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14 febbraio

1932
Geopolitica ed esperimenti

L'Italia non aveva mai giocato a Napoli, ed è accolta con fazzoletti bianchi, botti e calorosissimo entusiasmo. Tutto pari alle attese. Si incontra la Svizzera, per la Coppa Internazionale. Pozzo fa esperimenti geopolitici, e ne schiera tre del Ciuccio: Colombari, Vojak (primo gettone) e Sallustro, l'idolo partenopeo. Partita troppo semplice: tre a zero, ma i napoletani restano a secco. Si porta a casa il pallone Francisco Fedullo (foto), uruguayano, naturalizzato, interno del Bologna. Monsù Poss è stizzito dall'eccessiva arrendevolezza elvetica.
Cineteca



1962
Il Cabezón

Coppa dei campioni, quarti di finale: gara di andata a Torino. Juventus-Real Madrid, e Comunale stracolmo. Si festeggia Omar Sivori, che esibisce il pallone d'oro (foto). Di Stefano perde i capelli ma non il vizio del gol, e timbra l'uno a zero. Il match è tuttavia ricordato per l'improvviso scatto di Sivori, a gioco fermo, in direzione di Enrique Pérez Díaz «Pachin», conclusa con tremenda incornata. L'arbitro non vede, o - impietosito - finge di non vedere. "Il Real Madrid non è più la squadra di una volta", sentenzia Monsù Poss.
Cineteca


1973
Due centenari

Cosa fa la Scottish Football Association per festeggiare il proprio centesimo compleanno? Organizza una festa ad Hampden Park. Ospiti d'onore: Inghilterra e Brasile. Il Brazil verrà solo a giugno, l'Inghilterra è puntuale. Tra l'altro, è festa anche per Bobby Moore: centesimo cap. Willie Ormond (foto) invece esordisce sulla panca scozzese. In quell'atmosfera festosa e innevata, gli inglesi maramaldeggiano, alimentando le proprie illusioni. Cinque a zero. Nelle case di Glasgow le luci si spengono prima del solito.


2002
Ciao Nándor

Si spegne, a Budapest, Nándor Hidegkuti. E' fra i pochi pedatori il cui nome sia diventato spiccia allusione al modo di interpretare un ruolo. Quanti centravanti "alla Hidegkuti", dopo Hidegkuti! Il primo falso nueve nella storia del pallone. Era il vero metronomo dell'Aranycsapat. "Tactically, he ran the best team in the world of his time; a great footballer, and a charming and cultivated man" (Rogan Taylor). Ora il suo nome è anche quello dello stadio di Budapest dove gioca l'MTK.


24 gennaio

1943
Impetuoso Livorno

L'Ardenza è stracolmo. Il Livorno (nella foto, in una formazione della strepitosa annata 1942-43) riceve da primo in classifica (già!) il Torino, determinato a fare vedere "che è e si sente forte, che ha polmoni doppi e garretti d'acciaio. Un Livorno che, raffigurato come una giovane triglia guizzante, è, invece, un mastino dai denti aguzzi, pronto a mordere e a lasciare il segno" (Luigi Cavallero). Il Livorno azzanna il Toro, lo morde, lo strapazza nel primo tempo. Reclama rigori, lamenta ingiustizie, spreca occasioni. La linea difensiva dei piemontesi non è ancora quella leggendaria, ma tiene. Lentamente, la baldanza dei toscani si spegne. Hanno dimostrato quello che dovevano dimostrare, in fondo. Zero a zero. Ne approfittano la Juve e l'Ambrosiana, che dispensano cinquine alle provinciali. Ma il campionato, si sa, è sempre e ancora molto lungo.


1870
Pedatorum pater multorum

A Nottingham nasce Herbert Kilpin. Entro la fin du siècle avrà già fondato un club calcistico a Torino e poi, appena trasferitosi a Milano, avviato il Milan Cricket and Football Club. Del proto-Milan è giocatore, capitano, allenatore. Ci mette poco a vincere lo scudetto. Anzi, ne vince tre (l'ultimo, solo da anziano pedatore, nel 1907; probabilmente vanta un record assoluto: tre titoli vinti in sole ventisette partite disputate). "We are a team of devils. Our colours are red as fire and black to invoke fear in our opponents!", è la frase a lui da sempre attribuita.
Profilo



1973
Dispetto gallese

Ramsey l'antipatico vorrebbe zittire le cassandre vincendo il mondiale del '74. La Germania gli ha già portato fortuna una volta, no? Ha solo un problema. Riuscire a qualificare l'Inghilterra per quel torneo. Ci sono solo due avversari (Galles e Polonia), di valore considerato modesto. Ma a Wembley non va oltre un pari contro il Galles che costerà carissimo nella psicologia del girone. Uno a uno, e bolletta emessa da John Benjamin Toshack (nella foto). Piaccia o meno, gioca nel Liverpool, come il portiere degli inglesi, Ray Clemence.
1990
Ultimo giro per la Germania dell'Est

