Visualizzazione post con etichetta 1957. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 1957. Mostra tutti i post

16 febbraio

1957
Le coppe di Ad-Diba

In pochi giorni si svolge a Kartoum, in Sudan, la prima Coppa delle Nazioni d'Africa. Le rappresentative iscritte sono quattro, ma il Sudafrica, all'ultimo istante, è 'costretto' a rinunciare. L'Egitto batte gli ospitanti, e incontra in finale l'Etiopia. Vittoria faraonica, quattro a zero, quattro gol di Ad-Diba, alias Mohammed Diab Al Attar. Dopo aver smesso di pedatare, farà di mestiere l'arbitro, e sarà piuttosto apprezzato. Non per nulla, nel 1968, toccherà a lui dirigere la finale della coppa con cui aveva brindato in gioventù.
Tabellino | Profilo di Ad-Diba 



1964
Lo chiameranno Bebeto

E' maschio, è maschio! Giocherà a pallone, è sicuro! Per ogni bimbo che viene alla luce in Brasile il futuro sperato è che sappia farsi strada con un pallone. Sarà stato così anche quando nacque, a Salvador, José Roberto Gama de Oliveira. Infatti diventerà famoso, segnerà tanti gol, vincerà moltissimi trofei. Lo chiameranno Bebeto. Avrà anche lui dei figli, e porterà sul campo il gesto del padre che culla il suo bimbo dopo un gol importante nella Coppa del Mondo.



2002
L'uomo di tutte le disfatte

Si spegne, a Guildford, Sir Walter Winterbottom. Fu il principale protagonista di tutte le disfatte inglesi degli anni '50. "In no other footballing country in the world could a manager with Winterbottom's results have survived so long. You could hardly blame him for the ghastly defeat in Brazil when, as he said, We did have our chances, dozens of them, but he was never an inspirational figure, he had a tendency to talk above his players' heads, and for all his interest in tactics, his strategies were often flawed" (Brian Glanville).
Profilo | Necrologio (B. Glanville, The Guardian)

30 gennaio

1927
Il formidabile trio

Al Parc des Sports di Ginevra l'Italia affronta la Svizzera. "Il trio difensivo è quello dei ragionieri piemontesi. In attacco esordisce il formidabile trio torinista Baloncieri-Libonatti-Rossetto" (Gianni Brera). Solo l'ultimo è un vero bòcia. Goleada azzurra: 5-1, ed è la seconda volta che i rossocrociati si inchinano in casa propria. Rossetto timbra il tabellino, ma Baloncieri (nella foto) esagera, e si porta a casa il pallone. Pozzo, CT e inviato speciale de La Stampa, titola raggiante: "Clamoroso successo dei calciatori italiani a Ginevra".
Tabellino



1937
Prossimamente al Gasómetro

Al Gasómetro de Boedo (foto) ultima partita del Campionato Sudamericano. Il Brasile le ha vinte tutte, l'Argentina no (ha perso - guarda caso - con l'Uruguay). Partita maschia ma corretta, l'Argentina prevale per un solo gol. "Una volta tanto non si debbono lamentare gravi incidenti", commentava un foglio sportivo italiano. Ora però, avendo le due squadre concluso il torneo a pari punti (formula all'italiana), occorre si decida chi l'ha vinto. Le parti si accordano per uno spareggio, da disputare prossimamente. Quando? Dove? Si vedrà. Vecchi tempi.


1957
Un altro formidabile trio

Modesto è l'undici arancione che fa visita al Bernabéu, per affrontare una Spagna cui serve, più che vincere, giocare qualche partita. La Roja gioca e vince largo, e soprattutto schiera per la prima volta e tutti insieme tre giganti: Kubala, Suarez e Di Stéfano. Luisito (nella foto) e la 'Saeta rubia' sono all'esordio assoluto. L'ombra di costoro si allunga fino alla Svezia; a marzo inizia il torneo di qualificazione. E' forse proibito sognare? 
Tabellino | Highlights


1972
I trucchi delle provinciali

Prima di ritorno; a Catanzaro non piove da giorni, ma il manto erboso del Comunale è una risaia, una palude, un acquitrino. "In albergo mancava l'acqua, forse era stata dirottata tutta sul campo", disse un pedatore juventino. La Signora si impantana, ed eroe della giornata è Angelo Mammì (nella foto), calabrese di Reggio, che dà di capoccia alla palla giusta quando manca assai poco al 90'. La partita entra di diritto nella Grande Storia della Serie A, e campeggia come foto di copertina in quella del Catanzaro. Cui non eviterà la retrocessione.


1974
Traditore o patriota?

Si spegne, a Burnley, Jimmy Hogan. E' considerato una delle figure più importanti del football internazionale nella prima metà del '900. Giocatore, e soprattutto allenatore. Un allenatore 'moderno' e girovago. Diffonde il verbo del passing game (poco amato dagli inglesi) nella Mitteleuropa. "We played football as Jimmy Hogan taught us. When our football history is told, his name should be written in gold letters": parole di Gusztáv Szebes, architetto dell'Aranycsapat.
Profilo

2008
I Boeren fanno il vuoto

Il PSV passa all'Amsterdam Arena, allunga e l'Ajax perde definitivamente la ruota. Non è un brutto Ajax, se si guardano i nomi: Suarez e Huntelaar davanti, Gabri e Davids (tornato all'ovile: nella foto) in mezzo, Rommedahl sulla destra. Stekelenburg in porta. Nel PSV, l'unico di nome è Farfán. Edgar gioca male e perde le staffe. Quelli di Eindhoven riescono a buttar dentro i palloni buoni, gli ajacidi sprecano. Il che spiega perché al piatto dell'Eredivisie dovrà esser trovato uno spazio nella bacheca dei Boeren. Una bacheca sempre più intasata.

