21 maggio

1969
Se repitiò la historia de Berna

Avevo sì e no una dozzina d'anni, e il mio amico fanatico di football, quello che non perdeva una sola partita in tivù, si presentò al campetto con una maglia bianca divenuta per l'occasione ad ampie, non geometriche strisce blu e granata. "Eh eh eh!", rise da solo, quando si accorse che lo guardavamo straniti. "Stasera vince il Barcellona!", aggiunse. Tutti fingemmo di capire, ma nessuno in realtà sapeva che quella sera, al Sankt Jakob di Basilea, c'era la finale di Coppa delle coppe. Forse la trasmettevano sulla tivù della Svizzera italiana, che il mio apparecchio non captava. "Con chi gioca il Barcellona?", chiese qualcuno. "Contro i luridi brocchi comunisti dello Slovan di Bratislava!", disse subito quel nostro amico disinformato e male indottrinato da chissà chi. E quindi, aggiunse, "evviva il Barça!". Sono trascorsi innumerevoli anni, mi sono ricordato di quella circostanza e ho fatto le mie ricerche. Come nel 1961 a Berna - ma si trattava allora della finale di Coppa dei campioni, e avversario era il Benfica - i catalani persero, e con identico risultato: tre a due."Decididamente, los estadios suizos son gafes para el Barcelona", scriveva el director-adjunto del Mundo Deportivo.
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1971
Ole! Ole! Chelsea

Finale di coppa delle coppe. Per colpa di Ignacio Zoco, che al 90° della prima partita si era divorato il match-ball a due passi da Bonetti, tocca ricominciare da capo. Chelsea versus Real Madrid, al Karaiskakis di Atene. I Blancos sono ancora sotto shock. E vengono messi sotto dai Blues. Due a zero alla mezzora del secondo tempo. No: due a uno, Fleitas accorcia. Ora sono gli inglesi a vivere nell'ansia. Muñoz butta dentro anche il vecchio campione, Francisco Gento: ha quasi quarant'anni, ne ha viste di tutti i colori, è una leggenda vivente, il suo ingresso è una mossa soprattutto psicologica. Ma non succede più nulla. "Ole! Ole! Chelsea", titola il Daily Mirror di sabato 22 maggio.


1975
Il nome del Borussia

Al piccolo Diekman di Enschede si respira un certo ottimismo. Il Twente Football Club sta vivendo buone stagioni; è al vertice di un calcio che è al vertice in Europa e nel mondo. Non solo: nella finale di andata della Coppa Uefa ha inchiodato il terribile Borussia di Mönchengladbach - un'autentica macchina da gol - sullo zero a zero. Batterlo in casa è possibile; è possibile entrare - come l'Ajax e il Feeyenoord - nelle tabulae del paradiso. Illusioni. Die Fohlen  sono in serata di vena (e non è che gli capiti di rado). Jupp Heynckes, dal canto suo, è una furia scatenata, fa tripletta, e trascina l'allegra banda teutonica a un fragoroso 5:1. Nelle tabulae del paradiso si scrive il nome del Borussia. Finalmente. 


2008
La pensierosa rincorsa di John Terry

"Non ci credo: se faccio gol, alzo la coppa.
Vero: non che sia abituato a battere penalties.
Li tirano sempre Ballack, Drogba, Lampard.
Ma sapevamo che poteva finire così, dunque mi sono esercitato e non poco.
Accidenti.
Pensavo sarei stato tranquillo.
Cristiano ha sbagliato il suo, quindi possono sbagliare tutti.
Van der Saar, eccolo lì.
Non ne ha preso nemmeno uno, finora.
Perché dovrebbe toccare proprio a me?
Vai John, non farti impressionare.
Se hai paura tu, figuriamoci lui.
Però è vero.
A questo punto lui non ha nulla da perdere, perché ha già perso.
Accidenti.
No, sarebbe una beffa".
John Terry, capitano del Chelsea, prende la rincorsa. L'Europa trattiene il fiato. Prima dell'impatto con la sfera, scivola. Colpisce male, in coordinazione precaria. La palla vola oltre la rete, nello spazio che separa il campo dalle tribune del Lužniki, affollato di fotografi.