L'annuario calcistico mondiale del 1990 è l'ultimo a registrare dati relativi alla nazionale di calcio della Germania Est. Un anno senza gloria e, per i tedeschi al di là del muro, senza mondiale. Saranno solo inutili test-match in funzione di altri inutili test-match. L'anno agonistico inizia a Kuwait City, in un triangolare pubblicitario cui partecipa anche la Francia. Per Eric Cantona, ancora giovane e ambizioso (nella foto), una buona occasione per fare esperienza e avanzare coi gol nel ranking di Eupalla. Doppietta, e spazio nel tabellino anche per il di lui più giovane Didier Deschamps.
2010
Il derby di Mou

L'Inter vince due a zero, vola in classifica. Ma è nervosa oltre il lecito. Due espulsi (Lucio e Sneijder), gesti e gestacci in panchina. "Questa partita l'avremmo potuta perdere solo se fossimo rimasti in sei, per regolamento. Per fortuna siamo rimasti in nove, ma avremmo vinto anche in sette", sbruffoneggia il portoghese. Sente puzza di marcio, e non le manda a dire. 

13 gennaio

1973
Sono riusciti a non battere la Turchia!

Già. La voce corre, incredula, di bar in bar, ma soprattutto nelle case del popolo, dove L'Unità è primaria fonte di indiscutibile informazione. Come? Chi? Ma certo, dice uno che si vanta di saperla lunga ma non ha ancora sfogliato il giornale. "Si sta parlando degli inglesi, è chiaro. Ormai non batterebbero più nemmeno il Pontedera". Buona la battuta, ma nella foto sotto il titolone mi pare di riconoscere la sagoma di Giorgio Chinaglia (foto). E, se non è una foto di repertorio, non ha addosso la maglia della Lazio. "Infatti", interviene un lettore cui è andato di traverso il caffé, "siamo stati noi". Noi chi? "Noi, l'Italia. Gli azzurri sono riusciti a non battere la Turchia. Zero a zero". Un altro, affranto, dice che adesso sarà persino dura qualificarsi per i mondiali in Germania. Bah, calma: c'è ancora la partita di ritorno, ed è un girone a punti. Che dice zio Ferruccio? Dice che i turchi saranno costretti prima poi a uscire dalla loro area, se continuano così rischiano di fare qualche autogol. Attendiamo fiduciosi.
Tabellino | L'Unità


1984
Addio dottor Pedata

Si spegne, a Roma, Fulvio Bernardini. Portiere, centromediano metodista, dirigente federale, allenatore, ricostruttore della nazionale dopo il dissolvimento ai mondiali tedeschi del '74. Una delle figure più importanti nel calcio italiano del '900. Pozzo lo escluse dalla sua nazionale per ragioni tecniche, ma anche per l'eccessiva personalità: "troppo bravo per i compagni, in continua soggezione". Non era, e non sarà mai, simpatico a tutti. "Ha sempre voluto essere onesto e bisogna onestamente ammettere che vi è riuscito persino a suo dispetto. Io l'ho capito e amato quand'era tardi per lui e - come temo - anche per me stesso. Caro vecchio dottor Pedata. La tua vita è stata migliore che tu non credessi. Il tuo calcio, è un po' meno. Ma forse era colpa tua. La palla è subdola. Non ha spigoli, non ha facce, e rotola sempre. Tu l'hai rincorsa e padroneggiata finché un giovane Iddio ha preso le tue sembianze. Ritrovandoti uomo, come tutti noi hai sofferto di non essere altro che un uomo" (Gianni Brera).


2008
Non era nata una stella

L'unico ad aver capito l'antifona fu Clarence Seedorf. "Sono preoccupato in generale perché Pato è un ragazzo molto giovane. E quando ci sono talenti come il suo, conoscendo questo mondo, mi preoccupo perché so cosa può succedere. Il ragazzo deve essere protetto, deve essere messo nelle condizioni di lavorare e crescere serenamente", disse. Col senno di poi, si può pensare dell'olandese che fosse un veggente o che menasse gramo. L'esordio a San Siro del papero diciottenne fu scintillante. Un gol inutile, ma di classe pura. E molti paragoni azzardati. "Ogni tanto nascono degli 'extraterrestri', ricordiamo che Rivera è arrivato in serie A a 16 anni" (Claudio Ranieri). "Presto sarà eletto il miglio giocatore del mondo" (Careca). Lui sembra capace di stare coi piedi per terra: "Adesso vado a dormire, da domani si pensa al futuro. Voglio diventare grande col Milan". 
Cineteca | Corriere della Sera (Seedorf e Careca)

27 novembre

1973
Battaglia nella neve

Gli svedesi non hanno voglia di andare fino a Gelsenkirchen. E nemmeno gli austriaci. C'è la crisi petrolifera, occorre risparmiare benzina, le due federazioni restituiscono migliaia di biglietti a quella tedesca, tante grazie, noi faremo a meno dei nostri tifosi e voi di un bell'incasso. Dunque, in un clima glaciale e su un campo neutro e innevato, austriaci e svedesi si giocano il posto ai mondiali. Eh sì, nel loro girone sono finiti alla pari, uguali i punti e uguale la differenza reti, anche l'Ungheria ha gli stessi punti ma uno score peggiore, tutto alla fine è dipeso dalle dimensioni delle goleade che le tre nazionali hanno saputo infliggere alla povera rappresentativa maltese. Così al Parkstadion di Gelsenkirchen, in una serata freddissima, sul campo imbiancato, le squadre si schierano al centro del campo (foto). Tra poco si toglieranno i pantaloni della tuta, nessuno ne ha molta voglia a dire il vero, e sarà necessario correre forte e correre subito. Si annuncia una battaglia. Vinceranno - è ovvio - quelli con più benzina.

