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23 febbraio

1966
I nomi del Ferencvaros

Monsù Poss, ci parli della squadra che stasera affronta l'Inter, a San Siro, per l'andata dei quarti di finale di Coppa dei campioni. "La squadra che in regime dì Coppa dei campioni è ospite questa sera dell'Internazionale allo stadio di San Siro aveva un grande nome una volta. Fu una delle più grandi che il calcio magiaro abbia mai prodotto. Nel corso dei suoi sessantasette anni di vita ha vinto ventun volte, certo non consecutive, il campionato dell'Ungheria, ha riportato due volte la Coppa dell'Europa centrale nei lontani anni 1928 e 1937 e si è classificata prima l'anno scorso nella Coppa delle Fiere. Il suo nome data dai tempi dell'impero absurgico ed era storico a Budapest. Tanto che nell'ultimo dopoguerra, nella mania di abolire ogni cosa che ricordasse il passato, il nome stesso venne senz'altro cancellato e sostituito da altro attinto da un prodotto alimentare. Non fu che più tardi, quando le acque politiche si quietarono alquanto in Ungheria, che i tifosi riuscirono ad imporre al sodalizio il ritorno al vecchio storico nome. Sotto questo nome il Ferencvaros è tornato ad imporsi conquistando nuovamente l'anno scorso il titolo di campione del Paese. Esso è ridiventato ora uno dei fornitori principali della squadra nazionale, alla quale ha già dato, ultimamente, la bellezza di sette elementi, fra i quali il noto centravanti Albert. La squadra non si trova attualmente in piena forma, a seguito del riposo calcistico che regna in Ungheria durante l'inverno. Per questo motivo essa è andata a prepararsi in Svizzera per l'incontro di stasera. Ma il Ferencvaros è la dimostrazione pratica che certe cose del passato non si possono distruggere. Basta pensare agli uomini che essa ha prodotto nei tempi del passato, quando gli incontri fra le nazionali dell'Italia e dell'Ungheria costituivano uno degli avvenimenti prelibati del calcio europeo. Si chiamavano, questi uomini, Sarosi, Turay, Takacs, ed essi hanno dato luogo a una generazione classica che nessuno di noi ha dimenticato". Certamente no. Beh, com'è finita stasera con l'Inter?


1977
Auf wiedersehen, Kaiser!

Parigi val bene un addio, e come no. E dove poteva il Kaiser, altrimenti, dare l'addio alla sua Nationalmannschaft?  Vestita quella maglia in 103 occasioni, restava da mettere al braccio la cinquantesima fascia da capitano. Al Parco dei Principi, certo, e a soli 32 anni, non ancora compiuti peraltro. Con lui ci sono ormai pochi della vecchia, grande compagnia bavarese: Sepp Maier, certo; e l'antico mastino del suo reparto, Berti Vogts, rivale però di mille battaglie nella Bundesliga. Sì, c'è anche Bernd Hölzenbein, in quel magico pomeriggio all'Olympiastadion del '74 giocava anche lui. Intorno, alcuni giovani aspiranti alla successione. Tra tutti, il Kaiser predilige Kalle, Karl-Heinz Rummenigge, poco più che ventenne, enorme promessa del Bayern. Il Bayern, già. Franz ha deciso che anche Monaco va per ora lasciata alle spalle. Andrà a New York, giocherà un po' di partite con Pelé. Che coppia! Intanto, c'è da onorare la partita. I francesi. Li guarda dall'alto verso il basso, prima del calcio d'inizio. Alcuni li conosce già, perché giocano nel Saint-Etienne e gli avevano conteso la Coppa dei Campioni l'anno precedente: naturalmente senza fortuna. C'è anche un ragazzino della stessa età di Kalle, gioca nel Nancy; Franz si accorge di essere osservato proprio da lui, con sguardo meno timido che furbo. "Come ti chiami, ragazzo?". "Michel", risponde tendendogli la mano. "Michel, e poi?". "Michel Platini: piacere!". Ecco. La partita può iniziare, ma il pensiero corre altrove. Al passato, al futuro. Il re del decennio successivo è stato già designato da Eupalla, e nessuno ancora lo sa. Ma era giusto che i due, almeno per una sera, almeno per un gioco, si disputassero lo stesso pallone. Vinsero i francesi, uno a zero, ma poco importa.
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2 febbraio

1902
L'Aragosta


Nasce, a Barcellona, Josep Samitier Vilalta (foto). Tra gli indigeni, nessuno ha fatto più gol di lui nel Barça: un centrocampista molto prolifico. Giocava in anni favolosi per il club, ed era tra i migliori, con Zamora e Alcántara. Amico di Salvator Dalì, al quale insegnò il palleggio nelle oziose giornate estive, visse i primordi della Selecciòn, le prime partite ai giochi olimpici di Anversa. Come vari catalani tignosi, vestì anche la camiseta madridista.
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1936
Cronache confuse

Dopo mezz'ora Peppino aveva già sbarcato il lunario. Il Milan tuttavia non voleva perdere in casa, anche se si giocava all'Arena. Pareggio e sorpasso: roba da non credere. Verso lo scadere, l'Ambrosiana si accampa in area, e piovono calci d'angolo. Di come sia andata l'ultima azione, nulla è chiaro: viluppo di teste a cercare la sfera, il pugno del portiere del Milan (Zorzan, nella foto), palla in rete. Nulla fu chiaro, tranne l'ultima immagine: palla in rete, gol o autogol, due a due.


1966
Opposte filosofie di vita

The One Man Club contro il Girovago. Due raffinati architetti, comunque, archetipici del calcio che generarono e della terra che li generò. Béla Guttmann, architetto del Benfica, e Matt Busby, inventore del mito United. Quarti di andata di Coppa dei Campioni a Old Trafford. Ha la meglio Busby, ma di misura: tre a due. Prologo della semifinale mondiale, in sostanza. Charlton vs. Eusebio. Emozioni. Chi ha pagato il viaggio speciale organizzato dalle agenzie di Lisbona ha assaporato tutta la bellezza del football (forse non di Manchester).
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1987
San Castilho

Si spegne, a Rio de Janeiro, Carlos José Castilho (foto). Era un portiere. Bravo? Probabilmente sì. Soprattutto, lo ritenevano fortunato, e parecchio. Contro di lui - si dice - gli attaccanti avversari miravano spesso e volentieri sul palo, e centravano con incredibile precisione il bersaglio. Lui, tuttavia, sapeva parare i rigori. Giocò per la Seleçao dal 1950 al 1962, ma fu abile nel centellinare le presenze (diciannove in tutto); abilissimo nell'essere fuori dall'XI il giorno del maracanaço.

