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23 febbraio

1966
I nomi del Ferencvaros

Monsù Poss, ci parli della squadra che stasera affronta l'Inter, a San Siro, per l'andata dei quarti di finale di Coppa dei campioni. "La squadra che in regime dì Coppa dei campioni è ospite questa sera dell'Internazionale allo stadio di San Siro aveva un grande nome una volta. Fu una delle più grandi che il calcio magiaro abbia mai prodotto. Nel corso dei suoi sessantasette anni di vita ha vinto ventun volte, certo non consecutive, il campionato dell'Ungheria, ha riportato due volte la Coppa dell'Europa centrale nei lontani anni 1928 e 1937 e si è classificata prima l'anno scorso nella Coppa delle Fiere. Il suo nome data dai tempi dell'impero absurgico ed era storico a Budapest. Tanto che nell'ultimo dopoguerra, nella mania di abolire ogni cosa che ricordasse il passato, il nome stesso venne senz'altro cancellato e sostituito da altro attinto da un prodotto alimentare. Non fu che più tardi, quando le acque politiche si quietarono alquanto in Ungheria, che i tifosi riuscirono ad imporre al sodalizio il ritorno al vecchio storico nome. Sotto questo nome il Ferencvaros è tornato ad imporsi conquistando nuovamente l'anno scorso il titolo di campione del Paese. Esso è ridiventato ora uno dei fornitori principali della squadra nazionale, alla quale ha già dato, ultimamente, la bellezza di sette elementi, fra i quali il noto centravanti Albert. La squadra non si trova attualmente in piena forma, a seguito del riposo calcistico che regna in Ungheria durante l'inverno. Per questo motivo essa è andata a prepararsi in Svizzera per l'incontro di stasera. Ma il Ferencvaros è la dimostrazione pratica che certe cose del passato non si possono distruggere. Basta pensare agli uomini che essa ha prodotto nei tempi del passato, quando gli incontri fra le nazionali dell'Italia e dell'Ungheria costituivano uno degli avvenimenti prelibati del calcio europeo. Si chiamavano, questi uomini, Sarosi, Turay, Takacs, ed essi hanno dato luogo a una generazione classica che nessuno di noi ha dimenticato". Certamente no. Beh, com'è finita stasera con l'Inter?


1977
Auf wiedersehen, Kaiser!

Parigi val bene un addio, e come no. E dove poteva il Kaiser, altrimenti, dare l'addio alla sua Nationalmannschaft?  Vestita quella maglia in 103 occasioni, restava da mettere al braccio la cinquantesima fascia da capitano. Al Parco dei Principi, certo, e a soli 32 anni, non ancora compiuti peraltro. Con lui ci sono ormai pochi della vecchia, grande compagnia bavarese: Sepp Maier, certo; e l'antico mastino del suo reparto, Berti Vogts, rivale però di mille battaglie nella Bundesliga. Sì, c'è anche Bernd Hölzenbein, in quel magico pomeriggio all'Olympiastadion del '74 giocava anche lui. Intorno, alcuni giovani aspiranti alla successione. Tra tutti, il Kaiser predilige Kalle, Karl-Heinz Rummenigge, poco più che ventenne, enorme promessa del Bayern. Il Bayern, già. Franz ha deciso che anche Monaco va per ora lasciata alle spalle. Andrà a New York, giocherà un po' di partite con Pelé. Che coppia! Intanto, c'è da onorare la partita. I francesi. Li guarda dall'alto verso il basso, prima del calcio d'inizio. Alcuni li conosce già, perché giocano nel Saint-Etienne e gli avevano conteso la Coppa dei Campioni l'anno precedente: naturalmente senza fortuna. C'è anche un ragazzino della stessa età di Kalle, gioca nel Nancy; Franz si accorge di essere osservato proprio da lui, con sguardo meno timido che furbo. "Come ti chiami, ragazzo?". "Michel", risponde tendendogli la mano. "Michel, e poi?". "Michel Platini: piacere!". Ecco. La partita può iniziare, ma il pensiero corre altrove. Al passato, al futuro. Il re del decennio successivo è stato già designato da Eupalla, e nessuno ancora lo sa. Ma era giusto che i due, almeno per una sera, almeno per un gioco, si disputassero lo stesso pallone. Vinsero i francesi, uno a zero, ma poco importa.
Cineteca

9 febbraio


1941
Peppino non perdona se stesso

Derby all'Arena, i capitani sbucano per primi sul prato (foto). Quello in maglia rossonera è Peppino. Già, è del Milano, e gli tocca giocare contro i ricordi della propria gloriosa gioventù. Tensione che sbrana le gambe e le idee. Il Milano va sotto due a zero, l'Ambrosiana è brillante. Manca poco alla fine. Il Milan ha dimezzato, e attacca furiosamente. Meazza si trova un pallone nella sua posizione antica, dalla quale il tempo e la classe l'hanno costretto ad arretrare. Per un attimo è lui, il centravanti. E segnando il gol del pareggio, è come se non volesse perdonare se stesso per aver accettato di andarsene dal club che lo aveva giudicato pronto per allenare i bambini.
Tabellino 


1977
Il sovrano e il suo paggio

L'uomo del Totaalvoetbal è alle sue ultime apparizioni nell'Arancia meccanica. L'Empire Stadium, ovviamente, ne ispira la mente e le giocate. "Johan Cryuff ha dominato il match di ieri sera come nessun altro grande giocatore era mai stato capace di fare a Wembley" (Brian Scovell). Gli inglesi ne riconoscono la sovranità; ma a far ridere di più gli olandesi è il paggio Jan Peters (nella foto): "Giocavo in un piccolo club, giocare a Wembley - lo stadio più bello del mondo - e segnare due gol fu meraviglioso". Fece immediatamente il gran salto: dal Nec di Nijmegen all'AZ di Alkmaar.


