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28 febbraio

1904
Benfica

Sono 24 alunni di un Istituto di solidarietà sociale fondato dopo il terremoto di Lisbona del 1755 che dànno vita a quello che sarà il più importante club di calcio del Portogallo: lo Sport Lisboa e Benfica. Il principale artefice fu Cosme Damião, che in quegli inizi fece tutto ciò che un appassionato di football può umanamente fare: il giocatore, l'allenatore, il dirigente della propria squadra. Luminosa è la storia del Benfica. E particolarmente nei primi 1960s, quando sono proprio i lusitani a chiudere il ciclo dell'egemonia madridista in Europa, accendendo la stella di Eusébio.
Sito ufficiale

1944
The Cat from Anzing

Anzing è una piccola località della Baviera, una ventina di chilometri a est di Monaco. Qui è cresciuto il Gatto, al secolo Josef Dieter Maier - per gli intimi "Sepp": grande portiere del Bayern e della nazionale tedesca per tre lustri, dalla metà dei 1960s. "I’ll give up playing football when there’s moss growing on my knees", scherzava spesso. Considerato tra i migliori di sempre nel suo ruolo, che interpretava spesso stando lontano dai pali, vicino alla fonte di ogni pericolo.


1962
La coppa stregata

Epperò, scrive Monsù Poss, la Juve non meritava di perdere. Stavolta no. Sembrava la squadra di Rosetta e Caligaris, di Orsi e di Monti. Ha beccato un gol sulla prima azione degli avversari (con classe, un tocco via l'altro, i Blancos - ma di scuro vestiti - sono praticamente entrati in porta col pallone), ha rimontato (che meraviglioso gol - foto - di Sivori!), ha mandato in visibilio i francesi venuti al Parco per vedere gli assi di Madrid, ma non c'è stato nulla da fare. Il ritmo infernale del gioco lascia i bianconeri con le gambe molli nell'ultimo tratto del match. Stacchini e Charles si fanno male, la Juve gioca in dieci, gioca in nove uomini. E poi, di fronte a quelle vecchie volpi, basta rilassarsi per un solo istante ed è la fine. Niente supplementari, niente semifinali. La coppa è, per nostra signora, immancabilmente stregata.
Cineteca

14 febbraio

1932
Geopolitica ed esperimenti

L'Italia non aveva mai giocato a Napoli, ed è accolta con fazzoletti bianchi, botti e calorosissimo entusiasmo. Tutto pari alle attese. Si incontra la Svizzera, per la Coppa Internazionale. Pozzo fa esperimenti geopolitici, e ne schiera tre del Ciuccio: Colombari, Vojak (primo gettone) e Sallustro, l'idolo partenopeo. Partita troppo semplice: tre a zero, ma i napoletani restano a secco. Si porta a casa il pallone Francisco Fedullo (foto), uruguayano, naturalizzato, interno del Bologna. Monsù Poss è stizzito dall'eccessiva arrendevolezza elvetica.
Cineteca



1962
Il Cabezón

Coppa dei campioni, quarti di finale: gara di andata a Torino. Juventus-Real Madrid, e Comunale stracolmo. Si festeggia Omar Sivori, che esibisce il pallone d'oro (foto). Di Stefano perde i capelli ma non il vizio del gol, e timbra l'uno a zero. Il match è tuttavia ricordato per l'improvviso scatto di Sivori, a gioco fermo, in direzione di Enrique Pérez Díaz «Pachin», conclusa con tremenda incornata. L'arbitro non vede, o - impietosito - finge di non vedere. "Il Real Madrid non è più la squadra di una volta", sentenzia Monsù Poss.
Cineteca


1973
Due centenari

Cosa fa la Scottish Football Association per festeggiare il proprio centesimo compleanno? Organizza una festa ad Hampden Park. Ospiti d'onore: Inghilterra e Brasile. Il Brazil verrà solo a giugno, l'Inghilterra è puntuale. Tra l'altro, è festa anche per Bobby Moore: centesimo cap. Willie Ormond (foto) invece esordisce sulla panca scozzese. In quell'atmosfera festosa e innevata, gli inglesi maramaldeggiano, alimentando le proprie illusioni. Cinque a zero. Nelle case di Glasgow le luci si spengono prima del solito.


2002
Ciao Nándor

Si spegne, a Budapest, Nándor Hidegkuti. E' fra i pochi pedatori il cui nome sia diventato spiccia allusione al modo di interpretare un ruolo. Quanti centravanti "alla Hidegkuti", dopo Hidegkuti! Il primo falso nueve nella storia del pallone. Era il vero metronomo dell'Aranycsapat. "Tactically, he ran the best team in the world of his time; a great footballer, and a charming and cultivated man" (Rogan Taylor). Ora il suo nome è anche quello dello stadio di Budapest dove gioca l'MTK.


4 febbraio

1884
Il primo dei Trerè


Nasce, a Milano, Alessandro Trerè. Il primo di due fratelli che militarono insieme nel Milan nell'età del bronzo, tra i pochi indigeni pedatanti del club. Una famosa foto (qui accanto) lo ritrae in azione, coadiuvato da Kilpin. Le cronache dicono fosse un bomber, anche se i campionati erano brevi, le squadre poche e le partite pure. Totalizzatore rossonero: undici presenze, sette gol, due scudetti. Che media!
Profilo



1960
Derrota minima

Minima, ma derrota. Il tepore della Costa Azzurra assopisce l'XI madridista. Visioni di mare, cieli tersi e bikini di attrici famose negli occhi di Puskas e compagni; dopo il due a zero mollano gli ormeggi e il piccolissimo Nizza, che l'anno precedente aveva ottenuto il suo quarto e ultimo titolo di Francia, mette le ali al proprio entusiasmo e confeziona una rimonta fantastica. Tre a due, tre gol di un lussemburghese: Victor Nurenberg (foto).



