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24 febbraio

1964
Mister Garbutt

Si spegne, a Warwick, William Garbutt. Giocò una decina d'anni, prima che un brutto incidente lo costringesse al ritiro. Venne in Italia nel 1912, e fu un brillante allenatore - di Genoa, Roma, Napoli, Milan  -, il primo 'mister' del calcio italico. "E c'era Willy Garbutt. Mi volsi, ad un torneo in Alessandria, e vestivo ancora la divisa militare, sentendo parlare inglese. Mi lambiccai a lungo il cervello per studiare e ricordare dove avevo incontrato per il mondo quella figura caratteristica di sportivo. A Blackburn, anni prima, quando risiedevo in Inghilterra, avevo assistito dai posti popolari e da una distanza di pochi metri all'incidente che doveva porre fine prematura alla sua carriera di giocatore, in una partita contro la squadra del mio cuore, il Manchester United. Il mondo è piccolo, e grande fu l'amicizia che ci unì, da quel momento, attraverso gli anni" (Vittorio Pozzo).
Biografia

Víctor Muñoz Manrique
1982
Le illusioni della Spagna

La Roja ha messo le tende a Valencia. Qui, infatti, attende le rivali nella fase a gironi del mundial. Gli uomini di Santamaria devono acclimatarsi, prendere bene le misure del campo, affezionarsi alle due aree di rigore, farsi ben conoscere dalla gente del posto. Oggi il test-match - il terz'ultimo in calendario - è di un certo richiamo. Al Casanova arriva la Scozia, essa pure qualificata alla Coppa del mondo e fresca vincitrice della British Championship. Una compagine solidissima, innervata da tre colonne del superLiverpool (Hansen, Souness, Dalglish: giocatori così, di questi tempi, la Spagna può solo sognarli), ma nemmeno sono da sottovalutare i due talentuosi militanti nell'Ispwich (Wark e Brazil), mentre a far numero ci sono gli espertissimi bucanieri dela Scottish League. Insomma, "una de las selecciones más fuertes del Viejo Continente", spiega Mundo Deportivo. Però finisce tre a zero per i rossi; prestazione maiuscola e sorrisi sognanti.


1993
Il leader

Si spegne, a Barking (Essex), Bobby Moore. "My captain, my leader, my right-hand man. He was the spirit and the heartbeat of the team. He was the supreme professional, the best I ever worked with. Without him England would never have won the World Cup" (Alf Ramsey). A quel trionfo non ne aggiunse molti altri, nei lunghi anni in cui fu il signore di Upton Park. Scolpite nella memoria rimangono di lui tante immagini; l'istante più iconico della sua carriera è, tuttavia, lo scambio di maglia con Pelé a Guadalajara nel 1970. Senza saperlo, con la sua maglia il capitano dell'Inghilterra consegnava a o Rey anche la coppa del mondo.


12 dicembre


1982
La fugace ricomparsa del Peñarol

Passano più di tre lustri, e si rifa vivo il Pinerolo di Montevideo. Vinta la Libertadores dopo aver eliminato Flamengo e River nel girone di semifinale, i Carboneros hanno un bell'appuntamento a Tokyo con i campioni d'Europa. Come al solito in quegli anni, si trattava di un undici albionico, l'Aston Villa di Tony Barton. Ai Villans tuttavia non riuscì di chiudere il loro trittico (Coppa dei campioni e Supercoppa), perché gli uruguayani dell'epoca, tecnicamente non raffinati, vantavano un pacchetto di mischia difficile da scardinare, guidato dal terribile Victor Diogo. E, davanti, la soluzione dei problemi era spesso affidata a un brasiliano di Porto Alegre, Jair Gonçalves Prates, uno che girava in lungo e in largo il Sudamerica, anche se pochissimo spazio trovò nella Seleçao. In Giappone, fu Jair ad aprire il tabellino, con un gol stranissimo, un tiro dal basso verso l'alto scagliato dalla linea di porta dopo una punizione mal controllata da Jimmy Rimmer. Quel tiro incocciava la traversa, e il pallone rimbalzava forse dentro forse fuori, arrivò un terzo del Peñarol e lo cacciò definitavemnte in porta, ma Goncalves stava già esultando. Una riapparizione sul tetto del mondo estemporanea e nostalgica.
Cineteca

4 dicembre

1978
Il sosia

Quanto ci tengono i Reds alla Supercoppa? Forse meno dei belgi. Forse, poiché in Europa sono nel pieno del loro ciclo, li sottovalutano. Ma nell'Anderlecht ci sono pedatori coi fiocchi. Indigeni, come Van der Elst, Vercauteren, Ludo Coeck; olandesoni come Haan e come i temibilissimi Ruud Geels (autentico sfondareti) e il mancino tanto bizzoso quanto talentuoso, quello che sembra un sosia di Johann Cruijff, e che forse proprio perciò, pur essendo nato ad Amsterdam tre soli mesi dopo di lui, nell'Ajax non mise mai piede. Se hai intenzione di fare cattiva figura, questi non si lasciano pregare, e potrebbe andarti peggio di quel che prevedi. Il mancino, a tre minuti dalla fine, insacca il terzo gol per i suoi, quello che virtualmente assegna la coppa. Un morbido ricamo, di classe purissima.
Cineteca

1982
Battesimo azzurro per il Piscinin

Ti ricordi Franco? Potevi fregiarti del titolo di campione del mondo, anche se in Spagna il campo l'avevi visto solo dalle tribune. Ironia della sorte, perché dodici anni dopo, invece, giocherai da capitano una partita memorabile, una finale di Coppa del mondo che concluderai in lacrime, tra le braccia di Arrigo Sacchi, dopo aver sbagliato uno dei calci di rigore decisivi. Ma in quell'inverno del 1982, quando finalmente ti toccò il debutto in maglia azzurra a Firenze, eri la stella assoluta della Serie B italica, dove il Milan era precipitato per demeriti sportivi ma anche per la tua lunga assenza, dovuta a una malattia del sangue che sembrava potesse costarti la vita. L'esordio non fu entusiasmante (scialbo zero a zero con la Romania), quasi a prefigurare per te un futuro senza vittorie con quella maglia. Mah sì, Franco, non ci pensare più. Tutti sanno che, per tanti e tanti anni, nessuno al mondo è stato più bravo di te.
Tabellino | Highlights


2 dicembre

1982
Gioanin

Non è forse un caso che abbia aspettato il 1982 per andarsene. Verso la fine dell'anno in cui ritrovava fasti mondiali, il calcio italiano perdeva uno dei suoi santi pedatori: Giovanni Ferrari, una delle nostre più grandi mezzali - a detta di molti la più grande. "Ferrari era stato un grande coordinatore, sui campi, del gioco altrui. Meazza, Orsi e Colaussi, nella Nazionale e nelle squadre di club, hanno tratto il massimo dalle sue geometrie, dal suo calcio euclideo, hanno risolto problemi che lui, con un tocco, rendeva facili. Dove andava Ferrari c'era il gioco e c'erano i risultati: per questo nessuno fuorché Rosetta ha vinto tanti scudetti come lui, otto, cioè cinque nella Juventus, due all'Inter, anzi nell'Ambrosiana, uno nel Bologna". Poi, come allenatore, non ebbe fortuna - neppure in azzurro. "Ma lui, 'Gioanin' Ferrari, era perfettamente contento di servire il calcio insegnandolo ai giovani. Era un maestro, non ha mai accettato di diventare un docente, un cattedratico. Insegnava calcio, non tecniche raffinate a calciatori viziati. Fallì come commissario azzurro, e anche senza volerlo portò il fallimento, nel calcio d'allora, quello dei confusi Anni Sessanta, come un flore all'occhiello" (Gian Paolo Ormezzano).
Pentavalida

27 ottobre

1954
Uno strano mercoledì

Si gioca, a Firenze, un'amichevole infrasettimanale tra la Viola e la Pistoiese. "Verso la fine del primo tempo la partita è stata temporaneamente sospesa perché pubblico, giocatori e allenatori se ne stavano col naso in aria ad assistere al passaggio di due presunti dischi volanti" (Corriere dello sport, 28 ottobre).
Contemporaneamente, a Casteggio, il Milan giocava una partitella senza schierare però alcuno dei suoi assi. Per ritorsione, il pubblico sequestrò tutti i palloni e l'amichevole venne sospesa all'inizio del secondo tempo (La Stampa, 28 ottobre).