1999
Teudisci in Florida

Esibizione di pedatori all'Orange Bawl di Miami, sono teutonici e colombiani. Nonno Lothar fa 132 caps, non molla, vuole arrivare - minimo - a 150. Con lui dietro, la difesa è debole. I sudamericani sono veloci davanti, con Faustino Asprilla (doppietta). E' una goleada amichevole - tre a tre -, e persino Iván Ramiro Córdoba (nella foto) si permette il lusso di finire sul tabellino. La potenza calcistica teutonica, sullo scorcio del secolo, pare decisamente in declino.



26 gennaio

1884
Scotland's march

Prende il via la prima edizione della British Home Championship, torneo annuale che doveva sancire l'egemonia calcistica tra i confini della Gran Bretagna, ovvero dell'universo mondo. Iniziano Scozia e Irlanda, che non si erano mai incontrate in match ufficiali. Si gioca a Belfast, il pubblico è scarso, e la Scozia (che vincerà la competizione: a sinistra l'XI posa per la foto-ricordo) passa agevolmente: cinque a zero. Il primo gol lo segna James Gossland, che entra così negli annali. Anzi, ne fa due. Ciò nonostante, non verrà più arruolato nella Tartan Army.
Tabellino

1919
Arriva Valentino

A Cassano d'Adda nasce Valentino Mazzola. "Militava, ignoratissimo, nell'Alfa Romeo. Arruolato in marina, si presenta in prova al Venezia giocando a pieni nudi. Come lo vedono, gli acquistano subito le scarpe e lo assumono per un cocomero e un peperone. Sarà uno dei massimi prodotti del nostro calcio, forse l'interno migliore di tutti i tempi con Baloncieri e Meazza" (Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano, p. 183).


1963
Special Birth

Nasce José Mourinho, a Setúbal. Qualsiasi cosa avesse deciso di fare da grande, sarebbe stato un successo (come la foto palesemente chiarisce). Ha scelto il football, che è un gioco, e non è detto che in fondo gli piaccia davvero (anzi). Infatti ha quasi sempre la faccia di uno che non si diverte. Un mezzo sorriso sarcastico lo regala solo se e quando vince, e si capisce che vince solo per se stesso. Pochi come lui, d'altra parte, hanno così mal sopportato le sconfitte. E' uomo di polemiche violente e gratuite, di gesti plateali. Si spera che, invecchiando, migliori. Molti lo amano, altrettanti lo detestano.


1977
La papera del portiere esordiente

All'Olimpico di Roma, in un'amichevole contro il Belgio, Luciano Castellini (portiere dell'ultimo scudetto vinto dal Toro) subentra a Zoff nel secondo tempo; resterà la sua unica presenza in maglia azzurra, e non lascerà un gran ricordo: sua la papera a origine del pur ininfluente penalty che il collega Christian Piot trasformò sullo scorcio di partita.



1992
Senza Pelé il Ghana si spegne

E alla fine Pelé non si prese l'Africa. Squalificato, rimane a guardare i suoi contro la Costa d'Avorio. La partita è mortalmente noiosa, dominata dalla paura di perdere, da esasperato tatticismo, mal governata da un arbitro giudicato tollerante oltre misura. Una di quelle finali che non piacciono agli europei quando in campo ci sono XI di altre scuole e di altri continenti. Finisce senza reti dopo 120', e anche i rigori durano un bel po'. Il dodicesimo è fatale per il Ghana: sfortunatamente lo tira Antonhy Baffoe (nella foto), nativo di Bad Godesberg e pedatore del Fortuna Düsseldorf. Fu 'colpa' sua se Abedi tornò a Marsiglia con un pugno di mosche.

16 gennaio

1977
Il corsaro bianconero

Beh, chissà quanto se l'è goduta. Lui, il vecchietto. Credevano di aver buggerato Boniperti, i furbacchioni dell'Inter. Ci date Anastasi in cambio di Boninsegna? Ma certo, come no. Ma vogliamo anche settecento milioni. Affare fatto! Stretta di mano tra Fraizzoli e Boniperti, davanti a un buon risotto, a Barengo, dicono le cronache del tempo. E così, oggi, Juve-Inter a Torino. Due a zero, doppietta di Bonimba. Niente aggancio in vetta alla classifica. "Sognavamo, e la Juve ci ha fatti cadere dal letto", filosofeggia Mazzandro. "All'Inter chiedevo solo cross, niente altro, ma nessuno se ne curava. E mi hanno mandato via. Ora che alla Juve i cross me li fanno, io faccio i gol", bofonchia il Bonimba. Elementare. E Anastasi? Scena muta. Emozione, forse. E l'avvocato estrae dal suo repertorio sarcastico la battuta che mette tutti a tacere: "La differenza tra la Juventus e l'Inter? E' l'esatta differenza che esiste fra Boninsegna e Anastasi". 

