traversa e chissà dove rimbalza. Poi la Roma sbaglia un penalty. Insomma, succede di tutto. Finisce uno a uno? Macché. Minuti di recupero, giallorossi all'attacco. "Una palla da destra, centro di Krieziu. Gradella esce, un azzurro (Monza?) lo precede e respinge. Una schiena azzurra (quella di Romagnoli?) ribatte. La palla si alza di poca a candela. Accorre Romagnoli, accorre Fazio, accorre Monza, accorre Pantò. Che è, che non è, la palla è in rete: l'ha toccata un azzurro (questo è certo) ed è rotolata in rete nell'angolino a destra, piano piano" (foto). Cosa c'è di più beffardo d'un autogol in un derby, a tempo scaduto?
Tabellino | La cronaca del tempo (Eugenio Danese) | Altre immagini
[Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera]



1977
La prodezza di Colin Jackson

Anche a Glasgow l'autogol può arrivare verso la fine del match e assegnare una vittoria del tipo che di solito i fans particolarmente apprezzano. Gioirono così quelli del Celtic nel 1977, in un Old Firm fissato per il 3 gennaio ma rinviato all'11 per il maltempo. Autore della prodezza, sfortunato reprobo per gli uni, involontario eroe per gli altri, fu Colin Jackson: non l'ostacolista gallese, ma uno che a fine carriera avrà collezionato più di cinquecento partite coi Rangers. Si ripeterà.
Tabellino | Highlights


16 novembre

1930
El filtrador

A Genova pensano di avere l'uomo che riporterà il Vecchio Balordo agli antichi fasti. Si chiama Guillermo Stabile, è nato a Buenos Aires, ha giocato nell'Huracan e nell'albiceleste, ha la caratteristica di passare attraverso le maglie delle difese avversarie senza che quelle se ne accorgano, e questo ne spiega il soprannome. Lui guizza e scompagina, è uno che lavora di nervi e di intelligenza, più che di muscoli. Esordisce in campionato a Marassi contro il Bologna, trenta ore dopo essere sceso dal piroscafo che l'ha portato sotto la Lanterna. Segna tre gol, con assoluta nonchalance. Come non avesse appena iniziato a cambiare vita.


2003
Il futuro fa capolino all'Estádio do Dragão

In qualche modo, José Mourinho ha il Barça nel suo destino. A Camp Nou sbozzò competenze e tigna, quando faceva il secondo di Bobby Robson. Poi tornò in Portogallo. Sulla panchina dei Dragões divenne famoso e vincente. Anni davvero, e sotto tutti i punti di vista, 'fortunati'. A metà novembre, anche nel 2003, tutte le leghe si fermarono, c'erano importanti incontri internazionali in calendario. Così, per festeggiare i 110 anni di vita del clube e l'inaugurazione del nuovo stadio (Estádio do Dragão), il Barça  va in gita a Oporto. Una rimpatriata. In campo tanti ragazzini della cantera. Uno di loro entra a un quarto d'ora dalla fine. Chiaro, non potrà ribaltare la partita, che peraltro non conta niente. I blaugrana stanno perdendo due a zero, ma proprio sotto gli occhi di Mou fanno esordire un piccoletto, un argentino, un sedicenne e poco più che hanno cresciuto e curato perché potesse giocare a pallone. La maglia gli sta così larga, che si piega e quasi nasconde il numero stampato sulla schiena (foto). Un numero particolare, per chi conosce la storia del football, e chissà se venne scelto a caso. Era il futuro, Leo Messi, e non poteva che affacciarsi alla sua nuova vita davanti a colui che gli sarà feroce avversario.