21 novembre

1973
La farsa

Sudamericani, virtuosi del pallone.
Capaci di andare in porta con una fitta serie di passaggi - lenti, ma di prima.
In manovra avvolgente.
Come questa: ecco l'ultimo tocco, ed ecco el Chamaco, Francisco Valdés, stella del Colo-Colo, depositare la sfera in rete, con morbida naturalezza (foto).
Gli avversari sono ammutoliti.
Silenziosi.
Assenti.
Letteralmente assenti. Si sono rifiutati di scendere in campo, i sovietici. Su questo campo, il Nacional di Santiago, pieno di militari - è l'estetica di Pinochet - e di prigionieri politici.
Loro, i sovietici, bivaccano sulle alture messicane, attendendo la designazione di una sede diversa da quella 'naturale' per la partita.
Verranno squalificati.

Sono ancora lì, attendono la revoca della squalifica. Prima o poi qualcuno si degnerà di stabilire la data e la sede dello spareggio col Cile, dicono. Il Cile, intanto, sta per scendere in campo contro la Germania, all'Olympiastadion di Berlino, nella prima partita della Coppa del mondo.
Highlights
[Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera]

7 novembre

1973
Il vento dell'est

Il 7 novembre 1973 si disputano le gare di ritorno degli ottavi di finale di Coppa dei campioni. Soffia il vento dell'est, e travolge tutti o quasi tutti. Il Bayern se la cava a Dresda per il rotto della cuffia: la Dinamo (che nei sedicesimi aveva inibito sul nascere l'ennesima rincorsa della Juventus) fa sei gol in due partite ai bavaresi, ma non bastano, perché loro ne fanno sette, e il settimo, cioè l'ultimo della corrida, non può che portare la firma di Gerd Müller. L'Ujpest si sbarazza del Benfica con un doppio colpo a metà della ripresa, e quella del Megyeri úti stadion è perciò l'ultima partita giocata in Coppa dei campioni dal leggendario Eusébio da Silva Ferreira. A Trnava, basta un gollettino allo Spartak per eliminare il Futbol'nyj Klub Zorja Luhans'k, del quale nessuno ha mai più sentito parlare dopo di allora, ma che si era iscritto al torneo in qualità di campione di tutte le repubbliche sovietiche. Il vero dramma, tuttavia, si consuma allo Stadion Vasil Levski di Sofia. Su tutti gli altri campi si attende il deflusso del pubblico per chiudere i cancelli e spegnere i riflettori; qui, invece, si gioca a oltranza. Tempi supplementari. Trascorrono i minuti, e ne mancano solo quattro al fischio finale quando un tizio che sarebbe altrimenti rimasto del tutto sconosciuto ai posteri ed escluso da qualsiasi narrazione eupallica infila il pallone che dirime la contesa. Lui si chiama Stefan Mihaylov; il portiere beffato è Heinz Stuy, e difende i pali dell'Ajax di Amsterdam. Il re aveva già abbandonato il suo regno, si era trasferito (con l'intenzione di fondarne un altro) in Catalogna, ma in quell'istante il dominio dei lancieri improvisamente e rumorosamente crollava.
Dinamo Dresda-Bayern: cineteca
Ujpest-Benfica: cineteca
CSKA-Ajax: highlights



18 ottobre

1973
The Day After

Da quando la Football Association aveva deciso che non sarebbe più mancato l'XI dei Leoni d'Inghilterra a una rassegna mondiale, l'XI dei Leoni d'Inghilterra aveva sempre partecipato alle rassegne mondiali. Alle Coppe ancora intitolate a Jules Rimet del 1950, del 1954, del 1958, del 1962, ovviamente del 1966 (come organizzatori) e del 1970 (quali detentori). Il grande scorno fu non andare alla World Cup del 1974, evento gestito dai tedeschi che festeggiavano così il ventennale del miracolo di Berna. La maledizione tornò ad abbattersi sul paese che aveva creato il gioco, definendone le regole e bla bla bla. E per colpa di chi? E per mano di chi avvenne la catastrofe? Tutti sapevano che il tempo di Ramsey era agli sgoccioli. Sir Alf non stava più simpatico a nessuno, da quelle parti. E come a volte succede, gli antipatici non hanno dalla fortuna la mano che servirebbe. Quale sarà dunque il primo pensiero del 'vecchio' Sir Alf, ora che finalmente si è svegliato (ma deve aver dormito pochissimo)? "Per fortuna è stato solo un sogno". Lasciamolo per un istante lì, da solo, a galleggiare in questo stato d'animo improvvisamente leggero, può capitare che la realtà sia quella che la mente immagina e non un'altra. Non portategli i giornali appena stampati, l'ultima volta aveva parlato di un portiere, sì il portiere della Polonia, certo, proprio lui: il clown. E' stato lui a popolare il suo incubo, e nessuno di quelli andati a vedere lo spettacolo si è divertito. Ancora qualche istante. Ora inizierà a concentrarsi sulla partita, deve mettere a fuoco gli ultimi dettagli. Ancora qualche istante. "Per fortuna abbiamo fatto secco Lubanski a Varsavia, quello sì che è un demonio, cosa vuoi che m'importi di Tomaszewski. Ancora un istante. Peccato per Bobby, sì Bobby Moore, in fondo non è così malandato. Ancora un istante. Wembley, entrare a Wembley. Ancora un istante. Ancora uno, per favore".
Cineteca

[Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera]

13 ottobre

1973
Senza un gol, senza un saluto

C'è davvero poca gente all'Estádio da Luz, nonostante l'importanza della partita. Gli anni d'oro del Benfica sono passati, eppure la nazionale è ancora costruita sul blocco delle Águias, ed è possibile che vada l'anno prossimo ai mondiali: basterebbe battere oggi la Bulgaria e, il mese prossimo, l'Irlanda del Nord. Imprese tutt'altro che impossibili, soprattutto se lui fosse in vena. Lui, l'immenso Eusébio Da Silva Ferreira, è però agli sgoccioli di una fantastica carriera. Non è in vena e, anzi, dopo nemmeno mezz'ora è già costretto a uscire dal campo, con i suoi in vantaggio di un gol - segnato da un vecchio compare, il glorioso António Simões. E' forse proprio per questo, per l'uscita del totem, che i bulgari riescono a lasciare Lisbona imbattuti. In Germania ci andranno loro. E, per Eusébio, quei pochi minuti giocati oggi resteranno gli ultimi con la maglia del Portogallo. Un mesto, non programmato addio, privo di enfasi e di retorica, senza un gol e senza un saluto.
Tabellino


1976
George e Johan

Mah, è una cosa che non si trova. Inutile cercare. Dicono che George Best abbia detto che in quella partita, a un certo punto, anzi subito perché pare fossero trascorsi solo cinque minuti dal calcio d'inizio, dopo aver dribblato tutta l'Olanda, si accorse di averne dimenticato uno. Sì, avete capito chi. Torna indietro, vaga per il campo tenendo la palla incollata al piede, lo cerca, e quando finalmente riesce a individuarlo in mezzo a tutta quella gente vestita d'arancione (colore che abbaglia) lo punta, gli gira intorno e poi gli infligge l'umiliazione di un tunnel e infine, con disprezzo, butta via il pallone sussurrandogli qualcosa tipo: "sei il più grande, ma solo perché io mi occupo d'altro, non ho tempo per queste futili preminenze". Infatti, se l'episodio descritto corrisponde alla realtà, George non giocava a calcio. Andava semplicemente per la sua strada, d'altra parte a quell'epoca militava nel Fulham, e la compagnia di Bobby Moore non doveva essere particolarmente eccitante (vivere a Londra, invece, sì). Purtroppo non ci sono immagini che documentino l'episodio (o, se ci sono, non le abbiamo trovate).  Peccato. Possiamo solo dire che quella partita tra nordirlandesi e olandesi finì due a due (risultato sorprendente!), e che Cruyff fece il secondo gol dei suoi. 
Tabellino | Highlights

3 ottobre

1973
Per il rotto della cuffia

Nello stadietto di Åtvidaberg ci sono più spettatori che abitanti, per vedere il Bayern dei ben noti satanassi. Già, perché la partita non dovrebbe avere storia. E' il primo turno di Coppa dei campioni, all'Olympiastadion è finita tre a uno per i bavaresi, il vantaggio - data la differenza che c'è fra le due squadre - non può che far dormire sonni tranquilli. Infatti Beckenbauer e compagni scendono in campo con la sicurezza di chi sa che anche nel diffuso torpore con cui viene affrontato il match per gli avversari non ci sarà scampo. Un corno. Gli svedesastri si avventano, e a meno di venti minuti dalla fine sono avanti di tre gol, con doppietta di Conny Torstensson (foto). Ovvero, clamorosamente qualificati. E' solo a questo punto che almeno Uli Hoeneß si sveglia, si veste, butta giù rapidamente un caffé e mette il gollettino che serve per trascinare la serata in lungo. Gli altri continuano a sonnecchiare, e si va ai calci di rigore. Passano i tedeschi, che arriveranno poi alla finale e alzeranno la coppa. Ma, nel profondo nord, hanno davvero rischiato di lasciare la pelle e la faccia. Nella stagione successiva, però, l'indemoniato Conny si trasferirà in Baviera
Tabellino | Highlights

1979
Il mesto ritorno del Milan in Coppa dei campioni

Sono trascorsi più di dieci anni. L'ultima apparizione a San Siro del Milan in Coppa dei campioni risale all'autunno del 1969. Ora, conquistata la stella e partito il Gianni, si torna sul palcoscenico. La compagnia di giro è però modesta. Al posto di Pierino c'è Chiodi, il numero nove è di Antonelli (nella foto), il dieci Romano; in panchina c'è Massimo Giacomini, il Paròn è salito in cielo da qualche anno. L'attacco è leggero a questi livelli; la difesa accettabile: c'è Albertosi, c'è il giovane Collovati, c'è Maldera, il terzino-cannoniere. La maglia numero sette, che fu di Hamrin, è sulle spalle di Novellino. Nei sedicesimi il sorteggio ha regalato il Porto, club ancora poco presente nella competizione. L'andata vede protagonista Albertosi, finisce a reti bianche e genera ottimismo. Dalle stelle alle stalle: è il vecchio portierone ad avere sulla coscienza l'errore che, a mezzora dalla fine, non dà scampo ai suoi. Una punizione non irresistibile di José Francisco Leandro Filho, detto "Duda", ricaccia il Milan in un Purgatorio dal quale si emanciperà solo alla fine del decennio successivo. Mestamente, le luci di San Siro si spengono.