1938
Sbarcare il lunario

Serie A, 16ma giornata. La Lucchese, in gita agonistica a Milano, visita come da programma l'Arena Civica. Il  padrone di casa, Peppino Meazza, potrebbe anche non essere di pessimo umore; qualcuno, però, gli assesta una botta al ginocchio che lo costringe a defilarsi. E quindi a fine partita avrà insaccato solo tre volte il pallone: con un tiro ad effetto da fermo, con un colpo di testa, con un diagonale da difficile posizioneInsomma, lo stretto indispensabile per sbarcare il lunario dell'Ambrosiana e tenere alto il morale di mezza Milano. Aldo Olivieri (foto), portiere della Lucchese e della nazionale, scappella e si inchina



1966
La festa del gol 

Campionato di Serie A 1965-66, finisce il girone di andata. La volata per il titolo di campione d'inverno vede sbucare sul rettilineo, in fila indiana e distaccate di un solo punto l'una dall'altra, Inter Milan e Napoli. Poi, solo leggermente attardata, la Juventus. Anche in fondo al gruppo c'è bagarre, l'ambìto quart'ultimo posto è conteso da molte squadre. Insomma, si preannuncia una domenica di alta tensione. Infatti. A San Siro, scontro al vertice: Inter-Napoli. Zero a zero. A Foggia, derby del Sud: Foggia-Cagliari. Zero a zero. All'Olimpico, per riagganciare le posizioni di vertice: Lazio-Fiorentina. Zero a Zero. A Marassi, altro testa-coda: Sampdoria-Juventus. Zero a zero. A Varese, la Roma dovrebbe spuntarla. Zero a zero. A Torino, dovrebbe prevalere la paura di perdere. Due a uno. Come? Sì, due a uno. Due a uno? Sì. La festa del gol!
Riassunto della giornata e classifica


11 gennaio

1930
La squadra dell'Università

Per iniziativa solidale di studenti e professori - questi ultimi rassegnati dalle scarse performance di allievi distratti dall'euforia pallonara -, all'Universidad Central dell'Ecuador viene fondata la Liga Deportiva Universitaria de Quito. Vincerà il suo primo titolo nazionale solo nel 1969; può tuttavia e tuttora vantarsi d'essere l'unico club di quel paese ad aver sollevato la Copa Libertadores de América.


1942
La beffa

Le cronache del tempo tramandano quanto segue. Quelli della Roma non si reggono in piedi, come avessero sbagliato sciolina. Gli azzurri volano, i giallorossi un continuo sdrucciolamento. Cosa succede dunque? Che la Lazio gioca meglio ma non ricava da proprio dominio lo straccio di un gol, e la Roma alla prima occasione punisce. Un classico. Ma la partita non cambia. Estri annebbiati. Gioco torbido. Sicché, se si tiene conto che il centravanti laziale è un certo Piola, chiaro che prima o poi un timbro arriva. E arriva. Un altro, di Puccinelli, viene annullato - fuorigioco inesistente, dicono le cronache di aver sentito dire. Nel secondo tempo, il ritmo del match si fa vertiginoso. C'è forse un gol fantasma della Lazio, dicono le medesime cronache - solita situazione, sfera che incoccia la traversa e chissà dove rimbalza. Poi la Roma sbaglia un penalty. Insomma, succede di tutto. Finisce uno a uno? Macché. Minuti di recupero, giallorossi all'attacco. "Una palla da destra, centro di Krieziu. Gradella esce, un azzurro (Monza?) lo precede e respinge. Una schiena azzurra (quella di Romagnoli?) ribatte. La palla si alza di poca a candela. Accorre Romagnoli, accorre Fazio, accorre Monza, accorre Pantò. Che è, che non è, la palla è in rete: l'ha toccata un azzurro (questo è certo) ed è rotolata in rete nell'angolino a destra, piano piano" (foto). Cosa c'è di più beffardo d'un autogol in un derby, a tempo scaduto?
Tabellino | La cronaca del tempo (Eugenio Danese) | Altre immagini
[Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera]



1977
La prodezza di Colin Jackson

Anche a Glasgow l'autogol può arrivare verso la fine del match e assegnare una vittoria del tipo che di solito i fans particolarmente apprezzano. Gioirono così quelli del Celtic nel 1977, in un Old Firm fissato per il 3 gennaio ma rinviato all'11 per il maltempo. Autore della prodezza, sfortunato reprobo per gli uni, involontario eroe per gli altri, fu Colin Jackson: non l'ostacolista gallese, ma uno che a fine carriera avrà collezionato più di cinquecento partite coi Rangers. Si ripeterà.
Tabellino | Highlights


21 dicembre

1977
Nella gelida notte di Liegi

Prima di Natale, prima di chiudere l'anno a San Silvestro sui campi ghiacciati con le loro squadre di club, gli azzurri vanno a Liegi, c'è da onorare un impegno con il Belgio, loro recente bestia nera. Il Vecio può profittare dell'occasione - e della distrazione generale - per fare qualche esperimento. Per esempio: Bettega è appannato, la coppia degli attaccanti titolari prevede accanto a lui Ciccio Graziani, ma perché non provare invece il ragazzino della Juve momentaneamente a Vicenza, il capocannoniere del campionato, quel signor nessuno in piena maturazione dal nome qualunque, e chi può passare più inosservato in Italia di uno che si chiama così? Lui e magari qualche altro giovinastro che abbia voglia di mettersi in mostra, tipo Scirea o Manfredonia o anche Patrizio Sala, per dire. Così accade, infatti. Di fronte a poche migliaia di spettatori paganti (quasi tutti connazionali), nella gelida notte di Liegi esordisce il futuro Pablito e l'Italia azzecca una vigorosa partita di "calcio moderno" (dicono le cronache), portandola a casa grazie a un calcio franchissimo di Antognoni, il perugino di Firenze, finalmente uscito dal bozzolo. "Questa squadra", scrisse Arpino, "ha dimostrato di sapersi levare il biberon dalle labbra e di far gioco nuovo, fresco, in certi attimi persino affascinante". Vero, una squadra che affascinerà il mondo intero, di lì a qualche mese. Ma che vincerà solo quando smetterà di guardarsi allo specchio.
Tabellino | La botta di Antogno