1962
Si gioca per il primato

Davvero speciale, il derby della madonnina in programma alla settima di ritorno, campionato 1961-62. Le squadre sono appaiate in cima. Due battute di Brera sono sufficienti. "Puntualmente, la tradizione è stata rispettata. Ha prevalso la squadra che, ritenendosi in più critico momento dell'avversaria, ha preso tutte le misure tattiche per ovviare all'inconveniente". Protagonista negativo fu Dino Sani, che spappolò il naso di Bicicli (foto) facendosi espellere. Due a zero, bauscia in festa e in testa; ma una rondine non fa mai primavera.
1990
Rigori fiorentini

Il Milan è una muta di cani affamati lanciati all'inseguimento del Napoli. Ha svariate vittorie consecutive alle spalle, e una trasferta difficile in casa della Fiorentina (ma a Perugia). Va sotto di due. Sembra dare i primi segni di asfissia, ma quando entra Bubu (Alberigo Evani) il ritmo sale e la carica è impressionante. L'arbitro fischia due rigori per i rossoneri, a compensare quello concesso ai viola. Rimonta, polemiche e magagne varie completano una ordinaria giornata nera di campionato italiano.



26 settembre

Il giorno del mio compleanno

Sono nato il 26 settembre 1958, lo stesso giorno di Kenneth Graham Sansom (foto), grande terzino dell'Arsenal e della nazionale di Albione. Ma sono nato a Milano, non a Londra, e così nella tenera infanzia fui rallegrato dal dominio calcistico delle squadre della mia città. Del resto, il giorno del mio quarto compleanno (26 settembre 1962) il Real Madrid usciva dalla Coppa dei Campioni per mano dell'Anderlecht [highlights], sgombrando al Milan il cammino nella competizione: evviva! Esattamente due anni dopo, qualche giorno prima di iniziare la scuola elementare,  trepidavo davanti al televisore quando, al Bernabéu, l'Inter riuscì finalmente ad avere la meglio sull'Independiente, nella finale di spareggio della Coppa intercontinentale [Cineteca]: che bellezza! Un anno ancora, sulla mia torta le candeline erano sette e Franz Beckenbauer esordiva con la maglia della Nationalmannschaft, ne apprezzai intuitivamente il talento e lo stile, così come annotai ex post il fatto che in quella stessa partita corricchiava ancora con la maglia gialla della Svezia una grande ala destra, Kurt Hamrin, che di lì a poco sarebbe andato a giocare nel Milan; era la sua ultima presenza in nazionale [highlights]. Poi? Poi non so. Che Eupalla disinceppi la mia memoria, se possibile.

Mans

30 agosto

1962
L'equilibrio spezzato

E' all'inizio e alla fine del secondo tempo che lui lascia il segno. A Vila Belmiro non c'era. Al Centenario non c'era. Ciò nonostante, una vittoria a testa ed eccoci a Baires, al Monumental, per lo spareggio. Chissà per chi tifano gli argentini, boh! Le due squadre sono ugualmente forti, ma è chiaro che se c'è lui in campo l'equilibrio si spezza. E accade presto, prima ancora che gli avversari gli spezzino le gambe. Il gioco duro del Peñarol è tollerato, ma Pelé schiva i bulloni, resiste agli impatti, salta oltre ogni gamba che si tende a ostacolarne la corsa. Sarebbe una tripletta, ma in occasione del primo gol ci pensa Omar Caetano a negargli la soddisfazione: "piuttosto che lasciarlo segnare, faccio un autogol". Così, con lui in campo, finisce tre a zero, finisce l'egemonia del Peñarol in Sudamerica, Inizia l'era del Santos, e saranno anni memorabili e di accecante bellezza. 
Cineteca

10 giugno

1928
Il miracoloso pareggio

Allora Monsù, com'è andata? Perché non ci ha ancora trasmesso il resoconto di questa benedetta partita? D'accordo: lei è alla quinta Olimpiade ed è ancora amareggiato per la sconfitta degli azzurri in semifinale; l'oro del calcio è conteso da Uruguay e Argentina: pazienza. "Il grande torneo olimpionico è incappato in una interruzione sorprendente proprio all'ultimo momento, ieri, quando due squadre stavano per disputarsi la finalissima del torneo". Ah, ora tutto è chiaro. Non hanno giocato. "La sorte non ha voluto che la finalissima del torneo internazionale di calcio fosse liquidata ieri davanti a 35000 persone, ché tante erano presenti alla prova". Quale sorte? Che è successo? "La grande prova è terminata senza vincitori né vinti". Insomma, Monsù, è un resoconto che si presta ad equivoci. "Un vero miracolo non ha voluto che l'incontro fra le due squadre dell'America latina avesse una conclusione positiva". Positiva? "Il Comitato organizzatore è quindi interpellato e dopo breve discussione decide di far ripetere l'incontro per la finalissima mercoledì alle ore 19". Un pareggio, che miracolo. Ci sentiamo, Monsù Poss. Scribacchino, lo metta in chiaro, almeno nell'occhiello: uno a uno, gol di Petrone (foto) e di Ferreira.
Cineteca


1934
Al diavolo l'estetica!

"Animati dalla presenza del Duce i calciatori italiani conquistano il campionato del mondo" (così, a nove colonne, il Corriere della sera, che dosava benissimo l'uso delle maiuscole). E La Stampa? Sempre a nove colonne: "I calciatori italiani alla presenza del Duce conquistano il campionato del mondo"; identico il dosaggio delle maiuscole, leggermente variato il ruolo (di semplice astante) attribuito al Duce. E la rosea? "Gli azzurri conquistano alla presenza di Mussolini il Campionato del Mondo". Varianti adiafore, qualche maiuscola in più. Stampa di regime, ça va sans dire. Meglio ricorrere alla narrazione ex post del maestro, che inizia così: "Il ducione ha promesso di assistere alla finale e si fa acquistare un biglietto per dare il buon esempio in quella che poteva e può definirsi, a ragione, la seconda capitale dei portoghesi". E questa è la partita. "Il primo takle operato da Monti si spegne sinistramente su una caviglia si Svoboda, che è il regista degli avversari". Naturalmente "la nemesi punisce immancabilmente gli italiani, colpevoli di tanto determinismo, e l'anziano Puc riesce a infilare Combi con un diagonale carico di diabolici effetti". Poi, dopo che Svoboda colpisce un palo "con la caviglia buona", ecco che "il brivido viene disinvoltamente assorbito per una improvvisa esplosione di Orsi". Si va verso l'epilogo atteso da uno "stadio gremito di fervidi patrioti, non proprio di sportivi". Il primo tempo supplementare è iniziato da poco: "Guaita appoggia verso destra quando tutta la difesa avversaria si aspettava la solita insistita apertura a sinistra; sulla palla invitante di Guaita arriva Schiavio ingobbito dalla voglia: il suo destro è una vera e propria esecuzione. Planicka vola per deviare ma ricade affranto". Titoli di coda: "Gli azzurri ricevono premi ingenti. I cechi si dicono derubati e Praga gli decreta ugualmente il trionfo. I commenti tecnici sono quasi tutti malevoli". E Monsù Poss? "Al diavolo l'estetica!", risponderà.

