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26 novembre

1996
Il capolavoro di Pinturicchio

Alessandro Del Piero pennellò capolavori quand'era un ragazzo. Esuberanza giovanile, incoscienza, ispirazione, chi lo sa. Mirava spesso all'incrocio dei pali, e quel tipo di gol venne battezzato col suo nome. Traiettorie di interno destro, a girare e a rientrare fuori dalla portata delle braccia di qualsiasi portiere. A Tokyo, invece, scelse una conclusione di potenza. Già: non aveva tempo di pensare, era nel cuore dell'area e gli sarebbe arrivato addosso un finimondo di incattiviti difensori argentini. Fulminea la sua mossa, mortale per la partita (foto). Mancavano meno di dieci minuti, Juventus e River Plate si erano annullate a vicenda, come spesso capita quando - si dice - è molto alta la posta in palio. Era necessaria un'intuizione, un gesto rapido ed esorbitante, improbabile e preciso. Del Piero lo estrasse da un repertorio che, a quell'epoca, sembrava non avere limiti.
Cineteca

3 agosto

1996
La trappola del fuorigioco

La scena è anche abbastanza comica. Perché scappano tutti in avanti, quei vinci-poco-o-nulla in maglia albiceleste? Dicono sia scattato un allarme. Forse in area di rigore c'è un ordigno, una bomba a orologeria pronta a esplodere, e nessuno vuole lasciarci la pelle. Solo il portiere rimane lì, non l'hanno avvisato del pericolo. E così, mentre gli argentini escono dall'area, entrano i nigeriani. Sembra il cambio della guardia a Buckingham Palace, manca solo la musica - di turisti curiosi, sugli spalti, ce ne sono a bizzeffe. Entrano i nigeriani, dunque. Quanti sono? Due, tre, quattro, cinque. Ah, adesso ho capito. Era un trucco. Sul calcio da fermo, in posizione assai laterale, i furbacchioni hanno creduto di potersela cavare mettendo in fuorigioco tutti gli avversari. Solo che, perché il gioco - anzi, il fuorigioco - riesca, occorre si sia culturalmente abituati a seminare trappole quando gli altri non se l'aspettano. Se gli altri lo sanno già, ti fregano. E gli africani, evidentemente, lo sapevano. Morale: all'ultimo istante di una finale incredibile e disperata, di bellezza inedita a queste latitudini, la Nigeria fece il gol del tre a due, e all'Argentina rimase tra le mani, sul podio di Olimpia, una sola medaglia d'argento. Rimontata due volte, non ebbe più tempo e forza per rimontare. Emmanuel Amuneke, scaraventando quel pallone, al volo, di sinistro, alle spalle di Pablo Caballero, divenne eroe del continente nero, uno degli ultimi eroi del ventesimo secolo.
Cineteca

30 giugno

1954
Una fantastica battaglia

A ben pensarci, il match disputato all'Olympique de la Pontaise andrebbe considerato tra i più importanti del '900; in tal senso, la sua mistica è penalizzata dai tempi delle tecnologie: l'Aranycsapat valeva almeno il Brasile del '70 e l'Olanda del '74, squadre archetipiche ammirate da un universo già intasato di antenne e televisori. I detentori del titolo, mai battuti in una partita di coppa del mondo, contro i legittimi e potenziali successori, imbattuti da anni e anni. Agli uni mancava Varela, agli altri Puskás, simboli e anime acciaccate. I rioplatensi conoscevano l'arte della difesa, i danubiani erano davvero come un fiume in piena; fu una fantastica battaglia, di cui l'Aranycsapat parve assumere il dominio all'inizio del secondo tempo, quando Hidegkuti inzuccava in tuffo il due a zero (foto). Ma La Celeste non era solita perdere la testa e accettare passivamente la sconfitta, come tutti avevano visto o saputo nel 1950; nell'ultimo quarto d'ora Juan Hohberg, centravanti del Peñarol, riassestava equilibri e prospettive, infilandosi due volte fra le larghe maglie della rete difensiva magiara. Qui fece capolino Eupalla, negando a Hohberg la tripletta e la finale e incarnandosi in Sándor Kocsis per rifinire la partita e accompagnare l'Ungheria al suo destino. 
1974
La resistenza svedese e i capricci di Netzer