30 ottobre

1963
La grande sorpresa

Doveva fare un bel freddo a Rotterdam, se fino a pochi istanti prima del calcio d'inizio i giocatori preferivano rimanere in tuta. Lì, al 'de Kuip', la rappresentativa del Granducato ospitava l'Olanda. Sì, non è un errore. Per gli ottavi di finale della Coppa Europa per nazioni, nel match di ritorno il Lussemburgo giocava in casa, contro l'Olanda. A Rotterdam? Sì, l'andata si era disputata ad Amsterdam. Ci sarà stato un motivo: forse perché all'andata era finita in parità (1-1), e gli arancioni preferivano non rischiare. Del resto, metà della formazione che schierano è composta da giocatori del Feyenoord, che dunque non dovrebbero subire psicologicamente il fatto di giocare in trasferta. Per farla breve, fu una grande sorpresa. Vinse il Lussemburgo. Già. Due a uno. E si qualificò per i quarti di finale. L'Olanda era davvero una squadretta, a quell'epoca. Ma bastava solo avere ancora qualche anno di pazienza. Eroe della partita (autore di una doppietta) fu Camille Dinner, protagonista di una discreta carriera in Belgio, tra Anderlecht e Molenbeek, e che poi si diede, con buona fortuna, alla politica. Insomma, uno che ci sapeva fare.


1977
Cuore matto

Lo stadio di Perugia porta il suo nome. Ha lasciato la vita su questo prato, una domenica pomeriggio, rincorrendo il pallone sotto una pioggia carica di brutti presagi. Renato Curi, già. Cuore matto? Forse, ma aveva solo ventiquattro anni quando se ne andò. Un bravo centrocampista, di bassa statura, e forse per questo gli piaceva farsi chiamare Gerd. Sì, Gerd Müller, il suo idolo. Un bravo centrocampista, che sapeva fare tutto e bene, e che perciò sarebbe probabilmente e presto finito in una 'grande'. No, non sarebbe rimasto per sempre a Perugia; un anno prima aveva segnato un gol alla Juventus, non è roba da tutti, logico che finisse sotto i riflettori. "Ci conforta in parte il pensiero che l'abbiamo visto per l'ultima volta nell'ambiente a lui più caro e congeniale, con l'abito della festa, con le tribune ricolme d'affetto, contro la squadra più blasonata d'Italia, quella Juventus che più di ogni altra formazione ha contribuito a consacrarlo campione" (Aldo Agroppi).
Profilo | Storie di calcio

26 ottobre

1977
Il più grande e malmostoso attore del decennio abbandona il palcoscenico

La partita è di una specie nota, anche se non così frequente: decisiva ex ante, scontata ex post. Un derby antico, mai però d'élite. Stavolta, all'Olympisch Stadion di Amsterdam, tra Olanda e Belgio c'è in palio un posto al mondiale d'Argentina (era già capitata la stessa cosa per la rassegna del '74). Se gli Orange vincono, ci vanno loro, la matematica dice pure verità in questi casi. E' quel che accade, e nel modo più scontato. Un gollettino nei primi minuti, e poi possesso e controllo del match fino al novantesimo. Il grande Johan è l'incontrastato proprietario del gioco, e lo governa come gli pare e piace, lui è, in campo, l'unico a divertirsi e l'unico ad arrabbiarsi. Fischio finale. Applausi (lo stadio è stracolmo). Nessun annuncio ufficiale. Il 'profeta' è nervoso. Le cose a Barcellona non sono andate come aveva sperato, Michels ha già fatto le valige, la pressione è tanta. Di andare a giocare in Argentina non ha troppa voglia. Inutile rivangare sui motivi della scelta. Quella contro il Belgio resterà la sua ultima in maglia arancione. L'ultima di quarantotto (quasi tutte memorabili) partite. Il più grande e malmostoso attore del decennio abbandona il palcoscenico senza salutare il pubblico. Perché stupirsene, in fondo? Cruijff era fatto così.

