31 maggio

Combi, Zamora, l'arbitro e il pallone
1934
Un partido épico

Pochi giorni dopo la passerella inaugurale contro l'improbabile rappresentativa statunitense di soccer, l'Italia (maglia azzurra con stemma sabaudo) esordiva in un campionato del mondo. I pochi frammenti filmati disponibili e la carta stampata restituiscono visioni parziali e scioviniste di quel match contro la Spagna del mitico Zamora. Il racconto di Brera sarà più sgamato che imbarazzato (l'arbitro "si comporta coma chi sa benissimo dove si gioca"), per via degli "sfracelli (anche ossei)" perpetrati dai difensori italiani; Jonathan Wilson sostiene che quella partita segnò il declino di un mondiale (ma era appena iniziato!) caratterizzato da inaudita violenza. Invece, per Mundo Deportivo "fué un partido épico", e "los rojos hicieron, como habìan prometido, un partido formidable de coraje, 'contra todo' y supieron resistir la enorme presòn del ambiente que querìa forzar la victoria italiana". Finì uno a uno, supplementari compresi. Niente rigori, niente monetina. Ripetizione fissata per il giorno successivo. Dicono che, durante la notte, gruppetti di ultras italici abbiano sostato nei pressi dell'albergo in cui alloggiavano gli ispanici, disturbandone il sonno con trombe e trombette e quant'altro. Il che potrebbe contribuire a individuare il motivo per cui Ricardo Zamora non difese i pali della Roja il primo di giugno; il segreto che nemmeno lui, anche a distanza di anni, ha mai voluto svelare. Non fu per le botte o per mai testimoniate o denunciate minacce ricevute. Semplicemente per un improvviso, inevitabile e inebriante, colpo di sonno. Ai sogni di vittoria che non gli poterono rallegrare la nottata, si abbandonò forse nello spogliatoio del 'Giovanni Berta', mentre i suoi compagni lottavano contro la dura realtà, rappresentata dallo scandaloso arbitraggio dello svizzero Mercet e dall'immancabile sigillo di Peppino Meazza.
Cineteca



1962
Ove si narra di come gli inglesi persero ancora con l'Ungheria

Col senno di poi, Ungheria-Inghilterra è un 'must'. Specialmente se è in cartellone per la Coppa Rimet. Non è più solo questione di prestigio. Certo, la cornice è ben diversa da quella di Wembley o del Népstadion: i cileni sono disinteressati, non è un match del loro girone e dunque in definitiva perché spendere quattrini così, e il Braden Copper di Rancagua è quasi deserto. Come sempre alla vigilia, sono favoriti gli inglesi; consegnata ai rimpianti e alla nostalgia l'epopea dell'Aranycsapat, il tempo della loro rivincita sembra finalmente arrivato. Del resto, di quell'XI leggendario che li umiliò è rimasto solo il portiere, Gyula Grocsis, e Gusztáv Sebes ha lasciato la cattedra ad altri. Ma sulla panca albionica siede ancora, imperturbabile nel suo incauto ottimismo, Walter Winterbottom. La partita non è granché. I magiari randellano come la posta in palio richiede; certo, la loro qualità tecnica è scaduta, ma - per dire - che motivo c'era di lasciare che Lajos Tichy (foto) e Flórián Albert si facessero per tutti i santi novanta minuti gli affaracci loro? Due a uno, prima o poi ci si rivede. Il povero Jimmy Greaves si impegna come non mai, ma i suoi discorsi non convincono Dio a decidere di salvare la regina.


1986
Il logorio della riconoscenza

Per un po' di edizioni - come regola che ha comunque concesso eccezioni - nel match d'apertura del mondiale (dopo le danze folkloristiche i giuramenti le passerelle dei capoccioni FIFA) scende in campo la squadra detentrice. Nel 1986 la squadra detentrice è l'Italia, e in televisione la cosa fa il suo bell'effetto. Inno di Mameli: siamo dentro fino al collo. Qualcuno aspettava questo momento da quattro anni. Eccolo lì il Vécio, non sembra per niente invecchiato. Il gol di Altobelli (foto). Evviva, vinciamo di sicuro - non dico la partita, dico la coppa del mondo. Il gol di Sirakov a cinque minuti dalla fine. Maledizione. La squadra è logora, sfiatata, mediocre. La riconoscenza nel calcio produce solo sconfitte e (quando va bene) pareggi. Si torna a casa subito, questa volta. Eppure il México portava fortuna. La faccia triste dell'America.