22 dicembre

1957
L'uomo che sconfisse la nebbia

E così adesso ci basterebbe un pari a Belfast per andare in Svezia, e partecipare alla Coppa Rimet. Bella partita: vero, signor Pozzo? "Suppongo che sia stata una gran bella partita". Ma? Ah certo, il nebbione. "Il trionfo dell'approssimativo, del vago, dell'incerto, di quanto si ritiene o si intuisce che sia successo". I portoghesi non si sono lamentati, non hanno chiesto la sospensione dell'incontro? "Bisogna dare atto agli ospiti di questa loro correttezza: la misura che potevano tentare di fare adottare, per evitare la sanzione ufficiale di una sconfitta, non l'hanno reclamata mai". Ingenui! Insomma, un match che nessuno ha visto. Siamo sicuri di aver vinto tre a zero? "Forse, i soli che hanno assistito per intero, o quasi, allo svolgimento della partita, sono stati i calciatori, il cui gioco, per distinguere cosa da cosa, non aveva bisogno che di superare l'ostacolo rappresentato dalla nebbia nel suo senso orizzontale, mentre per gli spettatori, oltre alla maggior distanza dal campo di gioco, lo sbarramento della nebbia stessa era orizzontale e diagonale dall'alto in basso, nello stesso tempo". Ah! Insomma, non c'è niente da dire. "Su un fatto solo, ci sentiamo di giurare: ed è sul grande e utile lavoro eseguito da Gratton, il quale, oltre ad aver segnato le prime due reti della giornata, si è visto, più di ogni altro uomo in campo, entrare e uscire nelle e dalle zone di oscurità, sempre in corsa, spesso con la palla al piede, nell'atteggiamento della persona che avesse trovato la soluzione al problema del moto perpetuo. L'opera di questo nostro attaccante arretrato ha sfondato, ha vinto la nebbia".
Cineteca
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera

24 novembre

1957
Zentralstadion

A Leipzig gioca, di solito, la rappresentativa della Germania democratica. E' la sua immensa, paurosa arena. Quale teatro migliore per le allineate nazioni della Polonia e della Grande Madre Unione Sovietica, che si affrontavano per stabilire a chi sarebbe toccato un posto nella Coppa Rimet del 1958? "Il grande stadio della bella città Sassone appariva straordinariamente gremito. Il cielo era coperto: clima piuttosto rigido e secco" (L'Unità). Centodiecimila spettatori, mica quattro gatti. Un evento. Purtroppo, il match era appena iniziato "e il centro attacco Strelzov dell'undici sovietico doveva abbandonare momentaneamente il proprio posto in seguito ad un incidente, ma rientrava poco dopo in campo, benché dolorante e meno efficiente, schierandosi all'ala sinistra". Già, non erano previste sostituzioni. Si possono immaginare la tensione e le sbullonate ("la partita era vivace e combattuta"). Per quanto zoppo e inefficiente, l'asso di tutte le repubbliche socialiste portava in vantaggio i suoi alla mezz'ora, allietando il pomeriggio del Cremlino. In fondo, erano solo affari interni dell'universo socialista.
Tabellino | Highlights 

6 ottobre

1957
Le illusioni di Gusztáv Aspirány

Volati altrove i due grandi stoccatori, l'Ungheria è tornata ad essere una squadra normale. A qualunque squadra capiterebbe, dovesse perdere improvvisamente due tra i più forti giocatori del mondo. Chi li può sostituire? Chi indossa le maglie numero otto e numero dieci, quelle che erano di Kocsis e di Puskás? Bisogna individuarli in fretta, poiché il torneo di qualificazione per la Coppa Rimet del '58 non è iniziato benissimo. Anzi. Il successore di Sebes, Bukovi Márton, non incollerà la panca magiara al proprio deretano, e fatica a individuare soluzioni convincenti. Però oggi, al Népstadion, c'è un test-match contro i francesi (una bella squadretta), e il dieci va sulle spalle di Gusztáv Aspirány, attaccante dell'Ujpest. L'aveva già provato Sebes, nel '53, schierando a Sofia le seconde e le terze linee. Aveva deluso, e non era già più un ragazzino. Ora, di anni ne ha trentadue e gli è data una seconda chance. La sfrutta bene, perché marca i due gol del successo ungherese. Ma è un exploit che non avrà seguito. Infatti, la giostra riprenderà a girare nella prossima partita, e di Aspirány nessuno sentirà mai più parlare. Forse, in un altro tempo, in un'altra squadra, la sua vicenda sarebbe stata diversa. Chissà. Ma il suo destino è stato simile a quello di molti che hanno dovuto, magari per un solo giorno, indossare la maglia che prima di loro avevano indossato i pedatori leggendari.
Tabellino | Highlights

5 ottobre

1957
La Maravilla negra

Quanti soprannomi per lui, e basterebbe questo a spiegare quale incanto e sorpresa avesse destato la sua apparizione sui campi d'Europa. Le footballeur au pied d'or, ma anche Le plus Grand des grands Uruguayens: così fu celebrato dai francesi, che lo videro in azione alle Olimpiadi del 1924. Ma quello di più lunga durata fu e sarà La Maravilla negra: già, perché José Leandro Andrade era un meraviglioso, elegante giocatore di colore, ed era una colonna del favoloso Uruguay, traboccante di fuoriclasse e di energia nuova, che dominò il football per tutti gli anni Venti del secolo scorso. Come accadde a molti giocatori della sua epoca, dopo il pallone ci fu per Andrade un futuro triste. Miseria e abbandono. "Fu trovato morto il 5 ottobre 1957, tre giorni dopo il suo cinquantaseiesimo compleanno, accanto a una scatola di scarpe contenente le medaglie della sua carriera. Bagliori di una gloria fragile che non erano bastati a curare la sua disperazione, ma che Andrade aveva custodito come scintille sotto la cenere, come una dote – la sola rimasta – di un uomo che era stato un eroe del calcio. Il primo dei Due Mondi".
Scheda | Galeano


7 luglio

1929
La Finalissima

L'esordio di Vittorio Pozzo è maiuscolo e denso di maiuscole: "La Finale del Campionato italiano culmina ancora una volta in una Finalissima". Monsù, lo prevede il regolamento: anche se è l'ultima volta, due gironi, e le vincitrici si contendono lo scudetto. Quest'anno, Bologna e Torino.
"Come è nell'ordine naturale delle cose, e come è nella tradizione".
Appunto. Dunque?
"Nel Calcio, come in ogni genere di attività di carattere dinamico, ogni azione provoca ed è seguita da una reazione, uguale e contraria. Chi vince, si addormenta. E lo sconfitto del primo incontro, diventa il vincitore del secondo".
E' così scontato?
"Ora che le due correnti in conflitto si sono sfogate ed ognuna ha detto la sua, viene la Finalissima in campo neutro, a dir la parola decisiva, o perlomeno a dir la parola che si spera decisiva".
Monsù, finalmente abbiamo capito. Non è una 'Finalissima', è uno spareggio. Certo, risolvere tutto in due ore è triste, vero?
"Sì, ma la saggezza dei Gerarchi sommi dello Sport italiano ha notato l'incongruenza della cosa".
Meno male: dal prossimo campionato, girone unico. Serie A. Oltretutto, o si risolve tutto oggi "così in quattro e quattr'otto, alla gran carlona", o si rimanda a settembre. Torino e Bologna hanno in programma lucrose tournée in Sudamerica, non è il caso di rimandare la partenza. Insomma monsù, chi vincerà?
"I due gladiatori stan ora di fronte e si possono guardare negli occhi con lo stesso sguardo, con la stessa coscienza, con la stessa fermezza".
E va bene. Ai posteri l'ardua sentenza.
Cineteca