Molte sono le partite indimenticabili disputate alla Coppa del mondo del 1974. Tra le meno evocate, vi è quella che oppose la Germania alla Svezia. Match delicato: se i tedeschi vincono, hanno un buon vantaggio sulla Polonia, e basterà loro un pareggio nello scontro diretto per accedere alla finale. Gli scandinavi non sono da sottovalutare, hanno già mandato in bianco l'Arancia meccanica. Qui al Rheinstadion di Düsseldorf, sotto il diluvio universale, il pallone schizza sul prato a velocità folli, la Fussballmannschaft ha un avvio tremendo ma non passa, e i gialli sono sempre pericolosi. Infatti è loro l'unico gol del primo tempo. Edstroem, un magnifico bolide di sinistro e al volo dal limite dell'area. La ripresa vive un picco emotivo quando, nel giro di tre minuti, la Germania pareggia (Overath), passa in vantaggio (Bonhof), viene nuovamente raggiunta (Sandberg). Due a due, rimane mezz'ora. Sfibrati alla lunga dall'incessante e potente offensiva dei bianchi, gli svedesi schiantano. Quattro a due (Grabowski e Hoeness). L'atmosfera del Rheinstadion muta da lugubre in festosa. L'unico incupito è Gunther Netzer. Il 'lupo solitario' ha mandato al diavolo Beckenbauer e Schön, che gli preferiscono Overath. Ha fatto le valigie e vuole tornare a casa, cioè a Madrid. Il Kaiser se la ride. Schön promette promesse che non manterrà, Netzer disfa le valigie e si accomoda in tribuna; e i pochi minuti contro i fratelli dell'est resteranno i soli da lui mai giocati in un mondiale.
1996
L'era del golden goal

Signori, siamo nell'era - breve, per fortuna - del golden goal. Un fantastico jackpot. Se lo assicura la squadra che riesce a spareggiare il gioco dopo il novantesimo, in un match a eliminazione diretta. La partita, in tal caso, muore all'improvviso, come colta da infarto fulminante. E tra le finali interrotte da repentino e letale malore vi è quella europea del 1996. L'incidente accade sul prato di Wembley. Vent'anni dopo, il titolo europeo è ancora un affare tra cechi e tedeschi, e certo non è un bel vedere. Squadre prudenti. Attendiste. Corte. Trascorrono i minuti, e per la Regina resistere al sonno è un'autentica tortura. Ci vuole un episodio. Eccolo: l'arbitro inventa dal nulla un calcio di rigore. Come infilare di nascosto la volpe in un pollaio: le squadre si allungano e gli spazi si allargano. La Germania trova il suo eroe, e si chiama Oliver Bierhoff. Agguanta il pari e si va all'overtime. Sempre lui, il brutto anatroccolo che aveva giocato poco e male nelle partite precedenti, trova la coordinazione giusta per steccare di sinistro (foto) una boccia che, deviata, sfugge alla presa di Kouba e lenta lenta rimbalza prima di decidere di andare ad addormentarsi definitivamente là, vicino al palo sinistro della porta dei cechi.  E' così che la partita in un istante defunge: pace all'anima sua.
2002
Il chirurgo

Brasile-Germania, a Yokohama la coppa del mondo mette in cartellone la finale che non c'era mai stata e che prima o poi doveva arrivare. Ronaldo Luís Nazário de Lima: a Yokohama si prende ciò che non aveva conquistato a Parigi, e che prima o poi si doveva prendere. Non è più quel centravanti senza paragoni possibili che tutti avevano ammirato nella seconda metà dei 1990s. I guai al ginocchio destro l'hanno reso più umano e assai meno devastante; sa benissimo che a ogni cambio di direzione rischia la carriera, e che a ogni contrasto portato dall'avversario con dissimulato cinismo quel ginocchio potrebbe cedere ancora una volta. Si è fatto meno generoso e più scaltro, bada al sodo, usa il cervello. Tocca meno palloni di un tempo, li tiene solo per il tempo che è necessario tenerli. Non gli interessa più dare spettacolo, incendiare gli stadi, fornire spunti ai designer del calcio virtuale. Gli interessa vincere. E' diventato un attaccante chirurgico. Grazie a lui, la prima finale del nuovo millennio è una formalità. La sua doppietta assassina arriva nell'ultima mezz'ora, e non a caso. Arriva quando l'avversario pensava di potercela fare. Quando, se vai sott'acqua, non hai più la forza di tornare a galla.