1962
Capolinea ungherese

Campo spelacchiato, tribune assolate ma non deserte a Rancagua. Si sfidano due undici d'Oltrecortina. Una classicissima del calcio d'Europa: Cecoslovacchia-Ungheria. Tutti si aspettano - forse per un moto di comprensibile simpatia - che vincano i magiari. I cechi però non scherzano: prendono pochi gol, se vogliono addormentano le partite e schierano uno dei migliori giocatori visti sui prati cileni: Josef Masopust. E' proprio lui che, intorno al quarto d'ora del secondo tempo, riceve un pallone sulla tre quarti. Pressato, si decentra, ma poi verticalizza improvvisamente, di sinistro. Libero, poco fuori dell'area, evitata la trappola del fuorigioco, c'è Adolf Sherer (foto) - il centravanti, di origini evidentemente tedesche, appena ingaggiato dallo Slovan di Bratislava. Il suo movimento è perfetto: lascia scorrere la sfera mentre si gira, e quando entra nei sedici metri tutti capiscono come finirà l'azione. Con uno shoot preciso, rasoterra e angolato. Uno a zero: ungheresi al capolinea, cecoslovacchi già in viaggio verso Viña del Mar, dove sono attesi dagli imprevedibili fratellini di Tito.
Cineteca

1978
Vittoria di prestigio

Se Argentina-Uruguay è il derby italiano del Sudamerica, Argentina-Italia è un derby italiano e basta (o quasi). Immigrati oppure oriundi, generazioni che si fondono e si confondono, c'è sempre un biglietto di andata e spesso uno di ritorno. Stavolta no, si gioca al Monumental ma non conta nulla, nessuno andrà o tornerà a casa. Chi vince, vince il girone, si toglie una soddisfazione, le soddisfazioni fanno bene al morale. Vince l'Italia, l'ancor giovane Vécio schiera la formazione-tipo, ma la sfianca per difendere vittoria, prestigio e democrazia, sicché la fatica accumulata appesantirà le gambe nelle gare davvero decisive. Certo, il gol di Bettega è un capolavoro che rimane scolpito nella memoria, oltre che nelle tabulae del mondiale: "un triangolo perfetto, dentro il quale la difesa argentina rimase persa più di un cieco in mezzo a una sparatoria" (Galeano).

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7 giugno

1962
La mesta vittoria

L'Italia distribuisce fiori e regali ed esce dal Nacional di Santiago tra gli applausi. Forse anche perché ieri pomeriggio, prima del match del Cile contro i tedeschi, con una cerimonia pubblica i potentati della comitiva azzurra hanno donato ai dirigenti cileni una lupa bronzea, "chiedendo perdono di aver ricevuto pugni in faccia". Forse e anzi soprattutto perché la partita con gli elevetici non contava nulla - entrambe eliminate erano e tali resteranno, ciò che per quanto riguarda la Suiza a nessuno parve una sorpresa. Vai a sapere. L'Italia vince con uno scampanellante tre a zero, per la prima volta giocano Bulgarelli e Sormani (foto), ma è un risultato che davvero non interessa a nessuno. Infatti la notizia del giorno è un'altra: Amarildo sta per firmare un contratto con la Juventus. Già. Colpaccio? No, perché l'uomo che aveva rimpiazzato Pelé cambierà idea, e si accaserà al Milan. Monsù Poss è costretto a parlare ancora di calcio, il suo resoconto da Santiago è stracco, ma il finale è di spessore letterario: "Alcuni nostri giocatori, esclusi gli oriundi e quelli del Milan che resteranno in Sudamerica per aggregarsi ai rossoneri in tournée, partono sabato per l'Italia. Arriveranno domenica mattina a Malpensa".
Italia-Svizzera: cineteca | La Stampa (8 giugno 1962, Cronache dello sport)


1964
Sotto le tre torri torna il tricolor

Dopo aver disperso nel Praterstadion le ceneri del grande Real Madrid, resta per l'Inter da archiviare la pratica domestica. Lo scudetto è conteso, la conferma del titolo incerta, il Bologna uno squadrone improvvisamente memore del proprio blasone. Ma c'è una storia di doping, di partite scritte sul campo e riscritte a tavolino, ciascuno ha il suo fidato giudice a Berlino; il cuore di Dall'Ara, presidente dei rossoblu, cede di schianto. Alla fine, la conta dei punti produce una sensazionale parità: per la prima volta, dall'istituzione del girone unico, si arriva allo spareggio. Spareggio, ordalia, iuditium Dei. In un pomeriggio di grande calura, le energie dell'Inter dissolvono. "Si sono visti i suoi resti, all'Olimpico: una sorta di labile ectoplasma di quella che era stata la squadra più grintosa e gagliarda del campionato" (Brera). Sotto le tre torri tornava il tricolor, un'attesa durata lunghissimi decenni. "Lo Bello fischiò la fine e mi assalì una strana sensazione. Eravamo campioni d'Italia, ma stentavo a crederlo", disse Giacomino Bulgarelli (nella foto, insieme a Pascutti). Dall'Ara, ombra tra le ombre, attinge gloria postuma; della sua squadra si diceva: "così si gioca solo in Paradiso". Ce la porterà in tournée.

1992
Delirio

Dice qualcosa il nome di Pier Luigi Cherubino? E quello di Juan Enrique Estebaranz López? Forse qualcosa di più, se si aggiunge il soprannome: "Quique". Ne manca uno, ed è il più famoso dei tre, avendo disputato una quarantina di partite con la maglia do Brasil: Ricardo Roberto Barreto da Rocha. Tutti e tre erano in campo, il 7 giugno del 1992, all'Heliodoro Rodríguez López di Tenerife. E tutti e tre sono registrati nel tabellino dei marcatori di giornata. Rocha era un difensore centrale e, purtroppo, il pallone l'ha messo nella porta sbagliata. Quella del Real Madrid, cioè la propria. Anche gli altri due l'hanno piazzato lì, ma giocavano nel Tenerife. La storia ha un suo fascino: il Madrid vinceva facile (due a zero), era l'ultima jornada della Liga. Ribaltamento della partita (due a tre) e sorpasso del Barça. Delirio in Catalogna, e sorrisone beffardo stampato sul volto di Johan Cruijff. La storia ha un fascino doppio. Perché trascorre un anno, e i Blancos volano ancora a Tenerife per l'ultima partita. Forse ci vanno già rassegnati. Altro sorpasso catalano, e il sorrisone sul volto di Johann Cruijff non è più beffardo: è sarcastico.