14 giugno

1938
Appuntamento al Vélodrome

Prima o poi doveva pur accadere. Accadrà dopodomani a Marsiglia: Brasile e Italia al primo rendez-vous della loro storia. Già, alla fine i sudamericani ce l'hanno fatta: sono venuti a capo della rognosissima Cecoslovacchia, ma sono state necessarie due partite. La gente di qui - che di football capisce pochissimo - stravede per loro. Sono dei prestigiatori del pallone. Hanno una nozione di gioco collettivo molto approssimativa, e per questo l'undici di Meissner li ha tenuti in scacco così a lungo: l'improvvisazione non prevale mai facilmente sulla tenace tessitura. Gli italiani ora dicono di temere la sfida. Pozzo piange finte lacrime, "era meglio incontrare i cechi!", sbraita. Solo Ugo Locatelli mostra quale sia il vero stato d'animo della truppa. "Lo dice anche il proverbio, il diavolo non è tanto brutto quanto lo si dipinge, vedrete che questi brasiliani saranno dei ... bei ragazzi". Preistoria della pretattica.
Brasile-Cecoslovacchia: cineteca


1970
La vendetta di Montezuma

"The start of a run of massive matches in which English hearts were broken by the Germans". Di chi fu la colpa? Ovviamente di Sir Alf, che gestì male i cambi  nel corso del secondo tempo. Ma soprattutto di Montezuma, la cui vendetta è sempre in agguato da quelle parti. Colpì difatti Gordon Banks, l'uomo che aveva fermato Pelè: "If anyone had to be ill, why did it have to be him?", sarà il rimpianto  di Ramsey, costretto quel giorno a schierare tra i pali 'The Cat', l'esordiente Peter Bonetti. Di fatto, gli inglesi si portarono abbastanza facilmente sul due a zero. Banks era rimasto in albergo, e seguiva il match in televisione; "after another visit to the bathroom, he returned to his bed and, feeling rough and sleepy, switched off his TV set to take a nap, assuming the match was won". Sir Bobby Charlton uscì quando i tedeschi avevano appena segnato l'uno a due (liscio di Bonetti su destro dal limite del Kaiser, elegante ma centrale e più che resistibile) e mancavano venti minuti alla fine. Sir Martin Peters uscì poco prima che i tedeschi impattassero sul due a due, quando alla fine mancavano dieci minuti. Extra-time, come quattro anni prima. Punteggio identico. Ci vuol poco a immaginare chi fece il terzo gol (foto), e quale maglia indossava, e quanto amaro fu il risveglio di Banks, costretto a disdire in anticipo il sessantatreesimo cap, prenotato per la semifinale. Secondo Brera, a metter fuori l'Inghilterra furono "il caldo e l'altura, non soltanto la presunzione e la broccaggine". Forse è un'esagerazione; avevano incontrato una squadra molto forte, come il recente passato dimostrava e il futuro imminente avrebbe confermato. Ma, per la prima volta, gli inglesi avevano un titolo da difendere. Alleati nel nome della giustizia calcistica, Eupalla e Montezuma decretarono la loro sconfitta.

1973
Le vittorie che generano illusioni

Col senno di poi: tutta questa prosopopea per una partita vinta? D'accordo, non era mai successo - del resto, non è che ci siano state mille occasioni. Nell'esaltare con canti trionfali l'impresa non facciamo che tradire un sempiterno complesso di inferiorità nei confronti degli inglesi. "Forse gli inglesi siamo noi" (appunto), e con un "classico risultato all'inglese" (due a zero) abbiamo fatto nostro il match. Amichevole, certo, ma - si suol dire - a questi livelli non esistono confronti 'amichevoli'. C'è in gioco la tradizione, si rischia il prestigio. Vero è che Sir Ramsey, ormai alla frutta, ha portato i suoi in trattoria sulle colline torinesi la sera prima della partita, e alcuni di loro hanno fatto le ore piccole (non si sa chi, e non si sa quali ore). Logico che poi, in campo, gli albionici apparissero un po' frastornati: ma c'era bisogno di infierire su questi poveri "birilloni senza un'idea lucida nel cranio e quindi nella manovra"(Arpino)? Suvvia, siamo così abituati a esercitare la critica delle nostre vergogne, ci sia consentito un po' di sarcasmo - come a quegli allievi che hanno dimostrato di saperla più lunga di un maestro intontito e démodé. Anche perché di motivi per essere allegri ce ne sono davvero pochi: la lira è in picchiata, l'inflazione galoppa, il paese è (come quasi sempre) sull'orlo del baratro. Perlomeno, i nostri patemi non sono aggravati da un'altra sconfitta. Anzi, evviva: dopo il Brasile abbiamo battuto anche l'Inghilterra, la nostra è pur sempre terra tra le terre più fertili e antiche del football. Visioni alternative? "L'euforia per due vittorie abbastanza fasulle induce molta gente a sperare più del lecito nei mondiali dell'anno prossimo. Chi esita a entusiasmarsi passa per menagramo. In questo non siamo proprio cambiati" (Brera). E non cambieremo mai, anche questo è sicuro.
Cineteca

