19 maggio

1982
Gli svedesoni di Eriksson

Ernst Happel sa tutto del calcio, e non si preoccupa. Anzi, si diverte. Fa pretattica. Gli Hamburger hanno perso la finale di andata della Coppa Uefa, a Göteborg, per un solo gol. Forse giocherà il Kaiser, sì. Forse. Il suo rientro potrebbe incutere, di per sé, un certo timore reverenziale agli avversari, sono abituati a giocare contro gente di basso lignaggio, e sa Dio come sono arrivati fino a qui. Inoltre, pensa Happel, non avendo segnato lo straccetto di un gol fuori casa, sarà bene preoccuparsi anzitutto di non prenderne in casa. Di qui, onde spegnere sul nascere le possibili bellicose intenzioni dei boscaioli, la minaccia di piazzare il totem in campo. Anche Hrubesch, il supercannoniere e degno erede di Seeler, è del medesimo avviso: prudenza, ci vuole prudenza. Così, alla fine, Beckenbauer non gioca e gli svedesoni di Eriksson vincono tre a zero, in un Volksparkstadion incredulo.
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1999
Cala il sipario sulla Cup Winners' Cup

Pochi (nella ridotta dimensione dell'immagine) saranno in grado di riconoscere l'undici schierato al centro del campo. Diciamo che occhi buoni individuano, qua e là, pedatori di notevole fama. A confondere le idee potrebbero essere i colori della divisa da gioco indossata. Una divisa speciale per un'occasione speciale. Per l'ultima finale, la trentanovesima nella lunga storia del torneo rottamato sulla soglia del nuovo millennio. Una competizione affascinante, trentanove edizioni e trentadue vincitrici, delle quali solo otto sono state in grado di salire anche sul tetto d'Europa. Di alcuni club che figurano nell'albo d'oro, si sono ormai perse o quasi le tracce: il Magdeburgo, la Dinamo Tbilisi, il glorioso West Ham United, costretto a un frequente saliscendi nell'ultimo decennio tra la Premier League e la Championship. L'ultima volta toccò a una compagine italica, la Lazio (guidata da Sven Goran Eriksson), opposta al Mallorca di Héctor Cúper. Era una grande Lazio, come spiegano i nomi di alcuni che ne facevano parte, e che la foto scattata al Villa Park immortala a novanta minuti dall'epilogo. Nella serata di Birmingham finiva la prima era moderna del calcio europeo, avviato a una ristrutturazione delle sue competizioni per club orientata primariamente a trarre e garantire il massimo lucro. E il loro fascino, inevitabilmente, scemerà.
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2012
David Luiz, the troll

Non c'è calice più amaro di quello che devi bere quando perdi la finale nel tuo stadio. Statisticamente, capita di frequente: almeno una volta su due. Beh, è una statistica da prendere con le molle, almeno per la Coppa dei campioni o Coppa che dir si voglia, perché finora è capitato solo in quattro circostanze che una finalista si sia trovata a scendere in campo sul proprio campo potendo sfruttare il fattore-campo (la conoscenza di ogni zolla, l'incitamento del pubblico, il timore dell'arbitro e quant'altro): è toccato al Real Madrid nel 1957, all'Inter nel 1965 (entrambe detentrici del titolo, che confermarono), poi alla Roma nel 1984 (e furono dolori) e al Bayern nel 2012 (pure). Il Bayern aveva di fronte il pullman di Roberto Di Matteo, vale a dire il Chelsea Football Club. Sembra ce la faccia, ma una tremenda inzuccata di Drogba a due minuti dalla fine rimanda tutto al giudizio di Dio, che si esprime indirizzando le esecuzioni dal dischetto. Tutti ricordano com'è finita, ma uno che lo sapeva sin dall'inizio era David Luiz, che per tutto il match ha trollato gli avversari. Tormenta Mario Gomez: "Lo vedi? Facciamo schifo, giochiamo un calcio orrendo, voi siete molto meglio, ma alla fine vinciamo noi". Poi, su un corner, sbeffeggia Schweinsteiger: "Ah, mi stai addosso? Nessun problema, non sarò io a farvi il gollettino". Drogba segna, e Schwein non la prende benissimo: "What the f***?", dice il suo sguardo mentre incrocia di nuovo quello del brasiliano. Ma eccoci ai rigori. Il Bayern ha realizzato i primi due, Mata ha ciccato il suo, tocca a Luiz. Schwein gli si avvicina: "Bene bene bene, voglio vedere adesso cosa sei capace di fare". Luiz trasforma, con una certa nonchalance. Il Chelsea alza la coppa. "Oh my God, e chi sei? non dire più nulla", è l'ultima frase pronunciata da Schweinsteiger, rivolta a Luiz, nella triste serata dell'Allianz Arena.
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