1982
L'impresa mai immaginata

Zoff, il Vecio e la gloriosa compagnia che vinse in estate il Mundial si presentano all'Olimpico (semi-deserto, vai a sapere) per esporre all'adorazione dei fedeli il sacro bottino. Scende in campo la formazione-tipo - età media abbastanza avanzata, ma gli eroi (si sa e si crede) non invecchiano mai. C'è anche Arnaldo Coelho, l'arbitro del Bernabéu. Insomma, tutto è studiato nei minimi particolari. Accettano di fare una scampagnata a Roma per giocare a pallone con noi gli elvetici, che non ci battono da millenni, per la precisione dal 1954, quando avevano organizzato la Coppa dalla quale - assai gentilmente - si erano incaricati di estrometterci. Tieh! Eccola qui la coppa, almeno la potete vedere, se volete potete anche toccarla, tanto di alzarla non vi capiterà mai e poi mai e poi mai, never never never. Insomma, non è una cosa seria. La nazionale disputa la sua partita numero quattrocento. Ma la festa è finita, si torna sulla terra. Con grande orgoglio e soddisfazione, i rossocrociati riescono nell'impresa che mai avevano osato immaginare: vincere in Italia. Il giustiziere è Rudolf Elsener (foto), un centrocampista esterno, un'ala, gioca in qualche squadra di Zurigo. Non conta niente il risultato, d'accordo, non ci sono punti in palio. Ma il prestigio sì. Il solidissimo undici che Bearzot aveva pazientemente assemblato, portandolo a disputare due fantastiche coppe del mondo, inizia a mostrare larghe crepe.
Tabellino | Highlights


1999
La presa di Wembley

Da tre decenni la Fiorentina non calcava i prati della Coppa dei campioni. Ora è cambiata la formula, le è bastato un terzo posto in campionato nella stagione 1998-99, ha superato il turno preliminare, ma poi finisce in un girone di ferro, con Barça e Arsenal. Con qualche (poca) speranza ma a parità di punti in classifica i Viola raggiungono Wembley. Resistono con tenacia, finché, a un quarto d'ora dalla fine, Batistuta avvia un'azione ancora da dentro la propria metà del campo. Il pallone viaggia rapido, i giocatori si muovono chi di qua chi di là, sembrano uno sciame di vespe nervose che punta l'area dei Gunners. Il Re Leone resta defilato sulla destra, ma è per lui l'ultimo passaggio. Con la forza della disperazione, di sinistro si porta in avanti la sfera, quel tanto che basta per tenerla lontana da Winterburn e caricare il destro (foto). La posizione è angolata, ma potenza e precisione del tiro sono ancora negli occhi di tutti. Il pallone finisce all'incrocio dei pali, quello più lontano. Un capolavoro.


7 agosto

1968
Easy job for Mick Jones

Elland Road, Leeds, West Yorkshire. La stagione inizia presto, quest'anno. Anzi, finisce tardi, perché oggi alle 19.30 si gioca una partita di Coppa delle fiere, per l'esattezza la finale, anzi la gara di andata della finale dell'edizione 1967-68. Mai capitato, in agosto. Coppa delle fiere? Finora, per i Peacocks, soprattutto una campagna di Scozia. In semifinale il Dundee, nei quarti i Rangers, prima ancora l'Hibernian di Edinburgo. Era ora, pensa Don Revie, si fa una gita sul continente. Una gita? Dipende. Toccherà volare in Ungheria, a casa del Ferencváros, nel famigerato Népstadion - insomma, c'è un problema, e va risolto prima. In Inghilterra, spesso la soluzione si trova quando il pallone spiove dal corner nell'area piccola, dove molti - difensori e attaccanti - sono pronti a catapultarsi, senza timore di spaccarsi la testa o di lasciarci il naso e un paio di denti. Gli impatti sono durissimi, e i portieri vivono alcuni istanti di puro terrore. Infatti, verso la fine del primo tempo si profila esattamente una situazione di questo genere; il cross è lento e molliccio, apparentemente innocuo, ma Jackie Charlton salta e non colpendo la sfera costringe comunque István Géczi a una respinta ridicola, quasi perpendicolare, sicché il pallone ricade dolcemente proprio sui piedi di Mick Jones, che naturalmente non si rifiuta di realizzare il gol più facile della sua carriera. Il più facile e il più importante: that's all. 


1982
L'anno italiano

I brasiliani hanno sempre un'ossessione. Un tempo era l'Uruguay. Adesso è l'Italia. La sconfitta del Sarrià è un incubo, ed è ancora passato troppo poco tempo. Così, quando al Giants Stadium si gioca per beneficenza, in nome dell'Unicef, anche se le due squadre in campo hanno nomi di circostanza e maglie improbabili, per loro è la rivincita del mundial. Oltretutto, sono in superiorità numerica: cinque a quattro. Oscar, Junior, Falcao, Socrates (foto) e Zico giocano tra le FIFA World Stars; Zoff, Tardelli, Antognoni e Rossi nell'Europa XI. Sul sintetico americano, Falcao giostra in scarpe da ginnastica. Come va a finire? Tre a due per gli europei, esattamente come a Barcellona. In rimonta, erano sotto di due: caspita! Certo, succedono cose strane in campo: Chinaglia (il vero padrone di casa) gioca tutto il primo tempo; nel secondo, a un certo punto Platini sostituisce Beckenbauer, Neeskens subentra a Keegan, e soprattutto N'Kono si produce in un bell'autogol in risposta al classico destro diretto all'incrocio di Antognoni, quando l'esibizione è ormai agli sgoccioli. Telê Santana, negli spogliatoi, ripete il suo ritornello preferito: il Brasile è il più forte, e se si rigiocasse mille volte quella famigerata partita, non la perderebbe mai e mai più. No never, never, never.

11 luglio

1966
La preistoria e la storia del football

La delusione degli inglesi è palpabile. Hanno tirato a lucido Wembley e messo in campo tutte le loro bande militari; hanno steso il tappeto rosso per la Regina (foto), all'entrata e all'uscita; erano pronti ad avventarsi sull'Uruguay, un XI secondario, la squadra materasso di questa Coppa del mondo. Gli anni passavano, loro collezionavano sconfitte epocali, e per il solo fatto di giocare finalmente una partita della Rimet a Wembley pensavano di travolgere la storia. Perché di questo si trattava: di un match tra la preistoria e la storia del football. L'Uruguay era la storia, e questo spiega sinteticamente ma ragionevolmente perché i pedatori in maglia celeste siano stati in grado di addomesticare la partita, spezzandone il ritmo, tenendo palla, prendendo botte senza reagire. Finì zero a zero, tra i fischi dell'Empire Stadium. "Gli uruguayani, abilissimi giocolieri, accarezzavano il pallone. I granatieri inglesi consumavano fiato ed energia": così il Sun, raccontando una storia che pareva nuova e incredibile ma era molto, molto antica.
Cineteca

1982
Tierra dove la pelota è rotunda

Sì Vostro Onore, lo ammetto. Avevo comprato una bandiera e la esposi sul balcone. Certo, partecipai ai cortei. Ballammo in piazza, in casa non era rimasto nessuno. Sì, gli insulti che rivolsi a Paolo Rossi fino alla partita contro il Brasile sono pesanti, irripetibili. Poi ho iniziato a smoccolare contro gli avversari, soprattutto i tedeschi. E' vero, ho anche mandato al diavolo, bestemmiando furiosamente, Antonio Cabrini quando ha sparacchiato da emerito brocco quel calcio di rigore. No, Vostro Onore, non mi pento di nulla. Anzi. Vostro Onore, lei ha una certa età, probabilmente nel 1934 e nel 1938 era solo un ragazzino, non so che ricordo abbia di quei tempi, anche se per certi versi erano tempi funesti. Vedo che sorride, scommetto che in questo preciso istante lei stia rivedendo Meazza che solleva la Coppa del mondo. Ecco, io non ne avevo mai vinta una. No, Vostro Onore, non mi erano particolarmente simpatici quegli individui, individualmente considerati, anche perché giocavano tutti o quasi tutti nella Juventus. Lei è juventino? Vedo che sorride, ci avrei scommesso. No, non mi erano simpatici, ma non importa. Perché da quella sera li amo tutti, nessuno escluso, senza ritegno e per l'eternità.