1994
Rubamazzetto

Il Milan non aveva vinto la Coppa dei Campioni, e non aveva conquistato sul campo il diritto a implementare il palmarés con la supercoppetta. Ma era una squadra vorace, e nel freddo del Meazza accoglieva i parmigiani per puro spirito di ospitalità: il favorevole risultato dell'andata (uno a zero) non prometteva una serata vivace. Sbadiglianti e inerti, i rossoneri ne beccano due e disdicono il posto prenotato nell'albo d'oro. Beffa supereuropea, organizzata nei supplementari dall'onesto Massimo Crippa (foto).
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16 gennaio

1977
Il corsaro bianconero

Beh, chissà quanto se l'è goduta. Lui, il vecchietto. Credevano di aver buggerato Boniperti, i furbacchioni dell'Inter. Ci date Anastasi in cambio di Boninsegna? Ma certo, come no. Ma vogliamo anche settecento milioni. Affare fatto! Stretta di mano tra Fraizzoli e Boniperti, davanti a un buon risotto, a Barengo, dicono le cronache del tempo. E così, oggi, Juve-Inter a Torino. Due a zero, doppietta di Bonimba. Niente aggancio in vetta alla classifica. "Sognavamo, e la Juve ci ha fatti cadere dal letto", filosofeggia Mazzandro. "All'Inter chiedevo solo cross, niente altro, ma nessuno se ne curava. E mi hanno mandato via. Ora che alla Juve i cross me li fanno, io faccio i gol", bofonchia il Bonimba. Elementare. E Anastasi? Scena muta. Emozione, forse. E l'avvocato estrae dal suo repertorio sarcastico la battuta che mette tutti a tacere: "La differenza tra la Juventus e l'Inter? E' l'esatta differenza che esiste fra Boninsegna e Anastasi". 

1938
Sbarcare il lunario

Serie A, 16ma giornata. La Lucchese, in gita agonistica a Milano, visita come da programma l'Arena Civica. Il  padrone di casa, Peppino Meazza, potrebbe anche non essere di pessimo umore; qualcuno, però, gli assesta una botta al ginocchio che lo costringe a defilarsi. E quindi a fine partita avrà insaccato solo tre volte il pallone: con un tiro ad effetto da fermo, con un colpo di testa, con un diagonale da difficile posizioneInsomma, lo stretto indispensabile per sbarcare il lunario dell'Ambrosiana e tenere alto il morale di mezza Milano. Aldo Olivieri (foto), portiere della Lucchese e della nazionale, scappella e si inchina



1966
La festa del gol 

Campionato di Serie A 1965-66, finisce il girone di andata. La volata per il titolo di campione d'inverno vede sbucare sul rettilineo, in fila indiana e distaccate di un solo punto l'una dall'altra, Inter Milan e Napoli. Poi, solo leggermente attardata, la Juventus. Anche in fondo al gruppo c'è bagarre, l'ambìto quart'ultimo posto è conteso da molte squadre. Insomma, si preannuncia una domenica di alta tensione. Infatti. A San Siro, scontro al vertice: Inter-Napoli. Zero a zero. A Foggia, derby del Sud: Foggia-Cagliari. Zero a zero. All'Olimpico, per riagganciare le posizioni di vertice: Lazio-Fiorentina. Zero a Zero. A Marassi, altro testa-coda: Sampdoria-Juventus. Zero a zero. A Varese, la Roma dovrebbe spuntarla. Zero a zero. A Torino, dovrebbe prevalere la paura di perdere. Due a uno. Come? Sì, due a uno. Due a uno? Sì. La festa del gol!
Riassunto della giornata e classifica


14 gennaio

1966
Münchner Derby

Campionato di transizione per il Bayern, appena arrivato al fussball
che conta dalle scampagnate della Regionalliga Süd. Obiettivo principale:  togliersi qualche soddisfazione. Per esempio, vincere il derby con quegli snob del 1860. All'esordio agostano era andata male: zero a uno (al Grünwalder, ospitava il TSV). La rivincita è ridondante: tre a zero. Secondo obiettivo: inserire in prima squadra e consentire una tranquilla crescita ai promettentissimi giovani bavaresi che si stanno facendo le ossa: Sepp Maier, Franz Beckenbauer (nella foto, lui e Wilfried Kohlars), Gerd Müller.  Quando saranno grandi, vinceranno tutto, dappertutto. Al 1860 ricordano però ancora bene quella stagione, se non proprio quel derby: perché alla fine si presero il titolo, primo e ultimo della loro storia.


1970
What a load of rubbish!

L'Olanda non era mai stata a Wembley, e pochi erano anche i precedenti tra Oranje e albionici. Ramsey prepara la spedizione messicana, c'è un titolo da difendere. E' giusto capire se ci sono alternative ai titolari. Per esempio, perché non vedere come se la cava quell'attaccante del Nottingham, Ian Storey-Moore? Beh, ci vuol poco a capire che questa maglia è troppo per lui. E non solo per lui, perché "ciò che ha maggiormente indispettito il pubblico è stata soprattutto la mancanza di idee degli attaccanti, che una volta ricevuta la palla sembravano non sapere assolutamente cosa farne" (La Stampa, servizio speciale). Nella linea avanzata, però, c'era anche Bobby Charlton. Svogliato; il declino dei grandi pedatori, del resto, inizia a manifestarsi così. Sicché "neither England's status as world champions nor gratitude for Sir Alf Ramsey could stop the choruses of what a load of rubbish and bouts of slow hand-clapping castigating an experimental team's failure to pierce the opposition's defence during a goalless draw" (The Guardian).
TabellinoHighlights (Britishpathé)


2000
Il club del mondiale per club

La vecchia, gloriosa e rognosa Coppa intercontinentale sta per andare in pensione. Ci vogliono kermesse più lunghe e attrattive per i network televisivi. La prima edizione (sperimentale) del 'mondiale per club' si disputa in Brasile: tutte le partite al Maracanã e al Morumbi. United e Real (soprattutto lo United) sgambano, snobbando la competizione. In finale ci arrivano il Vasco di Edmundo e il Corinthians di Nelson de Jesus Silva (alias Dida: i due insieme nella foto) : ai rigori, la coppa è paulista.