2002
Lo spirito dell'aria

Francia. E poi Argentina: ecco le squadre favorite - insieme a Italia e Brasile - della Coppa del mondo. D'accordo, la Francia praticamente ha già abdicato. Ma l'Argentina è una macchina poderosa, e soprattutto ha un giocatore fantastico: Ariel Ortega, il nuovo Maradona. Un Maradona nuovo di zecca. Anzi: un Maradona decisamente migliore di Maradona.  Quando Ariel appenderà le scarpe al chiodo gli argentini sostituiranno la sua alla santa leggenda del Pibe, ma intanto c'è da giocare con l'Inghilterra, e si sa come Dios non ami particolarmente gli inglesi. Come al solito, vincerà l'Albiceleste. I ronzini di Albione inciucchiranno nel tentativo di vanificare le veroniche di Ortega, i suoi funambolici dribbling, le sue mirabolanti invenzioni, le traiettorie impossibili che sa imprimere e imprimerà alla sfera, sicché i musi gialli finalmente sapranno qual è la vera arte del calcio. Ma ecco che la sagoma bionda di una rock-star si staglia a undici metri da Pablo Caballero, siamo verso la fine del primo tempo. David Beckham: non crederà per caso di essere a Wembley, la mano de Dios fermerà la sua corsa e lui inciamperà comicamente in un filo d'erba, e la pelota tornerà tra i piedi di Ariel Ortega, il quale, come vero spirito dell'aria, invisibile la condurrà rapidamente dall'altro lato del campo, in una fuga che è certo destinata a concludersi tra canti gloriosi, e inutile sarà il sacrificio dell'uomo del mare, David Seaman, baffuto portiere e dunque risibile baluardo di quel che resta dell'Impero britannico. Tragedia. Beckham scuote la rete con un tiraccio (foto), e nella pampa il sole che sorge porta delusione e tristezza. «Avevamo dei piani, non ci è mai riuscito di metterli in pratica», dice Marcelo Bielsa. E Ortega? Ortega è Ortega: forma senza sostanza.


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6 giugno


1962
Ove si narra di come Garrincha beffò la contraerea spagnola

Siamo al redde rationem: tra Brasile e Spagna, chi perde bagnerà di calde lacrime fazzoletti d'addio. E' messa peggio la Spagna, ai sudamericani un pareggio potrebbe bastare. La stampa iberica è in subbuglio: Hernanez Coronado - su suggerimento di HablaHabla (assistant-coach) o per far dispetto ad HablaHabla - rivoluziona la squadra e lascia fuori Luisito Suarez e Santamaría. Schiera due esordienti, e sembra aver azzeccato la mossa, perché Adelardo (uno dei novizi) sblocca la partita. Sopratutto, Coronado confida in Sígfrid Gracia (foto), terzino destro del Barça: "nelle due occasioni in cui ha già marcato Garrincha, ha annullato la pericolosa ala destra dei carioca". Il Brasile è senza Pelé, ma - appunto - c'è Garrincha. La sequenza è da rivedere mille volte, un istante dilatato all'infinito. Mané riceve palla da Valdir Pereira ('Didi') sulla tre quarti, nella sua naturale posizione di partenza. Ha davanti a sé due spagnoli - Pachin e l'anzidetto Gracia. Finta di partire, si ferma; i due non lo affrontano. Lui lavora il pallone: suola, sinistro, destro, tacco. Esterno destro: si allarga, entra in area all'altezza del vertice sinistro, rallenta la corsa, le pulsazioni cardiache degli avversari aumentano. Ecco, improvviso ma atteso, lo scatto felino, bruciante. Raggiunge la linea di fondo, là dove nessuno è riuscito a seguirlo. Con naturale dolcezza alza la sfera, è una parabola con modesto effetto a rientrare, destinata a beffare la contraerea iberica e a concludere la traiettoria sulla testa nera di Amarildo, che la appoggia in rete. E' il minuto 87, due a uno. Fotografi in campo, grande fiesta. Adiòs, Spagna.

1965
I fantasmi del Népstadion

Lo United partecipa alla Coppa fieristica, perché a quella dei campioni d'Europa è il turno del Liverpool di Shankly. Poco importa: non è gente snob, quella di Manchester, ogni partita e ogni competizione va onorata come si deve. E così i diavoli rossi, che hanno già vinto la First Division, raggiungono le semifinali. Ma il sorteggio è maligno, e l'inconscio non lesina scherzi. Dall'urna esce l'Ungheria. Pardòn, il Ferencváros. Non sottilizziamo, tocca comunque andare a Budapest. Si dirà: nessun pedatore adesso allenato da Busby era in campo, quel pomeriggio di primavera del 1954, e non è trascorso nemmeno un mese da che Albione si è presa una tardiva e pur striminzita rivincita (uno a zero, a Wembley, mica granché). Resta che a Old Trafford, nel match di andata, i magiari hanno strappato una sconfitta di misura (due a tre), e ora i giochi sono decisamente aperti. Infatti: un difensore-goleador, Dezső Novák (foto), verso la fine del primo tempo pareggia i conti dal dischetto. Un gol, e se la regola fosse già quella di adesso in finale ci andrebbero le Verdi Aquile. Ci vuole una terza partita e - maledizione - si giocherà tra dieci giorni, ancora qui, ancora a Budapest, ancora al Népstadion.
Tabellino | Highlights


1970
Patto di non aggressione

All'inizio del secondo tempo Domingo non rientra sul campo. Certo, avrà una dozzina di polmoni e volontà infinita, ma non gli si può chiedere di morire per asfissia. Così, al suo posto c'è un mediano della Juventus, e pure esordiente: Giuseppe Furino. E' giovane, è immaginabile che sarà titolare di questo undici per un decennio o quasi, ma non piace troppo a Valcareggi e non convincerà nemmeno i successori di zio Uccio. A ogni modo, lui entra perché si presume possa esserci battaglia. Si presume. Ma non c'è. Ai nostri e alla Celeste un pari può tornar buono, perché farsi del male? Quindi, che Riva (foto) e Boninsegna se ne stiano là davanti a cacciar farfalle. Tutti gli altri davanti alla difesa. Gli uruguagi non si spremono, sono forse più abituati all'altura ma preferiscono non correre rischi. Zero a zero e tutti contenti: "per nulla soddisfatto è invece il pubblico, che fischia a lungo e con grande intensità i protagonisti di una partita tanto attesa e tanto deludente" (Paolo Bertoldi, La Stampa).