12 ottobre


1902
Il derby dell'impero

In buona sostanza, il problema è questo. Fu o non fu una amichevole internazionale tra squadre nazionali? Sì, lo fu. No, non lo fu. Perché no? Perché Austria e Ungheria erano divise ma unite, più unite che divise, facevano parte dello stesso impero. Beh, una duplice monarchia, dicono gli storici. Sì, ma un unico imperatore, Francesco Giuseppe per la cronaca. E inoltre. Inoltre? Inoltre quelle che si sfidarono erano due rappresentative cittadine, rispettivamente di Vienna e di Budapest. Può darsi. Ma c'erano altre città ove mirabilie pedatorie fossero mostrate da altri giocatori? Non saprei. Quindi, i migliori giocatori del pallone austriaci erano quelli, e i migliori ungheresi quegli altri. Giusto? Giusto. Bene, tagliamo la testa al toro e decidiamo quello che hanno peraltro già deciso le federazioni della pelota d'Austria e d'Ungheria e da un bel po'. Fu il primo incontro ufficiale (per quanto amichevole) tra Austria e Ungheria, e dunque si trattò in assoluto del primo match tra rappresentative nazionali giocato nell'Europa continentale. Vogliamo aggiungere il risultato? Cinque a zero. Per chi? Non saprei, è passato troppo tempo. Vai a controllare. Ma chi è quello della foto? E' Ferenc Gillemot, famosissimo. Famosissimo? Credo di sì. Fu il primo allenatore della squadra magiara. That's all folks.
Tabellino


1902
Jan Studnicka

A lui sono legati i ricordi dell'inizio del football in Austria, di quegli anni felici prima della prima guerra, e del grande derby danubiano, secondo solo a quello rioplatense tra Argentina e Uruguay per il numero delle volte che è andato in scena. Con lui, anche a Vienna il gioco cominciò a scoprire fantasia e talento, dribbling, inventiva, discostandosi dal canone inglese basato su corsa, resistenza, fisicità. Il suo nome andrà naturalmente ricordato insieme a quelli di Hogan, Meisl, Sindelar. Ma fu lui ad aprire la porta di casa e a scendere in strada con un pallone tra i piedi. Segnò tre gol nella prima partita dell'Austria, naturalmente contro l'Ungheria, a Vienna, il 12 ottobre 1902. Lui, Johann 'Jan' Studnicka, compiva quel giorno il suo diciannovesimo anno di età.
Tabellino | Profilo di Studnicka
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera



1930
Attento Peppino, la celebrità nuoce

L'Ambrosiana arriva a Praga consapevole che sarà dura farla franca, dopo il due a due dell'andata. Il match è importante, vale un posto nella finale della Mitropa. Finisce con un risultato tennistico: sei a uno per i cechi. Cos'è successo? Andiamo a leggere il giornale. "E' mancata ieri a Praga quella 'verve' abituale all'undici milanese. Questo è stato il più grave 'handicap', che si è fatto maggiormente sentire nella linea degli attaccanti che, pur non giocando male, ha permesso agli avversari di seguire il loro gioco fatto di calcolo e di utili piazzamenti. Le discese dei nero azzurri non sono mancate, e alcune di esse anzi sono state improntate a sani concetti". Sani concetti, che significherà? Bah, semplicemente i nostri si sono addormentati spesso davanti alla porta. E Peppino? "Il 'balilla' ieri non è stato l'irresistibile attaccante di Budapest, né il brillante giocatore di Berna. Molti occhi erano rivolti a lui, ma purtroppo egli non ha saputo dare la solita tonalità alla linea degli avanti. Gli ha nuociuto forse il fatto di essere già qualcuno, e perciò troppo notato dal pubblico, in ogni paese è sempre cosi accuratamente sorvegliato e qualche volta punzecchiato che il ragazzo finisce col fare il giuoco dell'avversario". In sostanza: lo fischiano o lo menano? "Egli non è più il fanciullo di due o tre anni fa; è più pesante e perciò meno agile di un tempo, ma ha tecnica a dovizia, e astuzia, e quindi dovrebbe riuscire a padroneggiarsi anche in situazioni difficili come quella di ieri. La celebrità, questo è saputo, anche nel giuoco del calcio ha i suoi lati meno simpatici. Noi non dubitiamo che Meazza per i colori della sua squadra e per le immancabili fortune della nazionale, saprà riprendersi perfettamente. Questa breve parentesi non è inutile poiché è dalle sconfitte che bisogna trarre gli ammaestramenti" (La Stampa, 13 ottobre 1930). Ben detto! Una giornata storta può capitare a tutti, e a Peppino (che ha solo vent'anni!)  non ne capiteranno molte, d'ora in poi ...