5 gennaio

1932
Il centre-back di Matt Busby

William Bill Foulkes nasce il 5 gennaio 1932 a St Helen, nel Merseyside. Fu il centre-back dello United per quasi un ventennio, a partire dal 1952. Tra i sopravvissuti alla tragedia di Monaco, visse da protagonista l'intera epopea dei Busby Babes. Solo Ryan Giggs e Bobby Charlton lo superano per numero di recite nel Teatro dei sogni. Ignorato da Winterbottom e da Alf Ramsey, vanta una sola presenza con la nazionale inglese. D'accordo, c'era Bobby Moore, ma vai a sapere.
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1966
Per fortuna mancavano i fuoriclasse

Certo, lo stentato pareggio dei Leoni a Goodison Park contro la modesta Polonia  (erano sotto, e ha dovuto pensarci Bobby Moore - foto -, uno che non segna tutti i santi giorni, e con la sua nazionale non l'aveva mai fatto) può anche essere un caso. Senza Bobby Charlton e Jimmy Greaves questi, là davanti, non cavano un ragno dal buco. Ruminano il loro noiosissimo football, privo di ispirazione e fantasia. Anzi. Non fosse proprio perché mancavano quei due, ci sarebbe da dubitare sulle loro chance alla Coppa Rimet. Anche se giocheranno in casa. E questo può far drizzare le orecchie agli altri undici che parteciperanno alla festa. Soprattutto al nostro, come dice Ezione De Cesari, mandato dal Corriere dello Sport  a visionare gli albionici. In fondo l'Inghilterra, dice l'inviato, gioca come la Rometta di Pugliese, ha i medesimi difetti: davanti a un bel catenaccio, si innervosisce e batte in testa. Quindi? "Suvvia, se questa è l'Inghilterra che deve vincere i prossimi campionati del mondo (ormai lo dicono tutti, non si parla più neanche del Brasile), ebbene, non fasciamoci la testa prima di rompercela, anche la criticatissima Italietta di Fabbri può venire a Londra e fare la sua bella figura nella rassegna di luglio". Ipse dixit.
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1969
Arbitrare l'Italia

Come se la caverà? Riuscirà a sopravvivere? Ha una certa età. Il pubblico non gli perdonerà il minimo errore. C'è sete di rivincita. Il fisico però è prestante. Si allena regolarmente. Sarà imbarazzato, questo sì. "Vi giuro", dice, "dimenticherò che una delle due squadre è l'Italia. Vi giuro che per me sarà una qualsiasi partita internazionale". Beh, non è che ne abbia dirette moltissime. Qualcuna, sì, è vero. Speriamo che se la cavi. Seconda partita di acclimatazione per gli azzurri all'Azteca, la prima (giocata a Capodanno) è andata bene ma l'arbitro si è preso insulti, cuscini, carta e quant'altro. Va beh, certo, aveva annullato un gol ai messicani, pur essendo messicano. Magari oggi lui, italiano, annullerà un gol agli italiani. Occhio per occhio, dente per dente. L'importante è che non vada in crisi respiratoria, che non sia necessaria la bombola d'ossigeno, a quarantacinque anni correre in altura è un problema. Morale della favola: la partita è interessante, ma l'attrazione (per noi italiani) è lui, Antonio Sbardella (foto, con Facchetti e González). Com'è andata? Beh, a salvare i nostri ci ha pensato Bertini con un tiraccio all'89°, anche se Sbardella un rigorino ai messicani poteva assegnarlo ...


31 dicembre

1966
Gli scricchiolii della Benamata

Bello il pomeriggio di San Silvestro sugli spalti di San Siro, non capita di frequente. Oltretutto, è il match dell'anno - chissà se di questo o del prossimo. Inter-Juve, prima e seconda in classifica. C'è il pienone. Si sentono benissimo gli scricchiolii che produce la squadra di HablaHabla. Odore di fine ciclo c'è nell'aria. Per una volta, tra Heriberto ed Helenio, alla fine, quello che dissimula un sorriso soddisfatto sarà il primo, pareggiare questa partita per la Juve (dopo essere stata in vantaggio e avere a lungo e con buona sorte vanificato l'assedio interista alla porta eroicamente difesa da Anzolin - foto) significa acquisire fiducia e concretezza per la seconda parte della stagione. "Chi di contropiede ferisce, di contropiede perisce", diceva Helenio. Così è stato. E anche la fortuna, da sempre sua fedele amica e compagna, sta forse cominciando a stancarsi di lui.Tu, che eri allo stadio quel giorno, appena tornato a casa hai dato uno sguardo alla classifica e hai scrollato le spalle. La Benamata era ancora prima, sì. Fu l'ultimo capodanno in cui la Grande Inter guardò tutti dall'alto in basso.
Tabellino


1967
Portieri

Il giorno di San Silvestro del 1967 gli stadi della Serie A erano aperti: tredicesima giornata. In programma partitoni, come Juventus-Inter, Milan-Bologna, Napoli-Torino. Ma i protagonisti più attesi erano due portieri. Non propriamente due assi. Uno era Enzo Matteucci (classe 1933), l'altro Mario Da Pozzo (classe 1939). Il primo - riserva di Battara nella Samp, infortunato - non giocava da una vita, ma era il portiere italiano più battuto: incassava tre gol al giorno, nel filmato della sigla di 'Telesport'. L'altro difendeva i pali del Varese, aveva stabilito il record di imbattibilità quando era l'estremo del Genoa (stagione 1963-64), e in quella stagione, al Franco Ossola, tutti gli attaccanti avversari erano andati in bianco. La facciamo troppo lunga? D'accordo, veniamo al dunque. Enzo contribuiva al buon pari (zero a zero) conseguito dalla Samp a Vicenza. Da Pozzo invece capitola: il Varese vince, ma Gigi Riva, sentendo odore di casa e con tutto il parentado sugli spalti, mette fine alla striscia di Mario.

Vicenza-Samp: tabellino
Varese-Cagliari: tabellino | highlights

26 dicembre

1917
Polidoro

"Era, Caimi, un pezzo di ragazzo grande e grosso, che giuocare sapeva, quando voleva. Compariva a lato di Fossati nell'Inter o ne prendeva il posto. Ma era irregolare in tutto quello che faceva. Era tutto istinto, scatti, impulso, improvvisazione, tratti di genio, anche, a cui succedevano periodi di rilassamento. Una domenica faceva grandi cose, e la seguente non arrivava nemmeno fino al campo perchè, per istrada, aveva trovato una bella ragazza. Ho ancora la sua tessera delle Olimpiadi, già pronta e firmata. A cose quasi già fatte, lo lasciai a casa. Eravamo amici. Mi scrisse una lettera di fuoco, gli risposi, ribadì. Stemmo senza vederci, offesi, qualche tempo. Venne la guerra. Una sera, ad una mensa ufficiali alpini ci ritrovammo: la lunga penna nera fece da paciere, ci riconciliammo nel caos di una sbornia piramidale. Pochi mesi dopo Giuseppe Caimi doveva scomparire in un vortice di gloria. Era al 7° Battaglione Feltre, comandava il plotone esploratori, alternando ad atti di valore ed a ferite, scappatelle e scappatone di ogni tipo. Cantava, suonava, dipingeva, beveva, amava ... ed andava a ricuperare l'attendente ferito, sotto il naso degli austriaci. Nel dicembre del '17, a Cima Valderoa (Monte Grappa), ferito gravemente, scappò dal posto di medicazione, tornò in linea come una furia, colpito a morte si gettò nella mischia, e non fu più visto" (I ricordi di Vittorio Pozzo). Giuseppe Caimi detto Polidoro, centrocampista dell'Inter per alcuni anni prima della Grande Guerra, morì il 26 dicembre 1917, a Ravenna (presumibilmente in un ospedale militare).
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1965
Bidoni, bidoni!!!