2002
Doppio naufragio

Qualcuno certamente avrà tenuto conto dei gol sbagliati dai francesi in centoventi minuti, prima col Senegal e poi con l'Uruguay. E di quanti se ne è divorati Recoba (foto) contro i Bleus. Così dice male alla Francia, e non che all'Uruguay prometta romantici ritorni di fiamma. La recente grandeur e l'infinita tradizione producono uno zero a zero pieno di emozioni, broccaggini e colpi proibiti. "E adesso si ritrovano come due naufraghi che si sono contesi a morsi e unghiate l'ultimo pezzo di legno, sulla sabbia grigia di un pareggio che prima nessuno voleva e dopo tutti accettano" (Gianni Mura). Sì, lo accettano, perché non hanno alternative, e c'è per fortuna (come spesso - non sempre - capita) un'altra partita da giocare. Ma presente e passato del football sono senza futuro, qui nell'umidità della Corea meridionale vanambiziosa e riccastra.
CinetecaMura (La Repubblica, 7 giugno 2002)


  • Vedi anche le partite del 6 giugno in Cineteca

3 giugno

1962
La giornata nera di Jašin

Arica è detta ‘la città dell'eterna primavera’ e lui, quanto a primavere, viaggiava verso le trentatrè. All'estremo nord del Chile, ai confini col Perù e affacciata sul Pacifico, Arica è la città più arida del mondo. Non piove mai, o quasi mai. Anche il pomeriggio del 3 giugno 1962 parve a tutti soleggiato e umido. A lui no. Per lui, anzi, quel pomeriggio addirittura grandinò. Una cosa del genere non gli era mai capitata, né più gli capiterà. Solo due anni prima gli era successo di farsi superare tre volte. Dagli austriaci, ma erano tre palloni che non contavano nulla. Quel pomeriggio ad Arica furono quattro, e almeno due rotolarono davvero inattesi e beffardi in fondo alla rete. Anche quelli, a dire il vero, contavano poco o nulla. Certo, il match fu assai bizzarro. Se dopo dieci minuti stai vincendo tre a zero, è inevitabile che cominci a pensare ad altro, magari alla prossima partita. Se dopo un’ora sei sul quattro a uno, stai già pregustando la doccia. Ma è davvero difficile dire cosa abbia distratto Lev Ivanovič Jašin, a quel punto. In pochi minuti, gli sconosciuti e disorganizzati pedatori colombiani furono capaci di portarsi sul quattro pari. Poi lo squadrone sovietico si qualificò e loro furono eliminati. Ma poco importa. Nell’infinita storia del futebol si erano comunque ritagliati un minimo, significativo spazio: avevano praticamente ridicolizzato la leggendaria «araña negra». E Lev Ivanovič poteva stringer loro la mano al novantesimo, con un sorriso più stordito che lieve seguito da una scrollata delle larghe spalle.


1970
Ove si narra di come la Seleçao certificò la propria esistenza in vita

Qualcuno, inutile nasconderlo, si illude. Pelé è in condizioni di forma scadenti, dice, la difesa fa acqua, non si capisce come giocano perché non hanno un centravanti, hanno cambiato allenatore (più che altro, hanno cacciato Saldanha). Il Brasile è in crisi, sentenziano i saputelli. E a battezzarne l'esordio, lassù al Jalisco di Guadalajara, non sarà certo una nazionale-materasso. Tutt'altro. Si tratta anzi della replica di una finale mondiale, dunque una classica, e come potrebbe essere altrimenti definita Brasile-Cecoslovacchia?. E infatti la partita comincia male. Sotto dopo meno di un quarto d'ora, i carioca iniziano a mostrare ciò di cui sono capaci. Il mondo, strabiliato, prende nota. Non ci sarà un centravanti, ma la linea d'attacco è composta di soli fenomeni. Compreso quel giovane (figurina) di cui si sa pochissimo: tale Rivelino, sì. E' lui a raddrizzare i conti. Pelé lì mette in attivo, e Jairzinho esagera. Lassù, al Jalisco di Guadalajara, qualcuno sorride, qualcuno si allarma e qualcuno inizia a scrivere il romanzo di México '70.

1986
La scoperta di Carlos Manuel

Le partite si giocano con un pallone, durano novanta minuti (o giù di lì) ma stavolta ha vinto il Portogallo. Esatto: pensiero apocrifo di Gary Lineker. Accade perché i lusitani a un certo punto si accorgono che esiste un prato anche oltre la linea mediana del campo, e che non c'è alcun divieto di transito. Manca un quarto d'ora (o giù di lì) al novantesimo, e loro organizzano una spedizione. Gli inglesi avevano premuto con fastidiosa insistenza; diverse occasioni, ma la porta difesa da Manuel Galrinho Bento era ancora intonsa. Alla prima azione d'attacco degna di questo nome, nella prima vera occasione in cui il Portogallo si inoltra nella terra fin lì abbandonata dagli uomini, senza mappa e con l'intenzione di tornare subito indietro se la situazione fosse parsa troppo pericolosa, ecco - dicevo - che il Portogallo trova il tesoro, nascosto alle spalle di Peter Shilton. L'intuizione è di Carlos Manuel Correia dos Santos (foto), centrocampista e leader del Benfica, dotato di un certo fiuto per questo tipo di scoperte. Lineker, esausto dall'inutile prodigarsi e irritato dagli sprechi, comincia a essere sicuro che qualcosa di strano vi sia nel football, soprattutto quando gioca l'Inghilterra.
Cineteca