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20 maggio

1966
Las Galinas

Quando il 29 maggio del 1966 il River Plate andò in trasferta a Banfield (un tiro di schioppo a sud di Baires) per un ordinario partido di Priméra division, fu accolto con una certa derisione dalla cancha locale. Per quale motivo? Semplice. Perché aveva pochi giorni prima - il 20 maggio - inopinatamente consegnato la Copa Libertadores de América (nello spareggio, disputato a Santiago del Chile) al Peñarol di Montevideo, sprecando un doppio, rassicurante vantaggio conseguito nel primo tempo. Da 2:0 a 2:4, nell'extra-time. Certo, il Peñarol di quel decennio era un club dominante nel continente sudamericano (sei finali fra il 1960 e il 1970), alla pari del Santos e dell'Estudiantes; ma, secondo alcuni, quelli del River non avevano esibito il carattere e il coraggio adeguati alla circostanza. La notte di Santiago, in sostanza, significò per loro una caduta di prestigio, simbolicamente rappresentata dalla gallina che i tifosi del Banfield liberarono al campo prima della partita. Un gesto di scherno che piacque subito alla torcìda del Boca, che non si limitò ad apprezzare, facendo propria l'idea: e "Los Millionarios" divennero per sempre "Las Galinas".

1973
Fatal Verona

Non poteva scegliere un giorno più memorabile, il vecchio José ora bianconero, per insaccare il suo duecentesimo pallone in Serie A. Lì per lì, è il pallone che può valere uno spareggio: siamo infatti all'ultima di campionato, e il Milan sta letteralmente affondando al Bentegodi. Tra Milan e Juve, in classifica, c'è solo un punto di differenza. A dire il vero, anche la Lazio si trova nelle condizioni della vecchia signora. Il Milan dunque si inabissa, trascinato nel gorgo dalla propria stanchezza, e tutto torna in discussione. Lo scudetto, la stella, il senso della vita. A tre minuti dal 90°, ci sono tre squadre alla pari. Un pasticcio enorme. A tre minuti dalla fine, una botta di Cuccureddu dal limite completa la rimonta sulla Roma avviata da Altafini, antico simbolo rossonero. E la Lazio? Decide di togliersi di mezzo, incassando per non avere rimpianti, un banale gol di Damiani a un sospiro dalla fine. Fatal Verona. E' storia. Anzi: è la dura legge del calcio.
Video (Storie di Calcio) | Documentazione milanista


1998
La séptima

Non male, giocare tre finali di Champions in tre anni. Ci sono riusciti in pochi: il favoloso Real dei '50, poi il Benfica, l'Ajax e il Bayern nei '70. Nemmeno il Milan di Sacchi. Nemmeno l'Inter di HablaHabla. Nemmeno il grande Liverpool. La Juventus è dunque alla terza consecutiva: una vinta e una persa, finora. Ma si trova di fronte la squadra cui il trofeo manca da un'eternità, e che nonostante ciò ne detiene più di ogni altra. E' fermo a sei, il Real. Non sembra un XI epocale, e universalmente si pensa che non valga la Juve: ma è inferocito dal lungo digiuno, e la tradizione bianconera in coppa non è molto solida. Così, a fatica e tra le polemiche, con un gol (in fuorigioco?) di Predrag Mijatović (foto) alla metà del secondo tempo, il Real si prese la settima e aprì un suo  piccolo ciclo moderno.
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19 maggio

1957
Le nuvole di Dublino e il centravanti part-time

Beh, l'Inghilterra andrà in Svezia, e ci andrà da favorita (dicono le cronache). Ma ci andrà grazie a un gol di Peter Atyeo, centravanti del Bristol City, uno che la First Division non l'ha mai vista, nemmeno col binocolo; uno che si allenava part-time, spendendo il proprio tempo a studiare per diventare insegnante di matematica. Una sua bella inzuccata al novantesimo, su preciso cross di Finney che aveva portato a spasso tutta la difesa irlandese, salvava la regina nonché i programmi degli appassionati inglesi per l'estate del '58.
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1982
Gli svedesoni di Eriksson