2010
L'uomo che sbuca aggrappandosi al nulla

La Spagna ha concluso la sua scalata. Già campione d'Europa, si laurea campione del mondo. Sta facendo indigestione di titoli, conquistando tutto ciò cui aveva sempre ambito ma che, per un motivo o per l'altro, pareva irraggiungibile. In Sudafrica alla Roja basta un gol per partita, dagli ottavi in giù. Una difesa impermeabile, soprattutto perché gli avversari il pallone tra i piedi non ce l'hanno quasi mai. E se, quando ce l'hanno, sprecano facili occasioni da gol, è difficile che dispongano di un'altra opportunità - chiedete informazioni ad Arjen Robben. Sicché l'Olanda per la terza volta perde in volata: e, questa volta, perde contro un XI che ha adottato - con qualche non secondaria variante - il calcio che lei stessa aveva brevettato senza mai riscuotere i diritti mondiali. A veder giocare gli arancioni, divenuti cinici, utilitaristici e scarponi (chiedete informazioni su van Bommel e De Jong), il grande Johan non si diverte neanche un po'. E così, in una finale tra "energumeni e ballerini" (Gianni Mura), è un passo di danza di Iniesta (foto) a decidere, poco prima che anche il secondo tempo supplementare dissolva nella notte di Johannesburg. "Quando le partite sembrano finite, i sogni spezzati e ogni destino rinviato, arriva lui e s'aggrappa al nulla che resta trasformandolo in quel tutto che ci farà ricordare" (Gabriele Romagnoli).
Cineteca


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10 luglio

1940
C'era una volta la Coppa dell'Europa Centrale

Senza i club italiani e austriaci, nell'estate del 1940 la Coppa dell'Europa Centrale è in ogni caso di spessore imparagonabile a quello delle precedenti edizioni. Partita dopo partita, si arriva al 10 di luglio. Nel giorno in cui inizia la battaglia d'Inghilterra, e mentre il maresciallo Philippe Pétain ottiene dal Parlamento francese poteri pressoché assoluti, a Subotica (nord della Serbia) due squadre di calcio vanno in campo per disputare l'ultimo match della Mitropa Cup. Sono il Rapid di Bucarest e l'HSK Gradanski di Zagabria. Oddio, non dovrebbe essere proprio l'ultima; è solo uno spareggio per l'accesso alla finale, cui si è già qualificato il Ferencvaros. Ha la meglio, grazie al sorteggio, il Rapid. Ma è troppo tardi. La guerra avanza, la Romania ha firmato un patto con Hitler in funzione anti-sovietica, l'Ungheria è teoricamente neutrale, ma tra Budapest e Bucarest le relazioni sono sempre più tese. Così, la finale non verrà mai giocata. La gloriosa Mitropa chiude i battenti.
Tabellino


1960
I bolscevichi alle porte di Parigi

Bene fa la stampa liberale a ignorare la prima finale del campionato d'Europa per nazioni, che si gioca oggi a Parigi. E perché? Perché la finale è un derby socialista. Ai lettori importa pochissimo. Anzi, soprattutto se dovesse vincere l'Unione Sovietica sarebbe opportuno allungare il brodo sulla tappa del Tour. I bolscevichi hanno già vinto quattro anni fa a Melbourne, ma poi in Svezia per fortuna non hanno combinato granché. A ogni modo, non c'è da fidarsi. Meno se ne parla e meglio è. Soprattutto in Italia. D'altra parte, è vero o non è vero che la Spagna si è rifiutata di giocare contro di loro? E' vero, e a ben guardare sono arrivati in finale solo grazie alle partite giocate contro le nazionali di paesi satelliti, già invasi o che invaderanno: l'Ungheria e la Cecoslovacchia. E perché hanno invaso l'Ungheria? Semplice: perché l'Aranycsapat era comunque troppo forte per loro, anche dopo il disastro di Berna. E perché invaderanno la Cecoslovacchia? Per lo stesso motivo. Dunque ci sono buone possibilità che, prima o poi, spediscano i carri armati anche in Jugoslavia. Anzi, probabilmente - noi non lo sappiamo - sono già alle porte di Parigi, e hanno già circondato il Parc des Princes. 

1982
Tout désir est désir d’être

René Girard (foto), grande antropologo e quant'altro, giocò la sua ultima di sette partite nella nazionale di Francia al José Rico Pérez di Alicante, ed era la finale delle sconfitte in semifinale nel mondiale di Spagna, tra galletti e polacchi. Fino ad allora non aveva cavato un ragno dal buco. Nulla che illuminasse sensatamente (o che smentisse) le sue teorie sul desiderio mimetico nel football. Per fortuna, tuttavia, fece capolino il baffuto Andrzej Szarmach. Anche lui si trovava lì per disputare (assai svogliatamente) l'ultima di ben sessantuno partite con i Biało-czerwoni, dei quali aveva vissuto praticamente tutta l'epopea, durata  grosso modo un decennio. Szarmach era anzi uno degli eroi del romanzo polacco; passata la trentina, stava per tirare i remi in barca. Ma Girard decise di segnare (sperimentalmente) il gol dell'uno a zero, un pallone rasoterra dal limite che caracollando colpiva l'interno del palo e si infilava alquanto beffardo in rete. Inconsapevolmente ammirato, Szarmach provò il desiderio di realizzare anche lui un gol. Magari allo stesso modo. Infatti, intorno alla mezzora gli capita l'occasione giusta: fuga di Boniek, tiro-cross forte e radente che finisce sui piedi del centravanti coi baffi; da dieci centimetri, colpisce il palo e osserva il pallone finire docile docile in braccio al portiere. Girard sorride, estrae dai calzoncini un block notes e scrive qualcosa. Poco dopo tuttavia, ricevuta palla su uno scatto profondo, di sinistro e di prima intenzione il polacco scaraventa una sfera che va a sbattere contro il palo interno e si arena oltre la linea bianca. Et voilà. Girard sorride, rispolvera il block-notes e aggiorna i suoi appunti: "Tout désir est désir d’être", oui.

1994
"Saremo invincibili": parola del Kaiser

Sotto il sole zenitale  i detentori della coppa del mondo sono schierati al centro del campo. "Saremo invincibili", disse il Kaiser dopo la caduta del muro di Berlino. Infatti, ora che la Germania è una sola anziché due, tutti pensano che le sue possibilità di dominare il football siano - quanto meno - raddoppiate. E invece, al Giants Stadium, la DeutscheSuperNationalmannschaft discioglie e si squaglia come un gelato di fronte alla Bulgaria, e siamo solo ai quarti di finale. Subisce una rimonta, e non ha la forza di ribellarsi alla sconfitta. Disidratati e confusi, rossi per lo sforzo, la rabbia e la cottura, i pedatori di tutte le Germanie abdicano di fronte alle scaltre e piratesche giocate di Hristo Stoichkov e al sovrumano dinamismo podistico di Yordan Letchkov (foto). Ma abdicano senza melodrammi, con teutonica dignità. "Ha vinto una squadra che lavora duro e non se ne sta a prendere il sole": la stampa popolare, va da sé, dispensa per i lettori sarcasmo e allusioni.