15 ottobre

1975
Il vizio del cartellino giallo

E' la partita che non si vide al mondiale del '74. Le due squadre più belle erano state Olanda e Polonia - ma i tedeschi furono più forti di entrambe. Oggi dirimono una questione interessante: chi procede sul cammino che porta alle finali del campionato d'Europa? Classifica alla mano, non c'è scampo. I terzi incomodi, gli italiani, sono inferiori, non segnano mai, praticamente risultano già esclusi. L'Arancia Meccanica 'sente' l'importanza della partita, è trascinata dall'Olimpico di Amsterdam verso un tre a zero senza alibi per i polacchi. Knobel - subentrato a Rinus Michels - si concede anche il lusso di sperimentare gente nuova, tanto ci sono i due 'catalani', Neeskens e Cruijff, a governare gioco e palloni. La gara, per quanto delicata, è sobria. L'arbitro (Károly Palotai, ungherese, nella foto) trascorre una giornata tranquilla. Estrae solo un cartellino: indovinate per chi ... Sì, avete indovinato.
Cineteca

1977
Il poker di Penna Bianca

Aveva raggiunto la piena maturità; il suo repertorio - fatto soprattutto di fisico, intelligenza, tempismo e precisione sui palloni alti - si era venuto arricchendo, la sua tecnica di base raffinando. Roberto Bettega si avviava ad essere uno degli attaccanti più forti e completi del mondo. I quattro palloni insaccati alla Finlandia, nel suo stadio, in un match per la qualificazione al mundial d'Argentina, portavano il suo score totale a tredici gol nelle dodici apparizioni in maglia azzurra. Una media strabiliante, che lo avrebbe condotto in breve a capeggiare la speciale classifica dei bomber nazionali. In Argentina giocherà grandi partite, l'intesa con Pablito era perfetta - che coppia di assi! Poi, la sfortuna ci mise del suo. Penna Bianca non invecchiò benissimo, subì parecchi infortuni, e in nazionale smise praticamente di essere decisivo. Le sue promesse furono mantenute solo a metà

21 settembre

1977
Goleade nordiche

Sulla pagina sportiva del Corsera compare - con risalto minimo - la seguente notizia. "Oslo. Una piccola squadra norvegese di settima divisione, il Forward di Oslo, ha stabilito il nuovo record nazionale (e forse mondiale) di gol segnati in una sola partita. Ha infatti battuto il Regent per 42 a 0, realizzando in pratica un gol ogni due minuti e qualche secondo di gioco". Beh, può capitare: che c'è di strano? "Il Forward per passare in sesta divisione doveva vincere quest'ultimo incontro con 34 reti di scarto, in quanto un'altra piccola formazione, il Soerli, aveva i suoi stessi punti ma una migliore differenza-gol". Ah, ecco perché hanno infierito. Non ha senso nutrire sospetti. Le motivazioni, nello sport e nella vita, sono tutto. O quasi.


1983
England's shame

Così avevano commentato i tabloid inglesi lo spettacolare pareggio (due a due) ottenuto dall'undici albionico a Copenaghen il 22 settembre 1982. E' trascorso un anno, ed ecco ora i danesi scalpitare sul prato di Wembley. Bobby Robson ha già messo le mani avanti: i suoi devono affrontare "a formidable team, one of the best I have seen for 10 to 15 years". Addirittura? Come che sia, l'Empire Stadium è affollato, e dev'essere una soddisfazione particolare per Sepp Piontek e Allan Simonsen tornare a casa con una vittoria facile facile, dopo una partita dominata, anche se nel tabellino rimane un solo gol, oltretutto su calcio di rigore (foto). Il match è cruciale, e sostanzialmente stabilisce che, agli europei di Francia, i maestri non si potranno presentare. Danish Dynamite. Non aveva torto, il povero Robson.

1988
L'ultimo gettone di Oleh

C'è davvero poca gente al Rheinstadion. La delusione per l'esito del campionato d'Europa è ancora forte, e il remake di un'antica finale che i tedeschi avevano vinto (nel 1972) contro i sovietici non attrae il grande pubblico. Una partita senza significato, non fosse che i rossi - ancora tenuti per mano da Lobanovski - fanno esordire l'ennesimo pedatore della Dinamo Kiev, Sergej Sergeevič Šmatovalenko, un difensore che sa far tutto, e che di ciò dà dimostrazione festeggiando il battesimo con un autogol (quello che decide la partita). Per uno che inizia, però, c'è anche uno che finisce. Si tratta di una leggenda trentaseienne, quello che fu l'homo novus del calcio sovietico nei primi anni settanta: Oleh Blochin. Già. Il vecchio Oleh non ne vuol sapere di smettere, ha lasciato la Dinamo ed è andato a giocare in Austria, nello Sportklub Vorwärts di Steyr. Si diverte ancora. Oggi però è davvero l'addio, centododici partite per la CCCP. Un campione. 

14 settembre

1972
Una serata al Pireo con Gigi Riva

Non è ancora iniziata la Serie A, e già la carovana delle coppe europee si è messa in cammino. Al Cagliari, dopo gli anni del filosofo, è arrivato Mondino Fabbri; guida una squadra non molto diversa da quella che vinse lo scudetto, ma ormai tendente al logorìo anagrafico e agonistico dei suoi uomini migliori. Si va in Grecia, al Georgios Karaiskakis del Pireo, stadio dell'Olympiakos (foto). La condizione è scadente, sicché i sardi si trovano sotto di due gol già alla fine del primo tempo, anche se le occasioni non sono mancate. L'avventura, appena iniziata, sembra già finita. Intorno all'ora di gioco tuttavia Domenghini, con una delle sue tipiche azioni 'ignoranti', con una delle ciabattate estemporanee che sgancia da venti-trenta metri quando è sull'orlo dell'inciucchimento psico-aerobico, un destro da fuori area imprendibile - non in assoluto, ma appunto perché è una sua specialità -, rende meno amara la sconfitta e possibile il passaggio del turno. Ci penserà Gigi Riva, pensano i più. Ma, nella gara di ritorno, al Sant'Elia, Rombodituono marcherà visita, i greci passeranno e così, per il Gran Lombardo, quella del Pireo rimarrà l'ultima serata di coppa di una troppo breve carriera.
Tabellino | Highlights