1957
Epifania di Pelé

Si gioca la prima di due partite tra Argentina e Brasile, e c'è in palio la settima edizione della Copa Julio Roca, competizione ogni tanto rispolverata per onorare la memoria di 'El Zorro', alias Alejo Julio Argentino Roca, protagonista della politica argentina nei decenni a cavallo tra Otto e Novecento. Calcisticamente dunque, Pelé nasce settimino, poiché esordisce nella Seleçao non avendo ancora compiuto diciotto anni. Si gioca all'Estádio do Maracanã, e lui non è nell'XI di partenza. Subentra e segna subito un gol, quello del momentaneo uno a uno. Inutile, perché l'albiceleste torna a Baires con una vittoria nello zaino. Ma che importa?


1974
L'accelerazione di Cruijff

Sapevo che c'era la finale, e avevo sentito parlare dell'Olanda. Alcuni amici provavano a descrivermi quel suo nuovo modo di giocare, e si perdevano in discorsi ingarbugliati. A uno, il più estasiato, uscirono addirittura gli occhi dalle orbite, e ci volle del tempo perché tornassero al loro posto.
A ogni modo, decisi di dare un'occhiata di persona. Capirete: avevo visto l'ultima volta una partita di calcio nel '54. Sì, anche allora si trattava di una finale, e anche allora giocava la Germania. Quindi accesi la tv, e mi annotai su un foglio i nomi dei giocatori. Mi incuriosiva soprattutto quello col numero quattordici, tutti giuravano e spergiuravano che si trattasse di un autentico padreterno. Come Hidegkuti? - domandavo. E chi diavolo è, rispondevano i più giovani.
A ogni modo, mi ricordo come fosse ora. Il primo pallone è degli arancioni. Sviluppano una fitta trama di passaggi, lenti, orizzontali, nella propria metà campo. Improvvisamente si portano in avanti. Poi tornano indietro. Quando riceve il pallone, Cruijff è il giocatore in posizione più arretrata - escluso naturalmente Jongbloed, il portiere, ammesso che questi giocassero col portiere e non ne sono così certo. Il numero quattrodici è lì, nel cerchio di centrocampo, con la palla tra i piedi. Non è la prima che tocca, si è già impossessato della partita: i movimenti dei compagni sono quelli ordinati da lui, ma ora si capisce che sta decidendo di fare qualcosa di insolito. Tutti gli stanno alla larga, anche i suoi, non deve avere un bel carattere.
Ma è un trucco.
Stanno semplicemente creando lo spazio che gli serve. Lui scatta una, due volte. Se prende velocità, Vogts non lo può contrastare. L'ultima accelerazione è devastante (foto). Perché non arrivi a contatto con Maier, occorre che qualcuno lo butti giù, e ci pensa Uli Hoeness.
L'arbitro è a due metri, volente o nolente il rigore va assegnato e lui lo assegna. Nessuno protesta, Beckenbauer è stizzito e scambia due battute con Taylor - l'arbitro, appunto ("non è giusto: non avevamo ancora toccato il palone!") -, Neeskens trasforma dal dischetto, e chi avrebbe scommesso un marco sulla Germania alzi la mano.
Io infatti avevo capito tutto, o così almeno credevo.
Ciò che avevo visto mi era bastato. Spensi la tivù e me ne andai a zonzo, non c'era motivo di perdere tempo per guardare una partita senza storia.
Venni a sapere solo a distanza di molti anni, e in maniera del tutto casuale, che poi la Germania rimontò e vinse la partita, prendendosi la seconda coppa del mondo.
Cineteca
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera


1998
La rabbia di Davids

La zompata è impressionante. Mancano tre minuti, il Brasile noiosamente aspetta il triplice fischio, gli arancioni sono irretiti e - sembrerebbe - rassegnati. Di quel tipo di rassegnazione che si manifesta quando pare la storia si ripeta. L'unico che era in campo anche quattro anni fa: Dennis Bergkamp, non propriamente quel che si dice un assatanato. Lui invece a Dallas non c'era, chissà perché:  Edgar Davids la vide in televisione, e si capisce che quella sconfitta ancora gli rode. Così, mentre i suoi si stanno smarrendo nell'ennesimo approssimativo palleggio a metà campo, sulla sfera destinata a carambolare come sempre tra i piedi di qualche brasiliano lui si getta con abnegazione totale, con la folle rabbia agonistica di quelli cui perdere senza dannarsi l'anima per evitarlo davvero non piace. Un balzo fenomenale. Raggiunge per primo il pallone e col sinistro, di mezza punta si direbbe, lo allunga verso Ronaldo De Boer, libero in fascia. Libero di controllare, di fare qualche metro, alzare la testa e scodellare. In area ci sono parecchie caselle vuote, e su una di esse di avventa Patrizio Kluivert, che stacca e schiaccia in rete. Uno a uno. Tempi supplementari. Ci sarà il golden goal? No, non ci sarà. Sul Vélodrome si infittisce la notte e scende la paura. 

  • Vedi anche le partite del 7 luglio in Cineteca

30 maggio

1946
Il tulipano volante

Anche in Belgio e in Olanda, finita l'occupazione hitleriana, si può tornare al gioco del pallone. E dunque riacquistano attualità le loro antiche e forzatamente accantonate magagne, da risolvere sui verdissimi prati delle terre basse. Nel 1946 gli undici confinanti scaldarono i bulloni, fissando un doppio appuntamento. I primi a muoversi furono i belgi, che il 13 maggio si recarono in visita ad Amsterdam; all'Olympisch Stadion trovarono una confezione-dono di sei palloni, tutti gentilmente consegnati alle spalle del loro portiere, Piet Kraak. Buone relazioni di vicinato prevedono la reciprocità, e così tocca poi agli olandesi (il 30 maggio) varcare la frontiera, arrivare fino ad Anversa, raggiungere il Bosuilstadion, e vedere un po' cos'hanno intenzione di fare i sudditi dell'ambiguo Leopoldo III. Nulla. Solo vane formalità. E' verso la fine del primo tempo che Servaas 'Faas' Wilkes, mezzala d'attacco e grande stella del Xerzes di Rotterdam, perde la pazienza. Senza gol non si diverte. Ne cucina due, poi è tempo di  rientrare negli spogliatoi. Ad Amsterdam - detto per inciso - ne aveva serviti tre. Furibondi per lo sgarbo, i belgi tornano in campo e rendono subito pan per focaccia: due sberle, due a due. Poi si ricomincia a far salotto, come tra vecchi amici. Anche Wilkes è satollo. Si è fatto notare abbastanza. Diventerà professionista, verrà in Italia, sarà un grande dell'Inter nei primi 1950s, ma i colori dell'Olanda non li potrà più indossare fino al 1956. Peccato: perché in sole trentotto partite ha firmato la bellezza di trentacinque gol; dodici con autografo e dedica per i portieri del Belgio.
Tabellino | Wilkes: profilo e carriera internazionale