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8 luglio

1916
Il discorso di Demostene

Il discorso di Demostene non fu particolarmente apprezzato dai cileni. Un discorso di questo tipo: "è la prima Copa América, è la prima partita del Brasile nella Copa América, è la mia prima partita nel Brasile, e questo che sta per arrivare è il mio primo gol nella Seleçao". Chiaro che, se si prova a seguire il ragionamento, ci si distrae e il gol lo si prende davvero, così poi tocca dannarsi l'anima per non perdere la partita. Una buona regola è quella di ignorare gli avversari dalla chiacchiera facile, ma i cileni avevano ancora poca esperienza, e inoltre doveva ancora ronzare nelle loro teste la logorroica performance degli argentini, che due giorni addietro li avevano convinti a incassare un eloquente sei a uno. Difficile sapere quanto valesse Demóstenes Correia de Syllos (foto) come goleador; probabile che la sua retorica pedatoria fosse inferiore a quella di El Tigre, Arthur Friedenreich. C'erano tutti e due, all'esordio del Brasile in una competizione continentale e ufficialmente riconosciuta. Ma parlò solo Demostene. Poi, verso la fine della riunione, chiese la parola un certo Hernando Salazar, cileno, che a nome dei suoi borbottò qualcosa di incomprensibile, e mentre si cercava un traduttore lui accompagnava in rete il pallone del definitivo uno a uno.
Tabellino
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera


1964
Joe Gaetjens

Joe Gaetjens aveva alle spalle una carriera di calciatore sintetica: un solo gol importante - ma molto importante e altrettanto famoso -, quello bastato agli Stati Uniti  per battere l'Inghilterra nella Coppa del mondo del 1950. In America, lui - nato a Port-au-Prince - era emigrato da Haiti, e nell'isola tornerà a vivere. Ha circa 40 anni quando, l'8 luglio del 1964, "gli squadroni della morte di Papa Doc Duvalier lo prelevano nella sua casa di Port-au-Prince: non si è mai interessato di politica, ma la sua famiglia ha combattuto Duvalier e ora si è data alla macchia. Lui è rimasto, sicuro di non essere un obiettivo. Lo portano nella prigione di Fort Dimanche e lo fucilano. Il corpo non sarà mai più ritrovato" (Andrea Sorrentino, La Repubblica).


                                                                                                                                                                   
1982
Il 'pizzino' del Pelasgio

Quel mattacchione di Zbigniew Boniek si è fatto squalificare, e così può guardare tranquillamente seduto in tribuna la semifinale dei suoi contro l'Italia, penultimo capitolo del mundial '82. Per gli azzurri, la partita è abbastanza facile, specie ora che a Paolo Rossi basta sfiorare il pallone per metterlo alle spalle di qualsiasi portiere, e c'è persino da dubitare che lo faccia apposta. Quindi, il noiosissimo match è rimasto famoso soprattutto grazie a un episodio che riguarda il Pelasgio, alias Bruno Conti. Siamo quasi agli sgoccioli, lui sta lavorando l'ennesimo pallone sulla fascia sinistra, e lo fa da par suo. A un certo punto si ferma, estrae dalla tasca dei pantaloncini un pennarello, e scrive qualcosa sul cuoio. Sì, era anche lui un tipo bizzarro. A ogni modo, scrive e poi riprende a correre. Morbidissimo è il cross che parte dal suo prodigioso piede mancino; plana oltre il portiere, e Pablito ha tutto il tempo di leggere il messaggio che Bruno gli aveva indirizzato: "basta spingere". Ottimo suggerimento. Per metterlo in pratica, gli è sufficiente inginocchiarsi (foto) e attendere che la gibigiana esaurisca la sua parabola. Arriva puntuale, e lui segna il più facile gol della sua carriera. In effetti, bastava spingere.
Cineteca
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera


1990
Uno strazio

Italia '90 chiude i battenti. All'Olimpico non c'è l'Italia, e così il pubblico fischia Maradona e l'inno argentino. Non era mai accaduto qualcosa del genere, prima di una finale. I due XI - l'Albiceleste e la Nationalmannschaft - arrivano spompate all'ultimo atto. A parte l'italica dimostrazione di inciviltà, si ricorda solo un penalty fasullo, anzi sacrosanto, chissà, che valse alla Germania la terza coppa del mondo. Tutto qui. Non sapendo cosa aggiungere, ci affidiamo a Gioann Brera. "Io non perdo finale del torneo dal lontano ahimè 1954: posso dire senza sentirmi né severo né tanto meno sadico di non avere mai assistito a uno strazio paragonabile a quello offerto da Germania-Argentina". Proprio così.
1995
Mondino

Si spegne, a Castel San Pietro Terme, Edmondo Fabbri. Ma era come se fosse morto già da tanto tempo, perché di lui tutti si erano dimenticati. "Non contava che fosse stato un'ala destra rapida e sgusciante. Non contava nemmeno che al suo esordio in panchina avesse realizzato un' impresa probabilmente irripetibile, trascinando in cinque stagioni il Mantova dalla serie D alla A. Non contava neppure che in seguito avesse guidato Torino e Bologna, Cagliari e Ternana, Reggiana e Pistoiese. Nell'immaginario collettivo, Fabbri, soprannominato 'Topolino' o anche 'Mondino' per la sua statura ridotta, aveva cessato di esistere come allenatore nella serata del 19 luglio 1966, cancellato a Middlesbrough dal gol del nordcoreano Pak Doo Ik, che aveva clamorosamente escluso l' Italia dal Mondiale inglese" (Mario Gherarducci, Corriere della Sera, 9 luglio 1995). Ti sia lieve la terra, avrebbe detto, nonostante tutto, Gianni Brera.
Storie di Calcio


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5 luglio

1914
Il fromboliere dello zar

Anche la Russia dello zar aveva un bel centravanti. La squadra era modesta anzichenò, tant'è vero che, prima della guerra e della rivoluzione d'ottobre, disputò otto match e non ne vinse nemmeno uno, e ai giochi olimpici di Stoccolma rimediò persino uno scoraggiante sedici a zero dalla Germania. Fece dunque scalpore il pareggio che una selezione di giocatori solo moscoviti strappò a Solna, contro la Svezia, nell'ambito delle manifestazioni sportive organizzate a margine dell'Esposizione Baltica del 1914. Un rispettabile due a due, ma una vittoria sfumata solo nell'ultimo scorcio di gara, quando gli svedesoni vanificarono la doppietta di Vasilij Georgievič Žitarev, centravanti del KFS Moskow, il più antico club dell'impero. Qualche giorno dopo vi fu un altro pareggio, contro la Norvegia. Ma stava arrivando anche la guerra, e poi arrivarono i bolscevichi (gente che, all'inizio, detestava il football); Žitarev non fece più parte di alcuna selezione (russa o sovietica). Fu però l'unico presente in tutte le 'storiche' prime otto partite, e firmò quattro delle sette reti che la sua povera squadra fu capace di realizzare in quei pomeriggi così lontani. Era un buon centravanti, niente da dire.
Tabellino