30 luglio

1930
E il fútbol diventò un affare terribilmente serio

Questa foto è molto famosa, fu naturalmente scattata poco prima del calcio d'inizio, e racconta già la partita. 
A sinistra José Nasazzi, el Mariscal, anima e guida della Celeste; a destra il capitano dell'Argentina, talentuoso e ambidestro delantero dell'Estudiantes, Manuel Ferreira. Nasazzi non ha ancora trent'anni, Ferreira va per i venticinque: eppure, a vederli, si direbbe ci sia tra i due un'assai più marcata differenza di età. La carismatica spavalderia di Nasazzi, lo sguardo timido, quasi sgomento di Ferreira. Un professore severo, e di fronte a lui uno studente bravo, sì, ma in chiara soggezione. 
Paradossalmente, pochi giorni prima Ferreira era tornato rapidamente a Baires, per laurearsi. E proprio los Profesores erano soprannominati gli attaccanti dell'Estudiantes, i componen­ti di un famoso reparto offensivo che lui, Ferreira, sapiente­mente guidava.
Sullo sfondo, le tribune e la torre del Centenario.
Da Baires arrivarono in pochi. Le cronache narrano dei tremila argentini imbarcati sul Caio Duilio, grande transatlantico italiano che collegava il Belpaese al Sudamerica, e che - sulla rotta del ritorno - faceva scalo a Montevideo. Ma non riuscirono a trovare posto nella cancha
Le cose andarono come ad Amsterdam nel 1928. Era inimmaginabile che l'Uruguay perdesse la coppa che aveva organizzato, che perdesse la finale, che perdesse contro l'Argentina. Ma la sconfitta a Baires fu accolta con una certa rabbia; ritennero che l'arbitro belga avesse eccessivamente patito il condizionamento ambientale; si racconta di grandi manifestazioni di piazza, di un assalto al consolato dell'Uruguay, di sassaiole contro le donne che, affacciate al balcone di una casa sull'Avenida di Mayo, sventolavano la bandiera uruguayana, e di come la polizia fu 'costretta' a sparare sulla folla inferocita per disperderla. 
Così, mentre Montevideo esplodeva di entusiasmo, appena più a ovest, sull'altra sponda della Plata, il fútbol era già diventato una cosa terribilmente seria.
Cineteca


1966
La Restaurazione

E così, signori miei, il West Ham United ha conquistato la Coppa del mondo.
Il trofeo, dunque, andrebbe equamente diviso: un pezzo (piccolo) nella bacheca della Football Association, un altro (grosso) in quella del club di Upton Park - d'accordo, siamo sempre a Londra. 
Eh sì, perché degli unici tre Hammers schierati da Ramsey nella finale (Geoffrey Hurst, Martin Peters e Bobby Moore) due hanno risolto la partita, infilando quattro palloni (uno, certo, discutibile) alle spalle di Tilkowski, e il terzo (essendo capitano) ha sollevato la coppa in faccia ai tedeschi e mandato la regina in brodo di giuggiole.

Così l'Impero è risorto, anzi ristabilito, è stata una lunga convalescenza, ma finalmente gli inglesi possono riprendere a dormire sonni tranquilli. Loro è il gioco, loro ne hanno escogitato le regole in ogni dettaglio, i campioni del mondo com'è giusto che sia (e come sempre sarebbe stato giusto che fosse) sono loro, e da adesso in poi il loro dominio dell'albo d'oro si protrarrà senza accidenti e intrusioni di sorta sino al tramonto dei millenni.

E' la Restaurazione del football, riconsacrato nel suo massimo Tempio.

[da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera]

27 luglio

1930
El empatador olimpico

Come ogni grande squadra, anche l'Uruguay del 1930 aveva il suo goleador. Si chiamava Pedro Cea, giocava nel Nacional di Montevideo e faceva parte della Celeste da diversi anni. Aveva la particolare capacità di materializzarsi davanti alla porta avversaria nei momenti di difficoltà, quando la sua squadra era in svantaggio. Di qui il sostantivo nel suo soprannome; l'aggettivo specifica come le imprese eponime risalissero alle Olimpiadi di Amsterdam e di Parigi, quando in alcune delicate partite l'Uruguay si era trovato costretto a risalire dalla vertigine di una possibile sconfitta. Ci pensava lui, Pedro Cea: palla in rete, dunque palla al centro e la partita cominciava daccapo. Ovviamente, si divertiva a battere i portieri anche in situazioni meno drammatiche. Per esempio, nella semifinale della Coppa del mondo realizzò una tripletta contro la Jugoslavia, e poiché l'Argentina aveva vinto sei a uno contro i modesti pedatori americani, era bene che la Celeste si qualificasse per la finale con un risultato identico a quello dei rivali: chi meglio di Pedro Cea poteva brillare in quella circostanza? Sei a uno alla Jugoslavia. Palla in rete, palla al centro.
Cineteca