1957
La vana resistenza Viola

La primavera del 1957, per la nazionale italiana, è stata peggio che un incubo. Batoste durissime, in Portogallo e in Jugoslavia. E ancora brucia la prospettiva di non poter andare (a far che?) in Svezia. C'è, tuttavia, un altro modo di guardare al calcio, e dunque alla vita. I campioni d'Italia sono arrivati sino alla finale della Coppa dei campioni. E' solo la seconda edizione, ma gode già di un certo prestigio. Tuttavia e purtroppo, la finale si gioca contro il Real Madrid. Come non bastasse, si deve giocare sul campo del Real Madrid, a Chamartín. Monsù Poss è preoccupato, e gli si inceppa la prosa: "ci presentiamo con un timore che è inutile tacere e un'impressione che grava come una cappa di piombo su tutto l'ambiente nostro: quello che l'andamento del gioco e il risultato fra società di campionato non confermi senza reticenze né complimenti quanto è avvenuto fra le compagini nazionali, per quanto ci riguarda". Tutto sommato, le cose non vanno poi così male. Gli assi madridisti tardano a ingranare. La Fiorentina disputa "una partita maschia, lottando con i denti per non capitolare". Ci vuole un penalty (secondo Pozzo inventato) per schiodare il match quando - dopo 69 minuti "de angustia" (Mundo Deportivo) - già si sente puzza di extra-time, sgraditissima ai centoquarantamila nelle cui menti qualche dubbio cominciava a fare capolino. Lo trasforma Di Stéfano (foto), e cominciano a scorrere i titoli di coda.

1962
Ural-2

Quattro gironi, una partita per girone, tutte e quattro alla stessa ora. Inizia la Coppa Rimet organizzata dal Cile. L'attesa è stata lunga: quattro anni, e l'impazienza cresce. Si inganna il tempo. E' iniziata l'era dei cervelloni elettronici. Idea! Perché non sollecitarli a perforare schede e schedine che diano i giusti pronostici per il mondiale? Anche gli scienziati sovietici, in fondo, sono appassionati di football, e così alcuni di loro, nella pausa-caffè, chiedono il responso di Ural-2 (foto). Lo rimpinzano con un bel po' di dati, e quello - satollo e soddisfatto come si deve - produce tecnomanzia. Vincerà l'Unione Sovietica. "Evviva!". Infatti. E poi? L'Italia si qualificherà per i quarti di finale. Infatti. E poi? Anche il Brasile (oh bella, su questo nessuno si sarebbe azzardato a scommettere). E poi? Boh! Nel frattempo, le partite sono iniziate. Arrivano i gol. Il primo, a Rancagua. Più veloce di tutti è stato Héctor Facundo, attaccante del San Lorenzo de Almagro. Il suo gol, in Argentina-Bulgaria, resta unico e perciò decisivo. A proposito, Ural -2: e l'Argentina? Nessuna risposta. Dorme della grossa.



30 maggio 1964
La collezione di Bobby Moore

Bobby Moore non collezionava francobolli o figurine, ma magliette di Pelé. Tutti o quasi hanno negli occhi la famosa immagine dei due a torso nudo dopo la bella partita di Guadalajara del 1970; ma la stessa cosa era avvenuta al Maracanã il 30 maggio del 1964, a leggere le cronache. Si inaugurava un bel quadrangolare, oltre alla Seleçao e agli inglesi partecipavano Portugal e Argentina. Ovviamente, il Brasile diede spettacolo. Pelé disputò "una partita sensazionale meritandosi l'ammirazione dei suoi stessi avversari. Appena terminata la gara, infatti, il capitano degli inglesi Moore gli è corso incontro e gli ha tolto la maglietta che ha voluto conservare per ricordo" (Stampa sera, 2 giugno 1964, p. 9). Era finita cinque a uno per i verde-oro. Si capisce perché O Rey abbia poi sempre affermato che Moore era il più corretto difensore che avesse mai incontrato: perché iniziava a marcarlo stretto solo dopo il novantesimo. Come che sia, i due non si persero mai di vista, e parecchie volte hanno posato per i fotografi, fino ai tardi 1970s (foto), quando entrambi collaborarono nell'inutile tentativo di evangelizzare gli Stati Uniti.
Tabellino | Highlights


1969
Duello per le tortillas

Otto posti a tavola su sedici avranno le europee al banchetto messicano - anzi nove, perché gli inglesi devono portare la coppa e dunque sono invitati aggratis. In trenta, quindi, si devono azzuffare per conquistare il biglietto. Poiché non è consigliabile una rissa generale, vengono divise in gruppetti, quale da tre, quale da quattro rappresentative nazionali. In uno di questi, ci sono - nientemeno - Ungheria e Cecoslovacchia, cioè le finaliste sconfitte di ben quattro mondiali. Purtroppo, una delle due soccomberà. Il primo duello si svolge al Népstadion. Due squadre giovani, fondate l'uno sul blocco dell'Ujpest e l'altro su quello dello Spartak di Trnava, entrambe di più che discreto livello europeo. Prevalgono gli ungheresi con un classico due a zero - sblocca un esordiente (Antal Dunai, foto) e rifinisce il veterano (Flórián Albert) -, mettendo in cassaforte almeno mezza illusione di poter essere loro a spiccare il volo per il continente americano tra un anno esatto.
Tabellino | Highlights