1982
Ove si narra di come il Brasile ebbe la meglio sui pedatori di tutte le Dinamo

Mi ricordo benissimo il gol Sócrates. La danza fuori dell'area, i due difensori elusi con altrettante finte, il controllo di esterno e poi il destro di pieno collo, all'incrocio dei pali, e il volo di Dassaev, che arriva a toccare ma non a deviare il pallone. E l'esultanza del dottore: una corsa con le braccia e lo sguardo che progressivamente si alzano, e la sua figura statuaria sommersa dall'abbraccio dei compagni. Fino a quel momento, una sola bandiera sventolava sugli spalti del Sánchez Pizjuán ed era quella sovietica. Il Brasile arrancava, zavorrato da un centravanti-ronzino e da un portiere insicuro. I pedatori di tutte le Dinamo erano passati in vantaggio (Andrij Mychajlovyč Bal', tipico prodotto di trasformazione del laboratorio di Kiev), ma alla lunga pagavano lo sforzo e la terribile afa di quell'estate spagnola: quando cala il sole, e un po' di frescura arriva sul prato, hanno ormai perso il fiato e l'energia. E' allora che il samba della torcìda e le trame di Zico, Sócrates e Falcao si fondono in un discorso sul football, frenetico e convincente, che finisce solo quando la partita è quasi finita, con il gol del due a uno.

2004
Non ci dovevi cascare, Francesco

Se fosse brasiliano, sarebbe osannato come Pelé. Se fosse inglese, avrebbe oscurato il mito di Bobby Charlton. Se fosse tedesco, lo considererebbero una sorta di incrocio tra Netzer, Hoeness e Fritz Walter. Se fosse francese non so. Invece è italiano, e - anzi - per gli italiani è soprattutto romano. Romano e romanista. Se fosse dell'Inter, della Juventus o del  Milan sarebbe considerato meglio di Meazza, meglio di Boniperti, meglio di Rivera. Ma è della Roma. Bravo sì, ma c'è sempre un dubbio. Il dubbio dilegua (apparentemente) quando lui cambia maglia, e indossa quella della nazionale. Lui è la stella che tutti attendono al varco. Per lui è vietato sbagliare, ma molti sperano che lo faccia. Lui deve decidere le partite, ma se le decide qualcun altro sono tutti più contenti. E soprattutto, essendo 'il' campione, deve comportarsi da campione. Sopportare i calci, reggere alle provocazioni. In effetti, quante deve averne sentite. E se mamma desse un'occhiata alle sue caviglie e alle sue ginocchia, gli vieterebbe di giocare ancora a pallone. Però, Francesco, è vero: non si sputa in faccia a un avversario, qualunque cosa ti faccia o ti dica. Lo so, è esattamente quello che Poulsen voleva ottenere: toglierti il pallone e possibilmente la partita, solo per un caso l'arbitro non se ne accorse. Dovevi ignorarlo, tapparti le orecchie, pensare a quel che sai fare, perché quel che non ti riesce ora - un dribbling, un passaggio smarcante di prima, un tiro imparabile - potrà riuscirti tra dieci minuti, tra quindici, tra venti; mal che vada, ti riuscirà nella prossima partita. Se ci sarà.
Italia-Danimarca (Euro 2004): Full match


  • Vedi anche le partite del 14 giugno in Cineteca

20 maggio

1966
Las Galinas

Quando il 29 maggio del 1966 il River Plate andò in trasferta a Banfield (un tiro di schioppo a sud di Baires) per un ordinario partido di Priméra division, fu accolto con una certa derisione dalla cancha locale. Per quale motivo? Semplice. Perché aveva pochi giorni prima - il 20 maggio - inopinatamente consegnato la Copa Libertadores de América (nello spareggio, disputato a Santiago del Chile) al Peñarol di Montevideo, sprecando un doppio, rassicurante vantaggio conseguito nel primo tempo. Da 2:0 a 2:4, nell'extra-time. Certo, il Peñarol di quel decennio era un club dominante nel continente sudamericano (sei finali fra il 1960 e il 1970), alla pari del Santos e dell'Estudiantes; ma, secondo alcuni, quelli del River non avevano esibito il carattere e il coraggio adeguati alla circostanza. La notte di Santiago, in sostanza, significò per loro una caduta di prestigio, simbolicamente rappresentata dalla gallina che i tifosi del Banfield liberarono al campo prima della partita. Un gesto di scherno che piacque subito alla torcìda del Boca, che non si limitò ad apprezzare, facendo propria l'idea: e "Los Millionarios" divennero per sempre "Las Galinas".