1976
Da Monaco a Toronto

Sono passati poco più di due anni da quando polacchi e brasiliani si erano disputati il terzo posto al mondiale tedesco: un antipasto della finale vera, che si giocò, il giorno dopo, nel medesimo stadio. La rimpatriata è a Toronto, è la semifinale del torneo olimpico di football, un'attrazione minore nei giochi. Ma pur sempre la prima competizione calcistica di un certo prestigio ospitata dal Canada. La Polonia è grosso modo la stessa, un undici impastato con molti campioni, tra i migliori di quel torno di anni; la Seleçao è invece composta di gente sconosciuta e che tale, a livello internazionale, rimarrà, con due soli eccezioni: Edinho e Junior. Giocavano entrambi in difesa ma, si sa, erano centrocampisti puri - o quasi. Specialmente in contropiede, venivano infilati con una certa facilità. Poteva forse il centravanti coi baffi, Andrzej Szarmach (foto), lasciarsi sfuggire una così ghiotta occasione? Certo che no. Un gol fortunoso e uno di classe, a concludere una 'ripartenza' vertiginosa, pennellando di esterno-punta un lob pigro e beffardo.

18 luglio

1930
Estadio Centenario, Montevideo

Insomma, se la sono presa comoda. Hanno studiato tutto per bene. D'altra parte, si gioca a casa loro, no? Quindi hanno aspettato che arrivasse il 18 luglio. Oggi qui è festa. Il centenario dell'indipendenza. E hanno battezzato così anche questo nuovo, magnifico stadio. Il 'Centenario'. Si inaugura oggi, è meraviglioso. Naturalmente, hanno scelto anche un avversario comodo. Già, il Perù. Ma: un momento! Hanno appena annunciato le formazioni. Scarone non gioca. Non gioca Héctor Pedro Scarone, el Mago. Qualcuno dice che è troppo vecchio. Qualcun altro che ha paura. Poi finalmente inizia la partita e si smette di chiacchierare. Ma la Celeste non ingrana. Lo vedi? Sono nervosi. E vorrei vedere te, mica è facile in questa bolgia. Certo, ma se ci fosse Scarone. Ma non c'è. Dopo un'ora di inutile assedio, finalmente quello che ha sostituito el Mago scioglie i nodi che serravano migliaia di gole. Si chiama Héctor Castro, lo chiamano el Manco perché gli è rimasta solo una mano. El Manco segna il primo gol dell'Uruguay al Centenario e nella Coppa del mondo, e nessuno più si lamenta per l'assenza di Scarone.
Cineteca


1971
In diretta dal Maracanã

Serata di una domenica d'estate. Si cenava, con la televisione accesa. Improvvisamente arrivarono immagini da Rio. Per essere più precisi, dal Maracanã. La cosa mi eccitò parecchio: "c'è una partita!", dissi. Mio padre sorrideva. "Che partita è?", gli chiesi. "Dev'essere l'ultima partita di Pelé nel Brasile. Lo festeggiano e gli dicono addio".
Naturalmente, sapevo benissimo chi fosse Pelé, anche se occasioni per vederlo giocare non è che capitassero di frequente. Sì, mi aveva colpito l'anno precedente, per colpa sua avevamo perso la coppa del mondo. Comunque preferivo altri giocatori, quelli di tutte le domeniche, quelli di cui sentivo parlare e si parlava più spesso. Pelé era una stella molto lontana, nel mio cielo non la si riusciva a vedere. E nei campetti nessuno aveva la sua maglia.
Guardai la partita, Brasile e Jugoslavia, molto bella, tante azioni. Ma lui, Pelé, fece pochissimo. Sbagliò uno o due gol 'facili'.
Giocò solo il primo tempo. L'intervallo fu lunghissimo. Pelé fece il giro del campo, c'erano molti bambini, ciascuno con la maglia di una squadra (chissà quali squadre, non si capiva), prese molti applausi anche se aveva giocato male. Non mi emozionai particolarmente, nemmeno quando a un certo punto mi accorsi che stava piangendo.
Certo, avevo ancora un'età in cui è difficile credere che possa davvero esserci un'ultima partita; pensavo ancora che i campioni non sarebbero mai invecchiati.