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26 giugno

1954
La patetica dissoluzione del 'verrou'

"Attenzione... e la sfera va a terminare in rete. Prendo ora la linea, gentili radioascoltatori, dallo stadio di Losanna, dove Svizzera e Austria stanno disputando il loro quarto di finale della Coppa del mondo. Ha segnato Wagner. Risultato nuovamente in parità. Non è ancora scoccata la mezz'ora. Dunque siamo uno a uno. No, due a due. Scusate, gentili ascoltatori. Tre a tre. Sì, mi dicono che il risultato è ora questo: tre a tre. Come? Certo certo. E pensare che la Svizzera al minuto diciannove conduceva per tre a zero. Evidentemente, prendendo nota delle migliori azioni, mi sono perso qualche gol, e ... Attenzione:  la sfera va a terminare nuovamente in rete! Quattro a tre per l'Austria, gol di ... Come? Scusate, gentili ascoltatori: cinque a quattro per l'Austria, e manca ancora un'eternità alla fine del primo tempo". Il match finì sette a cinque; il verrou di Rappan si era dissolto improvvisamente nel nulla, complicando e non poco la radiocroncaca di Giuseppe Albertini (foto). Purtroppo, dell'evento non fu testimone Monsù Poss, che aveva preferito osservare gli inglesi alle prese con la Celeste. La chiusura del suo resoconto da Basilea è tuttavia magistrale: "ciò [l'abbattimento di un uruguagio] mentre l'altoparlante continuava a narrare in dialetto svizzero la interminabile e patetica storia delle dodici reti della partita di Losanna che terminava con la eliminazione degli elevetici".
Cineteca
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera


1992
La beffa danese

Mettetevi nei suoi panni. Ha lavorato giorno e notte per mesi, viaggiato per tutti gli stadi d’Europa, studiato - dal vivo e in videocassetta - centinaia, migliaia di partite. Finisce la stagione, i club delle leghe a calendario allineato (le maggiori) hanno mandato in vacanza i propri giocatori, e anche i commissari tecnici delle rappresentative nazionali non qualificate per l’europeo hanno messo in archivio gli appunti presi nelle ultime, inutili amichevoli d’inizio estate. Sono i momenti ideali per riprogrammare l’esistenza: per esempio, arredando la casa acquistata da tempo, dove finalmente trasferirsi, ora che non ci sono più in  agenda impegni istituzionali e voyeuristici. Ed è esattamente di questo che si stava occupando il signor Richard Møller-Nielsen; passata la cinquantina da un po', una modesta carriera di pedatore e addestratore di pedatori alle spalle, può anche darsi che avesse deciso di tirare i remi in barca. La sua vita, invece, fu travolta dall’implosione della Jugoslavia, dalla risoluzione ONU 737 del 1° giugno 1992, da una delibera UEFA del giorno prima. Per la Danimarca, che il signor Richard Møller-Nielsen guidava senza infamia e senza lode da un paio d’anni, s’era trovato un volo last-minute per il villaggio vacanze degli europei di Svezia, disdetto dagli slavi. Per molti pedatori danesi quell’inatteso cambio di programma dovette sembrare un’autentica beffa. L’unico a non volerne sapere fu Michael Laudrup; così, disfatte le valigie e disdette le prenotazioni per esotiche mete, Schmeichel & Co. decisero che la beffa doveva essere restituita con gli interessi. Neutralizzati gli albionici e concesso un golletto ai padroni di casa, si scatenarono ai danni di francesi e olandesi. Poi schiantarono in finale la Germania e si presero il titolo europeo. Roba da non credere. Il signor Richard Møller-Nielsen, due mesi dopo, a Riga per visionare la Lettonia, è circondato da un nugolo di giornalisti. Vogliono sapere di Laudrup e dei lavori di casa. Su Laudrup un’alzata di spalle e nessuna risposta. Sui lavori, una risatina seguita dalla “giusta versione dei fatti”. Si trattava solo di montare una cucina nuova, e c'è voluto del tempo. Ikea o Poggenpohl? Un sogghigno, nessuna risposta.
1996
He missed the fucking penalty