  • Vedi anche le partite del 3 giugno in Cineteca

31 maggio

Combi, Zamora, l'arbitro e il pallone
1934
Un partido épico

Pochi giorni dopo la passerella inaugurale contro l'improbabile rappresentativa statunitense di soccer, l'Italia (maglia azzurra con stemma sabaudo) esordiva in un campionato del mondo. I pochi frammenti filmati disponibili e la carta stampata restituiscono visioni parziali e scioviniste di quel match contro la Spagna del mitico Zamora. Il racconto di Brera sarà più sgamato che imbarazzato (l'arbitro "si comporta coma chi sa benissimo dove si gioca"), per via degli "sfracelli (anche ossei)" perpetrati dai difensori italiani; Jonathan Wilson sostiene che quella partita segnò il declino di un mondiale (ma era appena iniziato!) caratterizzato da inaudita violenza. Invece, per Mundo Deportivo "fué un partido épico", e "los rojos hicieron, como habìan prometido, un partido formidable de coraje, 'contra todo' y supieron resistir la enorme presòn del ambiente que querìa forzar la victoria italiana". Finì uno a uno, supplementari compresi. Niente rigori, niente monetina. Ripetizione fissata per il giorno successivo. Dicono che, durante la notte, gruppetti di ultras italici abbiano sostato nei pressi dell'albergo in cui alloggiavano gli ispanici, disturbandone il sonno con trombe e trombette e quant'altro. Il che potrebbe contribuire a individuare il motivo per cui Ricardo Zamora non difese i pali della Roja il primo di giugno; il segreto che nemmeno lui, anche a distanza di anni, ha mai voluto svelare. Non fu per le botte o per mai testimoniate o denunciate minacce ricevute. Semplicemente per un improvviso, inevitabile e inebriante, colpo di sonno. Ai sogni di vittoria che non gli poterono rallegrare la nottata, si abbandonò forse nello spogliatoio del 'Giovanni Berta', mentre i suoi compagni lottavano contro la dura realtà, rappresentata dallo scandaloso arbitraggio dello svizzero Mercet e dall'immancabile sigillo di Peppino Meazza.
Cineteca


1962
Ove si narra di come gli inglesi persero ancora con l'Ungheria

Col senno di poi, Ungheria-Inghilterra è un 'must'. Specialmente se è in cartellone per la Coppa Rimet. Non è più solo questione di prestigio. Certo, la cornice è ben diversa da quella di Wembley o del Népstadion: i cileni sono disinteressati, non è un match del loro girone e dunque in definitiva perché spendere quattrini così, e il Braden Copper di Rancagua è quasi deserto. Come sempre alla vigilia, sono favoriti gli inglesi; consegnata ai rimpianti e alla nostalgia l'epopea dell'Aranycsapat, il tempo della loro rivincita sembra finalmente arrivato. Del resto, di quell'XI leggendario che li umiliò è rimasto solo il portiere, Gyula Grocsis, e Gusztáv Sebes ha lasciato la cattedra ad altri. Ma sulla panca albionica siede ancora, imperturbabile nel suo incauto ottimismo, Walter Winterbottom. La partita non è granché. I magiari randellano come la posta in palio richiede; certo, la loro qualità tecnica è scaduta, ma - per dire - che motivo c'era di lasciare che Lajos Tichy (foto) e Flórián Albert si facessero per tutti i santi novanta minuti gli affaracci loro? Due a uno, prima o poi ci si rivede. Il povero Jimmy Greaves si impegna come non mai, ma i suoi discorsi non convincono Dio a decidere di salvare la regina.

1986
Il logorio della riconoscenza

Per un po' di edizioni - come regola che ha comunque concesso eccezioni - nel match d'apertura del mondiale (dopo le danze folkloristiche i giuramenti le passerelle dei capoccioni FIFA) scende in campo la squadra detentrice. Nel 1986 la squadra detentrice è l'Italia, e in televisione la cosa fa il suo bell'effetto. Inno di Mameli: siamo dentro fino al collo. Qualcuno aspettava questo momento da quattro anni. Eccolo lì il Vécio, non sembra per niente invecchiato. Il gol di Altobelli (foto). Evviva, vinciamo di sicuro - non dico la partita, dico la coppa del mondo. Il gol di Sirakov a cinque minuti dalla fine. Maledizione. La squadra è logora, sfiatata, mediocre. La riconoscenza nel calcio produce solo sconfitte e (quando va bene) pareggi. Si torna a casa subito, questa volta. Eppure il México portava fortuna. La faccia triste dell'America. 

30 maggio

1946
Il tulipano volante

Anche in Belgio e in Olanda, finita l'occupazione hitleriana, si può tornare al gioco del pallone. E dunque riacquistano attualità le loro antiche e forzatamente accantonate magagne, da risolvere sui verdissimi prati delle terre basse. Nel 1946 gli undici confinanti scaldarono i bulloni, fissando un doppio appuntamento. I primi a muoversi furono i belgi, che il 13 maggio si recarono in visita ad Amsterdam; all'Olympisch Stadion trovarono una confezione-dono di sei palloni, tutti gentilmente consegnati alle spalle del loro portiere, Piet Kraak. Buone relazioni di vicinato prevedono la reciprocità, e così tocca poi agli olandesi (il 30 maggio) varcare la frontiera, arrivare fino ad Anversa, raggiungere il Bosuilstadion, e vedere un po' cos'hanno intenzione di fare i sudditi dell'ambiguo Leopoldo III. Nulla. Solo vane formalità. E' verso la fine del primo tempo che Servaas 'Faas' Wilkes, mezzala d'attacco e grande stella del Xerzes di Rotterdam, perde la pazienza. Senza gol non si diverte. Ne cucina due, poi è tempo di  rientrare negli spogliatoi. Ad Amsterdam - detto per inciso - ne aveva serviti tre. Furibondi per lo sgarbo, i belgi tornano in campo e rendono subito pan per focaccia: due sberle, due a due. Poi si ricomincia a far salotto, come tra vecchi amici. Anche Wilkes è satollo. Si è fatto notare abbastanza. Diventerà professionista, verrà in Italia, sarà un grande dell'Inter nei primi 1950s, ma i colori dell'Olanda non li potrà più indossare fino al 1956. Peccato: perché in sole trentotto partite ha firmato la bellezza di trentacinque gol; dodici con autografo e dedica per i portieri del Belgio.
Tabellino | Wilkes: profilo e carriera internazionale