[Da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera]


15 luglio

1930
Parque Central, Montevideo

I francesi sono eccitati - dico i giocatori. Si spostano dal Pocitos al Parque Central, c'è un sacco di gente, ma è chiaro che si tratta di gente venuta perché gioca l'Argentina, cose volete che gli importi della Francia. A parte quelli che hanno attraversato il Rio, è chiaro che tutti parteggiano per gli europei; e ciò ringalluzzisce i galli, che oppongono una tenace resistenza. L'Albiceleste riesce con fatica a prendere in mano la partita; il maestro, Luisito Monti, è tenuto a bada dalla mediana francese. Ma basta un attimo di distrazione, quando alla fine mancano meno di dieci minuti, e il maestro impartisce la sua lezione. Tuttavia, quando alla fine di minuti ne mancherebbero sei, l'ala sinistra della Francia, Marcel Langiller (foto), sta correndo da solo nella metà campo argentina. Il pubblico si alza in piedi. Ci potrebbe scappare il pareggio, altroché. Ma cosa fa l'arbitro? Perché interrompe l'azione? Cosa? Fischia la fine? Non è possibile. Ah beh, certo, l'arbitro è brasiliano. Invasione di campo, quelli venuti da Montevideo hanno pagato il biglietto e desidererebbero che la partita duri quanto è giusto che debba durare. Intervento della polizia. La partita riprese, ma le emozioni erano già finite.
Tabellino



1930
Peppino colleziona palloni ungheresi

Sono passati due mesi, da quello storico cinque a zero con cui l'Italia travolse l'Ungheria a Budapest, nel match decisivo della Coppa Internazionale. Sì, il giorno in cui Meazza fece tre gol, qui se lo ricordano abbastanza bene. Oggi inizia la Mitropa Cup, e in cartellone c'è Ujpest-Ambrosiana Inter. Logico che nella capitale magiara si nutra qualche timore, anche se l'Ujpest è il club che detiene il trofeo, anche se tutti i suoi pedatori vestono o hanno già vestito la casacca della nazionale, anche se i milanesi sono all'esordio assoluto nella competizione. Ma sanno anche che, al momento, l'Ambrosiana è il più forte undici italiano, e ha intenzione di dimostrarlo. E nessuno ha - forse - ancora messo bene a fuoco lo spessore del giovane Meazza. Peppino, evidentemente, quando viene da queste parti trova formidabili ispirazioni. Quando decide di andare in porta, ci va. Lo decide tre volte. Tre capolavori, la sua collezione di palloni ungheresi si arricchisce. Di questo passo, in Ungheria resteranno senza.


1966
Garrincha si spegne nel fango

Il migliore dei Brasiliani fu Djalma Santos, ormai quarantenne; senza Pelé, la Seleçao "pare una creatura senza intelligenza" (Monsù Poss). Ecco, per un giorno sembra rinata l'Aranycsapat: giocatori veloci, di grande tecnica. Giovani, come Ferenc Bene, l'ala destra dell'Ujpest. Già affermati, come Flórián Albert. La critica è entusiasta:  "abbiamo vissuto una giornata indimenticabile ed ammirato una squadra che può vincere il campionato del mondo" (Ezio de Cesari). Piove, a Liverpool, piove sempre da quelle parti, e in queste condizioni - si sa - i sudamericani intristiscono; sembra così lento Garrincha, i suoi scatti sono frenati dal fango, e da una vena che si sta progressivamente esaurendo. Già. Quel fango assomiglia al destino. Ormai i bei tempi sono alle spalle, povero Manè. E questa è stata la sua ultima partita con la maglia del Brasile. E resterà la prima e unica partita che, con lui in campo, il Brasile ha perso.
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14 luglio