Ernst Happel sa tutto del calcio, e non si preoccupa. Anzi, si diverte. Fa pretattica. Gli Hamburger hanno perso la finale di andata della Coppa Uefa, a Göteborg, per un solo gol. Forse giocherà il Kaiser, sì. Forse. Il suo rientro potrebbe incutere, di per sé, un certo timore reverenziale agli avversari, sono abituati a giocare contro gente di basso lignaggio, e sa Dio come sono arrivati fino a qui. Inoltre, pensa Happel, non avendo segnato lo straccetto di un gol fuori casa, sarà bene preoccuparsi anzitutto di non prenderne in casa. Di qui, onde spegnere sul nascere le possibili bellicose intenzioni dei boscaioli, la minaccia di piazzare il totem in campo. Anche Hrubesch, il supercannoniere e degno erede di Seeler, è del medesimo avviso: prudenza, ci vuole prudenza. Così, alla fine, Beckenbauer non gioca e gli svedesoni di Eriksson vincono tre a zero, in un Volksparkstadion incredulo.
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1999
Cala il sipario sulla Cup Winners' Cup

Pochi (nella ridotta dimensione dell'immagine) saranno in grado di riconoscere l'undici schierato al centro del campo. Diciamo che occhi buoni individuano, qua e là, pedatori di notevole fama. A confondere le idee potrebbero essere i colori della divisa da gioco indossata. Una divisa speciale per un'occasione speciale. Per l'ultima finale, la trentanovesima nella lunga storia del torneo rottamato sulla soglia del nuovo millennio. Una competizione affascinante, trentanove edizioni e trentadue vincitrici, delle quali solo otto sono state in grado di salire anche sul tetto d'Europa. Di alcuni club che figurano nell'albo d'oro, si sono ormai perse o quasi le tracce: il Magdeburgo, la Dinamo Tbilisi, il glorioso West Ham United, costretto a un frequente saliscendi nell'ultimo decennio tra la Premier League e la Championship. L'ultima volta toccò a una compagine italica, la Lazio (guidata da Sven Goran Eriksson), opposta al Mallorca di Héctor Cúper. Era una grande Lazio, come spiegano i nomi di alcuni che ne facevano parte, e che la foto scattata al Villa Park immortala a novanta minuti dall'epilogo. Nella serata di Birmingham finiva la prima era moderna del calcio europeo, avviato a una ristrutturazione delle sue competizioni per club orientata primariamente a trarre e garantire il massimo lucro. E il loro fascino, inevitabilmente, scemerà.
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2012
David Luiz, the troll

Non c'è calice più amaro di quello che devi bere quando perdi la finale nel tuo stadio. Statisticamente, capita di frequente: almeno una volta su due. Beh, è una statistica da prendere con le molle, almeno per la Coppa dei campioni o Coppa che dir si voglia, perché finora è capitato solo in quattro circostanze che una finalista si sia trovata a scendere in campo sul proprio campo potendo sfruttare il fattore-campo (la conoscenza di ogni zolla, l'incitamento del pubblico, il timore dell'arbitro e quant'altro): è toccato al Real Madrid nel 1957, all'Inter nel 1965 (entrambe detentrici del titolo, che confermarono), poi alla Roma nel 1984 (e furono dolori) e al Bayern nel 2012 (pure). Il Bayern aveva di fronte il pullman di Roberto Di Matteo, vale a dire il Chelsea Football Club. Sembra ce la faccia, ma una tremenda inzuccata di Drogba a due minuti dalla fine rimanda tutto al giudizio di Dio, che si esprime indirizzando le esecuzioni dal dischetto. Tutti ricordano com'è finita, ma uno che lo sapeva sin dall'inizio era David Luiz, che per tutto il match ha trollato gli avversari. Tormenta Mario Gomez: "Lo vedi? Facciamo schifo, giochiamo un calcio orrendo, voi siete molto meglio, ma alla fine vinciamo noi". Poi, su un corner, sbeffeggia Schweinsteiger: "Ah, mi stai addosso? Nessun problema, non sarò io a farvi il gollettino". Drogba segna, e Schwein non la prende benissimo: "What the f***?", dice il suo sguardo mentre incrocia di nuovo quello del brasiliano. Ma eccoci ai rigori. Il Bayern ha realizzato i primi due, Mata ha ciccato il suo, tocca a Luiz. Schwein gli si avvicina: "Bene bene bene, voglio vedere adesso cosa sei capace di fare". Luiz trasforma, con una certa nonchalance. Il Chelsea alza la coppa. "Oh my God, e chi sei? non dire più nulla", è l'ultima frase pronunciata da Schweinsteiger, rivolta a Luiz, nella triste serata dell'Allianz Arena.
Cineteca | Fonte 