Pedro Manfredini, dopo la lunga e proficua militanza in giallorosso, voleva tornare in Argentina, c'erano trattative con il Racing di Avellaneda. La società aveva deciso di cederlo, dopo aver fatto cassa con Sormani, De Sisti e altri buoni pedatori. Poi s'era proposta l'Inter, perché Peirò sembrava destinato al Barcellona. Trattative sempre fallite sicché, nel mercato autunnale, 'Piedone' si accasò a Brescia. Le rondinelle erano appena tornate in Serie A (mancavano all'appello da quasi vent'anni); a fine anno navigavano tranquille a metà classifica, e al Rigamonti c'era filo da torcere per le squadre in trasferta. Era passato solo il Milan, a inizio torneo; l'Inter aveva strappato un due a due, a fatica, grazie a Guarneri, che non segnava quasi mai. Ora, a Santo Stefano, arrivava la Juve. Orfana di Sivori, certo, ma Heriberto la stava organizzando a dovere. Difesa ermetica, solo sei reti incassate nelle prime tredici partite. Bene. Proprio alla Juve, Manfredini segnò l'unico gol di quella sua prima stagione da ex romanista. Il secondo della partita (foto). Finì quattro a zero, e la sconfitta (inimmaginabile) della Juve garantì vincite da sogno ai due soli capaci di azzeccare tutti i pronostici del totocalcio. Heriberto ne fu stordito: "Non capisco perché non obbediate ai miei ordini", disse ai suoi negli spogliatoi. E il pullman bianconero ripartì circondato da tifosi (bresciani o juventini? Chi lo sa) che intonavano un coro poco di frequente indirizzato ai giocatori di Nostra Signora: "Bidoni, bidoni!!!"
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1966
Adios Guillermo

Alla Coppa del mondo del 1930 saltò la prima partita; poi fece tre gol al Messico, due al Cile, due agli Stati Uniti e, nella finale, uno (quello del momentaneo vantaggio argentino) all'Uruguay. Non brillava nell'arte del dribbling, ma era molto veloce e battere difese e portieri era per lui un gioco irrisorio e irridente: si chiamava Guillermo Stábile, lo chiamavano el Filtrador, era nato a Baires, fu un formidabile attaccante dell'Atlético Huracán, ebbe poi sfortuna al Genoa, diventò un allenatore vincente come pochi altri nel suo paese, e restò per tanti anni alla guida dell'albiceleste. Si spense per un improvviso capriccio del cuore, là dov'era nato, il 26 dicembre 1966. 


24 dicembre

1944
Natale a Parc des Princes

Come sarà l'atmosfera al Parco dei Principi? Festosa, perché tutta la Francia è di nuovo libera? E quale lo spirito dei giocatori, soprattutto quelli del Belgio, ora che una controffensiva tedesca ha l'obiettivo di riconquistare il loro paese?
Chissà. Intanto si gioca a pallone, ed è comunque un buon segnale. Le tribune non sono stracolme, e sul campo non ci sono certo grandi stelle o campioni epocali. Fa ancora freddo. Domani è Natale. L'ultimo Natale di guerra, in Europa.
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1966
La squadra che pareggiava sempre

Nella stagione 1966-67, quando la sua partecipazione alla Serie A era ormai consolidata da diversi anni, il Mantova difficilmente perdeva le partite. Altrettanto difficilmente, tuttavia, le vinceva. Prendeva pochi gol - e per forza, penserà chi se lo ricorda, in porta ci giocava Dino Zoff (foto). Come che sia, in quell'ultimo campionato a diciotto squadre, dunque a trentaquattro partite per squadra, impattò in ventidue circostanze, sei volte perse e sei volte vinse. Ne vinse casualmente una (l'ultima) scucendo lo scudetto dalle maglie dell'Inter e cucendolo su quelle della Juve, ma questo accadde nella primavera del 1967. Alla vigilia di Natale del 1966 i Biancobardati ospitavano la Lazio, che alla fine di quell'annata cadde in Serie B. Anche la Lazio era abbastanza incline ai pareggi, tanto che ne raccolse la bellezza di quindici; purtroppo, tuttavia, non li compensava con un adeguato equilibrio tra vittorie e sconfitte. Ma la domenica della trasferta mantovana veniva dopo una giornata di gloria: sul suo campo, gli aquilotti avevano battuto nientemeno che l'Inter. Dunque, i nerazzurri persero quell'anno il titolo soprattutto per queste due improbabili sconfitte, contro la squadra abbonata ai pareggi e contro quella che precipitò in Serie B. E tra Mantova e Lazio come andò? Pareggiarono, ovviamente. Una partita "decisamente brutta", dicono le cronache, e conclusa senza lo straccio di un gol.
  

14 dicembre

1966
Nitidi bagliori

E chi poteva immaginare, allora, che su quelle due panchine i cuochi fossero destinati a eccellenza storica assoluta? Ma sì, erano ancora relativamente giovani. Michels e Shankly, già. E 'acerbe', a livello europeo, Liverpool e Ajax, ma soprattutto l'Ajax. Apparentemente. Si trovarono di fronte negli ottavi di Coppa dei campioni, e l'andata ad Amsterdam fu, per i Reds, un massacro: cinque a uno. Poi, ad Anfield, non ebbero nemmeno la soddisfazione di una parziale rivincita. Anzi. E' stata persino dura pareggiare, e per fortuna che il vecchio Roger Hunt fu in serata di ottima vena. Negli olandesi, in queste due partite, fece capolino quello là, sì, quello della foto. Magrolino, capelli corti. Furono i suoi primi bagliori nelle notte europee. Nitidi. Accecanti.
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1968
Vecchi ricordi

La scena, si converrà, è abbastanza comica. I due, infatti e come vedete, se la stanno ridendo, sono passati quasi quarant'anni e ciascuno se la ricorda a modo suo. Andò così. La Germania faceva visita al Brasile, si giocava nel tempio massimo, il Maracanã. A un certo punto, Rivellino lanciò una palla lunga, in direzione di Pelé. In corsa, o Rey veniva caricato da un difensore teutonico, ma riuscì a resistere e restò in piedi, barcollò per qualche secondo e poi si rimise in azione - mentre il bisonte in maglia bianca andò per le terre. Puntò deciso verso l'area di rigore, ma stava arrivando Beckenbauer. "Mi sono accorto che eri tu, cosa credi?". "Può darsi, ma ti è andata bene, ero di fretta, in equilibrio precario, altrimenti il giochetto non ti sarebbe riuscito". "Beh, c'è voluto poco a farti sparire il pallone sotto le gambe, eri ancora un novellino!". "Ammettiamolo pure. Anche tu non eri perfetto, però. Non tutto ti riusciva così bene, visto che poi, solo davanti a Meier ..."; "... è vero, ma la palla è rimbalzata male, ed è finita fuori di un palmo ...". I due se la ridono, in fondo quell'istante, quella partita non contava nulla.