1930
La Seleçao

Comporre la Seleçao non è mai stato semplice. E ci furono tempi in cui il Brasile giocava poco, anzi pochissimo. Basti pensare che, prima di esordire nel campeonato mundial a Montevideo, l'ultimo suo confronto con una rappresentativa nazionale risaliva al 1925, un match di Copa América contro l'Argentina. Poi, aveva affrontato in esibizione solo squadre di club, tant'è vero che, alle tornate successive del campionato sudamericano, il Brasile non partecipò, rifacendovi capolino solo nel 1937.
In Uruguay andò una rosa sostanzialmente priva dei pedatori paulisti; non c'era nemmeno Friedenreich - per dire: è come se Pozzo nel 1934 avesse deciso di non convocare Meazza e nemmeno i giocatori della Juventus.  Una squadra modesta, e comunque (come sempre) con grandi ambizioni, subito però ridimensionate dalla Jugoslavia, unica rappresentante della Mitteleuropa - ma, a conti fatti, la migliore compagine europea del torneo.
Già. Naturalmente erano favoriti i carioca; invece, dopo venti minuti Aleksandar Tirnanić (foto), ala destra del Beogradski Sport Klub (più tardi OFK), aveva già mandato all'aria tutti i loro programmi.
A lui l'onore d'essere stato il primo a perforare lo stravagante assetto difensivo della Seleçao in una partita di Coppa del mondo.
Lingua calcistica prevalente del Sudamerica, nel 1930, era ancora lo spagnolo.
Cineteca
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera



1940
Fritz, Ihr Wetter

La Romania, protetta dal Reich nei confronti dell'invadente Unione Sovietica, manda i suoi pedatori a Francoforte per tenere allenati i gloriosi giocolieri tedeschi. L'arbitro è italiano, e la partita una farsa agonistica. Della quale viene data puntuale notizia dai giornali di casa nostra. Puntuale? Non troppo. "Ad onta della tenace resistenza opposta dai romeni, la squadra germanica, nettamente superiore, ha battuto largamente gli ospiti per 10-3" (La Stampa). Largamente, sì, ma i gol erano solo nove. Più preciso Il Littoriale, che sottolinea tuttavia la grande prestazione del viennese Hahnemann, un autentico trascinatore. D'altra parte - questa era la premessa - ben quattro esordienti presentava per l'occasione l'undici assemblato da Sepp Herberger. Tra di loro, un ragazzino di Kaiserslautern, colui che, a distanza di qualche decennio e non senza polemiche, la Deutscher Fußball-Bund designerà come il miglior calciatore tedesco di sempre: Fritz Walter.

1979
El Vasquito

Si spegne, a Montevideo, Santos Urdinarán. El Vasquito "era un jugador completísimo y uno de los que más glorias le ha dado a nuestro fútbol. Se destacó en los cinco puestos de la delantera, era veloz, de preciso remate y muy solvente en el pase". Giocò nel Nacional, e naturalmente nella Celeste per tanti anni. Vinse titoli nazionali e olimpici, e naturalmente - sebbene non da protagonista - la coppa del mondo nel 1930.
Profilo




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13 luglio


1930
Estadio Pocitos, Montevideo

Dove iniziava quella storia? Iniziava nel quartiere di Pocitos, a Montevideo, vicinissimo al Rio de la Plata.
Qui c'era un piccolo stadio, e in questo piccolo stadio giocarono la Francia e il Messico, e fu (insieme a quella che contemporaneamente oppose Stati Uniti e Belgio al Parque Central) la prima partita della prima Coppa del mondo.
All'Estadio Pocitos, però, spetta un ricordo speciale, perché è qui che venne realizzato il primo gol della competizione. Un gol storico, evidentemente, e il suo autore si chiamava Lucien Laurent, e giocava da tanti anni nel Cercle Athlétique de Parisun club ormai scomparso.
Ma è giusto che sia menzionato anche colui che per primo si piegò a raccogliere un pallone rotolato nello spazio che avrebbe dovuto proteggere. Si chiamava Oscar Bonfiglio, giocava nel Club Deportivo Marte di Cuernavaca, la città dell'eterna primavera.
Entrambi, Bonfiglio e Laurent, così come le squadre nelle quali militavano a quei tempi, non ci sono più. Nessuno potrà più chiedere loro di raccontare la gioia e la delusione che provarono in quel momento di un giorno ormai così lontano.
Cineteca
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera



1950
L'improvviso silenzio del 'Cotorra'

Se qualcuno vuole pensare di aver vinto una partita contro l'Uruguay, è bene che inizi a pensarlo solo dopo che l'arbitro ha fischiato la fine. E - anzi - deve sincerarsi che il fischio ci sia stato davvero, e che sia stato quello che (inequivocabilmente) ha messo il punto alla contesa. A dirla tutta: sarebbe bene aspettare che i giocatori avversari si siano tutti rivestiti e il pubblico abbia abbandonato definitivamente lo stadio. Non si sa mai, con la Celeste. Infatti, quando i ragazzoni della Svezia pensano di averla addomesticata, alla fine manca circa un quarto d'ora. Tantissimo tempo, per uno come Óscar Omar Miguez Antón detto el Cotorra, terribile centravanti del Peñarol (foto). E' un tipo indisciplinato, e chiacchiera sempre. Davanti alla porta, però, tace improvvisamente, di modo che nessuno si accorga della sua presenza. Così, gli bastano due attimi di silenzio per castigare la Svezia, e anche il Pacaembu di São Paulo - che ha calorosamente sostenuto i nordici per la paura dell'Uruguay che tutti i brasiliani sotto sotto coltivano - improvvisamente tace.

1966
Santiago è vendicata

Quattro anni dopo, a Sunderland, l'Italia ritrova i vecchi amici del Cile. Una bella rimpatriata. Stavolta, però, i sudamericani sono molto meno aggressivi. Considerano gli azzurri fuori della loro portata e la partita un allenamento in vista dei match decisivi contro coreani e sovietici. Bene. Infatti l'Italia vince due a zero, "Santiago è stata vendicata senza spargimento di sangue" (Antonio Ghirelli). Ma gioca come peggio non si potrebbe. La cosa non sfugge a Monsù Poss: "se noi affronteremo tra un paio di giorni la squadra dell'Unione Sovietica in queste condizioni di forma e di efficienza, saremo senz'altro battuti. Viene da pensare come si potrà fare a battere la Corea stessa". Non esageriamo, monsù. Due punti sono sempre due punti, "possiamo considerarci in pratica ammessi ai quarti di finale" (Ghirelli). Certo, come no. Anzi, dobbiamo soprattutto mettere in conto di vincere il girone, "evitando la spiacevole prospettiva di affrontare nei quarti il presumibile vincitore del gruppo di Liverpool, sua maestà il Brasile" (idem). Infatti, il Brasile lo incontreremo: all'aeroporto, e insieme abbandoneremo questa magnifica terra, trascinando valigie gonfie di mesti pensieri.


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11 maggio

1985
Valley Parade fire
Non sono le immagini di un bombardamento.
 E' lo stadio di Bradford che prende fuoco.
I fatti | The Guardian (15 aprile 2015) | The Indipendent (9 maggio 2015)


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1930
Decollo italiano
Ultimo e decisivo match della Coppa Internazionale 1927-30. Ungheria-Italia a Budapest, Üllői úti stadion. "La critica budapestina è indotta a pronosticare per la squadra di casa con incauta sbruffoneria. Forse è un po' vecchiotta ma nessuno lo vuole riconoscere". L'assalto dei magiari è furibondo, ma puntualmente punito dal contropiede azzurro, già efficace nel primo tempo, e dilagante nella ripresa. Finisce con un inaudito cinque a zero, tripletta di Peppino. Il terzo è archetipico: Meazza arresta prodigiosamente "un tiro errato di Costantino in cross: scatta il Balilla e chiama fuori Aknai come un torero che provochi la belva con il suo aja! spregioso: annaspando smarrito, esce Aknai e il Balilla sornionamente tocca verso l'angolino. E' questo il gol che verrà detto d'ora innanzi alla Peppin Meazza: un fulmineo guizzo oltre i terzini, la breve galoppata verso la porta, l'aja toro! al portiere esterrefatto, il lieve irridente tocco nell'angolino basso proprio rasente il palo" (Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano, pp. 107-108).