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18 maggio

1952
Le lacrime di Silvio Piola

Ha quasi 39 anni, spende gli ultimi spiccioli di carriera - a suon di gol - nel Novara, che sta portando dove non era mai stato, nella parte alta della classifica del campionato di Serie A. Manca Benito "Veleno" Lorenzi, che della nazionale è il centravanti titolare. C'è da giocare contro gli inglesi a Firenze, e allora richiamano lui. Mancava da cinque anni, l'ultima sua foto in maglia azzurra non era associata a un bel ricordo: fu scattata nel corso di una batosta umiliante al Prater, cinque a uno.
Silvio Piola, con la fascia di capitano, a Firenze, si batte come un leone. Gli inglesi non passano. Quelli che hanno trovato spazio sulle gradinate del Comunale giurano di averlo visto in lacrime. Forse. Sapeva che quel giorno sarebbe stato l'ultimo, per lui, con quella maglia.
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1994
Il beffardo pallonettone di Dejan

Atene. Milan-Barcellona, per la prima volta di fronte a disputarsi l'Europa. Sulla carta, per taluni (soprattutto per il grande Johan Cruijff, che allena i catalani) il match è squilibrato. "Stiamo attraversando un grande momento, ci sentiamo i più forti. Se poi devo considerare il fatto che al Milan mancheranno due giocatori insostituibili come Baresi e Costacurta, allora capisco perché Capello e i suoi abbiano paura e non si sentano tranquilli, con gli attaccanti che ci ritroviamo, gente capace di segnare 92 gol in 38 partite di Liga". Difatti non ne segneranno manco mezzo. E il Milan solo quattro. Memorabile il terzo, quello che mette in ginocchio i Catalani. Il pallonettone di Savicevic (foto). "Pallonettone da non so quanti metri, Zubizarreta annaspante come un’anatra ferita. Era, Dejan, il ricciolo di fantasia che guarniva una manovra spartana ma precisa" (Roberto Beccantini).
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17 maggio

1953
La paura degli ungari

A Roma c'è il nuovo, grande stadio, costruito in vista delle Olimpiadi. E' il giorno dell'inaugurazione. Si tratta davvero di un grande evento: la nazionale azzurra - alla ricerca della perduta forza - affronta (è un match valido per la Coppa Internazionale) la squadra più forte del pianeta. Monsù Poss, dalle colonne de La Stampa, evoca felici ricordi, e sostiene che i magiari non siano tranquilli. "Per forti che essi siano, per deboli che noi siamo, degli italiani diffidano". Non solo: "hanno paura". Sa bene tuttavia, il vecchio alpino, che "sulla carta" l'Italia è inferiore. Infatti. Finisce con un secco tre a zero. Risultato accettabile, in fondo: ad altri era andata e andrà molto peggio.
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1959
'El Conejo' e 'O Expresso da Lima'

Per Walter Winterbottom ci poteva anche stare, il due a zero incassato qualche giorno prima dal Brasile campeão do mundo. La tournée sudamericana serviva per avviare la ricostruzione di una squadra e di un minimo di credibilità, dopo i tremendi rovesci  degli anni Cinquanta, e ora arrivavano partite meno complicate. A Lima non nutrivano grosse speranze, in Copa América (disputata solo due mesi prima), non si poteva certo dire che la Blanquirroja avesse brillato. Si esaltò contro gli inglesi: tripletta di Juan Seminario, e notorietà assicurata per alcuni pedatori indigeni, che di lì a poco emigrarono in Europa e a giocare per la loro selecciòn non tornarono più. Fra questi, a noi più noti sono senz'altro Juan Seminario e Víctor Benítez. Il primo, "o Expresso de Lima", ala sinistra di rapidità pari all'egoismo, fu ammirato per due stagioni a Firenze, dove arrivò via Portogallo-Spagna e da dove (senza versamenti di lacrime) ripartì con un biglietto per Camp Nou. L'altro ("el Conejo") si accasò al Milan nel 1962 dopo una deludente parentesi al Boca (non avevano capito se fosse un delantero o un mediano, lo consideravano un atipico, variante per loro indigesta: "la de quel el hombre corra más rápido que la pelota"). Girovagò in terra italica lungo tutti i '60, poi tornò in Perù e lì concluse i suoi giorni da pedatore. Per entrambi, l'esibizione contro i maestri costituì la rampa di lancio: nel vecchio continente trovarono i quattrini ma non la consacrazione che forse immaginavano. Probabile che un malinconico sorriso si stampi sui loro volti, quando i nipotini domandano di rievocare quel pomeriggio all'Estadio Nacional di Lima.
Tabellino e pagelle (da  "La Prensa" del 18 maggio) | Highlights (LQ)