1969
La vana prodezza di Tanino

Disse una volta, un centravanti: "Sono felice perché ho segnato in una partita che abbiamo vinto. Questo non mi succedeva da anni". Caspita, che bomber decisivo!, si penserà, frugando nella memoria per cercare di individuare la faccia e il nome di colui che si confessa piangendo. Oltretutto, quel gol è stato piuttosto bello, una testata sul primo palo in volo radente. Un gol da centravanti di razza. Inoltre, quella prodezza costringeva alla prima sconfitta la capolista, che era il Cagliari. e quando una capolista imbattuta subisce la prima battuta d'arresto, a volte, le sue certezze iniziano ad evaporare, e i suoi avversari a ringalluzzirsi. Soprattutto, quando quella sconfitta accade contro l'ultima della classe, per opera di un undici destinato a retrocedere. Insomma, caro Tanino, hai festeggiato come meritava la centesima partita nella squadra della tua città!

7 dicembre

Bernardus Muller in cerca di varchi
1966
La partita nella nebbia

"Tutti dicevano che avremmo perso, ma alla fine del primo tempo eravamo in vantaggio per 4 a 0. La partita aveva rischiato di essere rinviata a causa della nebbia; nessuna delle due squadre era soddisfatta della visibilità in campo, ma giocammo lo stesso. Massacrammo gli inglesi con la nostra tecnica. Ad Amsterdam finì 5-1 e mi ricordo ancora Bill Shankly, il loro allenatore, sostenere a fine partita che si era trattato di un semplice imprevisto, e che a Liverpool avrebbero vinto 7-0. Questa partita fu molto importante per noi anche perché facemmo abbassare la cresta a Shankly, che sosteneva di non aver mai sentito parlare dell'Ajax (anche se fu più maligno Max Merkel del Norimberga, il quale disse che pensava l'Ajax fosse un detersivo). Fino ad allora non ci conosceva nessuno a livello internazionale. Dopo cambiò tutto" (Johan Cruyff).
Cineteca


1975
Il derby di Sant'Ambrogio

Curioso, davvero. Nella sua pur millenaria storia, il derby milanese si giocò una volta sola il giorno della festa patronale. Appunto, nel 1975. Non per caso.
San Siro mezzo vuoto, le squadre a metà classifica. Rivera marcava visita, i grandi satanassi nerazzurri erano prossimi all'asfissia agonistica, ma la partita - proprio perché declassata a evento da festa paesana - risultò gradevole, i giocatori in campo non si risparmiarono, Giuseppe Pavone (ala destra dell'Inter) ci rimise un ginocchio, Benetti usciva barcollando ma vivo dai tackle che portava e che gli venivano portati, e si dice che Giacomo Libera (subentrato a Pavone) stabilisse in quell'occasione un record difficilmente eguagliabile: un solo pallone toccato nei trentotto minuti che rimase in campo, ma in posizione di fuorigioco.
A testimoniare il declino delle due compagini basterà il nome di colui che sul tabellino incise il proprio nome per primo: Calloni (foto). Già, proprio lui, lo sciagurato Egidio.
Tabellino | Highlights

28 settembre

1926
Inizia il romanzo del Wunderteam

Nello stadio dello Sparta, a Praga, Cecoslovacchia e Austria si affrontano in un'amichevole di lusso, tra un anno inizieranno le partite della Coppa Internazionale, vanno messi a punto il gioco e le rose più affidabili. Sono molto giovani quelli che scendono in campo, c'è qualcuno all'esordio, i più hanno ancora poca esperienza in partite di questo tipo. Ma è gente che, di strada, ne farà parecchia. Pedatori che, di qui a qualche anno, saranno e saranno unanimemente considerati tra i migliori del mondo. Qualche nome? Beh, per esempio František Plánička, portiere dei cechi, al suo quarto gettone; Antonín Puč, punta di diamante dello Slavia, alla sua seconda presenza. Tra gli austriaci c'è il battesimo di un esile ventitreenne, gioca ancora nel Fussball-Klub Austria (di Vienna, naturalmente). Si chiama Matthias Sindelar, e ci mette meno di mezz'ora a far capire che non è e non sarà una meteora. Segna il gol del vantaggio, finirà due a uno per gli austriaci, e il romanzo del Wunderteam trova subito il suo filo conduttore. Hugo Meisl, in panchina, ha già la mente proiettata nel futuro.
Tabellino


1966
Vengo a prenderti stasera ...

Serata tiepida, sciopero dei mezzi pubblici, rivincita di Sunderland, niente tivù, o forse sì, campioni d'Italia (Inter) contro campioni sovietici (Torpedo), sfida affascinante, sedicesimi di andata di coppa, San Siro è bello pieno. Ma la partita è moscia, e nel primo tempo i russi beccano un palo. Partita dura, difficile. Nell'intervallo chiediamo a Monsù Poss un parere. "Le offensive dei neroazzurri sono state più incisive, mentre quelle dei sovietici hanno avuto un carattere più riservato. Comunque, l'impressione che ha lasciato questo primo tempo chiusosi in bianco è che la squadra moscovita non sia una di quelle alle quali sia possibile infliggere una quantità rilevante di punti". Già. Sono tosti. Poi nel secondo tempo i milanesi passano. Un autogol, certo, ma una bella azione, vero Monsù? "Sì. L'azione in sé era stata bella e meritevole ed era stata dovuta ad una fuga di Suarez che aveva concluso la sua azione con un bel centro; Mazzola aveva tirato, con un tiro né troppo forte né troppo preciso, e il portiere stava per impadronirsi della palla quando Voronin, combinazione uno degli uomini più in vista della squadra sovietica, venne ad interporre un piede sul tiro, deviandone la traiettoria fuori della portata del portiere sovietico" (foto). Troppi sovietici in campo, e il pallone è uno solo. In ogni caso, la sfida finisce qui. Ah no, c'è ancora un palo di Picchi (uno dei due pali difesi da Sarti, dunque un quasi-autogol). Impressione generale, Monsù? "L'impressione generale è che una rete di vantaggio non basti ai neroazzurri di Milano per superare il turno". Sempre ottimista, il turineis.

7 settembre


1956
Estadio Américo Guazzelli

Siamo a Santo André, nello stato di San Paolo, ovviamente in Brasile. C'è una partita che vale un trofeo - da poco: il Troféu Independência/Prefeitura de Santo André - e il Corinthians se la vede col Santos. Il Santos domina, alla fine del primo tempo è già in vantaggio per un numero imprecisato di gol.

