6 giugno


1962
Ove si narra di come Garrincha beffò la contraerea spagnola

Siamo al redde rationem: tra Brasile e Spagna, chi perde bagnerà di calde lacrime fazzoletti d'addio. E' messa peggio la Spagna, ai sudamericani un pareggio potrebbe bastare. La stampa iberica è in subbuglio: Hernanez Coronado - su suggerimento di HablaHabla (assistant-coach) o per far dispetto ad HablaHabla - rivoluziona la squadra e lascia fuori Luisito Suarez e Santamaría. Schiera due esordienti, e sembra aver azzeccato la mossa, perché Adelardo (uno dei novizi) sblocca la partita. Sopratutto, Coronado confida in Sígfrid Gracia (foto), terzino destro del Barça: "nelle due occasioni in cui ha già marcato Garrincha, ha annullato la pericolosa ala destra dei carioca". Il Brasile è senza Pelé, ma - appunto - c'è Garrincha. La sequenza è da rivedere mille volte, un istante dilatato all'infinito. Mané riceve palla da Valdir Pereira ('Didi') sulla tre quarti, nella sua naturale posizione di partenza. Ha davanti a sé due spagnoli - Pachin e l'anzidetto Gracia. Finta di partire, si ferma; i due non lo affrontano. Lui lavora il pallone: suola, sinistro, destro, tacco. Esterno destro: si allarga, entra in area all'altezza del vertice sinistro, rallenta la corsa, le pulsazioni cardiache degli avversari aumentano. Ecco, improvviso ma atteso, lo scatto felino, bruciante. Raggiunge la linea di fondo, là dove nessuno è riuscito a seguirlo. Con naturale dolcezza alza la sfera, è una parabola con modesto effetto a rientrare, destinata a beffare la contraerea iberica e a concludere la traiettoria sulla testa nera di Amarildo, che la appoggia in rete. E' il minuto 87, due a uno. Fotografi in campo, grande fiesta. Adiòs, Spagna.

1965
I fantasmi del Népstadion

Lo United partecipa alla Coppa fieristica, perché a quella dei campioni d'Europa è il turno del Liverpool di Shankly. Poco importa: non è gente snob, quella di Manchester, ogni partita e ogni competizione va onorata come si deve. E così i diavoli rossi, che hanno già vinto la First Division, raggiungono le semifinali. Ma il sorteggio è maligno, e l'inconscio non lesina scherzi. Dall'urna esce l'Ungheria. Pardòn, il Ferencváros. Non sottilizziamo, tocca comunque andare a Budapest. Si dirà: nessun pedatore adesso allenato da Busby era in campo, quel pomeriggio di primavera del 1954, e non è trascorso nemmeno un mese da che Albione si è presa una tardiva e pur striminzita rivincita (uno a zero, a Wembley, mica granché). Resta che a Old Trafford, nel match di andata, i magiari hanno strappato una sconfitta di misura (due a tre), e ora i giochi sono decisamente aperti. Infatti: un difensore-goleador, Dezső Novák (foto), verso la fine del primo tempo pareggia i conti dal dischetto. Un gol, e se la regola fosse già quella di adesso in finale ci andrebbero le Verdi Aquile. Ci vuole una terza partita e - maledizione - si giocherà tra dieci giorni, ancora qui, ancora a Budapest, ancora al Népstadion.
Tabellino | Highlights


1970
Patto di non aggressione

All'inizio del secondo tempo Domingo non rientra sul campo. Certo, avrà una dozzina di polmoni e volontà infinita, ma non gli si può chiedere di morire per asfissia. Così, al suo posto c'è un mediano della Juventus, e pure esordiente: Giuseppe Furino. E' giovane, è immaginabile che sarà titolare di questo XI per un decennio o quasi, ma non piace troppo a Valcareggi e non convincerà nemmeno i successori di zio Uccio. A ogni modo, lui entra perché si presume possa esserci battaglia. Si presume. Ma non c'è. Ai nostri e alla Celeste un pari può tornar buono, perché farsi del male? Quindi, che Riva (foto) e Boninsegna se ne stiano là davanti a cacciar farfalle. Tutti gli altri davanti alla difesa. Gli uruguagi non si spremono, sono forse più abituati all'altura ma preferiscono non correre rischi. Zero a zero e tutti contenti: "per nulla soddisfatto è invece il pubblico, che fischia a lungo e con grande intensità i protagonisti di una partita tanto attesa e tanto deludente" (Paolo Bertoldi, La Stampa).

2002
Doppio naufragio

Qualcuno certamente avrà tenuto conto dei gol sbagliati dai francesi in centoventi minuti, prima col Senegal e poi con l'Uruguay. E di quanti se ne è divorati Recoba (foto) contro i Bleus. Così dice male alla Francia, e non che all'Uruguay prometta romantici ritorni di fiamma. La recente grandeur e l'infinita tradizione producono uno zero a zero pieno di emozioni, broccaggini e colpi proibiti. "E adesso si ritrovano come due naufraghi che si sono contesi a morsi e unghiate l'ultimo pezzo di legno, sulla sabbia grigia di un pareggio che prima nessuno voleva e dopo tutti accettano" (Gianni Mura). Sì, lo accettano, perché non hanno alternative, e c'è per fortuna (come spesso - non sempre - capita) un'altra partita da giocare. Ma presente e passato del football sono senza futuro, qui nell'umidità della Corea meridionale vanambiziosa e riccastra.
CinetecaMura (La Repubblica, 7 giugno 2002)


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