30 maggio 1984
Circo Massimo

La città è eterna e sempre lo sarà, e dunque prima o poi una squadra di Roma riuscirà a vincere la Coppa dei campioni - torneo pure destinato ad esistere sino alla fine dei tempi; che la fine dei tempi debba poi coincidere con la fine della storia del calcio (o viceversa), non è detto (anzi). Finora, è vero, c'è stata una sola possibilità. La Roma di Liedholm, Bruno Conti e Falcao ha acciuffato - a fatica ma l'ha acciuffato - il diritto di giocarsela con il Liverpool. All'Olimpico, per di più. L'Olimpico è troppo stretto, stasera. Al Circo Massimo ci sono un milione di persone e un maxi-schermo. Ma c'è il Liverpool. E' uno squadrone, si sa. Chi indossa quelle maglie è già andato e tornato dall'inferno mille volte. Una finale di questa coppa, loro, non l'hanno mai persa. E difatti, eccolo lì: Phil Neal, il terzino destro. E' un vecchio bucaniere, sa sempre dove piazzarsi. C'è una mischia in area, il pallone impazzisce e si placa solo quando finisce tra i suoi piedi. Uno a zero. La salita è già iniziata. Pruzzo si esercita nella sua specialità: colpo di testa acrobatico in avvitamento (foto). Uno a uno. Poi una sofferenza infinita, fino allo stillicidio dei calci di rigore. La serata finisce come tutti - sotto sotto - temevano. Ci sarebbe stata una soluzione: portare i Reds al Circo Massimo, e darli in pasto ai leoni. E invece, nessuno ha più voglia di cantare, verso mezzanotte, nelle strade di Roma, caput mundi.


19 maggio

1957
Le nuvole di Dublino e il centravanti part-time

Beh, l'Inghilterra andrà in Svezia, e ci andrà da favorita (dicono le cronache). Ma ci andrà grazie a un gol di Peter Atyeo, centravanti del Bristol City, uno che la First Division non l'ha mai vista, nemmeno col binocolo; uno che si allenava part-time, spendendo il proprio tempo a studiare per diventare insegnante di matematica. Una sua bella inzuccata al novantesimo, su preciso cross di Finney che aveva portato a spasso tutta la difesa irlandese, salvava la regina nonché i programmi degli appassionati inglesi per l'estate del '58.
Cineteca


1982
Gli svedesoni di Eriksson

Ernst Happel sa tutto del calcio, e non si preoccupa. Anzi, si diverte. Fa pretattica. Gli Hamburger hanno perso la finale di andata della Coppa Uefa, a Göteborg, per un solo gol. Forse giocherà il Kaiser, sì. Forse. Il suo rientro potrebbe incutere, di per sé, un certo timore reverenziale agli avversari, sono abituati a giocare contro gente di basso lignaggio, e sa Dio come sono arrivati fino a qui. Inoltre, pensa Happel, non avendo segnato lo straccetto di un gol fuori casa, sarà bene preoccuparsi anzitutto di non prenderne in casa. Di qui, onde spegnere sul nascere le possibili bellicose intenzioni dei boscaioli, la minaccia di piazzare il totem in campo. Anche Hrubesch, il supercannoniere e degno erede di Seeler, è del medesimo avviso: prudenza, ci vuole prudenza. Così, alla fine, Beckenbauer non gioca e gli svedesoni di Eriksson vincono tre a zero, in un Volksparkstadion incredulo.
Cineteca


1999
Cala il sipario sulla Cup Winners' Cup

Pochi (nella ridotta dimensione dell'immagine) saranno in grado di riconoscere l'undici schierato al centro del campo. Diciamo che occhi buoni individuano, qua e là, pedatori di notevole fama. A confondere le idee potrebbero essere i colori della divisa da gioco indossata. Una divisa speciale per un'occasione speciale. Per l'ultima finale, la trentanovesima nella lunga storia del torneo rottamato sulla soglia del nuovo millennio. Una competizione affascinante, trentanove edizioni e trentadue vincitrici, delle quali solo otto sono state in grado di salire anche sul tetto d'Europa. Di alcuni club che figurano nell'albo d'oro, si sono ormai perse o quasi le tracce: il Magdeburgo, la Dinamo Tbilisi, il glorioso West Ham United, costretto a un frequente saliscendi nell'ultimo decennio tra la Premier League e la Championship. L'ultima volta toccò a una compagine italica, la Lazio (guidata da Sven Goran Eriksson), opposta al Mallorca di Héctor Cúper. Era una grande Lazio, come spiegano i nomi di alcuni che ne facevano parte, e che la foto scattata al Villa Park immortala a novanta minuti dall'epilogo. Nella serata di Birmingham finiva la prima era moderna del calcio europeo, avviato a una ristrutturazione delle sue competizioni per club orientata primariamente a trarre e garantire il massimo lucro. E il loro fascino, inevitabilmente, scemerà.
Cineteca


2012
David Luiz, the troll

Non c'è calice più amaro di quello che devi bere quando perdi la finale nel tuo stadio. Statisticamente, capita di frequente: almeno una volta su due. Beh, è una statistica da prendere con le molle, almeno per la Coppa dei campioni o Coppa che dir si voglia, perché finora è capitato solo in quattro circostanze che una finalista si sia trovata a scendere in campo sul proprio campo potendo sfruttare il fattore-campo (la conoscenza di ogni zolla, l'incitamento del pubblico, il timore dell'arbitro e quant'altro): è toccato al Real Madrid nel 1957, all'Inter nel 1965 (entrambe detentrici del titolo, che confermarono), poi alla Roma nel 1984 (e furono dolori) e al Bayern nel 2012 (pure). Il Bayern aveva di fronte il pullman di Roberto Di Matteo, vale a dire il Chelsea Football Club. Sembra ce la faccia, ma una tremenda inzuccata di Drogba a due minuti dalla fine rimanda tutto al giudizio di Dio, che si esprime indirizzando le esecuzioni dal dischetto. Tutti ricordano com'è finita, ma uno che lo sapeva sin dall'inizio era David Luiz, che per tutto il match ha trollato gli avversari. Tormenta Mario Gomez: "Lo vedi? Facciamo schifo, giochiamo un calcio orrendo, voi siete molto meglio, ma alla fine vinciamo noi". Poi, su un corner, sbeffeggia Schweinsteiger: "Ah, mi stai addosso? Nessun problema, non sarò io a farvi il gollettino". Drogba segna, e Schwein non la prende benissimo: "What the f***?", dice il suo sguardo mentre incrocia di nuovo quello del brasiliano. Ma eccoci ai rigori. Il Bayern ha realizzato i primi due, Mata ha ciccato il suo, tocca a Luiz. Schwein gli si avvicina: "Bene bene bene, voglio vedere adesso cosa sei capace di fare". Luiz trasforma, con una certa nonchalance. Il Chelsea alza la coppa. "Oh my God, e chi sei? non dire più nulla", è l'ultima frase pronunciata da Schweinsteiger, rivolta a Luiz, nella triste serata dell'Allianz Arena.
Cineteca | Fonte 



