Visualizzazione post con etichetta 1946. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 1946. Mostra tutti i post

29 dicembre

1946
Il 'fattore campo'

La quattordicesima di andata del campionato 1946-47 fece registrare un primato "di tipo speciale": il primato negativo del fattore campo. Sei vittorie esterne, solo due interne, e due pareggi. Del resto, come nota Monsù Poss (Vittorio Pozzo, all'anagrafe), già "all'inizio della presente stagione accennava ad essere in ribasso, il fattore campo, poi le cose si erano venute gradatamente normalizzando: ora è giunto improvvisamente il tracollo". Già. In un turno spalmato, "ha cominciato la Triestina a perdere a Trieste". Poi il Vicenza (naturalmente a Vicenza). "E poi, come nel giuoco dei mattoni, sono ceduti l'uno dopo l'altro i pezzi grossi": il Bologna (a Bologna), l'Internazionale (all'Arena), la Sampdoria (a Genova). "Naturalmente l'Atalanta a Bergamo". Perché naturalmente? Beh, "avendo come avversario il Torino, non poteva fare a meno di capitolare anch'essa, ed ha seguito la sorte comune". E poi va detto che il Livorno (a Livorno) e l'Alessandria (ad Alessandria) hanno evitato la sconfitta solo riuscendo a non subire reti o pareggiando appena in tempo per evitarla. "Con tutto ciò, la classifica non è stata rivoluzionata". Già, guida il Torino, poi la Juve, poi (oddio) il Modena, "che è una bella squadra". E in coda? "In coda la povera Triestina, tutta sola, e davanti ad essa mezza dozzina di squadre, fra cui qualcuna col nome famoso, che arrancano". Campionato interessante? "Campionato interessante".


1965
Il mese migliore di 'Gundi'

E' lento e massiccio, ma potente, fortissimo nel gioco aereo, tecnicamente tutt'altro che sprovveduto. In questo mese di dicembre del 1965, tutti hanno compreso che quello del Levski è un centravanti coi fiocchi. Ha tenuto a galla la barca dei suoi all'Estadio da Luz, segnando una doppietta e costringendo il Benfica a una faticosissima qualificazione ai quarti di Coppa dei campioni; oggi, a Firenze, è lui a trascinare la Bulgaria nella partita di spareggio che vale l'ultimo posto libero nel tabellone della Coppa Rimet. C'è parecchia gente allo stadio, è un bel pomeriggio di sole. Il Belgio sarebbe favorito, ma lui, intorno al ventesimo, decide che la pratica è da sbrigare con una certa urgenza. Due gol in un minuto, uno di capoccia l'altro di giustezza, poi un'altra inzuccata che manda il pallone a stamparsi sulla traversa, ma ormai il più è fatto. Georgi 'Gundi' Rangelov Asparuhov è l'uomo del match e una possibile attrazione del circo che metterà le tende in Inghilterra, oltre che il sogno proibito di molti club del continente. Il regime bulgaro lo blinderà, e la sua fortuna dileguerà molto presto, a ventott'anni compiuti da poco, schiantata da un frontale in auto sulla strada per Vratsa, ai piedi dei Balcani, il 30 giugno 1971.



1967
Certe notti di Rio

Sembrano spesso notti scure quelle che avvolgono il Maracanã, nelle immagini del secolo scorso. E così sono anche le poche che restano dello spareggio che vi giocarono il Palmeiras e il Náutico di Recife, per aggiudicarsi il titolo di squadra campione del Brasile. In più, era una notte di pioggia battente. Così, vediamo pedatori che cercano in precari equilibri di strappare un contrasto vincente; ammiriamo Cesar Maluco, che scaraventa in porta da trenta metri un pallone arenato nel fango, di pura potenza (foto); e poi ridiamo, quando scorre la sequenza di Tupãzinho che, a porta vuota, alza da due passi un lob che si infrange sul palo. La chioma bionda di Ademir da Guia compare verso la fine; un dribbling secco al limite dell'area, un destro preciso, senza scampo. Il titolo era del Palmeiras. Non poteva che sigillarlo lui, il Divino. Iniziava il periodo migliore nella storia dell'Alviverde; e, in Brasile, sfioriva l'egemonia santista.
Tabellino (sub data) | Highlights