Non è gran giornata per Zaluar Torres Rodrigues, goleiro del Timão (foto). Ma Zaluar, a distanza di anni, la potrà gustare e ricordare come merita.
Infatti, all'inizio del secondo tempo, nota che al posto di Emanuele Del Vecchio, centravanti santista che lo ha già trafitto due volte, entra un quindicenne. "Ehi bimbo, visto che già vincete largo, quasi quasi ti lascio fare un gol. Chissà quando ti ticapiterà l'occasione", gli dice per scherzo Zaluar Torres Rodrigues.
Buona idea, perché infatti sarà il primo gol segnato, nel giorno del suo esordio ufficiale con la maglia del Santos Futebol Clube, da Edson Arantes do Nascimento, vulgariter Pelé.
E Zaluar, come testimonia la foto, potrà vantarsene per saecula saeculorum.

[Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera]



1966
Prove d'orchestra

Guardatelo, è nella fila bassa, al centro, confrontate la sua espressione con quella dei compagni di squadra. E' terribilmente seria. Emozionato? Preoccupato? Qualcuno ridacchia; qualcuno sembra disinteressato. Lui no: è assolutamente concentrato. Dell'Ajax, la squadra campione d'Olanda, è - come direbbero gli scout - un 'prospetto' interessante. In realtà è molto di più. Lo si capisce già in questa foto, la sua dimensione - la cattiveria, l'ambizione - è diversa da quella di tutti gli altri. Il calcio olandese non conta nulla - e per qualche anno ancora nulla conterà - sulla scena internazionale; improvvisamente, alla svolta del decennio, ne diventerà la guida, grazie a una nuova mentalità e a una generazione di campioni il cui migliore interprete sarà senz'altro lui: Johann Cruijff. Stasera Cruijff esordisce nell'Olanda, contro l'Ungheria, è la prima del girone di qualificazione per l'europeo del '68. Johann porta i suoi sul due a zero; ma la mentalità, il gioco, l'abitudine non sono quelli giusti, e l'Ungheria pareggia. Sono le prime prove d'orchestra: il totaalvoetbal sboccerà con un l'arrivo di un direttore nuovo e la crescita di altri talenti.

30 luglio

1930
E il fútbol diventò un affare terribilmente serio

Questa foto è molto famosa, fu naturalmente scattata poco prima del calcio d'inizio, e racconta già la partita. 
A sinistra José Nasazzi, el Mariscal, anima e guida della Celeste; a destra il capitano dell'Argentina, talentuoso e ambidestro delantero dell'Estudiantes, Manuel Ferreira. Nasazzi non ha ancora trent'anni, Ferreira va per i venticinque: eppure, a vederli, si direbbe ci sia tra i due un'assai più marcata differenza di età. La carismatica spavalderia di Nasazzi, lo sguardo timido, quasi sgomento di Ferreira. Un professore severo, e di fronte a lui uno studente bravo, sì, ma in chiara soggezione. 
Paradossalmente, pochi giorni prima Ferreira era tornato rapidamente a Baires, per laurearsi. E proprio los Profesores erano soprannominati gli attaccanti dell'Estudiantes, i componen­ti di un famoso reparto offensivo che lui, Ferreira, sapiente­mente guidava.
Sullo sfondo, le tribune e la torre del Centenario.
Da Baires arrivarono in pochi. Le cronache narrano dei tremila argentini imbarcati sul Caio Duilio, grande transatlantico italiano che collegava il Belpaese al Sudamerica, e che - sulla rotta del ritorno - faceva scalo a Montevideo. Ma non riuscirono a trovare posto nella cancha
Le cose andarono come ad Amsterdam nel 1928. Era inimmaginabile che l'Uruguay perdesse la coppa che aveva organizzato, che perdesse la finale, che perdesse contro l'Argentina. Ma la sconfitta a Baires fu accolta con una certa rabbia; ritennero che l'arbitro belga avesse eccessivamente patito il condizionamento ambientale; si racconta di grandi manifestazioni di piazza, di un assalto al consolato dell'Uruguay, di sassaiole contro le donne che, affacciate al balcone di una casa sull'Avenida di Mayo, sventolavano la bandiera uruguayana, e di come la polizia fu 'costretta' a sparare sulla folla inferocita per disperderla. 
Così, mentre Montevideo esplodeva di entusiasmo, appena più a ovest, sull'altra sponda della Plata, il fútbol era già diventato una cosa terribilmente seria.
Cineteca


1966
La Restaurazione

E così, signori miei, il West Ham United ha conquistato la Coppa del mondo.
Il trofeo, dunque, andrebbe equamente diviso: un pezzo (piccolo) nella bacheca della Football Association, un altro (grosso) in quella del club di Upton Park - d'accordo, siamo sempre a Londra. 
Eh sì, perché degli unici tre Hammers schierati da Ramsey nella finale (Geoffrey Hurst, Martin Peters e Bobby Moore) due hanno risolto la partita, infilando quattro palloni (uno, certo, discutibile) alle spalle di Tilkowski, e il terzo (essendo capitano) ha sollevato la coppa in faccia ai tedeschi e mandato la regina in brodo di giuggiole.

Così l'Impero è risorto, anzi ristabilito, è stata una lunga convalescenza, ma finalmente gli inglesi possono riprendere a dormire sonni tranquilli. Loro è il gioco, loro ne hanno escogitato le regole in ogni dettaglio, i campioni del mondo com'è giusto che sia (e come sempre sarebbe stato giusto che fosse) sono loro, e da adesso in poi il loro dominio dell'albo d'oro si protrarrà senza accidenti e intrusioni di sorta sino al tramonto dei millenni.

E' la Restaurazione del football, riconsacrato nel suo massimo Tempio.

[da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera]

29 luglio

1966
La strana vigilia

Accadono cose strane a Londra, nel giorno che precede la finale delle finali di tutte le finali dell'unica vera coppa del mondo, unica perché è l'unica che si è giocata finora in Inghilterra, dove peraltro sarebbe giusto che si giocasse ogni coppa del mondo, perlomeno finché sarà ritenuto giusto organizzare questo tipo di manifestazione. I fratelli Charlton, il fuoriclasse Jimmy Greaves e altri nazionali albionici hanno fatto visita a Cassius Clay, forse nella speranza di averne utili consigli. Lui sa molto di football, specie di football americano. "Gli avversari vanno ridotti così" (foto), illustra. Chiaro che tifa per gli inglesi. Vedremo. A Londra ci sono anche i dirigenti dei club italiani, nonostante la cosiddetta chiusura delle frontiere. Specie quelli di Milan e Juve. Chi hanno nel mirino? Beckenbauer, si dice. La Juve avrebbe offerto al Bayern un paio di Seicento multiple, il Milan 300 milioni di lire, più un bonus di 150 per il futuro Kaiser. Ma sì, notizie di stampa. Suvvia!


