5 agosto

1984
Hotel California

Facciamo un rapido conto: se si esclude l'edizione romana del 1960, cui partecipò per diritto di ospitalità, l'Italia del football non si presentava ai Giochi Olimpici dal 1952, quando venne facilmente schiantata al primo turno dall'Aranycsapat. Per la verità, non è che la qualificazione al torneo californiano del 1984 sia stata una marcia trionfale. Anzi: non ci fosse stato il boicottaggio ricambiato per cortesia politica dai paesi d'oltrecortina, i pedatori azzurri sarebbero ora sulle spiagge della Versilia o della Romagna. E invece trascorrono l'estate negli alberghi della West Coast; oggi si sono fermati a Palo Alto, ed eccoli che sbucano sul prato dello Stanford Stadium. La posta è grossa: un biglietto per le semifinali; l'avversario ostico e storico: il Cile. Bearzot non ha portato in America studentelli o dilettanti. Ha una signora squadra; gente che - per regolamento - non ha ancora disputato partite di Coppa del mondo, ma che avrà tutto il tempo (eccome) per farsi una certa esperienza al riguardo. Qualche nome? Walter Zenga, Franco Baresi, Pietro Vierchowood, Riccardo Ferri, Aldo Serena, Daniele Massaro; e anche il resto della truppa non è composto di matricole sconosciute. Tant'è. Sono arrivati ai quarti di finale battendo egiziani e americani, e perdendo (ma contava nulla) con il Costarica. Sempre di un solo gol - fatto o subito. E lo stesso accade col Cile. A Beniamino Vignola (foto), che alla Juve sta imparando i trucchi del mestiere da Monsieur Michel Platini, capita l'opportunità di battere un calcio di rigore - assai generoso - all'inizio del primo tempo supplementare, e non lo sbaglia. Partita orribile, un gol - s'era capito - basta sempre, e il Vecio adesso (come, al tempo che fu, il suo più grande predecessore, Monsù Poss) va all'inseguimento di una medaglia. Purtroppo, non la raggiungerà.
Tabellino | Il penalty di Vignola


1992
La nostalgia del Pep

Certo, non si può negare che al Pep le cose nel football siano andate bene. E' sulla scena da poco meno di un quarto di secolo, e ha sempre fatto il direttore d'orchestra, sin da ragazzino. Al Barça è stato un idolo - anzi, una leggenda -, in campo e in panchina. Nella Roja ha raccolto poco, ma per fortuna era ancora un under 23 quando a Barcellona fu allestito il mirabolante spettacolo delle XXV Olimpiadi dell'era moderna. Dunque lui c'è, guida un undici di discreta qualità che vince tutte le partite, compresa quella dei quarti di finale contro l'Italia, senza prendere nemmeno un gol. Una sola cosa dispiace al Pep: che tutte quelle belle partite si siano giocate a Valencia. Lui ha nostalgia di Camp Nou, dove però è in programma la finale. L'ultimo ostacolo sulla via di casa è il Ghana, e degli africani, in queste competizioni, è sempre meglio non fidarsi. Il Pep, ancora ben capelluto, sforna un assist su calcio piazzato a inizio partita, e la strada è subito in discesa ripida. A Barcellona lo stanno aspettando tutti, anche a loro è mancato, ma lui sta arrivando e non li deluderà.