Stuart Pearce e Paul Gascogne indossano l'elmetto: il Daily Mirror ha dichiarato guerra (football war, ovviamente) alla Germania, e ha scelto i propri eroi. "Achtung!", per te Fritz la Championship '96 is over. Passi per Pearce, ma è difficile immaginarsi Gascoigne in assalti alla baionetta. D'altra parte, l'aggressività e il sarcasmo mediatico rivelano il timore di fondo, uno stato d'animo che alla vigilia della semifinale europea contro la Nationalmannschaft accomuna tutti i sudditi di Sua Maestà. A ben vedere, è una partita - pardon, una guerra - persa in partenza. Chi ha voluto che sul tabellone di Wembley, prima ancora che le bande sparassero i santi inni, apparisse la frase "So che è accaduto una volta, ma si potrebbe ripetere"? Sì, era accaduto in Italia, al mondiale. Semifinale, grande partita, gli albionici meritavano ma si sono dovuti accontentare di un consolatorio picnic con gli azzurri, come loro sconfitti ai rigori. E ai rigori finisce anche questa volta. Siamo al penultimo, e tocca a Gareth Southgate. Lo tira alla destra del portiere, ma sarebbe stato meglio se avesse scelto l'angolo sinistro. "He missed the fucking penalty", canterà una punk-rock band di Lewisham (South London). "Dance now whatever you will be / but he missed the fucking penalty / so we smashed up the town / wherever we may be / coz he missed the fucking penalty".

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19 giugno

1954
Quando nemmeno tieni la palla abbastanza per poter sbagliare qualcosa

A Basilea fa molto caldo, ci saranno quindici, sedici gradi centigradi. E inoltre, gli scozzesi sono virtualmente senza team manager, perché dopo la sconfitta subita contro l'Austria nella prima partita Andrew Beattie (foto) ha detto che presto farà le valigie, indignato - "ma sì, che se ne torni pure a Huddersfield", pensano le stelle dell'Hibernian e del Partick Thistle. Povero Beattie. Non gli era stato possibile convocare i giocatori dei Rangers, impegnati a girare l'America per fare su un bel gruzzolo; in Svizzera, ha dovuto portare solo tredici uomini, misura di spending review varata dalla Scottish Football Association.  Così nel tardo pomeriggio, al San Giacomo, "sotto il sole dardeggiante" (Monsù Poss), dopo nemmeno mezzora di gioco la Tartan Army è già allo sbando. Uomini sulle ginocchia, in preda alle allucinazioni. La Celeste ha vita facile. Allenamento agonistico. Come finisce? Finisce sette a zero. Mai la Scozia aveva subito una così larga, pesante, umiliante sconfitta. "We got the run-around but had absolutely no knowledge of our opponents. Nobody had thought to watch them. But I wouldn't say it was one of my worst games. We never had the ball enough to do anything wrong", disse Tommy Docherty, terzino destro del Preston North End. Il football delle terre madri conosceva i suoi anni peggiori.
Cineteca | The Guardian: retrospettiva


1974
I simboli mortificati

Nel tardo pomeriggio di Stoccarda, quando entrano insieme sul prato del Neckarstadion, i due simboli viventi del football italico ancora non sanno che il loro tempo è finito. Sono due vecchietti? No, viaggiano intorno alla trentina. La loro prestazione è - volendo essere benevoli - anonima. Le immagini che tornano alla memoria sono sconfortanti: Rivera che inciampa nelle margherite, Riva in preda a pura disperazione perché nonostante corra indemoniato a dettare possibili lanci, il pallone non gli arriva mai, e "si demoralizza fino al pianto" (Brera). L'Italia non riesce a sopraffare un'Albiceleste che qualcuno aveva reputato scarpona e imbrocchita. "Pareggio mortificante", è il commento unanime; e loro due, Riva e Rivera, sono additati dalla critica come i maggiori responsabili del disastro. Contro la Polonia - basterà un altro pari per andare avanti nel mondiale - resteranno fuori. Perderemo ugualmente, ma loro non indosseranno mai più la maglia azzurra. E' certamente la fine di un'epoca.


1990
Qualcuno ha rivisto Meazza

Il match è utile solo per designare la vincente del girone, ma non c'è dubbio che Italia-Cecoslovacchia, visti i trascorsi, abbia un certo fascino. Vicini rinuncia al turn-over, però schiera di punta e insieme, per la prima volta, Schillaci e Roberto Baggio. Il siculo è posseduto da Eupalla, nelle notti dell'Olimpico sfodera prestazioni sempre e molto al si sopra delle sue reali possibilità; il 'codino' fa il suo esordio nella coppa del mondo. Ed è, per molti, una rivelazione. Segna un gol (foto) che tutti si ricordano, anche quelli che non l'hanno mai visto. "Ahimé, se quest' è amor, com'ei travaglia! Sono sicuramente vivo e non poco stupito di esserlo ancora. Ho fatto il matto, perché nasconderlo? Sono balzato in piedi e mi sono sentito intorno al collo le braccia di un vicino amico e un po' fuori di senno come me. Aveva appena segnato Baggio. Avevo gridato dopo averlo puntualmente scritto di aver rivisto Peppin Meazza: lo aveva puntualmente gridato anche il mio vicino amico!" (Gianni Brera).
Cineteca