1977
La prima volta senza i Blancos

Svolti a suo tempo i sorteggi del primo turno, oggi si gioca. Le coppe europee prendono il via, siamo nella stagione che porta ai mondiali. La formula è quella antica, originale, la più bella in fondo: solo partite a eliminazione diretta, andata e ritorno. Niente teste di serie. Niente ranking. Squadroni che escono subito perché subito opposti ad altri squadroni. Delle italiane, quelle che andranno più lontano sono le dominatrici del momento: le torinesi. La Juventus si arrenderà solo in semifinale, di fronte al Bruges; il Torino, in Coppa Uefa, incrocerà il Bastia negli ottavi e dovrà alzare bandiera bianca. Sulle altre (Milan, Inter, Fiorentina) stendiamo un velo pietoso. Tuttavia, questa inaugurazione del circo verrà ricordata soprattutto per l'assenza di una delle sue principali attrazioni. Che circo è senza i trapezisti? O senza i domatori di animali feroci?  Non era mai successo. Dopo ventidue anni, l'Europa del calcio si mette in cammino senza il Real Madrid. Santiago Bernabéu è malato, la squadra in crisi: ha concluso l'ultima Primera División al nono posto. E' vero, oggi sembra impossibile. Tante cose del calcio di quarant'anni fa, oggi, sarebbero impossibili.

3 luglio

1974
Ultima sinfonia olandese

A Dortmund c'è Brasile-Olanda, chi vince va in finale e l'arbitro è tedesco. Vi pare normale? E poi, siete sicuri che questi siano pedatori brasiliani, e non pericolosissimi delinquenti scappati dal penitenziario di Yuma? Bah. "Mi complimento con i miei giocatori per la volontà ed il dinamismo con cui hanno lottato", ha detto Zagallo. L'Olanda vince due a zero, la sua musica è sempre la stessa e a qualcuno non piace. Henri Kissinger, però, si è divertito: "magnifica partita!", commenta. Non ne aveva mai vista una, se ha apprezzato è perché non si notavano troppe differenze tra questo football e quello praticato negli States. Anzi sì, una c'è: qui i giocatori non hanno il casco, davvero strano. Dicono che Pelé si sia vergognato dei suoi, e abbia lasciato il Westfalenstadion ben prima della fine. Michels è ironico: "ci dovrebbe essere anche l'arbitro in campo!". Giusto, l'arbitro. Il famosissimo Kurt Tschenscher. Ha all'attivo tre mondiali - questo, per fortuna, è l'ultimo - e l'invenzione dei cartellini. I cartellini sono come l'ostia, e vanno somministrati ai peccatori. Tschenscher perdona quasi tutto e quasi tutti, è il suo ultimo contributo al progresso della nazione. Così, la comitiva olandese è in partenza per Monaco piena di lividi e cerotti. Ma di buon umore. "Ora si inizia a fare sul serio", dice il Profeta.
Cineteca

1977
La notte degli addii

In quella grigia stagione, Milan e Inter chiusero il campionato in posizioni di classifica anonime. Messe insieme, raggranellarono poco più della metà dei punti conquistati dai dominanti club torinesi. In Europa, l'Inter fu eliminata all'altezza dei trentaduesimi di finale della Coppa Uefa dalla leggendaria Honvéd di Budapest; il Milan arrivò fino agli ottavi, poi trovò sul suo cammino l'insormontabile ostacolo dell'Athlétic di Bilbao. Essendo anno dispari e senza mondiali o europei, si poteva tirarla in lungo. Gironi su gironi all'italiana di Coppa Italia, per designare le due finaliste. Così, un po' a sorpresa, ci arrivarono le milanesi. Il derby andò in scena nel suo teatro naturale; San Siro si riempiva di afa, di zanzare e di settantacinquemila senzavacanze e senzavittorie da quel dì. Vinse il Milan due a zero, per Mazzola e Rivera (foto) fu il quarantesimo derby, secondo Mazzola l'arbitro favorì il Milan e davanti alle telecamere della Rai si produsse in una colta citazione dantesca: "vuolsi così colà dove si puote". Evidentemente pensava al palazzo di Eupalla, dove regnava una certa commozione. Sulla panchina del Milan, in quel derby, sedette per l'ultima volta Rocco. Nereo Rocco, il Paròn. Ma anche Sandrino, Alessandro Mazzola, il Baffo, era al passo d'addio. Due giganti. Infinita tristezza.