1982
La metamorfosi di Paolo Rossi

"Dovessi impostare io la squadra contro il Brasile, incomincerei con un breve pellegrinaggio al Tibidabo dove mi risulta che agisca in pro dei poveri cristi una Madonna miracolosa". Dunque, anche Gioann Brera riteneva gli azzurri sostanzialmente spacciati. Confidava però nella maestria del Vécio, spolpato fin lì dalla stessa critica che, dopo la vittoria sugli argentini, ora stava facendo armi e bagagli per eventualmente salire sull'eventuale carro del vincitore. Ma: prudenza. C'è il Brasile, che sta esibendo il meglio della propria tradizione. Un Brasile in edizione di lusso. Che mostra, tuttavia, i difetti tipici delle sue annate più spettacolari: una difesa distratta, un portiere così così, una certa qual presunzione di sé. Per noi, potrebbe anche essere l'avversario ideale. A patto che molte cose vadano come devono andare. Il match del Sarrià, consegnato agli archivi e alla storia, sottratto al contesto di altissima emotività nel quale si svolse e fu poi commentato, è facilmente leggibile. Certo, la nostra difesa arcigna, il nostro contropiede, la nostra astuzia. Soprattutto, per vincere quel giorno fu necessaria una metamorfosi. La metamorfosi di Paolo Rossi. La storia è nota. Pablito era uno straccio; sembrava reggersi in piedi a malapena. Non teneva un pallone. Sbagliava cose elementari. Era una parodia di se stesso. Vicende poco pulite l'avevano tenuto lontano dai campi per due anni, e faticava dannatamente a tornare un calciatore del livello che tutti conoscevano. E tutti l'avevano conosciuto al mundial del '78: un centravanti funambolico, raffinato, imprevedibile. Quel giorno si trasformò in centravanti di rapina: fece tre gol, estraendone due - il secondo e il terzo - dal nulla di un disimpegno orizzontale della mediana verde-oro e da un tiraccio senza pretese e senza sorte di Marco Tardelli, quando la partita pareva segnata. Il 'nuovo' Pablito era il grimaldello improvvisamente disponibile a Bearzot per scardinare la bacheca in cui era custodita la coppa del mondo.

2006
La semifinale dall'esito scontato

Bar sport, gente che si accomoda ai tavoli. Televisore acceso, squadre schierate al centro del campo. Chiacchiere tra gli avventori, tutti italiani simpatizzanti del Portogallo. Un tizio si aggira, simula un certo disinteresse.  "Scusate, ma mi sto rotolando sotto il tavolo dalle risate. Vi piacerebbe la finale col Portogallo, eh? Avete più paura della Francia, e ci credo. Ma - scusate, mi vengono le lacrime agli occhi - davvero, davvero credete che i lusitani riescano non dico a vincere, ma a segnare un solo gol, anche brutto, anche irregolare, ai francesi? Ah ah ah! E con chi, di grazia? Cosa? Pauleta? Oddio, adesso mi sono venuti dolori alla pancia. Dite sul serio o è una battuta? Chi? Cristiano Ronaldo? Cristiano il tuffatore, la spia, il ricamatore di centrini, quello che non passa mai il pallone? Basta, per carità, o finisco al pronto soccorso. Bene, visto che hanno finito di strimpellare gli inni nazionali, vi lascio. Godetevi pure questa inutile semifinale, tanto domenica a Berlino ve la giocherete con la Francia". Il tipo esce dal bar, sale in bici e se ne va. Chissà se verrà qui a farsi quattro risate, domenica sera.
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2 luglio

1950
Girone di ferro per l'Uruguay

Inizia e finisce, in una sola partita, il gruppo 4 della fase preliminare. E' composto di due sole squadre, entrambe arrivate qui per rinuncia delle nazioni contro cui avrebbero dovuto guadagnarsi la qualificazione. Bolivia e Uruguay. Per l'Uruguay, un autentico girone di ferro. Non si fa dell'ironia. L'ultima volta, cioè poco più di un anno fa, a Rio, la Celeste ha buscato. Era una partita di Copa América. Era la prima volta che perdeva con la Bolivia, dalla quale anzi non aveva mai incassato nemmeno una rete nelle precedenti occasioni. Però, a ben pensarci, non giocava quasi nessuno dei titolari. La poderosa delantera del Peñarol (Ghiggia, Schiaffino, Hohberg, Vidal, Miguez) era in sciopero, e a far figuracce in Brasile mandarono dei ragazzini. Ora la situazione è diversa. Gli assi ci sono, e soprattutto sono tirati a lucido. Sono tra i candidati al titolo, e hanno voglia di dimostrarlo. Infieriscono senza pietà: otto gol, ben distribuiti tra primo e secondo tempo. L'Uruguay è una bomba ad orologeria.
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1982
Tu quoque, Diego?

Per sfortuna di Ciro Menotti, il centravanti del Brasile non è più quello del 1978. Oddio, non che Serginho sia meglio del Dinamite, anzi. Fa il palo, là davanti. Anzi, lo spaventapasseri. Ma non spaventa nessuno, ed è per questo che si trova da solo in mezzo all'area quando, verso la metà del secondo tempo, esausto per una furente percussione vista e accompagnata da Zico con delizioso tocco di esterno destro, Falcao mira la sua capoccia, la centra in pieno, il pallone rimbalza in direzione di Fillol ed è la rete del due a zero. I detentori della coppa capiscono che ormai la cuccagna è finita, ma Zico la deve pagare. Ci pensa Passarella, specialista dell'intimidazione, e mentre il Galinho viene accompagnato fuori molti si domandano come faccia un uomo di quella statura ad avere una caviglia così grossa. Poi anche el Pibe, sul quale i barcellonisti cominciano a fare discorsi densi di punti interrogativi, si indigna nei confronti di Batista, che era entrato giustappunto per sostituire Zico e ha pensato valesse la pena di colpire al volo il testone di Juan Barbas, infischiandosene delle conseguenze. "Ma sì, state vincendo tre a zero, almeno tu ricordati di me", e come souvenir gli sistema una magnifica suola bella piena di tacchetti nel basso ventre. A questo punto Mario Rubio Vasquez perde la pazienza: "tu quoque, Diego?". Essendo l'arbitro, ha il diritto di amministrare la giustizia almeno in questa partita, e dunque la amministra: cartellino rosso (foto). Finisce così, tra i fischi del Sarrià, la disperata avventura dell'albiceleste al mundial di Spagna. Maestoso e tremendo, il Brasile si è liberato degli argentini come fossero insetti nemmeno troppo fastidiosi. Si sbarazzerà facimente anche dell'Italia, pensano i più, e poi via, rotta su Madrid.

2000
La dignità di un allenatore

L'arma preferita dagli italiani quella sera si inceppò. Il destro di Del Piero era caricato a salve, e millanta occasioni da gol andarono sprecate, nonostante il deserto nella trequarti difensiva dei francesi. Così, un pallone in zona Cesarini trova la strada per passare in mezzo alle gambe di Toldo, e un altro viene scaraventato alle spalle del medesimo e con cattiveria platense da Trezeguet (foto), confermando il trend inaugurato nel '98: gli azzurri sprecano, i galletti capitalizzano. Inutile girarci intorno: il reiterato scialo moltiplica automaticamente le possibilità che faccia capolino la nemesi, e quella sera andò esattamente così. Quando hai di fronte avversari insidiosi, possono sempre e improvvisamente trovare la combinazione giusta e spalancare la tua cassaforte. Il gollettino di un carneade come Marco Del Vecchio costituiva appunto - dopo tanto sperpero - quanto rimasto all'Italia sul conto della finale nei minuti conclusivi; il bullismo multietnico transalpino lo razziò quasi per inerzia, e i rappresentanti della nazione avviarono la caccia al colpevole di tanta demenza. Ex post, la partita è ricordata soprattutto per il violento attacco frontale portato dal capo dell'opposizione politica e parlamentare al commissario tecnico della nazionale: a Dino Zoff, bandiera vivente del football italiano. Declassato improvvisamente a dilettante: "Si poteva vincere e bisognava vincere. I problemi riguardano la conduzione della squadra: non si può lasciare la fonte del gioco Zidane sempre libero. Era una cosa che non si poteva non vedere, anche un dilettante l'avrebbe vista", disse Silvio Berlusconi, a reti unificate. Trascorrono quarantotto ore, e il furlano reagisce, con stile e compostezza. Rassegna le dimissioni, gesto raro. "Dal signor Berlusconi non prendo lezioni di dignità. Non è giusto denigrare il lavoro degli altri pubblicamente, non è giusto che non si rispetti un uomo che fa il suo lavoro con dedizione e umiltà". Con dedizione e umiltà, l'Italia stava per sollevare la coppa in faccia ai campioni del mondo. Ma non era destino.
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2010
L'istante più crudele nella vita di Asamoah Gyan