1957
La vana resistenza Viola

La primavera del 1957, per la nazionale italiana, è stata peggio che un incubo. Batoste durissime, in Portogallo e in Jugoslavia. E ancora brucia la prospettiva di non poter andare (a far che?) in Svezia. C'è, tuttavia, un altro modo di guardare al calcio, e dunque alla vita. I campioni d'Italia sono arrivati sino alla finale della Coppa dei campioni. E' solo la seconda edizione, ma gode già di un certo prestigio. Tuttavia e purtroppo, la finale si gioca contro il Real Madrid. Come non bastasse, si deve giocare sul campo del Real Madrid, a Chamartín. Monsù Poss è preoccupato, e gli si inceppa la prosa: "ci presentiamo con un timore che è inutile tacere e un'impressione che grava come una cappa di piombo su tutto l'ambiente nostro: quello che l'andamento del gioco e il risultato fra società di campionato non confermi senza reticenze né complimenti quanto è avvenuto fra le compagini nazionali, per quanto ci riguarda". Tutto sommato, le cose non vanno poi così male. Gli assi madridisti tardano a ingranare. La Fiorentina disputa "una partita maschia, lottando con i denti per non capitolare". Ci vuole un penalty (secondo Pozzo inventato) per schiodare il match quando - dopo 69 minuti "de angustia" (Mundo Deportivo) - già si sente puzza di extra-time, sgraditissima ai centoquarantamila nelle cui menti qualche dubbio cominciava a fare capolino. Lo trasforma Di Stéfano (foto), e cominciano a scorrere i titoli di coda.

1962
Ural-2

Quattro gironi, una partita per girone, tutte e quattro alla stessa ora. Inizia la Coppa Rimet organizzata dal Cile. L'attesa è stata lunga: quattro anni, e l'impazienza cresce. Si inganna il tempo. E' iniziata l'era dei cervelloni elettronici. Idea! Perché non sollecitarli a perforare schede e schedine che diano i giusti pronostici per il mondiale? Anche gli scienziati sovietici, in fondo, sono appassionati di football, e così alcuni di loro, nella pausa-caffè, chiedono il responso di Ural-2 (foto). Lo rimpinzano con un bel po' di dati, e quello - satollo e soddisfatto come si deve - produce tecnomanzia. Vincerà l'Unione Sovietica. "Evviva!". Infatti. E poi? L'Italia si qualificherà per i quarti di finale. Infatti. E poi? Anche il Brasile (oh bella, su questo nessuno si sarebbe azzardato a scommettere). E poi? Boh! Nel frattempo, le partite sono iniziate. Arrivano i gol. Il primo, a Rancagua. Più veloce di tutti è stato Héctor Facundo, attaccante del San Lorenzo de Almagro. Il suo gol, in Argentina-Bulgaria, resta unico e perciò decisivo. A proposito, Ural -2: e l'Argentina? Nessuna risposta. Dorme della grossa.



30 maggio 1964
La collezione di Bobby Moore

Bobby Moore non collezionava francobolli o figurine, ma magliette di Pelé. Tutti o quasi hanno negli occhi la famosa immagine dei due a torso nudo dopo la bella partita di Guadalajara del 1970; ma la stessa cosa era avvenuta al Maracanã il 30 maggio del 1964, a leggere le cronache. Si inaugurava un bel quadrangolare, oltre alla Seleçao e agli inglesi partecipavano Portugal e Argentina. Ovviamente, il Brasile diede spettacolo. Pelé disputò "una partita sensazionale meritandosi l'ammirazione dei suoi stessi avversari. Appena terminata la gara, infatti, il capitano degli inglesi Moore gli è corso incontro e gli ha tolto la maglietta che ha voluto conservare per ricordo" (Stampa sera, 2 giugno 1964, p. 9). Era finita cinque a uno per i verde-oro. Si capisce perché O Rey abbia poi sempre affermato che Moore era il più corretto difensore che avesse mai incontrato: perché iniziava a marcarlo stretto solo dopo il novantesimo. Come che sia, i due non si persero mai di vista, e parecchie volte hanno posato per i fotografi, fino ai tardi 1970s (foto), quando entrambi collaborarono nell'inutile tentativo di evangelizzare gli Stati Uniti.
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1969
Duello per le tortillas

Otto posti a tavola su sedici avranno le europee al banchetto messicano - anzi nove, perché gli inglesi devono portare la coppa e dunque sono invitati aggratis. In trenta, quindi, si devono azzuffare per conquistare il biglietto. Poiché non è consigliabile una rissa generale, vengono divise in gruppetti, quale da tre, quale da quattro rappresentative nazionali. In uno di questi, ci sono - nientemeno - Ungheria e Cecoslovacchia, cioè le finaliste sconfitte di ben quattro mondiali. Purtroppo, una delle due soccomberà. Il primo duello si svolge al Népstadion. Due squadre giovani, fondate l'uno sul blocco dell'Ujpest e l'altro su quello dello Spartak di Trnava, entrambe di più che discreto livello europeo. Prevalgono gli ungheresi con un classico due a zero - sblocca un esordiente (Antal Dunai, foto) e rifinisce il veterano (Flórián Albert) -, mettendo in cassaforte almeno mezza illusione di poter essere loro a spiccare il volo per il continente americano tra un anno esatto.
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30 maggio 1984
Circo Massimo

La città è eterna e sempre lo sarà, e dunque prima o poi una squadra di Roma riuscirà a vincere la Coppa dei campioni - torneo pure destinato ad esistere sino alla fine dei tempi; che la fine dei tempi debba poi coincidere con la fine della storia del calcio (o viceversa), non è detto (anzi). Finora, è vero, c'è stata una sola possibilità. La Roma di Liedholm, Bruno Conti e Falcao ha acciuffato - a fatica ma l'ha acciuffato - il diritto di giocarsela con il Liverpool. All'Olimpico, per di più. L'Olimpico è troppo stretto, stasera. Al Circo Massimo ci sono un milione di persone e un maxi-schermo. Ma c'è il Liverpool. E' uno squadrone, si sa. Chi indossa quelle maglie è già andato e tornato dall'inferno mille volte. Una finale di questa coppa, loro, non l'hanno mai persa. E difatti, eccolo lì: Phil Neal, il terzino destro. E' un vecchio bucaniere, sa sempre dove piazzarsi. C'è una mischia in area, il pallone impazzisce e si placa solo quando finisce tra i suoi piedi. Uno a zero. La salita è già iniziata. Pruzzo si esercita nella sua specialità: colpo di testa acrobatico in avvitamento (foto). Uno a uno. Poi una sofferenza infinita, fino allo stillicidio dei calci di rigore. La serata finisce come tutti - sotto sotto - temevano. Ci sarebbe stata una soluzione: portare i Reds al Circo Massimo, e darli in pasto ai leoni. E invece, nessuno ha più voglia di cantare, verso mezzanotte, nelle strade di Roma, caput mundi.