30 maggio

1946
Il tulipano volante

Anche in Belgio e in Olanda, finita l'occupazione hitleriana, si può tornare al gioco del pallone. E dunque riacquistano attualità le loro antiche e forzatamente accantonate magagne, da risolvere sui verdissimi prati delle terre basse. Nel 1946 gli undici confinanti scaldarono i bulloni, fissando un doppio appuntamento. I primi a muoversi furono i belgi, che il 13 maggio si recarono in visita ad Amsterdam; all'Olympisch Stadion trovarono una confezione-dono di sei palloni, tutti gentilmente consegnati alle spalle del loro portiere, Piet Kraak. Buone relazioni di vicinato prevedono la reciprocità, e così tocca poi agli olandesi (il 30 maggio) varcare la frontiera, arrivare fino ad Anversa, raggiungere il Bosuilstadion, e vedere un po' cos'hanno intenzione di fare i sudditi dell'ambiguo Leopoldo III. Nulla. Solo vane formalità. E' verso la fine del primo tempo che Servaas 'Faas' Wilkes, mezzala d'attacco e grande stella del Xerzes di Rotterdam, perde la pazienza. Senza gol non si diverte. Ne cucina due, poi è tempo di  rientrare negli spogliatoi. Ad Amsterdam - detto per inciso - ne aveva serviti tre. Furibondi per lo sgarbo, i belgi tornano in campo e rendono subito pan per focaccia: due sberle, due a due. Poi si ricomincia a far salotto, come tra vecchi amici. Anche Wilkes è satollo. Si è fatto notare abbastanza. Diventerà professionista, verrà in Italia, sarà un grande dell'Inter nei primi 1950s, ma i colori dell'Olanda non li potrà più indossare fino al 1956. Peccato: perché in sole trentotto partite ha firmato la bellezza di trentacinque gol; dodici con autografo e dedica per i portieri del Belgio.
Tabellino | Wilkes: profilo e carriera internazionale


1957
La vana resistenza Viola

La primavera del 1957, per la nazionale italiana, è stata peggio che un incubo. Batoste durissime, in Portogallo e in Jugoslavia. E ancora brucia la prospettiva di non poter andare (a far che?) in Svezia. C'è, tuttavia, un altro modo di guardare al calcio, e dunque alla vita. I campioni d'Italia sono arrivati sino alla finale della Coppa dei campioni. E' solo la seconda edizione, ma gode già di un certo prestigio. Tuttavia e purtroppo, la finale si gioca contro il Real Madrid. Come non bastasse, si deve giocare sul campo del Real Madrid, a Chamartín. Monsù Poss è preoccupato, e gli si inceppa la prosa: "ci presentiamo con un timore che è inutile tacere e un'impressione che grava come una cappa di piombo su tutto l'ambiente nostro: quello che l'andamento del gioco e il risultato fra società di campionato non confermi senza reticenze né complimenti quanto è avvenuto fra le compagini nazionali, per quanto ci riguarda". Tutto sommato, le cose non vanno poi così male. Gli assi madridisti tardano a ingranare. La Fiorentina disputa "una partita maschia, lottando con i denti per non capitolare". Ci vuole un penalty (secondo Pozzo inventato) per schiodare il match quando - dopo 69 minuti "de angustia" (Mundo Deportivo) - già si sente puzza di extra-time, sgraditissima ai centoquarantamila nelle cui menti qualche dubbio cominciava a fare capolino. Lo trasforma Di Stéfano (foto), e cominciano a scorrere i titoli di coda.

1962
Ural-2

Quattro gironi, una partita per girone, tutte e quattro alla stessa ora. Inizia la Coppa Rimet organizzata dal Cile. L'attesa è stata lunga: quattro anni, e l'impazienza cresce. Si inganna il tempo. E' iniziata l'era dei cervelloni elettronici. Idea! Perché non sollecitarli a perforare schede e schedine che diano i giusti pronostici per il mondiale? Anche gli scienziati sovietici, in fondo, sono appassionati di football, e così alcuni di loro, nella pausa-caffè, chiedono il responso di Ural-2 (foto). Lo rimpinzano con un bel po' di dati, e quello - satollo e soddisfatto come si deve - produce tecnomanzia. Vincerà l'Unione Sovietica. "Evviva!". Infatti. E poi? L'Italia si qualificherà per i quarti di finale. Infatti. E poi? Anche il Brasile (oh bella, su questo nessuno si sarebbe azzardato a scommettere). E poi? Boh! Nel frattempo, le partite sono iniziate. Arrivano i gol. Il primo, a Rancagua. Più veloce di tutti è stato Héctor Facundo, attaccante del San Lorenzo de Almagro. Il suo gol, in Argentina-Bulgaria, resta unico e perciò decisivo. A proposito, Ural -2: e l'Argentina? Nessuna risposta. Dorme della grossa.