1990
Bravi, bravissimi, anzi modesti

Al mondiale italiano, Maradona era giù di forma e l'Argentina una squadra che definire penosa è puro eufemismo. Eppure, al trentenne dio degli stadi furono sufficienti poche giocate delle sue per guidarla fino al capolinea del torneo, nonostante il deragliamento dell'esordio contro i sorprendenti leoni del Camerun. Ricordate la partita col Brasile? Un imbarazzante dominio carioca, occasioni su occasioni gettate al vento finché lui, partito dal cerchio del centrocampo, decide di dribblare tutti (come all'Azteca) e giunto al limite dell'area, ormai circondato (e senza più fiato nei polmoni e forza nelle gambe), di destro (di destro!) trova la traiettoria esatta per servire Caniggia, libero, solitario y final. Uno a zero, addio Brasile. E poi, in semifinale, Diego contro la sua seconda patria: l'Italia. A Napoli, per di più. Lui corre poco, distribuisce palla, dirige i compagni. Gli azzurri non trascorrono un bel primo tempo, anche se passano in vantaggio. Diego li mette in soggezione, Zenga va a farfalle e Caniggia fissa il pari (foto). Si va ai supplementari e poi ai rigori, adios amigos. Fine delle notti magiche. La critica nostrana inferocisce, e come al solito Gioann Brera canta fuori dal coro. "Il traguardo massimo era l'ingresso in semifinale, l'abbiamo raggiunto: di che ci lamentiamo? Non abbiamo mai perso una partita. Abbiamo giocato anche discretamente bene (ma senza esagerare). Abbiamo goduto del rispetto degli arbitri, come è costume quando si organizza". Morale: azzurri "bravi, bravissimi, anzi modesti".
Cineteca

1998
Que reste-t-il de nos amours?

Stavo ripensando a quel tiro. Quella girata al volo di Roberto Baggio, spalle alla porta, da angolo impossibile. A mia memoria, non ricordavo di aver visto qualcosa di simile. Peccato sia uscito, "di tanto così", mostrava lui - incredulo - accostando i palmi delle mani (foto). Sul prato di Saint-Denis doveva giocare lui, dal primo minuto, e non Del Piero, "che sembrava quella poesia di Garcia Lorca per il torero Ignacio: corpo presente, anima assente" (Gianni Mura). Ripenso spesso a quel tiro, a quel gesto da fuoriclasse, a quell'invenzione che avrebbe dissolto la tenacia dei francesi, la loro ostinazione non ispirata; il gol che avrebbe messo fine a un assedio disordinato, rabbioso, inefficace. Ma penso anche che, quella volta, contro i nostri cugini d'oltralpe non meritavamo di vincere la partita. L'hanno vinta loro, ma solo quand'era già finita, solo dopo centoventi minuti di inutili assalti. Ai calci di rigore. Loro restavano in corsa, noi uscivamo dal mondiale. "Usciamo spesso così: senza aver realmente vinto, senza aver realmente perso, senza averci realmente provato, ma con un peso in fondo all'anima che pesa più del Titanic e della tristezza cosmica di una canzone come Que reste-t-il de nos amours?" (Emanuela Audisio)

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20 aprile

1966
Nel deserto dell'area francese

Beh, il colpo d'occhio che offre il Parco dei Principi non è gran cosa. Poche migliaia di spettatori per l'ennesimo derby col Belgio. Eppure i francesi dovrebbero avere un po' di appetito; hanno battuto per l'ultima volta i fastidiosi vicini nel 1956, sono dunque all'asciutto da dieci anni, allora si giocava per andare ai mondiali di Svezia, Taddeo Cisowski ebbe una giornata di grazia e insaccò cinque palloni, finì sei a tre, ma era un'altra Francia. Questa è un'accozzaglia di pedatori raccolti qua e là, Henri Guérin li porterà in estate sui campi inglesi a vendere cara la pelle, ma certo non si tratta di una squadra di calcio. E infatti, in questa amichevole di preparazione, il Belgio (zeppo di buoni giocatori dell'Anderlecht) passeggia. Brilla un esordiente che gioca nel Bruges - il club di cui scriverà la storia: Raoul Lambert (foto). Gioca solo il primo tempo, ma gli è sufficiente per lasciare un bel ricordo ai suoi ospiti. Di rapina, su una palla spiovuta dal corner, solo nel cuore di una piccola, deserta area di porta francese.
Tabellino | Highlights

1968
Dinosauro

"Dino Zoff, portiere del Napoli, debutta in nazionale proprio a Napoli il 20 aprile 1968. Non in un'amichevole qualsiasi, ma in una gara importantissima: valida per la qualificazione alla fase finale dei campionati europei, che si disputano in Italia. Ferruccio Valcareggi, dopo la sconfitta di due settimane prima a Sofia dove il titolare Albertosi ha incassato tre gol, nella decisiva sfida di ritorno contro la Bulgaria lancia quel portiere di 26 anni, che non soltanto resta imbattuto, ma stupisce per la sua calma capitan Facchetti e gli altri veterani Mazzola e Rivera" (da Alberto Cerruti, Dino Zoff e l'Italia: una lunga storia d'amore).


1977
I giocatori universali di Lobanovs'kyj

Il laboratorio di Lobanovs'kyj sta cercando di scalare l'Everest della Coppa dei Campioni, per concludere in gloria il suo favoloso triennio - titoli e coppe sovietici, Coppa delle coppe e Supercoppa europea tra 1975 e 1976. Nei quarti ha estromesso il Bayern tricampione, in semifinale trova altri tedeschi: i tremendissimi bombardieri del Borussia di Mönchengladbach. Li batte al Central'nyj stadion, con un solo gol. Il ritorno si gioca a Düsseldorf. Un bolide rasoterra di Bonhof dal dischetto, un tuffo di Wittkamp a inzuccare da due passi portano i tedeschi in semifinale. In entrambe le situazioni (la seconda non punita) il terzino sinistro degli ucraini, Viktor Matviyenko (foto), mostra a tutti cosa sia un giocatore universale: osta solo il regolamento, che non prevede possano essere schierati due portieri. Borussia in finale, dunque: appuntamento con la storia, e con il Liverpool, fissato per il 25 maggio a Roma.