13 maggio

1902
El primer Clásico

Per l'incoronazione di Alfonso XIII si organizza nel Regno di Spagna una competizione futbolística, la Copa de la Coronación, che ai fini statistici non sarà mai riconosciuta dalla Federación. La sua importanza storica è però innegabile: se non altro perché una delle due semifinali, in cartellone all'Hipódromo de la Castellana, mise di fronte per la prima volta il (Real) Madrid e il Barcelona (foto). I catalani schierano diversi stranieri - tra i quali Hans Gamper -, e su di loro piovono dalle tribune fischi di disapprovazione. Ma esibiscono un'evidente superiorità, vincono tre a uno e si apprestano a giocare la finale nel pomeriggio contro una selezione di baschi, che li bastonerà.
Storia della competizione e tabellini


1933
L'impatto con gli inglesi

Ci avevano snobbati per ventitré anni, dice Gioanncarlofubrera, ma stavolta si degnano e vengono a Roma per una sgambata sul prato dello Stadio Nazionale. Portano con sé anche il loro nuovo sistema di gioco, il cosiddetto WM inventato da Chapman. Nonostante l'inferiority complex di Monsù Poss nei confronti dei maestri, il match finisce pari, con Meazza che si regge a malapena per via di un guaio alla caviglia. I critici nostrani "si inchinarono al vigore degli inglesi ma considerarono grossolano il loro batter palla mazzolando via alla brava"; in realtà giocavano con precisione proporzionale al ritmo (molto elevato nel primo tempo, assai blando nella ripresa), ed è probabile che i nostri fossero più abituati di loro alla calura tardo-primaverile. A ogni modo, un pareggio salutato con entusiasmo, e ritenuto buon viatico per la coppa del mondo, ormai alle porte.

1959
Ritornello madridista

Semifinale di Coppa dei campioni, derbi madrileño; l'andata in casa del Real finisce 2:1 in rimonta (perfezionata da Puskás); nel ritorno all'Estadio Metropolitano un golletto di Enrique Collar Monterrubio (leggenda dei Colchoneros: foto) pareggiò i conti. L'ordalia ebbe luogo al Romareda di Saragozza, e la sequenza delle reti è come il refrain di una supremazia, che agli avversari concedeva di aprire parentesi ma mai di chiudere il discorso: Di Stéfano (Collar Monterrubio) Puskás.
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1962
Battesimo azzurro per il Golden

Nell'ultimo match utile a definire la rosa che dovrà volare in Cile per difendere il blasone italiano nella rovente kermesse mondiale, gli azzurri fanno un bagno di folla a Bruxelles. Entusiasmo degli immigrati, e vittoria comoda (3 a 1) con doppietta di Altafini, che recita a soggetto. La critica è tuttavia maligna. Anche nei confronti dell'atteso e già contestato (e non ancora ventenne) esordiente: Gianni Rivera. Manca un paio di occasioni all'inizio, è a disagio. Chiaro che, tra lui e Sivori, almeno uno è di troppo. A detta di taluni, lo sarebbero entrambi.
Tabellino | Video (Archivio Luce)


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10 maggio

1962
A Glasgow senza un perché

Beh, una cronaca registrata è meglio che niente, anche se sarà difficile stare svegli fino a quell'ora. Chissà se la Viola riesce a fare il bis, c'è sempre la Scozia di mezzo, l'anno scorso i Rangers, questo in verità la finale è con l'Atletico, ma si gioca a Glasgow. Sempre che si giochi. Sempre che la Fiorentina ci sia andata. Intendo a Glasgow. Pare che la comitiva, ad Hampden, non si sia ancora vista, eppure dovrebbe essere in loco da ieri. Quelli della Federazione scozzese sono preoccupati, il panico si diffonde e genera notizie fuori controllo: "hanno avuto un incidente automobilistico!". Ma forse è solo presunzione: "vogliono farci credere di essere talmente forti da non aver bisogno di allenamenti!". Bah, gli scozzesi devono essere in ansia per l'incasso, altrimenti non si spiegherebbe tutta questa agitazione. Gli spagnoli, dal canto loro, si sono rilassati a Largs, una "ridente stazione balneare" del sud-ovest, a circa trenta miglia da Glasgow. Chissà che acqua gelida. Comunque i 'nostri' stanno bene, si sono solo svegliati tardi, pare che all'allenamento abbiano preferito un bel giro turistico, saranno dediti allo shopping. Insomma, due squadre in modesta tensione, infatti poi pareggiano la partita (nella foto, il gollettino di Hamrin) e gli toccherà ripeterla. Domani? Dopodomani? E che fretta c'è. No, se ne riparla dopo l'estate. Rigiocheranno ad ottobre. Il che testimonia quanto la Coppa delle coppe fosse reputata importante, nelle sue primissime edizioni.
[Si veda il servizio di (Geoffrey Miller, Corriere dello Sport, 10 maggio 1962]


1980
Old Firm riot

Finale della Scottish Cup, e l'Aberdeen di Alex Ferguson se la gode in tivù: si è aggiudicato la Premier Division interrompendo, nell'albo d'oro, la monotona alternanza dei due squadroni di Glasgow. Il match è delicato e teso, e lo vince il Celtic nell'extra-time. Giro di campo con il trofeo, e i supporters dei Bhoys invadono pacificamente il prato di Hampden Park. Qualcosa però va storto: un brutto gesto, un'offesa. Dagli spalti scendono anche i fans dei Gers, ed è una rissa furibonda e memorabile. Tutti ubriachi, naturalmente. A distanza di tempo, sui social delle due fazioni la rievocazione continua, specie negli anniversari. Chi c'era racconta la sua versione, molti credono di sapere come il bailamme abbia avuto inizio. Questo qui, per esempio: "Fu uno che andava nella mia stessa scuola, di un anno più vecchio di me, è stato lui a correre fin sotto il nostro settore e a calciare un pallone nella porta dei Rangers". O quest'altro: "ero là col mio vecchio, e al fischio finale un gruppo di quei [...] è venuto sotto di noi, abbiamo visto arrivare una bottiglia volante, per fortuna ci è arrivata solo vicino". Ma anche quest'altro: "ero lì coi miei amici, uno di loro decide di andare in campo per unirsi alla festa ma fu immediatamente abbattuto da una bottiglia di Pomagne scagliata dalla Rangers end". E così via. Da quel giorno, nel giorno della partita, sarà vietato vendere alcoolici in Scozia. That's all folks!

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