2001
Il signore dei signori del Sudamerica

Iván Ramiro come sempre sale, gli piace tutta quella folla nell'area di rigore, s'intende quella degli avversari, spazio nel quale - prima di un corner o di un calcio di punizione - la tensione tra giocatori è massima; gli piacciono quei pochi (ma talora tanti) secondi di guerra psicologica, fatta di sguardi, spinte, proteste, movimenti, schemi simulati o reali. Iván Ramiro Córdoba Sepúlveda, s'intende, non è un gigante. Ma è dotato di buona elevazione, e soprattutto riesce a galleggiare nel vuoto quando la forza di gravità costringe tutti gli altri a tornare - non metaforicamente - con i piedi per terra. Così, se lo guardate bene, anche adesso esibisce la sua specialità. Azzecca la traiettoria del pallone, ma è una traiettoria strana, che scende prima del previsto, e così, mentre si trova lì, quasi fermo nel vuoto - non sta più salendo, ma ancora non ha iniziato a precipitare, c'è tutto il tempo per pensare al futuro, agli amici, a qualche bel progetto da realizzare, ma anche per immaginare i volti contratti di quanti, da Medellin a Caracas, da Barranquilla a Cartagena, a Neiva, a Puerto Carreño, sono in questo momento davanti alla tv, ansiosi di conoscere l'esito della scena -, riesce ad abbassare il capo, quel tanto che basta per provare a intercettare la sfera e mutarne la direzione. La colpisce, e ora il nuovo viaggio dell'oggetto rotondo ha per destinazione finale l'angolo destro della porta presidiata da Oscar Pérez Rojas, arquero messicano, rimasto immobile, come paralizzato dal buio improvviso, non è bello trovarsi in una posizione da cui è impossibile indovinare il corso degli eventi. "El Campín" esplode, ci sarà solo questo gol nella partita, e Iván Ramiro, con la coppa tra le mani, è ora il signore dei signori del Sudamerica.
Cineteca

26 luglio

1966
God save us all

Nobby Stiles, il giocatore più cattivo nella storia del football, anzi la cattiveria fatta giocatore, lo sdentato e miope Nobby Stiles ha una sola missione: impedire alla Pantera di graffiare, di assalire, di fuggire, di correre, di tirare. Lavoro sporco - tanto si è visto, gli arbitri tollerano qualsiasi cosa, pur di favorire i Leoni.  "Stiles aveva l'ordine di giocare come suo solito": Ramsey non ha molto da dire. Ehi, un momento. Giocare? "Beh, quello è il mestiere di Bobby Charlton". Laconico. In effetti, i due diavoli rossi sono complementari. Charlton - che chissà se ha davvero solo trent'anni, ne dimostra il triplo - costruisce e conclude, quella contro il Portogallo è una delle sue migliori prestazioni in carriera. Il duello con Eusébio (questa mania di ridurre tutto ai 'duelli') ha un vincitore sicuro. Ma date a Stiles la maglia del Portugal e stiamo a vedere quel che succede. Eusébio è in lacrime (foto), mica perché ha perso: non si è divertito, ha visto poco la palla. Ehi, un momento! Era la semifinale della Coppa del mondo. Si giocava a Wembley, certo. Hanno vinto gli inglesi e gli inglesi sono in finale. Contro i tedeschi. E va bene. Cantiamo tutti insieme, boys. "O Lord, our God, arise, / scatter her enemies, / and make them fall. / Confound their politics, / frustrate their knavish tricks, / on thee our hopes we fix, / God save us all".

23 luglio

1966
L'umanità dei coreani

E' sabato. Tutti allo stadio, quarti di finale della Coppa del mondo. I più scornati sono quelli che avevano prenotato in anticipo un posto a Goodison Park, convinti di godersi il Brasile contro i sovietici o gli italiani. Alcuni di loro hanno svenduto il biglietto, per trovare qualcuno interessato a vedere la Corea bisognava  anzi quasi regalarlo. Vero, gioca contro il Portogallo, ma per Eusébio ne vale la pena, certo: due penny, affare fatto. E dunque: che partita! Dopo nemmeno venticinque minuti gli automi sono avanti di tre gol. Dice qualcuno: non è la Corea, è il Real Madrid, sarà per via della maglia bianca. Sono anche furbi: Torres da solo è più alto di tutti loro messi assieme, ma di testa non ne prende una; chissà perché, appare sempre sbilanciato. Lo stadio è pieno di bookmakers, altrimenti non si spiegherebbe tutto questo entusiasmo. Ma, naturalmente, c'è Eusébio. Qui, adesso, lo considerano il giocatore più forte del mondo, lui è veloce come e più degli asiatici, segna quattro gol (due su rigore), ammutolisce lo stadio, ristabilisce l'ordine delle cose e soprattutto costringe gli avversari a togliersi la maschera: piangono anche loro per una sconfitta, anche loro adesso sembrano (qualcuno infatti ne dubitava) degli esseri umani. Non degli automi. Non dei cartoni animati.
Cineteca


1966
Mal comune mezzo gaudio

Monsù Poss, cosa intende dire? "L'eliminazione dell'Uruguay dal torneo ha messo senz'altro fine alla serie delle squadre che, avendo precedentemente vinto due volte il campionato del mondo ...". Ho capito, la Coppa Rimet è salva. E lei rimane sempre in cima al palmarés. Certo, è capitato solo in Italia che tutte e quattro le semifinaliste fossero europee. Già, le ultime sudamericane, l'anzidetto Uruguay e l'Argentina, che se la vedevano - rispettivamente - con Germania e Inghilterra, hanno pagato dazi arbitrali notevoli. La Celeste, sepolta da quattro gol teutonici, ha giocato la partita in nove; l'Albiceleste è andata sotto solo quando hanno cacciato il suo uomo migliore, Antonio Rattín (foto). Una decisione cervellotica, incomprensibile a tutti, e specialmente agli argentini. Grande gazzarra, partita ferma per otto minuti. Gli arbitri favoriscono gli inglesi, è evidente; se c'era uno da cacciare, era Nobby Stiles, un autentico provocatore. Ma va da sé: omnia munda mundis.
Inghilterra-Argentina: cineteca | Germania-Uruguay: cineteca



1995
La giornata prima giusta e poi sbagliata di Tulio Maravilha

E' una magnifica azione, quella che fa calare il gelo sul Centenario. Tipicamente brasiliana. Vero futebol de arte, tocchi tutti di prima; l'ultimo, di petto, a porta vuota, è l'acuto del gol. Che urlo, Túlio. "Quando ele está em campo não existe gol anônimo / Bola na pequena área é gol de Túlio / Abençoado fruto de uma parceria entre ele e a bola / Coisas do amor" (Armando Nogueira). Túlio Maravilha (foto), centravanti del Botafogo, grande centravanti nel decennio dei grandi centravanti brasiliani - Romario, Ronaldo, Bebeto -, merita una parentesi. Ha giocato in mille club, fino a 42 o 43 anni, con l'ossessione di fare mille gol. Si è fermato a 998: la fortuna non è stata dalla sua, evidentemente. Ma torniamo al Centenario, quella di cui si parlava non era una rimpatriata tra 'amici': era la finale della Copa América. La Celeste pareggia, e il match va per le lunghe, vince chi sarà più bravo nel gioco dei calci rigore - e la bravura, in questi casi, consiste soprattutto nell'essere capaci di non sbagliare. Tutti segnano il loro, tranne uno. E' il numero 9 del Brasile. Prende la rincorsa, poi colpisce il pallone di collo pieno, un tiro di grande potenza, ma troppo centrale. Troppo banale sbagliare un rigore così, Túlio! Se tuo doveva essere l'errore, sarebbe stato più giusto che ti inventassi qualcosa di davvero speciale.
Cineteca


