13 giugno

1943
La endeble moral de los azulgrana

Un punteggio assurdo, anomalo, causato dalla fragilità degli azulgrana - occhiella El Mundo Deportivo. Si sta parlando della semifinale di ritorno della Copa de Su Excelencia El Generalísimo de fútbol, edizione 1943. La prima gara, a Camp de Les Corts, fu largamente dominata dal Barça; tre a zero, secondo pronostico. Nessuna delle due squadre aveva disputato una temporada indimenticabile, è vero: ma - indiscutibilmente - i catalani parevano superiori. Spostiamoci a Chamartín. Un po' di gente c'è, non è detto che creda alla remuntada, ma si tratta pur sempre del Clásico. Alla fine del primo tempo non c'è più nulla da vedere. Il Real è avanti di otto gol. Già: otto a zero in quarantacinque minuti. La partita continua, e finisce undici a uno. Se ne parlerà per molti anni; per molti anni questa partita verrà analizzata e discussa; generazioni e generazioni di nuovi e giovani barcellonisti guarderanno l'albo d'oro e sgraneranno gli occhi, chiedendosi come sia stata possibile, nel tempo dei tempi, una disfatta di tali proporzioni. Si dice che, prima della partita, un agente della sicurezza di Stato abbia fatto ingresso negli spogliatoi del Barça  con un fucile in mano, e abbia edotto i catalani sulle possibili conseguenze di una loro qualificazione alla finale. Sarà vero? 
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1956
Coupe des clubs champions européens

"Realmente ha valido la pena el cubrir los 1.900 kilómetros que separan Lisboa de Paris, para contemplar este formidable partido". Questo fu il primo commento di Don Agustin Puyol. Non era poi così malmesso, il fútbol español. Già: esattamente dieci giorni prima, la Roja aveva buscato pesantemente dal Portogallo, e quella lezione era stata mal digerita da Don Agustin, membro della FIFA e Presidente della Federazione calcistica catalana. Frammenti di discorso che lasciano immaginare quanto carico di mesti pensieri sia stato quel suo lungo viaggio (durato dieci giorni?) fino a Parigi. A Parigi era in programma Real Madrid-Stade de Reims, finale della prima Coppa dei Campioni (foto). Quanti dei satanassi madridisti si erano dovuti sorbire lo stesso chilometraggio di Puyol? Solo due: José Héctor Rial Laguía e Francisco "Paco" Gento López. Il primo, peraltro, era nato a Buenos Aires, ma giocava da due stagioni con i blancos (dove se no, con quel cognome?) e aveva già risposto all'appello calcistico della sua nuova nazione. Lo chiamavano 'el Pibe', nonostante fosse già più vicino ai trenta che ai venti. Héctor Rial non diede alcun segno di stanchezza o di depressione, al Parco dei Principi, di fronte agli scatenati pedatori della Marne. Anzi. Il Real dopo dieci minuti era sotto di due gol; alla mezz'ora lui depositava il pallone del momentaneo pari. Il Real andò sotto di nuovo, pareggiò di nuovo e infine, gloriosamente, lui insaccò il quattro a tre, mandando in visibilio Don Agustin Puyol. Naturalmente, a parte lui, i catalani restarono abbastanza indifferenti all'evento, come mostra lo spazio che gli destinò Mundo Deportivo il 14 giugno. Un box in prima pagina, di piccole dimensioni e con rimando alla terza; più piccole di quello che annunciava, per quella sera, l'arrivo a Barcellona degli Harlem Globetrotters e della loro nuova star, Meadowlark Lemon. Avrà fatto in tempo Agustin Puyol a percorrere i millanta kilómetros che separavano Paris da Barcelona, per godersi un altro formidable espectáculo?
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1974
Il Brasile intrappolato nella foresta

Il mondo è cambiato, il football anche: manca solo l'ufficialità. A Francoforte, nel rinnovato Waldstadion che emerge come frutto degenere della natura nel bel mezzo di una fitta boscaglia (foto), si aprono le tabulae e si comincia a scrivere una storia nuova. I primi a far capolino sono ombre del passato: il Brasile, ormai senza Pelé e con un'anima ibrida; la Jugoslavia, compagine da sempre corsara, temutissima soprattutto dagli europei perché capace tradizionalmente di esprimere un gioco fatto di tecnica, astuzia e cattiveria. Finisce zero a zero, ma gli slavi avrebbero meritato di vincere. "Dove sono i Rivelinho e gli Jairzinho di ieri, anzi di quattro anni fa?" (Giovanni Arpino). Sono fantasmi. Presto entreranno in scena i nuovi, tremendi guerrieri del nord. Saranno battaglie aspre. Pallone e uomini correranno veloci, come mai prima erano stati in grado di correre.
1982
Il mesto esordio del Pibe a Camp Nou

Mentre la stampa italiana conta i giorni che mancano all'inglorioso ritorno in patria della sbandatissima truppa azzurra, l'XI che detiene il titolo mondiale  battezza la competizione. E' l'Argentina, e tutti la ritengono molto più forte adesso di quattro anni fa. Perché? Per via di quel riccioluto e apparentemente grassoccio ragazzino, il cui piede sinistro è già sacro alle genti di Eupalla. Ma al gran ballo di Camp Nou - proprio lì, nella nuova, enorme casa arredata per Diego - è invitato l'ospite più sgarbato che si possa immaginare: il Belgio. I belgi non giocano mai a pallone: disturbano l'avversario con variazioni tattiche, lo innervosiscono, gli fanno perdere tempo e tempi di gioco, ne mettono a durissima prova la pazienza. E quando l'hanno sfiancato nascondendo ogni varco e seminando trappole su tutti i sentieri, colpiscono. Ricordate? Il numero sei si chiama François Vercauteren, ha un sinistro vellutato e gioca nell'Anderlecht. Vede il movimento di Erwin Vandenbergh, il centravanti, che ha girato alle spalle dei difensori sudamericani. Calibra un passaggio di trenta metri, con effetto a rientrare. E' perfetto, ma non è un pallone semplice da addomesticare. Di petto, Vandenbergh lo mette a terra, ne studia il rimbalzo e colpisce di collo, incrociando con scienza e mestiere una traiettoria letale (foto). Si spengono i canti, e la nuova casa adesso sembra a Diego indifferente e disadorna.
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