2014
Il decimo titolo dei Colchoneros

Camp Nou, ultima partita della Liga; catino assolato, colori, moltitudine. Se il Barça vince, è campione; altrimenti, lo è la 'seconda' squadra di Madrid. Match intenso, lento, a fasi incerte. I Colchoneros sono guidati da una mano di rara sapienza, pressano nell'area avversaria e in un istante ripiegano chiudendosi a testuggine. Vanno sotto, ma negli ultimi cinque minuti del primo e nei primi dieci del secondo tempo scatenano un'offensiva rabbiosa; sanno di meritare il titolo, e se lo vanno a prendere. Poi lasciano il pallone e concedono l'assedio; un assedio sterile, un copione scontato. Gli uomini di Diego Simeone (foto) escono tra gli applausi dal campo di una squadra che era già nella storia e che schierava ancora quasi tutti i suoi gloriosi assi del recente passato.


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16 maggio

1965
Il sorpasso

Si giocava una partita tra Inter e Juventus. Sì, domenica 16 maggio 1965. Ma a Torino. Vinse la squadra in trasferta. Vinse l'Inter, due a zero. Contemporaneamente, il Milan veniva sconfitto a San Siro dalla Roma. Due a zero (nella foto, Manfredini dal dischetto). I sette punti di vantaggio sui cugini accumulati dai rossoneri nella prima parte del campionato erano andati tutti in fumo. Compreso l'ultimo, che ancora separava le due squadre. Mancavano tre sole partite alla fine del campionato, e l'Inter di Herrera era la nuova capolista. Quattro giorni prima, i nerazzurri avevano schiantato il Liverpool, guadagnandosi la finale di Coppa dei campioni (che rivinceranno). Il loro allenatore guardava al futuro con ottimismo e appetito insaziabile. "Punteremo con decisione a tutti e tre i traguardi", disse, "scudetto, Coppa dei campioni e Coppa Italia, e se la spunteremo anche in quest'ultima, nella prossima stagione calcistica i traguardi saranno quattro, perché lotteremo anche nella Coppa delle coppe". Herrera avrebbe voluto giocare due competizioni europee nella stessa stagione ... ma poi non completò il 'triplete', perché perse la finale di Coppa Italia (contro la Juve). Nel Milan, intanto, finiva l'era di Gipo Viani; e quella contro la Roma fu l'ultima giocata da José Altafini in maglia rossonera.
Tabellino | I gol


1973
La sbornia di Salonicco

"Nella tumultuosa e fischiatissima finale di Salonicco il giovane portiere fa da baluardo contro le furibonde offensive dello scatenato Leeds", occhiellava in prima pagina il Corriere dello Sport. "Milan in trincea", titolava la Gazzetta. Vecchi - William Vecchi - era "il giovane portiere" del Milan, sostituto di Cudicini. In effetti, i pedatori che erano in campo con la maglia del Leeds quella sera si ritrovano ogni anno, in coincidenza del giorno e dell'ora, per rivivere la partita. E si chiedono - senza mai trovare la risposta giusta e definitiva - come fecero a perderla. I rossoneri, inciucchiti di vento greco e pioggia battente e soprattutto dalle folate inglesi, si reggevano in piedi a malapena. Sollevarono la coppa, sì: ma pochi giorni dopo, a Verona, persero la stella.


1996
Il motore dell'Expresso da Vitória

Si spegne, a Rio de Janeiro, Danilo Alvim Faria, grande centromediano del Vasco e titolare del Brasile nel mondiale del maracanaço. Nonostante quella tragedia - fu tra coloro che reagirono alla depressione tentando il suicidio - il suo palmarès è ricco, grazie ai campionati sudamericani vinti con la Seleçao e all'egemonia continentale del Vasco negli anni a cavallo del 1950 - quando, appunto, il club era noto col soprannome di Expresso da Vitória. Di quella corte, lui era el prìncipe. Una carriera di alti e bassi, di fortune e sfortune: anche per lui, come per molti, la vita che restava quando smise di giocare e insegnare il calcio fu spreco e abbandono.
Storia