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26 marzo

1961
Signori, questo è il derby

Così si apriva il resoconto di Gianni Brera. L'Inter domina, ma il Milan vince. Partita condizionata da Altafini, che va in gol dopo 20 secondi. "David avrebbe voluto legnare in porta: ha sparato invece a due spanne da terra in direzione di Altafini: il quale, grandissimo, ha saputo controllare quel proietto con il destro e ribatterlo fulmineamente a rete di sinistro, cavandone un tiro imparabile da Belzebù, non dico dal prode Buffon". L'Inter "inghiotte e si avventa". Il Milan trionfa, la Juve sorride.

1977
L'ultima profezia

Ad Anversa, Belgio e Olanda si giocano o quasi la qualificazione ai mondiali d'Argentina. Vincono gli Orange, un gol per tempo. Osserviamo il secondo. Willy van der Kuijlen, totem del PSV, è appena entrato, sostituendo Kees Kist, totem dell'AZ. Praticamente dal centro del cerchio del centrocampo, alza un pallone a scavalcare la difesa belga. Spunta, oltre la linea difensiva molto avanzata dei padroni di casa, la sagoma di Johan Cruijff. Forse è in fuorigioco. Forse no. Solo davanti a Piot, lo irride con un pallonetto che più morbido non potrebbe essere. Tutto normale, per lui. Ma si tratta del suo ultimo gol per l'Olanda, e merita di essere ricordato.

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17 marzo

1977
Ove si narra di come sfiorì l'egemonia del Bayern in Europa

Verso la fine del primo tempo - a coronamento di una pressione ossessiva, con i tedeschi rintanati nella propria area di rigore - potrebbe esserci la svolta. Roth, il mastino, che è infinitamente meno veloce di lui, lo mette giù, e l'arbitro mostra il gesso al centro del box: il pallone dev'essere piazzato proprio lì. Oleg non si è fatto male nonostante l'impatto con quel carro armato. Il rigorista è lui. Non è una bella esecuzione. Lenta e nemmeno troppo angolata. Il gatto riesce a intercettare la sfera e a deviarla sul palo, poi la sfera torna indietro, gli rimbalza sul capoccione e finisce in calcio d'angolo. I centodiecimila del Zentralstadion, a questo punto, sono quasi rassegnati. Quel solo gollettino subito a Monaco è un macigno che resterà sulla strada per tutta una lunga serata. Ma l'undici di Lobanovski è refrattario alla depressione. Insiste, si avventa, è come vento gelido che penetra da ogni fessura. Un gol annullato, ancora un palo. Ancora un rigore, però, negli ultimi minuti, quando i bavaresi non hanno più fiato nei polmoni e forza nelle gambe. Oleg rimane a guardare, così tocca a un ebreo di Odessa, Leonida Burjak (foto), pareggiare i conti. Prima della fine - a questo punto logico e atteso -, arriva il colpo di grazia. Finisce l'egemonia dei panzer sulla Coppa dei campioni. E' durata tre anni, come quella dell'Ajax. Il Kaiser non sopporta la perdita del regno, e ha già prenotato l'aereo per gli States. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera


1888
Il tabù infranto

Agli albori della British Championship e dei confronti tra le rappresentative delle isole, la Scozia non pareva battibile fra le mura amiche. Dopo lo zero a zero rimediato dagli inglesi nel 1872 - era la prima sfida ufficiale in assoluto, giocata tra 'nazionali', nella storia del football -, toccavano a tutti soltanto sonore sconfitte. Goleade spesso tennistiche. Tutti i tabù vengono infranti, prima o poi. Ad Hampden Park (foto), nel match che sostanzialmente vale la Championship, i leoni d'Inghilterra passano trionfalmente il 17 marzo del 1888: cinque a zero.
Tabellino

1939
L'eterna giovinezza

Nasce, a Cusano Milanino, il Trap. Giovanni Trapattoni. Grintoso pedatore del Milan e, nella sua seconda ed eterna giovinezza, il più pragmatico degli allenatori. Considerato, a torto o a ragione, l'interprete massimo del 'gioco all'italiana' (catenaccio e contropiede), ha vinto quasi tutto quello che si può vincere, continuando a farlo quando ha deciso di vagare un po' per l'Europa. "Non conta quello che ho ottenuto fino a ieri, ma quello che potrò fare domani".


1972
Le illusioni dei Gunners

I quarti di Coppa dei Campioni hanno in programma un succulento confronto tra Ajax e Arsenal. I Gunners sono alla prima partecipazione, ma anche reduci da un clamoroso double, e due anni prima si erano aggiudicati la coppa fieristica facendo fuori proprio gli ajacidi in semifinale. E così si erano presentati all'Olympisch Stadion, per la gara di andata, con non poca fiducia, tant'è che dopo un quarto d'ora andarono in vantaggio con un gol del giovane, promettentissimo Ray Kennedy. I lancieri poi avevano rimontato, due a uno. E ora? Meglio una gita all'inferno piuttosto che ad Highbury, in queste condizioni. Ma Eupalla ha un debole per Johan, com'è noto, e l'Ajax dovrà cantare almeno tre volte, prima che lui ne lasci la maglia. E così, basta un autogol di George Graham al quarto d'ora, e olandesi in semifinale.
Cineteca




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