1996
Italy comes home

Mi telefona un amico, è su di giri. Stasera c'è in cartellone The Match of the Century, dice, e si gioca al Theatre of Dreams, aggiunge. Cosa c'è oggi pomeriggio?, gli chiedo. "Italia-Germania, eh eh eh. Senti un po'. Credono di passarla liscia, ma si sbagliano. Hanno una squadra ridicola: te li ricordi in America, due anni fa? E ti ricordi quattro anni fa, come furono scherzati dalla Danimarca? Qualcosa significherà. Ecco. Noi siamo i vice-campioni del mondo, e qualcosa significherà. Partita? Di quale partita parli? Non c'è partita. Tieni conto che: primo, non ci hanno mai battuti, e qualcosa significherà. Secondo, hanno giocatori che non sarebbero titolari in una squadra austriaca di seconda divisione, e anche questo significherà qualcosa. Quindi stai tranquillo. Punterei su un tre a zero: Zola su rigore, e poi doppietta del Rava". Chi è il Rava? "Ravanelli, do you know? Penna Bianca per gli amici. Ci sentiamo, magari ci mettiamo d'accordo per vedere la prossima: quarti di finale contro Portogallo o Croazia". Mi sento risollevato, e soprattutto ho trovato un modo per trascorrere la serata. Come spesso capita, mi addormento poco dopo il calcio d'inizio. Sogno che Zola sbaglia un calcio di rigore, che la partita finisce zero a zero, che l'Italia viene eliminata dal campionato d'Europa nella fase a gironi. "Italy comes home", dice il commentatore della BBC.


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9 giugno

1924
Italiani d'Uruguay

Non c'è dubbio che l'avvenimento abbia prodotto un'eco enorme, a giudicare dallo spazio che gli dedicò la carta stampata. Le tournoi de football dell'ottava Olimpiade moderna, giunto al suo epilogo, è da tutti considerato alla stregua di un campionato del mondo. A Colombes, per la finale, ci sono tecnici, dirigenti, pedatori di ogni scuola e paese. Sono lì per ammirare l'undici delle meraviglie, l'Uruguay venuto in Europa a incendiare di entusiasmo i patiti del pallone. Sono lì per vedere se la Svizzera addestrata dai britannici - in particolare da Jimmy Hogan - è in grado di trovare contromisure giuste alla favolosa vena dei sudamericani. C'è anche Monsù Poss, che dal 1908 ha presenziato a tutte le finali dei Giochi Olimpici, ed è già prima firma de La Stampa per gli affari pedatori, italiani ed esteri. Monsù è estasiato dagli "americani", sottolinea la fantasia del gioco che praticano ("tutti hanno comune la capacità di illudere l'avversario, dando a vedere una intenzione e facendo poi l'opposto di quanto hanno lasciato credere"), sostenuto da velocità e condizioni atletiche superiori ("tutti battono gli oppositori con deviazioni del pallone effettuate quando l'avversario è già compromesso dal suo slancio e dalla sua corsa"). Insomma, sono di un altro pianeta e - ciò che non guasta - "sono quasi tutti italiani". La Svizzera è poca cosa, al loro cospetto. Finisce tre a zero.
Cineteca