1973
Fatal Verona

Non poteva scegliere un giorno più memorabile, il vecchio José ora bianconero, per insaccare il suo duecentesimo pallone in Serie A. Lì per lì, è il pallone che può valere uno spareggio: siamo infatti all'ultima di campionato, e il Milan sta letteralmente affondando al Bentegodi. Tra Milan e Juve, in classifica, c'è solo un punto di differenza. A dire il vero, anche la Lazio si trova nelle condizioni della vecchia signora. Il Milan dunque si inabissa, trascinato nel gorgo dalla propria stanchezza, e tutto torna in discussione. Lo scudetto, la stella, il senso della vita. A tre minuti dal 90°, ci sono tre squadre alla pari. Un pasticcio enorme. A tre minuti dalla fine, una botta di Cuccureddu dal limite completa la rimonta sulla Roma avviata da Altafini, antico simbolo rossonero. E la Lazio? Decide di togliersi di mezzo, incassando per non avere rimpianti, un banale gol di Damiani a un sospiro dalla fine. Fatal Verona. E' storia. Anzi: è la dura legge del calcio.
Video (Storie di Calcio) | Documentazione milanista


1998
La séptima

Non male, giocare tre finali di Champions in tre anni. Ci sono riusciti in pochi: il favoloso Real dei '50, poi il Benfica, l'Ajax e il Bayern nei '70. Nemmeno il Milan di Sacchi. Nemmeno l'Inter di HablaHabla. Nemmeno il grande Liverpool. La Juventus è dunque alla terza consecutiva: una vinta e una persa, finora. Ma si trova di fronte la squadra cui il trofeo manca da un'eternità, e che nonostante ciò ne detiene più di ogni altra. E' fermo a sei, il Real. Non sembra un XI epocale, e universalmente si pensa che non valga la Juve: ma è inferocito dal lungo digiuno, e la tradizione bianconera in coppa non è molto solida. Così, a fatica e tra le polemiche, con un gol (in fuorigioco?) di Predrag Mijatović (foto) alla metà del secondo tempo, il Real si prese la settima e aprì un suo  piccolo ciclo moderno.
Cineteca

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16 maggio

1965
Il sorpasso

Si giocava una partita tra Inter e Juventus. Sì, domenica 16 maggio 1965. Ma a Torino. Vinse la squadra in trasferta. Vinse l'Inter, due a zero. Contemporaneamente, il Milan veniva sconfitto a San Siro dalla Roma. Due a zero (nella foto, Manfredini dal dischetto). I sette punti di vantaggio sui cugini accumulati dai rossoneri nella prima parte del campionato erano andati tutti in fumo. Compreso l'ultimo, che ancora separava le due squadre. Mancavano tre sole partite alla fine del campionato, e l'Inter di Herrera era la nuova capolista. Quattro giorni prima, i nerazzurri avevano schiantato il Liverpool, guadagnandosi la finale di Coppa dei campioni (che rivinceranno). Il loro allenatore guardava al futuro con ottimismo e appetito insaziabile. "Punteremo con decisione a tutti e tre i traguardi", disse, "scudetto, Coppa dei campioni e Coppa Italia, e se la spunteremo anche in quest'ultima, nella prossima stagione calcistica i traguardi saranno quattro, perché lotteremo anche nella Coppa delle coppe". Herrera avrebbe voluto giocare due competizioni europee nella stessa stagione ... ma poi non completò il 'triplete', perché perse la finale di Coppa Italia (contro la Juve). Nel Milan, intanto, finiva l'era di Gipo Viani; e quella contro la Roma fu l'ultima giocata da José Altafini in maglia rossonera.
Tabellino | I gol


1973
La sbornia di Salonicco

"Nella tumultuosa e fischiatissima finale di Salonicco il giovane portiere fa da baluardo contro le furibonde offensive dello scatenato Leeds", occhiellava in prima pagina il Corriere dello Sport. "Milan in trincea", titolava la Gazzetta. Vecchi - William Vecchi - era "il giovane portiere" del Milan, sostituto di Cudicini. In effetti, i pedatori che erano in campo con la maglia del Leeds quella sera si ritrovano ogni anno, in coincidenza del giorno e dell'ora, per rivivere la partita. E si chiedono - senza mai trovare la risposta giusta e definitiva - come fecero a perderla. I rossoneri, inciucchiti di vento greco e pioggia battente e soprattutto dalle folate inglesi, si reggevano in piedi a malapena. Sollevarono la coppa, sì: ma pochi giorni dopo, a Verona, persero la stella.


1996
Il motore dell'Expresso da Vitória

Si spegne, a Rio de Janeiro, Danilo Alvim Faria, grande centromediano del Vasco e titolare del Brasile nel mondiale del maracanaço. Nonostante quella tragedia - fu tra coloro che reagirono alla depressione tentando il suicidio - il suo palmarès è ricco, grazie ai campionati sudamericani vinti con la Seleçao e all'egemonia continentale del Vasco negli anni a cavallo del 1950 - quando, appunto, il club era noto col soprannome di Expresso da Vitória. Di quella corte, lui era el prìncipe. Una carriera di alti e bassi, di fortune e sfortune: anche per lui, come per molti, la vita che restava quando smise di giocare e insegnare il calcio fu spreco e abbandono.
Storia