Osservate lo sguardo di quest'uomo. Ha le mani in testa. Tra un istante, potete scommetterci, inizierà a piangere. Si chiama Asamoah Gyan, soprannominato Baby Jet. Anzi, a ben pensarci, la sua è un'espressione incredula. Cos'è successo? Semplice: stava per entrare nella storia, ma all'ultimo istante la storia ha tirato giù la saracinesca. Sa che un'intera nazione dell'Africa nera, il Ghana, che è poi la sua patria, in questo momento sta pensando cose orrende di lui. Perché? Solo e semplicemente perché ha sbagliato un calcio di rigore. Cosa c'è di più apparentemente normale, banale, ricorrente nel calcio, di un calcio di rigore sbagliato? Tutti i giocatori si disperano, quando accade. Il portiere graziato fa salti di gioia, e la vita di quelli che hanno tratto vantaggio dall'errore torna a fluire, ordinaria e piena di vere o false promesse. Stavolta, però, siamo davvero al cospetto di un caso limite. Estremo. Mai verificatosi nella storia, e che difficilmente ricapiterà, vai a sapere. Tornate a guardare il volto di Asamoah. In questo momento, l'arbitro ha appena fischiato la fine della partita. Anzi: la fine del secondo tempo supplementare. Sul dischetto, Baby Jet andò sapendo che a lui spettava il gesto finale e decisivo. Che avrebbe portato il Ghana in semifinale e, dunque, nella storia. Ora, riavvolgiamo il nastro del tempo, ma solo per qualche secondo. Ecco, da qui. Il giocatore prende la rincorsa. Colpisce la sfera. La sfera si muove, decolla, decolla ancora, non cessa di muoversi all'insù. Asamoah vorrebbe tanto che restasse impigliata nella rete tesa alle spalle di Muslera, il portiere dell'Uruguay. Ma il pallone si alza ancora, e se continua così - pensano in tutta Johannesburg - viaggerà fino in fondo alla notte, e atterrerà su qualche pianeta situato al di là del sistema solare. E invece no. Quel pallone si schianta in volo, contro la traversa. Non esplode in mille frammenti sintetici, ma nella mente di Asamoah tutto un futuro già immaginato dissolve all'istante. Non vorrebbe crederlo, ecco ancora la sua espressione. Il futuro deve ricominciare, molto è accaduto ma è come non fosse accaduto nulla. C'è un'altra partita da giocare, fatta solo di altri e tanti calci rigore, e la vincerà l'Uruguay. 


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22 giugno

1974
Germania contro Germania

Il pallone imbizzarrisce e sbatte sulla faccia dell'uomo con la maglietta blu, il numero 14; sembra un controllo involontario, ma la sua efficacia è sicura, perché taglia fuori i pochi in maglia bianca che presidiano l'area. Uno, due, tre, quattro rimbalzi: poi il piede destro del numero 14 esplode un colpo che indirizza il cuoio sotto la traversa. Un tiro imparabile. "Non casco dalle nuvole. So di essere l'eroe di un'epoca che non tornerà. Quel giorno al Volksparkstadion gli 8.500 tedeschi arrivati ad Amburgo con i treni dall'est e con un visto turistico che durava giusto il tempo della partita, alzarono le braccia. Per il gol sì, ma anche per tutto quello che significava. Quella rete diventò per un anno la sigla di molti programmi sportivi. E dopo la caduta del muro, per ricostruire un'identità sportiva collettiva, tutti chiedevano all'altro: dov'eri quando Sparwasser segnò?". Il centravanti operaio del Magdeburgo fu dunque autore del gol che decise l'unico derby mai disputato fra la Germania e la Germania, quando il muro ancora divideva l'una dall'altra. Un gol che in apparenza, se circoscritto alla sola vicenda agonistica e statistica di quel mondiale, serviva solo ad assegnare il primo posto nel girone. Tuttavia, proprio perdendo quel match, i tedeschi dell'ovest ebbero il cammino spianato verso la finale: altro che la Waterloo evocata a caldo dal Kaiser. Evitarono infatti di incrociare nella seconda fase a gironi brasiliani e argentini, e soprattutto l'arancia meccanica, che toccò invece agli "onesti somari" dell'est. Chi se la sente di escludere che, sotto sotto, Beckenbauer e i suoi si fregassero le mani? Uno come Breitner - per dire - non è detto che morisse dalla voglia di dare una lezione ai fratelli comunisti; fu lui ad aspettare i tedeschi dell'altro blocco negli spogliatoi, e fu lui a prendersi (in cambio della propria) la maglia del centravanti operaio. Nel tempo, i contenuti simbolici e politico-militari di quella partita sfumeranno in pacate o faziose analisi del rapporto tra il calcio e ciò che ne è pallida metafora (la realtà, la politica); e l'eroe di Amburgo, Jürgen Sparwasser, sarà un giorno bollato dai suoi come traditore, quando getterà il cuore e le gambe oltre l'ostacolo. Accadrà nel 1988; ancora pochi anni, e quell'ostacolo (il muro) sarà definitivamente rimosso. E fra tedeschi non ci sarà più nessun derby da giocare; quello del Volksparkstadion rimase senza alcuna possibilità di rivincita.

1982
El Nene

Dopo la finale del 1970, qualcuno chiede a Pelé se parteciperà anche alla prossima coppa del mondo. Difficile, quasi impossibile. "Non preoccupatevi, ho già un successore ed è Teófilo Cubillas", rispose. Già. Cubillas, 'El Nene', il più forte calciatore nella storia del Perù. Ci ricordiamo le sue movenze felpate, sulle alture messicane, quando in una sconosciuta (per noi europei) selezione con banda rossa trasversale sulla maglia regalava gol ed emozioni. Ne fece uno anche al Brasile, ma naturalmente non bastò. Sono trascorsi dodici anni. Al Riazor sta giocando la sua ultima partita con quella maglia, sono gli ultimi minuti, la Polonia ha dilagato nel secondo tempo. Cinque a uno, sarà un triste saluto, quello del Nene. Perciò, quando l'arbitro si sarà ripreso il pallone, non lasciate che torni da solo negli spogliatoi. Alzatevi in piedi, e che il vostro applauso sia lungo. Lungo e caldo, come lui si merita. Cubillas è stato una grande stella del Sudamerica.