1938
Pelota cubana

Non si sa neppure e con precisione quando sia morto (inizio anni '80 del secolo scorso, presumibilmente). Né quante gare abbia giocato per il suo paese. Allo stato, l'Asociación de Fútbol de Cuba non ha reso disponibile  un sito ufficiale, dove reperire informazioni e statistiche. Né su di lui, né su altri jugadores del presente e del passato (beh, quelli che rappresentarono calcisticamente l'isola ai tempi del generale Fulgencio Batista y Zaldívar potrebbero essere facilmente oggetto di memoria negata). E così di Héctor Socorro Varela (foto) sappiamo solo, da cronache e tabellini, che era un centravanti, e che nelle due partite degli ottavi di finale contro la Romania (fu necessario il desampate)  mise complessivamente tre palloni nel sacco dei danubiani. Portò i suoi ai quarti, dove furono massacrati dai baldi ragazzoni svedesi. Chissà come li accolsero, al ritorno nei Caraibi. Chissà se Batista li gratificò con quintali di Partagás, o se decretò la totale indifferenza nei loro confronti; d'altra parte, erano venuti in Europa quasi abusivamente, solo per via della rinuncia delle nazioni che avrebbero dovuto disputar loro l'ammissione. Quella del 1938 fu, tuttavia, la prima e ultima partecipazione dei cubani alla fiera mondiale di Eupalla: la loro meglio gioventù ha infatti sempre prediletto il basket o la lippa (in inglese 'baseball'), e Socorro ha abbaiato alla luna.


1968
Aspettando Gigi Riva

Aveva giocato a pallone tutto il giorno, e quando stava per iniziare la finale crollò addormentato di schianto. Era molto tardi, erano le dieci passate, ma strappò al genitore imbandierato la promessa di svegliarlo se l'Italia fosse riuscita a segnare. "Non preoccuparti, se vinciamo ti sveglieranno i clacson delle automobili, la gente che fa festa per le strade", disse.
Riaprì gli occhi che il sole era già alto, una bella domenica d'inizio estate. "Oh no, abbiamo perso!", pensò immediatamente; cercò subito, per stracciarla, la figurina di Dragan Džajić, il mostro che gli era apparso più volte in sogno durante la notte. Suo padre rientrava proprio in quell'istante, con la rosea sotto braccio. Ne vide l'espressione, e scoppiò in una risata. "E va bene, non abbiamo perso. Ma se abbiamo vinto, perché nessuno mi ha svegliato?", protestò il bambino. "La finale si ripete domani sera, e questa volta non solo inizia subito dopo Carosello, ma gioca anche Gigi Riva". D'improvviso, la vita gli parve piena di colori e di grandi prospettive; mise la Jugoslavia - una serie di soldatini piccoli e brutti - nel baule dei giochi scartati, e cominciò ad aspettare il momento in cui Riva avrebbe segnato il gol che in cortile poi cercherà di ripetere mille volte, anche se non era mancino come lui.
Cineteca


1996
Football Comes Home

Mi sono appisolato ieri sera, mentre leggevo Soccer Revolution, famoso instant-book di Brian Glanville del 1953. Un capolavoro. Così non ho visto la partita. Iniziava il Campionato delle nazioni d'Europa, a Wembley. "Football Comes Home", è lo slogan escogitato dai creativi al soldo della Football Association. Un po' come ammettere che se n'era andato. Dove? Ovunque, è stato via trent'anni, chissà che impressione gli fa tornare a casa. Magari spera di incontrare ancora Bobby Charlton e Bobby Moore, e noterà che pali e traverse non sono più così spigolosi nello stadio dell'Impero. Molte cose sono cambiate, insomma. Leggo che un tale Paul Gascoigne, testa cotonata e fiato corto, l'ha corteggiato a lungo, senza essere minimamente ricambiato. Ad Alan Shearer è andata meglio, perlomeno un sorriso glielo ha strappato. Leggo che non era gran cosa, questa Inghilterra, e non che la Svizzera fosse meglio. Perlomeno, quelli dei verdi altipiani non pretendono di avere inventato il gioco, e come tanti altri ritengono che il football sia ovunque c'è un pallone che rotola e gente che gli corre dietro. Si sono certamente meritati il penalty, con cui un tipo dal nome strano e piuttosto inquietante e soprattutto molto poco elvetico, tale Kubilay Türkyilmaz (foto), ha pareggiato i conti e mandato di traverso la serata ai sudditi della regina. Varium et mutabile semper Eupalla, direbbe il poeta.