30 maggio 1964
La collezione di Bobby Moore

Bobby Moore non collezionava francobolli o figurine, ma magliette di Pelé. Tutti o quasi hanno negli occhi la famosa immagine dei due a torso nudo dopo la bella partita di Guadalajara del 1970; ma la stessa cosa era avvenuta al Maracanã il 30 maggio del 1964, a leggere le cronache. Si inaugurava un bel quadrangolare, oltre alla Seleçao e agli inglesi partecipavano Portugal e Argentina. Ovviamente, il Brasile diede spettacolo. Pelé disputò "una partita sensazionale meritandosi l'ammirazione dei suoi stessi avversari. Appena terminata la gara, infatti, il capitano degli inglesi Moore gli è corso incontro e gli ha tolto la maglietta che ha voluto conservare per ricordo" (Stampa sera, 2 giugno 1964, p. 9). Era finita cinque a uno per i verde-oro. Si capisce perché O Rey abbia poi sempre affermato che Moore era il più corretto difensore che avesse mai incontrato: perché iniziava a marcarlo stretto solo dopo il novantesimo. Come che sia, i due non si persero mai di vista, e parecchie volte hanno posato per i fotografi, fino ai tardi 1970s (foto), quando entrambi collaborarono nell'inutile tentativo di evangelizzare gli Stati Uniti.
Tabellino | Highlights


1969
Duello per le tortillas

Otto posti a tavola su sedici avranno le europee al banchetto messicano - anzi nove, perché gli inglesi devono portare la coppa e dunque sono invitati aggratis. In trenta, quindi, si devono azzuffare per conquistare il biglietto. Poiché non è consigliabile una rissa generale, vengono divise in gruppetti, quale da tre, quale da quattro rappresentative nazionali. In uno di questi, ci sono - nientemeno - Ungheria e Cecoslovacchia, cioè le finaliste sconfitte di ben quattro mondiali. Purtroppo, una delle due soccomberà. Il primo duello si svolge al Népstadion. Due squadre giovani, fondate l'uno sul blocco dell'Ujpest e l'altro su quello dello Spartak di Trnava, entrambe di più che discreto livello europeo. Prevalgono gli ungheresi con un classico due a zero - sblocca un esordiente (Antal Dunai, foto) e rifinisce il veterano (Flórián Albert) -, mettendo in cassaforte almeno mezza illusione di poter essere loro a spiccare il volo per il continente americano tra un anno esatto.
Tabellino | Highlights


30 maggio 1984
Circo Massimo

La città è eterna e sempre lo sarà, e dunque prima o poi una squadra di Roma riuscirà a vincere la Coppa dei campioni - torneo pure destinato ad esistere sino alla fine dei tempi; che la fine dei tempi debba poi coincidere con la fine della storia del calcio (o viceversa), non è detto (anzi). Finora, è vero, c'è stata una sola possibilità. La Roma di Liedholm, Bruno Conti e Falcao ha acciuffato - a fatica ma l'ha acciuffato - il diritto di giocarsela con il Liverpool. All'Olimpico, per di più. L'Olimpico è troppo stretto, stasera. Al Circo Massimo ci sono un milione di persone e un maxi-schermo. Ma c'è il Liverpool. E' uno squadrone, si sa. Chi indossa quelle maglie è già andato e tornato dall'inferno mille volte. Una finale di questa coppa, loro, non l'hanno mai persa. E difatti, eccolo lì: Phil Neal, il terzino destro. E' un vecchio bucaniere, sa sempre dove piazzarsi. C'è una mischia in area, il pallone impazzisce e si placa solo quando finisce tra i suoi piedi. Uno a zero. La salita è già iniziata. Pruzzo si esercita nella sua specialità: colpo di testa acrobatico in avvitamento (foto). Uno a uno. Poi una sofferenza infinita, fino allo stillicidio dei calci di rigore. La serata finisce come tutti - sotto sotto - temevano. Ci sarebbe stata una soluzione: portare i Reds al Circo Massimo, e darli in pasto ai leoni. E invece, nessuno ha più voglia di cantare, verso mezzanotte, nelle strade di Roma, caput mundi.