1986
Capolavori di Diego

L'Azteca è teatro di partite indimenticabili, negli anni in cui il Messico organizzò la Coppa del mondo. Nel 1986, per esempio, ci fu Inghilterra-Argentina. L'incrocio avveniva a quattro anni dalla 'Guerra delle Falklands'. Fu la partita in cui el Diego diede prova per gli argentini della propria santità in vita. Suoi furono i gol che decisero il match. Inutile rievocarli, tutti li conoscono, tutti li hanno visti decine e decine di volte. Forse non ve ne sono di più famosi, nella storia del football. Cari signori, se volete più tardi li proiettiamo ancora. Come? Li proiettiamo subito, d'accordo. Ecco, questo è il primo (la mano de Dios) e questo è il secondo (Diego che, uno dopo l'altro, semina gli inglesi e va in porta col pallone). Il secondo è davvero un capolavoro assoluto. Si può discutere sulla santità del Pibe, certo: ma che si tratti di un artista di valore universale e assoluto, nessuno lo può negare. Personalmente, preferisco lui a ... (mah, non mi viene in mente nessuno, al momento: ci penserò). Il bello è che lui dice di essere affezionato soprattutto al primo dei due, il gol palesemente malandrino che qualsiasi arbitro al mondo non avrebbe convalidato - e sarebbe interessante sapere chi, in quell'istante, ottuse gli occhi e otturò il fischietto di Alì Bin Nasser, l'arbitro tunisino. A ogni modo, l'iceberg inglese è superato, e l'Albiceleste un transatlantico che naviga tranquillo in direzione della finale. Bene. Credete che per los argentinos il bello fosse ancora di là da venire? Per nulla. Lo dicono tutti. Il loro scopo non era vincere il mondiale, ma la guerra con gli inglesi. La vinsero, all'Azteca, e da quel giorno si sono (quasi) dimenticati delle Malvinas.
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16 giugno

1938
La paradinha

E così i brasiliani da Marsiglia dovettero tornare a Bordeaux e non salire verso Parigi: ci tornarono a giocare per il terzo posto sul podio mondiale. Avevano già prenotato l'aereo (per Parigi, va da sé), e la smargiassata diede a Pozzo un buon argomento per caricare i suoi: "bauscioni de l'ostia", avrebbe reagito Peppino. Un'altra smargiassata tipicamente brazileira fu la decisione di risparmiare Leonidas (considerato un fenomeno, o spacciato per tale) e Trim (altro presunto fuoriclasse) in vista della finale (ma la circostanza è dubbia: nei quarti "i cechi li hanno pestati per il meglio", ricorda Brera). Una "sacrosanta legnata" (così Monsù Poss) di Colaussi portò in vantaggio gli azzurri. Poi ci fu il famoso episodio del rigore calciato da Peppino in coordinazione virtualmente precaria e con doppia esitazione, per via dell'elastico che, ceduto, lo costrinse a impegnare l'arto sinistro scongiurando la caduta delle brache. Senza volerlo, Meazza brevettò la paradinha, che coincise peraltro con il suo ultimo gol in nazionale; gli restava la finale, e poi ancora qualche amichevole (famosa quella concessa agli inglesi nel '39, a Milano). Poi arrivò la guerra. Poco più di cinquanta partite, trentatré gol; numero perfetto, per un divino pedatore. Quanto ai sudamericani, si lamentarono per il rigore subito e per un rigore non avuto; indispettiti dal cambio di programma, si tennero i biglietti dell'aereo per Parigi, costringendo i nostri a un vagabondaggio last minute lungo tutta la Francia, in treno, di notte.
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1976
Il giallo di Zagabria

Volete rivedere la partita? Bastano quindici secondi per capire l'antifona. Anche meno. Siamo a Zagabria, piove a dirotto sulla prima semifinale del Campionato d'Europa. Al centro del cerchio di centrocampo ci sono Johan Cruijff, Anton Ondruš e Clive Thomas, arbitro gallese, e uno dei due guardalinee che ripara il Grande Olandese con l'ombrello (foto). Convenevoli, ancora qualche palleggio e si parte. Gli arancioni sviluppano la prima azione sull'out destro, poi il pallone finisce tra i piedi di Johan. Duro ma regolare contrasto di spalla portato da Jozef Čapkovič, difensore centrale della Cecoslovacchia; Cruijff finisce a terra, e la sfera in fallo laterale, assegnata alla Cecoslovacchia. Battuta rapida, ma il gioco è fermo. Quel che sta accadendo, purtroppo, sfugge alla telecamera. Il Grande Olandese capitano dei suoi e padrone della palla, della partita, dello stadio e del Campionato, sta protestando. Non sappiamo per cosa. Per il rude contrasto? Perché ritiene sia stato un imperdonabile errore l'assegnazione della rimessa ai suoi avversari? Il referee forse non aspettava altro, o forse ha deciso correttamente: cartellino giallo. Dunque l'Olandese, capitano dei suoi, padrone della palla e della partita eccetera eccetera, sa già che, al ballo della finale, lui non sarà invitato. Ed è perciò che si rifiuta di giocare anche la semifinale, appena cominciata. Protesta dal primo all'ultimo minuto, come un bambino arrabbiato; altri (Neeskens e Van Hanegem) si comportano da bulli e si fanno addirittura espellere. Risultato finale: tre a uno per la Cecoslovacchia, ma solo dopo i tempi supplementari. Ai quali conduce una doppietta ecumenica (rete e autorete) del titanico Ondruš.

1982
En una Copa del Mundo nunca, nunca hay un enemigo pequeño


Per due consecutive temporadas, nella primavera del 1980 e del 1981, la Real Sociedad fu campione di Spagna. In quella che portava al mundial, tuttavia, fece pochissima strada in Coppa dei campioni: fuori al primo turno, due partite e nemmeno un gol al CSKA di Sofia. Bene. La Roja è costruita da Santamaria sul blocco dell'undici basco, con innesti variamente distribuiti. Basterà per esordire a Valencia senza tragedie, prendendo i due punti, contro l'Honduras? "En una Copa del Mundo nunca, nunca hay un enemigo pequeño" (la critica spagnola è all'erta, ricorda bene il dispetto coreano del '66 all'Italia, e si è ulteriormente spaventata quando nel pomeriggio, a Gijon, l'Algeria ha beffato i tedeschi). Quindi, attenzione:  "en el convencimiento de la enorme diferencia que existe entre ambos conjuntos, podría estar el único gran peligro qué le vemos al partido. España debe salir a jugar como si jugase contra la selección que cuenta con más posibilidades para hacerse con el título". Il problema principale - sia consentito dire ex-post - non è quello di sottovalutare la Bicolor, bensì di ritenere competitiva la compagine di casa. La quale infatti, mentre ancora l'eco degli inni nazionali non si è spenta al Mestalla, ha già preso uno sberlone in contropiede. Nubi nere solcavano il cielo, prima della partita, e non per caso. Ci vorrà un rigore a venti minuti dalla fine per evitare alla Spagna l'onta di una bruciante sconfitta, ma di applausi ne prenderanno solo i simpatici centro-americani. Il loro santone, Chelato Uclès (ma all'anagrafe José de la Paz Herrera), è raggiante (foto): "mai visto niente di più bello in vita mia: vorrei portarmi una coperta e dormire sul campo". Sogni d'oro.
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1986
La resa dei conti di Puebla

Beh, può darsi che gli argentini attendessero questo giorno dall'ormai lontanissimo 30 luglio del 1930. Da allora, l'Albiceleste e la Celeste hanno giocato tantissime partite, mai tuttavia in una fase finale di Coppa del mondo. Certo, oggi non scendono in campo per contendersi il trofeo, ma per non essere cacciate dal torneo. Siamo solo agli ottavi di finale. L'appuntamento è fissato a Puebla de Zaragoza, oltre ventimila leghe sul livello del mare; praticamente in cielo. L'arena è intitolata a Cuauhtémoc, ultimo sovrano azteco. Ispiratissimo, Diego regna sulla partita. Pali e traverse, gol annullati, l'Argentina non riesce a blindare il risultato (schiodato da Pasculli: foto) e rischia fino all'ultimo istante. Gli uruguayani fanno quello che possono, cioè poco o nulla; ma sono sempre in agguato, com'è loro tradizione. Il Pibe, che ha disputato una gara fantastica e disperata, sorride solo quando l'arbitro sequestra il pallone e manda tutti a riprendere fiato; ancora tre partite, solo tre partite. Poi i conti torneranno alla pari sulle due sponde del Río de la Plata, tra Baires e Montevideo.