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20 luglio

1939
Peppino a Helsinki

Non era mai andato cosi lontano: una gita a Helsinki, con soste a Berlino e a Riga. A Tallin il traghetto, quattro ore di mare, i più giovani hanno fatto brutte figure. Che posto strano, la Finlandia, il sole non tramonta mai. La partita. Doveva essere una passeggiata, a sentire i nordici, ma non è stata così. Tre a due, tripletta di Silvione Piola, trenta partite consecutive senza sconfitte, ma ormai "nessuno regala nulla alla squadra italiana" (Monsù Poss). Insomma, una bella scampagnata, ora si torna e si va in vacanza; anzi in viaggio di nozze, tra qualche giorno il Peppin legittimamente convola. Già: sono gli ultimi giorni di vita tranquilla. Il matrimonio, poi il "piede gelato", poi la guerra, poi (addirittura!) il Milan. Se ricordiamo questa partita, è perché fu l'ultima che Peppino Meazza giocò con la maglia azzurra. Ma nessuno, allora, poteva saperlo.
Tabellino


1952
La partita che fu un atto politico dello Stato

Olympic Games 1952. Qual è lo stato d'animo dei pedatori sovietici prima dell'atteso match con la Jugoslavia? Lo si può immaginare, se è vero quel che raccontò un giornalista della Pravda: "Alla nostra ambasciata arrivò un telegramma firmato I. V. Stalin, nel quale egli spiegava ai nostri calciatori la portata della responsabilità che incombeva sulle loro spalle. Il compito loro affidato era di natura politica. Nel telegramma si ricordava lo stato delle relazioni tra URSS e Jugoslavia. La partita che li attendeva non rappresentava semplicemente un evento sportivo, ma assumeva il significato di un atto politico dello Stato". Altro che 'spirito olimpico'. Insomma, i rossi sono obbligati a vincere. Non ci riescono. Ma sono protagonisti ugualmente di una specie di miracolo: rimontano quattro gol di svantaggio nell'ultima mezz'ora, e si guadagnano una seconda possibilità. Cinque a cinque e, dicono tutti, è stata la partita più incredibile del Novecento.

1966
Spettatori non paganti

Il giorno dopo il funesto, inaspettato, incredibile, inaccettabile, insopportabile, inesplicabile, inimmaginabile naufragio della corazzata azzurra sullo scoglio coreano, il paese è in subbuglio. Lutto nazionale. Il più lucido è Vittorio Pozzo: "ci vuole un po' di coraggio per dichiararsi sorpresi da quanto avvenuto". Le Camere forse rimangono aperte, ci sono varie interrogazioni presentate da deputati e senatori di tutti gli schieramenti, nessuno (o quasi) escluso; quali sono le ragioni degli "umilianti risultati che hanno sollevato una vastissima ondata di deludente amarezza all'interno e posto il mondo sportivo italiano in condizioni di estremo disagio all'estero"? Dovrebbe rispondere il Ministro del Turismo e dello Spettacolo - in effetti, gli azzurri hanno fatto i turisti in Inghilterra, ma di spettacolo ne hanno dato pochissimo. Il tema di fondo è sempiterno: non è che questi nostri modestissimi pedatori guadagnano troppi quattrini? Lo scafato Franco Evangelisti (foto), onorevole democristiano di stretta osservanza andreottiana e presidente dell'Associazione Sportiva Roma, dal canto suo, minaccia una anti-interrogazione, il Ministro non dovrebbe rispondere ai "vari parlamentari che, da spettatori non paganti, si sono improvvisamente eretti a censori e moralizzatori". E come dargli torto, in fondo? Chist'è o paese d' 'o sole, chist'è o paese d' 'o mare.


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19 luglio

1966
Che serata!

Maledizione! Fabbri non ha ancora deciso la formazione, fa pretattica, non vuole dire chi va in campo stasera contro i coreani, litiga coi giornalisti, mi tocca persino leggere sul giornale che Rivera potrebbe non rientrare, è messo in alternativa a Rizzo (ma si può?), mentre invece gli altri sono addirittura sicuri di vincere. Non pensavo gli orientali fossero così sbruffoni. Non scherziamo. Diretta sul primo, già. Peccato che ci siano quattro partite e trasmettano solo questa. Ah, a proposito di televisione, ho letto anche che ad Offenbach (dove diavolo sarà?) un tifoso tedesco di trentatré anni si sarebbe impiccato perché un guasto del suo apparecchio gli ha impedito di vedere Inghilterra-Uruguay, la partita inaugurale. In effetti non c'è da fidarsi troppo, le immagini vanno e vengono, tuttavia a me non sarebbe mai venuto in mente di protestare con un gesto così estremo, chissà cosa c'era sotto in realtà. L'unica seccatura è che dovrò provare a sintonizzarmi sulla svizzera italiana per vedere il Brasile, anzi il Portogallo (bella squadra!), per fortuna loro la trasmettono, cronaca registrata alle 23 perché prima devono diffondere la partita della Svizzera, spero di riuscire a non addormentarmi, può essere che ai quarti ci capiti l'Ungheria, ma potremmo anche giocare contro il Portogallo o contro il Brasile, sarebbe uno spettacolo. Che serata!


2004
Carlos Antônio Dobbert de Carvalho Leite

Si spegne, a Rio de Janeiro, Carlos Antônio Dobbert de Carvalho Leite. Fu un idolo del Botafogo. Prima di Garrincha. Prima di Quarentinha. In anni lontanissimi, i 1930s, e a forza di gol portò il Fogão a vincere molti titoli, segnando un'epoca. "Il Botafogo rappresenta tutto per me. Alla fine ho giocato solo nel Botafogo e ne porto gran vanto. E ancora di più per aver contribuito a interrompere una carestia di vittorie". Fu proprio Carvalho Leite a indossare la maglia numero nove, quando la Seleçao vinse la sua prima partita nella prima Coppa del Mondo, al Centenario di Montevideo, il 20 luglio 1930, contro la Bolivia; purtroppo - per lui e forse anche per il Brasile - non gli vennero mai concesse altre opportunità.
Profilo


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