1986
Titoli di coda per Pablito
Non è vecchio Paolo 'Pablito' Rossi. Nemmeno anziano, ha solo trent'anni. Ma oggi la sua luminosa carriera in azzurro si spegne. Il primo tempo giocato contro la Cina al San Paolo chiarisce che non potrà essere lui il centravanti titolare dell'XI che dovrà recarsi sulle alture messicane a difendere il titolo mondiale. Del resto, la sua stagione nel Milan è stata peggio che deludente (non fosse per i due gol nel derby del girone di andata ...). Così, insieme a 'Spillo' Altobelli, il Vécio schiererà Nanu Galderisi, uno che un po' somiglia a Pablito. Anzi, molto poco. Quasi per nulla.
Come dimostreranno i risultati.


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26 aprile

1903
La succursale di Bilbao

Ci sono studenti baschi che stazionano a Madrid. Gli piace il football. Cinque anni prima, a Bilbao, era stato fondato l'Athletic Club. Ma Bilbao è troppo lontana, per quell'epoca. Ci vuole un'altra squadra. Due squadre basche con lo stesso nome, una a Madrid. Nasce così l'Athletic de Madrid (poi Club Atlético de Madrid); si sgancerà dalla casa madre nel 1923. Ancora qualche anno, e i Colchoneros inizieranno a scrivere importanti pagine nella storia del calcio d'Hispania e non solo.

1930
Il dirigibile su Wembley

Probabilmente ignari di ogni futuro, i passeggeri del Graf Zeppelin si godettero lo spettacolo attraverso qualche fessura del dirigibile, che stazionò su Wembley per tutto il primo tempo. Rumore assordante, giocatori e astanti innervositi. Dall'incertezza. Quelli su guardavano giù. Quelli giù guardavano su. La partita era importante, e diventerà storica. Arsenal e Huddersfield si disputavano la coppa della Football Association. Iniziava il grande ciclo dell'Arsenal, pilotato da Herbert Chapman.
Tabellino | Video (British Pathé): uno - due


1967
Facchetti è un incubo!

Lo sostiene Stoyan Ormandzhiev, un uomo che non ha ancora cinquant'anni ma ha già allenato a lungo la nazionale bulgara, e che oggi siede sulla panca del CSKA di Sofia. Un incubo, certo: due partite, due gol, gli unici due gol dell'Inter, e dunque per stabilire chi andrà a Lisbona per contendere al Celtic la Coppa dei campioni è ora necessario uno spareggio. "Per fortuna che è un terzino e non un attaccante!". D'accordo, signor Stoyan, lo sappiamo bene, in realtà Giacinto è un attaccante, colpa vostra non averlo capito, Ma parliamo dello spareggio. Perché avete accettato di giocarlo in Italia? "Siamo convinti che questo nostro atteggiamento stupirà gli sportivi italiani, ma possiamo spiegare i motivi della nostra scelta". In effetti: nel 1961 hanno disputato a Milano una bella contro i francesi per andare in Cile, nel 1964 hanno liquidato il Portogallo a Roma e sono andati ai giochi di Tokyo, nel 1966 hanno sbaragliato il Belgio a Firenze e si sono così presentati al mondiale d'Inghilterra. Dunque le squadre bulgare, in Italia, giocano in casa. Gli porta bene, quanto meno. Dove si svolgerà lo spareggio, allora? "Abbiamo scelto Bologna". Perché proprio Bologna? "Per la buona conoscenza che noi abbiamo delle cose del calcio italiano", risponde, strizzando l'occhio. E Facchetti? "Quel Facchetti è un autentico incubo, per me!"


1981
A dodici secondi dalla fine

Una partita dura normalmente almeno 5400 secondi. Migliaia di istanti, che distribuiscono tante o poche emozioni. Non si può mai sapere. Fino all'ultimo, tutto può accadere. Come, per esempio, al Molinon, dove la Real Sociedad gioca l'ultimo match di questa temporada. Un pareggio le è sufficiente per aggiudicarsi il titolo, essendo la differenza reti negli scontri diretti col Madrid favorevole ai baschi. Gli asturiani, tuttavia, non sono in vena di fare regali. A tredici secondi dalla fine stanno conducendo la partita: due a uno. A dodici secondi dalla fine accade quel che è scritto debba accadere: Jesús María Zamora Ansorena (foto), centrocampista venticinquenne, ha nel nome di battesimo il proprio destino. E' l'uomo del miracolo. Gli arriva casualmente un pallone nel fango del cuore dell'area di rigore, e a occhi chiusi lo scaraventa in rete. Pareggio, e primo titolo nella storia del club di San Sebastián.
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