  • Vedi anche le partite del 19 maggio in Cineteca

15 maggio

1910
Epifania dell'Italia

Epifania della nazionale italiana. All'Arena civica, in maglia bianca; di fronte c'è la debole équipe che rappresenta il football di Francia (sì, maltrattavano il pallone anche loro, poveracci), valeva davvero la pena di invitare i cugini. Squalificato il blocco dei vercellesi [vedi: il rifiuto di disputare lo spareggio costò loro la sanzione], l'XI è zeppo di pedatori militanti nei club di Milano. Fu un comodo successo - sei a due, principale protagonista Pietro Lana (foto), primo ad entrare "nell'albo dei cannonieri azzurri" -, ed "ebbe l'effetto di suscitare euforia in un ambiente di per se stesso incline alle repentine esaltazioni e ai facili scoramenti" (Antonio Ghirelli). Difatti, a distanza di pochi giorni, ci penserà la forte Ungheria a ridimensionare les italiens. Dalle stelle alle stalle.
Tabellino


1957 
C'è un vecchietto in Danimarca

Per uno come lui, non è detto che Copenaghen fosse il posto migliore dove togliersi definitivamente di dosso la maglia dei Three Lions. Difatti non l'aveva programmato: fu Walter Winterbottom a non chiamarlo più, per tutte le partite successive. Largo ai giovani: quarantadue primavere sulle spalle possono giustificare il turn-over. Non che fosse scaduto di condizione, anzi: Stanley Matthews era ancora brillante, e nei match di qualificazione al mondiale di Svezia aveva dato il suo più che onesto contributo. Tant'è. Vince - anzi stravince - la sua ultima partita, e saluta senza salutare avendo raccolto la miseria (tutto sommato, per uno così longevo) di 54 caps
1968
Il paradiso in attesa dello United

Uno era grande amico e sodale di Bobby Charlton - si mise in affari con lui quando la spelacchiata leggenda traslocò a Deepdale; l'altro era sopravvissuto al disastro di Monaco, giocò ancora a lungo nello United, ed è fra i pedatori che possono vantare più di 500 presenze nel club. Rispettivamente: David Sadler e William Anthony ("Bill") Foulkes. Eclettico l'uno (poteva indifferentemente giostrare da difensore centrale, da centrocampista e da punta), solido centre-back l'altro. Non godevano di grandissima considerazione internazionale; in due raccolsero la miseria di cinque caps nella rappresentativa di Sua Maestà. Furono loro però che, in cinque minuti e sullo scorcio di partita, raddrizzarono la barca dell'UTD, che i Blancos avevano cannoneggiato nel primo tempo, vanificando in potenza lo striminzito 0 a1 subito nella semifinale di andata della Coppa dei campioni a Old Trafford. Una scomposta zampata sottomisura di Sadler (foto) e un diagonale velenoso di Foulkes (su assistenze di George Best) impattarono il Real. Gli inglesi volavano in finale, preparandosi a scalare il paradiso del football europeo.
Cineteca


1985
Lonely Boy

L'ultima stagione di Johann K al Rapid Vienna riporta il glorioso club austriaco - come si suol dire - agli onori delle cronache pallonare d'Europa. Al De Kuip, per la finale di Coppa delle coppe, ci sono i grün-weißen insieme all'Everton. Johann "Hans" Krankl ha appena sfornato un hit gettonatissimo, una terribile cover di Paul Anka (in versione deutsche), ma in campo si mette a cantare quando sugli spalti sono rimasti solo i supporters dei Toffees, in attesa della cerimonia di premiazione. Chissà se ha ricevuto qualche applauso.



2002
Il magico colpo di Zinedane


Il dream team madridista, guidato da Vicente del Bosque, si può avvicinare alla "decima". In finale di Champions incrocia ad Hampden Park - dopo aver estromesso Barça e Bayern - i tedeschi del Leverkusen, una buona squadra con pedatori in fase di grande crescita. Ma l'asticella è troppo alta per loro, che non erano mai andati così lontano. Ciò nondimeno, quella dei Blancos non è una passeggiata, e la "nona" entra nella storia del pallone solo ed esclusivamente per merito di Zizou. Sullo scorcio del primo tempo, un mezzo campanile sganciato da Roberto Carlos in eretistica percussione sulla fascia sinistra si abbassa dalle parti del francese, appostato al limite dell'area. La coordinazione è perfetta, e il colpo a volo di sinistro uno spot consegnato gratuitamente all'Uefa per gli anni a venire. E' il gol che inchioda il risultato (due a uno) e (per qualche anno) l'albo d'oro europeo del Madrid.
Cineteca | La magia di Zizou

  • Vedi anche le partite del 15 maggio in Cineteca

8 maggio

1898
Il protoscudetto

Mentre il brillante generale Fiorenzo Bava Beccaris riempie Milano di soldati e di cannoni, si disputa in una sola giornata il primo torneo ufficiale del calcio italiano. Partecipano la bellezza di quattro squadre; formula complessa: semifinale e finale. Si gioca a Torino, al Velodromo Umberto I. Tre compagini sono locali (due di esse, più avanti, si fonderanno nel Torino; la terza sparirà), ma a trionfare è la quarta: il Genoa Cricket and Athletic Club. Incontra in finale l'Internazionale Torino. "Viva e accanita fu la lotta d'ambo le parti. Dopo due ore di gioco le due società si trovavano ad avere un punto pari così che si dovette prolungare la partita per altri venti munuti. I genovesi, quantunque si trovassero con un bravo giocatore fuori combattimento in causa d'una caduta, riuscirono a vincere con un altro punto conquistando la coppa di campionato italiano" (La Gazzetta dello Sport). Amen. 
Storie di calcio


1949
Annuncio della nemesi

Campionato del Sudamérica. Organizza il Brasile. Otto squadre, girone all'italiana. Il cammino della Seleçao è impressionante: 9:1 all'Ecuador (3 aprile), 10:1 alla Bolivia (10 aprile), 2:1 al Cile (13 aprile), 5:0 alla Colombia (17 aprile), 7:1 al Perù (24 aprile), 5:1 all'Uruguay! (30 aprile). La coppa in tasca, una formalità l'ultima partita contro il Paraguay, che tuttavia seguiva in classifica a soli due punti, per via dell'unica sconfitta subita (con l'Uruguay: 1:2, 20 aprile). Basta il pari, ovviamente. In vantaggio alla mezz'ora, o Brasil venne raggiunto e superato nel finale: merito di Jorge Duílio Benítez Candia (foto), talentuosa mezzala cui una grave cardiopatia accorciò la carriera. Si andò quindi allo spareggio, e i presuntuosi giocolieri decisero che toccava fare sul serio: finì 7:0 (11 maggio). Eupalla fu clemente con loro; era solo un avvertimento. Un anno dopo, avevano dimenticato tutto.