2008
La batosta del Wankdorf

Lo sostengono storici ed esegeti, ma non ci vuole grande sforzo, basta compulsare gli albi d'oro: il campionato più difficile è quello delle nazioni d'Europa, non la Coppa del mondo, dove per ragioni di politica e marketing partecipano compagini di irrilevante spessore. A riprova di ciò: solo due volte è capitato che la nazione detentrice della Coppa vincesse due anni dopo il campionato (il percorso contrario è pure riuscito in due circostanze, una alla Germania e una alla Spagna). Ci riuscì la Spagna nel 2012, e la Francia nel 2000 (che beffa!). Non l'Inghilterra (figuriamoci), non la Germania (strano!), e nemmeno l'Italia. Ora tocca ancora all'Italia, nelle vicine amiche nemiche (sportivamente parlando) terre d'Austria e di Svizzera, in un clima che s'addice al gioco del pallone per vie delle frescure d'ombra che le Alpi proiettano sui catini agonistici. Ci battezza l'Olanda, che schiera sempre pedatori temibili ma finisce spesso per perdersi in discussioni interne di vago argomento razziale. Al timone hanno Marco Van Basten, un apprendista del mestiere: uno che, però, ci conosce bene. E conosce benissimo el Dunadùn, CT azzurro della transizione. Sono amiconi, insieme hanno girato il mondo e vinto parecchio. Perché accanirsi in quel modo? Non siamo la Germania. Ciò nonostante, il pallone non lo vediamo nemmeno col binocolo, e al pensiero di quella serata a Wankdorf (reimbellettato e ridenominato: ora è lo Stade de Suisse) ancora la testa ci gira. Zero a tre, figuraccia quasi epocale: da centro del mondo, ci hanno rapidamente declassati a periferia dell'Europa.
Tabellino | Highlights


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16 maggio

1965
Il sorpasso

Si giocava una partita tra Inter e Juventus. Sì, domenica 16 maggio 1965. Ma a Torino. Vinse la squadra in trasferta. Vinse l'Inter, due a zero. Contemporaneamente, il Milan veniva sconfitto a San Siro dalla Roma. Due a zero (nella foto, Manfredini dal dischetto). I sette punti di vantaggio sui cugini accumulati dai rossoneri nella prima parte del campionato erano andati tutti in fumo. Compreso l'ultimo, che ancora separava le due squadre. Mancavano tre sole partite alla fine del campionato, e l'Inter di Herrera era la nuova capolista. Quattro giorni prima, i nerazzurri avevano schiantato il Liverpool, guadagnandosi la finale di Coppa dei campioni (che rivinceranno). Il loro allenatore guardava al futuro con ottimismo e appetito insaziabile. "Punteremo con decisione a tutti e tre i traguardi", disse, "scudetto, Coppa dei campioni e Coppa Italia, e se la spunteremo anche in quest'ultima, nella prossima stagione calcistica i traguardi saranno quattro, perché lotteremo anche nella Coppa delle coppe". Herrera avrebbe voluto giocare due competizioni europee nella stessa stagione ... ma poi non completò il 'triplete', perché perse la finale di Coppa Italia (contro la Juve). Nel Milan, intanto, finiva l'era di Gipo Viani; e quella contro la Roma fu l'ultima giocata da José Altafini in maglia rossonera.
Tabellino | I gol


1973
La sbornia di Salonicco

"Nella tumultuosa e fischiatissima finale di Salonicco il giovane portiere fa da baluardo contro le furibonde offensive dello scatenato Leeds", occhiellava in prima pagina il Corriere dello Sport. "Milan in trincea", titolava la Gazzetta. Vecchi - William Vecchi - era "il giovane portiere" del Milan, sostituto di Cudicini. In effetti, i pedatori che erano in campo con la maglia del Leeds quella sera si ritrovano ogni anno, in coincidenza del giorno e dell'ora, per rivivere la partita. E si chiedono - senza mai trovare la risposta giusta e definitiva - come fecero a perderla. I rossoneri, inciucchiti di vento greco e pioggia battente e soprattutto dalle folate inglesi, si reggevano in piedi a malapena. Sollevarono la coppa, sì: ma pochi giorni dopo, a Verona, persero la stella.


1996
Il motore dell'Expresso da Vitória

Si spegne, a Rio de Janeiro, Danilo Alvim Faria, grande centromediano del Vasco e titolare del Brasile nel mondiale del maracanaço. Nonostante quella tragedia - fu tra coloro che reagirono alla depressione tentando il suicidio - il suo palmarès è ricco, grazie ai campionati sudamericani vinti con la Seleçao e all'egemonia continentale del Vasco negli anni a cavallo del 1950 - quando, appunto, il club era noto col soprannome di Expresso da Vitória. Di quella corte, lui era el prìncipe. Una carriera di alti e bassi, di fortune e sfortune: anche per lui, come per molti, la vita che restava quando smise di giocare e insegnare il calcio fu spreco e abbandono.
Storia


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