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21 marzo

1874
Scottish Cup

Anche in Scozia c'è la Coppa: due anni dopo quello inglese, il torneo varato dalla Scottish Football Association giunge all'atto finale. Delle quattordici squadre in lizza ne sono rimaste due: il Queen's Park - strafavorito - e il Clydesdale. Si gioca ad Hampden Park, sugli spalti non c'è ancora una folla traboccante. Schioda il match William MacKinnon (nella foto), brillantissimo dribblatore, e lo mette in discesa. Finisce due a zero. Per il Queen's è la prima di dieci coppe tesaurizzate sullo scorcio del XIX. Moltissime: ma non ce ne saranno altre.
Il racconto


1973
Caparbi 'bogianen' bianconeri

Siamo a Budapest, lo stadio è il Megyeri ùt, la partita è iniziata da meno di un quarto d'ora e la Juventus è già sotto di due gol. Poiché l'andata a Torino era finita con reti immacolate, non varrebbe nemmeno la pena di fare un pronostico, e dire che in semifinale ci andrà l'Ujpest. E invece, quel che accade nei restanti settantacinque minuti merita di essere testimoniato. E' "con terribile vigoria" che i bianconeri risalgono la corrente, trascinati dal sempreverde José 'Mazzola' Altafini fissano un pareggio premiato dalla regula e sbucano sul rettilineo finale della Coppa dei campioni. "Il motore del jet bianconero ha ritrovato il ritmo necessario. Ora basta revisionare qualche bullone, qualche rotella, poi sarà lecito sperare nella continuazione di questa «escalation» europea. I «quarti» valevano bene il freddo di Budapest, che ha radunato allo stadio un pubblico sportivissimo: ma era un vento di chiara marca bianconera. Da una partita che poteva costituire un rendiconto amaro per il football di casa nostra, è stata tolta la migliore castagna. Con la freddezza e l'animo necessari. Complimenti, «bogianen» bianconeri: qualcosa della vecchia caparbietà subalpina si è trasferita in ciascuno di voi, siate pugliesi o brasiliani. Budapest era una tappa necessaria. E adesso sia benvenuto il signor Cruyff" (Giovanni Arpino).

1990
Ossi belgi

Al solito, i belgi sono ossi difficili da spolpare. I loro ingredienti preferiti sono tre: tattica del fuorigioco, gioco ai limiti del regolamento, grande portiere. La prima gli serve a poco, si gioca sempre nella loro tre quarti di campo. Quindi prevale il ricorso alle botte e al portiere, che è il signor Preud'Homme. Dirà Righetto negli spogliatoi: "ci hanno picchiato in maniera indegna per tutta la partita", mostrando occhi lucidi di emozioni rabbiose - le partite per lui non sono mai finite davvero. Sta rivedendo la folle serata del Dunadùn (foto), posseduto dallo spirito di Garrincha e sgusciante da ogni pertugio, da ogni selva di gambe. Sgambetti trattenute calcetti e chissà cos'altro. Ma a beccarsi il rosso è lui, da possibile eroe a potenziale reprobo, per una reazione provocata e nemmeno poi davvero cattiva. Sul momento è incredulo; esce, e - misteri del football - il Milan viene finalmente a capo del Mechelen, che è riuscito a prolungare l'agonia di tutti fino ai tempi supplementari.

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7 marzo

1874
Gli inglesi si arrendono a Glasgow

A partire dal 1872, e ininterrottamente fino al 1914 e poi ancora dopo la fine della guerra, dapprima in amichevole confronto, poi nel calendario della British Championship, si snoda la liturgia annuale delle partite fra Inghilterra e Scozia, fra Scozia e Inghilterra. La prima fu a Glasgow, la seconda a Londra, la terza a Glasgow, nel West End, a Hamilton Crescent (nella foto). E proprio la terza fu fatale agli inglesi, fin lì imbattuti. Toccò ad Angus MacKinnon, attaccante del Queen's Park, aprire la falla decisiva nella difesa albionica. Si trattò della sua unica presenza nella Tartan Army, e del suo unico (ma storico) gol.
Tabellino

1959
Il banchiere svizzero

Si spegne, a Viganello (Lugano), Alfred Cartier. Era un banchiere svizzero, imparentato con i famosi orologiai. In gioventù aveva tirato calci al pallone in squadre di grido: Genoa e Milan. Per la verità, scese in campo con la maglia del Milan una sola volta in campionato (contro la Juventus, che vinse due a zero). Era, a quanto pare, un 'universale', per la varietà dei ruoli che sapeva ricoprire. Ala sinistra, mediano, anche portiere. Si cucì sulla maglia del Genoa lo scudetto del 1902. Nelle sue nove apparizioni, segnò 'persino' un gol. La preistoria del football italiano è densa di vicende stravaganti ma certo non prive di fascino.


1973
L'ultima grande recita

"I tedeschi? Non li abbiamo visti", disse Cruijff a fine partita. A dire il vero, erano stati i tedeschi a non vedere lui. Roth, il tremendo mastino, si è inutilmente stremato nel corrergli dietro. I tedeschi di cui si parla erano quelli del Bayern, e uscirono dall'Olympish Stadion di Amsterdam con quattro palloni incassati (tutti nel secondo tempo) e nessuna speranza di consumare una vendetta autentica nel ritorno in casa loro. La partita è epocale, e va considerata l'ultima grande recita di una squadra meravigliosa. Il resto della Coppa dei campioni 1972-73 (semifinale e finale) fu, per l'Ajax, ordinaria amministrazione.
Cineteca


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