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14 giugno

1938
Appuntamento al Vélodrome

Prima o poi doveva pur accadere. Accadrà dopodomani a Marsiglia: Brasile e Italia al primo rendez-vous della loro storia. Già, alla fine i sudamericani ce l'hanno fatta: sono venuti a capo della rognosissima Cecoslovacchia, ma sono state necessarie due partite. La gente di qui - che di football capisce pochissimo - stravede per loro. Sono dei prestigiatori del pallone. Hanno una nozione di gioco collettivo molto approssimativa, e per questo l'undici di Meissner li ha tenuti in scacco così a lungo: l'improvvisazione non prevale mai facilmente sulla tenace tessitura. Gli italiani ora dicono di temere la sfida. Pozzo piange finte lacrime, "era meglio incontrare i cechi!", sbraita. Solo Ugo Locatelli mostra quale sia il vero stato d'animo della truppa. "Lo dice anche il proverbio, il diavolo non è tanto brutto quanto lo si dipinge, vedrete che questi brasiliani saranno dei ... bei ragazzi". Preistoria della pretattica.
Brasile-Cecoslovacchia: cineteca


1970
La vendetta di Montezuma

"The start of a run of massive matches in which English hearts were broken by the Germans". Di chi fu la colpa? Ovviamente di Sir Alf, che gestì male i cambi  nel corso del secondo tempo. Ma soprattutto di Montezuma, la cui vendetta è sempre in agguato da quelle parti. Colpì difatti Gordon Banks, l'uomo che aveva fermato Pelè: "If anyone had to be ill, why did it have to be him?", sarà il rimpianto  di Ramsey, costretto quel giorno a schierare tra i pali 'The Cat', l'esordiente Peter Bonetti. Di fatto, gli inglesi si portarono abbastanza facilmente sul due a zero. Banks era rimasto in albergo, e seguiva il match in televisione; "after another visit to the bathroom, he returned to his bed and, feeling rough and sleepy, switched off his TV set to take a nap, assuming the match was won". Sir Bobby Charlton uscì quando i tedeschi avevano appena segnato l'uno a due (liscio di Bonetti su destro dal limite del Kaiser, elegante ma centrale e più che resistibile) e mancavano venti minuti alla fine. Sir Martin Peters uscì poco prima che i tedeschi impattassero sul due a due, quando alla fine mancavano dieci minuti. Extra-time, come quattro anni prima. Punteggio identico. Ci vuol poco a immaginare chi fece il terzo gol (foto), e quale maglia indossava, e quanto amaro fu il risveglio di Banks, costretto a disdire in anticipo il sessantatreesimo cap, prenotato per la semifinale. Secondo Brera, a metter fuori l'Inghilterra furono "il caldo e l'altura, non soltanto la presunzione e la broccaggine". Forse è un'esagerazione; avevano incontrato una squadra molto forte, come il recente passato dimostrava e il futuro imminente avrebbe confermato. Ma, per la prima volta, gli inglesi avevano un titolo da difendere. Alleati nel nome della giustizia calcistica, Eupalla e Montezuma decretarono la loro sconfitta.

1973
Le vittorie che generano illusioni

Col senno di poi: tutta questa prosopopea per una partita vinta? D'accordo, non era mai successo - del resto, non è che ci siano state mille occasioni. Nell'esaltare con canti trionfali l'impresa non facciamo che tradire un sempiterno complesso di inferiorità nei confronti degli inglesi. "Forse gli inglesi siamo noi" (appunto), e con un "classico risultato all'inglese" (due a zero) abbiamo fatto nostro il match. Amichevole, certo, ma - si suol dire - a questi livelli non esistono confronti 'amichevoli'. C'è in gioco la tradizione, si rischia il prestigio. Vero è che Sir Ramsey, ormai alla frutta, ha portato i suoi in trattoria sulle colline torinesi la sera prima della partita, e alcuni di loro hanno fatto le ore piccole (non si sa chi, e non si sa quali ore). Logico che poi, in campo, gli albionici apparissero un po' frastornati: ma c'era bisogno di infierire su questi poveri "birilloni senza un'idea lucida nel cranio e quindi nella manovra"(Arpino)? Suvvia, siamo così abituati a esercitare la critica delle nostre vergogne, ci sia consentito un po' di sarcasmo - come a quegli allievi che hanno dimostrato di saperla più lunga di un maestro intontito e démodé. Anche perché di motivi per essere allegri ce ne sono davvero pochi: la lira è in picchiata, l'inflazione galoppa, il paese è (come quasi sempre) sull'orlo del baratro. Perlomeno, i nostri patemi non sono aggravati da un'altra sconfitta. Anzi, evviva: dopo il Brasile abbiamo battuto anche l'Inghilterra, la nostra è pur sempre terra tra le terre più fertili e antiche del football. Visioni alternative? "L'euforia per due vittorie abbastanza fasulle induce molta gente a sperare più del lecito nei mondiali dell'anno prossimo. Chi esita a entusiasmarsi passa per menagramo. In questo non siamo proprio cambiati" (Brera). E non cambieremo mai, anche questo è sicuro.
Cineteca

1982
Ove si narra di come il Brasile ebbe la meglio sui pedatori di tutte le Dinamo

Mi ricordo benissimo il gol Sócrates. La danza fuori dell'area, i due difensori elusi con altrettante finte, il controllo di esterno e poi il destro di pieno collo, all'incrocio dei pali, e il volo di Dassaev, che arriva a toccare ma non a deviare il pallone. E l'esultanza del dottore: una corsa con le braccia e lo sguardo che progressivamente si alzano, e la sua figura statuaria sommersa dall'abbraccio dei compagni. Fino a quel momento, una sola bandiera sventolava sugli spalti del Sánchez Pizjuán ed era quella sovietica. Il Brasile arrancava, zavorrato da un centravanti-ronzino e da un portiere insicuro. I pedatori di tutte le Dinamo erano passati in vantaggio (Andrij Mychajlovyč Bal', tipico prodotto di trasformazione del laboratorio di Kiev), ma alla lunga pagavano lo sforzo e la terribile afa di quell'estate spagnola: quando cala il sole, e un po' di frescura arriva sul prato, hanno ormai perso il fiato e l'energia. E' allora che il samba della torcìda e le trame di Zico, Sócrates e Falcao si fondono in un discorso sul football, frenetico e convincente, che finisce solo quando la partita è quasi finita, con il gol del due a uno.

2004
Non ci dovevi cascare, Francesco

Se fosse brasiliano, sarebbe osannato come Pelé. Se fosse inglese, avrebbe oscurato il mito di Bobby Charlton. Se fosse tedesco, lo considererebbero una sorta di incrocio tra Netzer, Hoeness e Fritz Walter. Se fosse francese non so. Invece è italiano, e - anzi - per gli italiani è soprattutto romano. Romano e romanista. Se fosse dell'Inter, della Juventus o del  Milan sarebbe considerato meglio di Meazza, meglio di Boniperti, meglio di Rivera. Ma è della Roma. Bravo sì, ma c'è sempre un dubbio. Il dubbio dilegua (apparentemente) quando lui cambia maglia, e indossa quella della nazionale. Lui è la stella che tutti attendono al varco. Per lui è vietato sbagliare, ma molti sperano che lo faccia. Lui deve decidere le partite, ma se le decide qualcun altro sono tutti più contenti. E soprattutto, essendo 'il' campione, deve comportarsi da campione. Sopportare i calci, reggere alle provocazioni. In effetti, quante deve averne sentite. E se mamma desse un'occhiata alle sue caviglie e alle sue ginocchia, gli vieterebbe di giocare ancora a pallone. Però, Francesco, è vero: non si sputa in faccia a un avversario, qualunque cosa ti faccia o ti dica. Lo so, è esattamente quello che Poulsen voleva ottenere: toglierti il pallone e possibilmente la partita, solo per un caso l'arbitro non se ne accorse. Dovevi ignorarlo, tapparti le orecchie, pensare a quel che sai fare, perché quel che non ti riesce ora - un dribbling, un passaggio smarcante di prima, un tiro imparabile - potrà riuscirti tra dieci minuti, tra quindici, tra venti; mal che vada, ti riuscirà nella prossima partita. Se ci sarà.
Italia-Danimarca (Euro 2004): Full match


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