1957
Il ruggito di Hampden

Non riesco a immaginare davvero quanti scozzesi possano riuscire a sedersi sulle gradinate di Hampden. I tabellini portano a volte numeri precisi, troppo precisi. Per esempio, quando si giocò Scozia - Spagna, un confronto delicatissimo in vista del mondiale svedese, pare gli spettatori fossero 88.980. Sarà il numero di biglietti venduti? Forse. Però dovevano sembrare di più. Il corrispondente da Glasgow del Corriere dello sport, in calce al tabellino, scrive che erano 120.000. Gli saranno sembrati davvero così tanti? O fece calcoli a spanne? Comunque sia, Hampden 'ruggiva'. Il famoso 'ruggito' di Hampden, sì. E ad Hampden si giocava sempre nel fango, sotto piogge torrenziali, in un pantano che chissà cosa nascondeva, un manto su cui i giocatori continentali non erano mai a loro agio, innervositi dal dover lavorare con un cuoio duro e pesante. E c'è quel ruggito tremendo, quello che spinge il centravanti del Blackpool, Mackie Mudie, a forzare le difese iberiche, segnare tre gol, ridurre la presenza del temuto Alfredo Di Stéfano a qualcosa di non particolarmente apprezzabile. La Scozia corre, travolge con energia nordica la timida compagine latina. E, di gol in gol, Hampden non cessa mai di ruggire.


1974
Game over per il vecchio Milan

Certo, visto che era riuscito ad eliminare nientemeno che il Borussia di Mönchengladbach in semifinale, si poteva ipotizzare che la finale di Coppa delle coppe al De Kuip, per il Milan, fosse tutt'altro che proibitiva. Ci era arrivata anche la migliore squadra dell'altra Germania di quegli anni, il Magdeburgo: un buon XI, ma totalmente privo di blasone e prestigio in Europa. I rossoneri non vivevano una grande stagione; invecchiamento della rosa - e facce nuove non all'altezza -, cambi continui di allenatore; in campionato, basso cabotaggio, metà classifica, e l'unica strada per non uscire dal giro delle coppe era vincere la finale. Ma fu una finale senza storia, dominata dai tedeschi. Un gol per tempo. Il ciclo avviato nell'ormai lontano 1963 era giunto al suo definitivo epilogo.


1985
Il Real conquista la città dei re

Ferenc Kovács (foto), classe 1934, fu un buon giocatore all'MTK - unico club nel quale militò, dal '54 al '65 - ma non sufficientemente bravo per impiantarsi stabilmente nella selezione nazionale d'Ungheria. A quella lunga monogamia di pedatore, subentrò una maturità libertina, quando iniziò la professione di allenatore. Certo, una carriera avviata proprio all'MTK, ma proseguita poi su tutte o quasi le panchine d'Ungheria: Vasas, Debreceni, Eger Dózsa, e soprattutto Videoton. Già, il Videoton di Székesfehérvár, la città dei Re. Un club di tradizione del tutto secondaria, con la bacheca desolatamente vuota. Nella primavera del 1985, tuttavia, ebbe una grande occasione. Alla fine di uno straordinario cammino, lasciò a piedi e deluse sulle strade della Coppa Uefa il Dukla di Praga, il Paris Saint-Germain di Paris, il Partizan di Belgrado, persino (udite udite) il Manchester United di Manchester (eh eh, la maledizione ungherese per gli inglesi), e infine il Željezničar di Sarajevo. Strepitosa cavalcata. Ma, alla fine, per alzare il santo graal, occorreva vedersela con l'avversario peggiore. Non perché invincibile. Non perché in fase di luccicante splendore. Ma perché incuteva paura a solo pronunciarne il nome. La prima partita della finale si giocò a Székesfehérvár, e rese una formalità il ritorno a Madrid. Il Real vinse facilmente, tre a zero. 

  • Vedi anche le partite dell'8 maggio in Cineteca

17 aprile

1909
Another Old Firm final showdown

Un amico appassionato di statistiche e di albi d'oro nota una lacuna nella sequenza dei vincitori della Scottish Cup, già prima della prima guerra mondiale. In effetti, il trofeo della stagione 1908-1909 non fu assegnato - pare. Ma la finale fu giocata. Anzi, le finali furono due, risultando necessaria la ripetizione dopo il pari del 10 aprile (due a due). E' un Old Firm: ad Hampden Park, tra Celtic e Rangers finisce ancora in parità: uno a uno. Niente extra-time; pubblico inferocito - si sospetta una combine organizzata dalla stessa Football Association, onde aprire i botteghini una terza volta. "Fans from both sides united to invade the pitch for more than 2½ hours, tearing up the goalposts and setting fire to the wooden barricades. Mounted police were fended off with stones and even the goalposts, while the fire brigade was also repelled by missiles and had its hoses cut. Around 50 policemen were injured as the riot eventually left the stadium and moved towards the city centre". Cattolici e protestanti uniti, cose da non credere.
La finale | Rievocazione (James Dart and Tom Lutz,The Guardian, 21 marzo 2007)



1957
Addio sogni di gloria

La prima edizione della Coppa fieristica è infinita: due anni solo per completare la prima fase a gruppi. Dopo i fasti della Mitropa negli anni di Meazza, l'Inter torna sulla scena europea. Per l'ultima del girone va al Saint Andrew's di Birmingham. Basterebbe un pari. Ma la stagione dei nerazzurri non è buona: risultati altalenanti e continui cambi in panchina - vizi antichi -, ora è il turno di Peppino Meazza, che ha ridato morale alla truppa. La risalita in campionato però costa cara: la doppietta di uno scozzese semisconosciuto, Alexander Govan (foto), spegne ogni sogno di gloria continentale.