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15 maggio

1910
Epifania dell'Italia

Epifania della nazionale italiana. All'Arena civica, in maglia bianca; di fronte c'è la debole équipe che rappresenta il football di Francia (sì, maltrattavano il pallone anche loro, poveracci), valeva davvero la pena di invitare i cugini. Squalificato il blocco dei vercellesi [vedi: il rifiuto di disputare lo spareggio costò loro la sanzione], l'XI è zeppo di pedatori militanti nei club di Milano. Fu un comodo successo - sei a due, principale protagonista Pietro Lana (foto), primo ad entrare "nell'albo dei cannonieri azzurri" -, ed "ebbe l'effetto di suscitare euforia in un ambiente di per se stesso incline alle repentine esaltazioni e ai facili scoramenti" (Antonio Ghirelli). Difatti, a distanza di pochi giorni, ci penserà la forte Ungheria a ridimensionare les italiens. Dalle stelle alle stalle.
Tabellino


1957 
C'è un vecchietto in Danimarca

Per uno come lui, non è detto che Copenaghen fosse il posto migliore dove togliersi definitivamente di dosso la maglia dei Three Lions. Difatti non l'aveva programmato: fu Walter Winterbottom a non chiamarlo più, per tutte le partite successive. Largo ai giovani: quarantadue primavere sulle spalle possono giustificare il turn-over. Non che fosse scaduto di condizione, anzi: Stanley Matthews era ancora brillante, e nei match di qualificazione al mondiale di Svezia aveva dato il suo più che onesto contributo. Tant'è. Vince - anzi stravince - la sua ultima partita, e saluta senza salutare avendo raccolto la miseria (tutto sommato, per uno così longevo) di 54 caps
1968
Il paradiso in attesa dello United

Uno era grande amico e sodale di Bobby Charlton - si mise in affari con lui quando la spelacchiata leggenda traslocò a Deepdale; l'altro era sopravvissuto al disastro di Monaco, giocò ancora a lungo nello United, ed è fra i pedatori che possono vantare più di 500 presenze nel club. Rispettivamente: David Sadler e William Anthony ("Bill") Foulkes. Eclettico l'uno (poteva indifferentemente giostrare da difensore centrale, da centrocampista e da punta), solido centre-back l'altro. Non godevano di grandissima considerazione internazionale; in due raccolsero la miseria di cinque caps nella rappresentativa di Sua Maestà. Furono loro però che, in cinque minuti e sullo scorcio di partita, raddrizzarono la barca dell'UTD, che i Blancos avevano cannoneggiato nel primo tempo, vanificando in potenza lo striminzito 0 a1 subito nella semifinale di andata della Coppa dei campioni a Old Trafford. Una scomposta zampata sottomisura di Sadler (foto) e un diagonale velenoso di Foulkes (su assistenze di George Best) impattarono il Real. Gli inglesi volavano in finale, preparandosi a scalare il paradiso del football europeo.
Cineteca


1985
Lonely Boy

L'ultima stagione di Johann K al Rapid Vienna riporta il glorioso club austriaco - come si suol dire - agli onori delle cronache pallonare d'Europa. Al De Kuip, per la finale di Coppa delle coppe, ci sono i grün-weißen insieme all'Everton. Johann "Hans" Krankl ha appena sfornato un hit gettonatissimo, una terribile cover di Paul Anka (in versione deutsche), ma in campo si mette a cantare quando sugli spalti sono rimasti solo i supporters dei Toffees, in attesa della cerimonia di premiazione. Chissà se ha ricevuto qualche applauso.



2002
Il magico colpo di Zinedane

Il dream team madridista, guidato da Vicente del Bosque, si può avvicinare alla "decima". In finale di Champions incrocia ad Hampden Park - dopo aver estromesso Barça e Bayern - i tedeschi del Leverkusen, una buona squadra con pedatori in fase di grande crescita. Ma l'asticella è troppo alta per loro, che non erano mai andati così lontano. Ciò nondimeno, quella dei Blancos non è una passeggiata, e la "nona" entra nella storia del pallone solo ed esclusivamente per merito di Zizou. Sullo scorcio del primo tempo, un mezzo campanile sganciato da Roberto Carlos in eretistica percussione sulla fascia sinistra si abbassa dalle parti del francese, appostato al limite dell'area. La coordinazione è perfetta, e il colpo a volo di sinistro uno spot consegnato gratuitamente all'Uefa per gli anni a venire. E' il gol che inchioda il risultato (due a uno) e (per qualche anno) l'albo d'oro europeo del Madrid.
Cineteca | La magia di Zizou

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