  • Vedi anche le partite del 17 aprile in Cineteca

11 aprile

1954
Orizzonti di gloria

Tradizionale ma importante test-match degli azzurri con la Francia a Colombes. Incombe il mondiale elvetico. Francamente, i franchi deludono, sottolinea Monsù Poss in trasferta a Parigi - sulla panca azzurra c'è un triumvirato per due terzi leggendario: Piola, Schiavio e Czeizler. In campo la difesa è praticamente quella dell'Inter, praticamente all'esordio, guidata dal Kamikaze, Giorgio Ghezzi (foto). E il successo azzurro è "così franco e meritato da schiarire notevolmente l'orizzonte per l'avvenire", conclude Monsù nella cronaca dettata a La Stampa. L'orizzonte invece si incupirà, denso di elvetiche perturbazioni.
Tabellino | Video (INA)



1957
Speranze spagnole e scandali inglesi

Ci sono anche gli inglesi nella seconda edizione della Coppa dei campioni. Sono i Busby Babes, è giusto che tocchi a loro iniziare una storia. Sono bravi. Arrivano alle semifinali. Potrebbero incrociare la Fiorentina: no. La Stella Rossa di Belgrado: no. E allora il Real Madrid? Sì. Andata a Chamartín. Sugli spalti un numero imprecisato di spettatori, tra i centoventi e i centoquarantamila, magari erano qualche decina di migliaia in più. Eroicamente i rossi resistono per un'oretta, poi - sfibrati dal costante martellamento di Don Alfredo (foto, obviously) - cedono. Salvano l'onore con un gollettino. Tre a uno, un bel bagaje de esperanzas per il Madrid, sarà vibrante anche il match di ritorno. Però in Inghilterra sono giorni di scandali e si parla d'altro: i club falsano i bilanci e pagano sottobanco i loro giocatori. Già: pratiche antiche quanto il football.

  • Vedi anche le partite dell'11 aprile in Cineteca

3 aprile

1905
Xeneizes

Un gruppo di italiani emigrati a Baires, insieme ad alcuni indigeni de "La Boca" (là dove il Riachuelo si tuffa nel Rio de la Plata) fonda un club di calcio. Nel tempo, diventerà l'XI più titolato del Sudamerica, e tra i più importanti al mondo: il Club Atlético Boca Juniors.


1910
Eugene Kipp

Non c'è dubbio che sia lui, il miglior giocatore del Reich: Eugene Kipp. Milita nei Kickers di Stoccarda, la sua città. Ha vinto qualche torneo regionale. E' regolarmente convocato per la rappresentativa nazionale. E' stato lui a firmarne la prima vittoria, contro la Svizzera, a Karlsruhe, nell'aprile del 1909. Ora, è ancora lui, con una doppietta, che regala un successo in terra elvetica, il primo fuori dei confini. A Basilea. Giorni di gloria, ma il destino è in agguato. Perderà una gamba sul fronte occidentale, a Ypres, nell'ottobre del 1915. Altre ferite di guerra gli accorceranno la vita.

1957
Un mesto addio

L'ultima maglia verdeoro non portò fortuna a Zizinho. Avrebbe alzato da capitano la Copa América, se la Seleçao fosse riuscita a battere l'Argentina, all'Estadio Nacional di Lima. E invece gli toccò masticare tristezza, ancora una volta. Gli angeli dalla faccia sporca travolgono il Brasil, tre a zero e nessuna discussione. La smorfia malinconica di Tomás Soares da Silva racchiude pensieri rivolti al passato, alle occasioni sprecate, a un talento che avrebbe forse meritato di più. Poteva essere grande come Pelé. "Invece Zizinho reca il marchio della sconfitta, mentre Pelé simboleggia l'era dei trionfi mondiali" (Alex Bello).
1982
Il vecchio e il giovane
.
Johan Cruijff sta per finire la sua luminosa parabola a due tempi nell'Ajax; il club ha matematicamente conquistato il ventesimo titolo nazionale, e ospita nella penultima di Eredivisie il modesto e tranquillo Nec Nijmegen. Sembra un match senza storia: e infatti lo è, perché i lancieri onorano la festa con un perentorio cinque a zero. Tuttavia, qualcosa accade. Nel secondo tempo, il grande Johan non torna in campo; un bel gol, del resto, l'ha regalato ai suoi fans. Rimane negli spogliatoi per fare la doccia e prepararsi come si deve alla festa. Al suo posto, un ragazzino. Naturalmente all'esordio. Marco Van Basten (foto) giocò con la tranquillità di una vecchia volpe, entrando per la prima volta nel tabellino.
Il capitano della quinta

Si spegne, a Madrid, José María Martín Zarraga. Basco, energico centrocampista, cattivo il giusto - cioè molto: ma non fu mai espulso, perché giocava nel grande Real Madrid. Già. Di quell'undici epocale era un elemento indispensabile. Vinse perciò tutte le Coppe dei campioni esposte nel museo della Casa Blanca, le prime nella storia della competizione. La migliore, per lui, fu l'ultima. "Muchachos, la mano de un hombre tiene cinco dedos; las personas tienen cinco sentidos; nosotros ya tenemos cuatro, vamos a por el quinto”, disse Bernabéu ai suoi uomini negli spogliatoi di Hampden Park, prima della finale con l'Eintracht. Finì sette a tre, e furono le mani di Zarraga a sollevare la coppa. Era il capitano.
  • Vedi anche le partite del 3 aprile in Cineteca

10 marzo

1905
Chelsea Football Club

In un pub di fronte a Stamford Bridge (foto), i proprietari del medesimo (vi si disputavano allora gare di atletica) - Joseph e Gus Mears, due fratelli imprenditori -, rimuginavano su come tagliare quel ramo che non produceva frutti. Il Fulham aveva declinato l'offerta di locazione, si trovava benissimo a Craven Cottage. Vero, c'era stato un accordo con la Great Western Railway Company, ma il cane di Gus aveva fatto capire di non gradire l'affare mordendo la gamba dell'acquirente. Quali alternative, dunque? Semplice: fondare un club, una squadra di calcio. Così nacque il Chelsea Football Club. 
1957
Il centravanti del Basilea

Può il centravanti del Basilea, da solo, produrre in una partita quanto Suarez, Kubala, Di Stéfano, Gento ed Heriberto Herrera messi insieme? In una partita importante, si capisce. La risposta è: certo che può. Si tratta di Josef "Seppe" Hügi (nella foto), uno che alla Coppa del Mondo del '54 aveva castigato l'Italia e regalato una pur platonica tripletta all'Austria. Così, al Bernabéu, nel primo match di qualificazione al mondiale di Svezia, Hügi apre e chiude il tabellino. Due a due, e la classifica della Roja diventa subito complicata. Anzi: disperata. Qualcuno si chiederà: cosa c'entra Heriberto? E' un errore? Nisba. Giocava nell'Atlético, vestì qualche volta la maglia del Paraguay (suo paese d'origine) e una sola volta (e si capisce il perché: era uno stopper ...) quella della Spagna. 


  • Vedi anche le partite del 10 marzo in Cineteca