14 novembre

1963
Il re piange, ma è ugualmente samba al Maracanã

La comitiva rossonera sbarca a Rio - per il ritorno della Coppa intercontinentale si gioca al Maracanã, i cui esosi posti sono andati esauriti o quasi -, raccoglie applausi all'aeroporto, e soprattutto riceve una buona notizia: Pelé non gioca. Almeno un pareggio, dunque, non dovrebbe essere fuori portata. Nell'erba alta i brasiliani randellano senza costrutto; dopo quarantacinque minuti, il Milan è avanti di due gol, e qualcuno sta già immaginando il portellone dell'aereo che si apre a Malpensa, e là sotto la folla i canti e le bandiere. In tribuna, dicono che Pelé pianga, mentre il pubblico invoca - è la massa dei fedeli delusi - il suo nome. Ma poi la scena cambia. E cambia la musica. A ritmo di samba, i santistas (aiutati un po' dall'arbitro - argentino, mah! - e molto da Ghezzi) ne fanno quattro in venti minuti; anche se contasse, a questo punto differenza reti non c'è. Si deve ricominciare daccapo. Partido de desempate, sempre qui, tra due giorni. E il diavolo sprofonderà nell'inferno del Sudamerica.
Cineteca


1992
Der Schweiger

Il 18 novembre del 1992, al Frankenstadion di Norimberga si incontrano amichevolmente la Germania e l'Austria. Sulla panchina degli austriaci c'è Dietmar Costantini, e appoggiato accanto a lui un cappello. Era il cappello di Ernst Franz Hermann Happel, scomparso quattro giorni prima a Innsbruck. Il 'Silenzioso' (der Schweiger) se n'era andato, solo qualche mese dopo aver ripreso la guida del primo XI che aveva allenato, nel dopoguerra, per un decennio, un lungo e formativo tirocinio che lo portò in seguito a mietere successi in tanti club, girando in lungo e in largo l'Europa, portando l'ebbrezza del successo là dove ancora nessuno la conosceva. Nella galleria del '900, i capolavori di Happel occupano una delle sale più prestigiose; e il suo nome fu dato, dopo la morte, al santuario del football austriaco: il Praterstadion di Vienna.
Wikipedia: italiano - tedesco | Storie di calcio | In mortem (Beccantini)

13 novembre

2002
Pepe

Di giorno non era mai in campo: stava sulla torre più alta dello stadio, là dove il gioco si vede meglio, e da là lo dirigeva, con giocate magistrali (Eduardo Galeano). Di notte, invece, nascondeva torce elettriche tra i piedi, e illuminava il gioco (e ne inventava) con la semplicità tipica dei grandi (Gianni Brera). Era un'automobile all'epoca del calesse: in anticipo sugli avversari e sui tempi, sempre (Roberto Beccantini). Era un genovese di Montevideo, un uomo spigoloso, e andare d'accordo con lui pare non fosse facile per nessuno. Però, con lui in campo, si vinceva parecchio: guardate il palmarés del Peñarol e dell'Uruguay e poi del Milan, guardate cosa raccolsero quando nel cuore del centrocampo schieravano Juan Alberto 'Pepe' Schiaffino. Pepe si spegne, a Montevideo, il 13 novembre 2002.
Pentavalida

12 novembre

1942
Il disperato coraggio di Pyotr

Pyotr Grigoryevich Grigoryev (nato a San Pietroburgo nel 1899) fu tra i migliori attaccanti della sua epoca. Vinse alcuni titoli nazionali; selezionato per le prime (ufficiali e non ufficiali) partite della selezione sovietica, giocò fino a 40 anni, in diverse squadre - soprattutto di Leningrado - poi scomparse o ribattezzate. Morì durante l'assedio della città, il 12 novembre 1942. Così lo descrisse Michail Butusov, compagno di squadra e come lui sanpietroburghese: "un giocatore di enorme energia, idee brillanti, coraggio disperato".
Profilo | Ritratto (in russo)



1969
Ernst Happel serve l'antipasto

Ernst Happel non è uno che parla a sproposito. Oltretutto, i risultati parlano per lui. Perciò, quando dopo la partita dice che il Milan non è una grande squadra ma soltanto una squadra famosa, dice qualcosa di molto vicino al vero. Che il Milan sia una squadra famosa, va da sé. E' campione d'Europa, è il club guida della nazione che ha vinto l'ultimo titolo continentale,  il suo capitano è l'ultimo ad avere alzato il pallone d'oro. Ma l'età dell'oro, appunto, volge al termine. San Siro non vuole arrendersi all'evidenza, e saluta l'uscita dal campo dei suoi beniamini con sonore bordate di fischi. Al termine di una partita che hanno vinto. Sì, hanno battuto il Feijenoord, campione d'Olanda, nell'andata degli ottavi di Coppa dei campioni. Uno a zero, un gol (magnifico) di Combin all'inizio e poi nient'altro. Forse perché Rivera si stira e abbandona il campo intorno alla mezz'ora; senza di lui, non c'è luce nel gioco dei rossoneri. La vecchia masnada si arrangia come può; non vede più palla, conserva il vantaggio, ma non è detto che basti per la rivincita al De Kuip. Happel ha servito solo l'antipasto.


11 novembre

1915
Milano secondo

Suo fratello era il capitano della Pro Vercelli, e anche lui militava nella Pro,  in famiglia si mietevano titoli ogni anno. Sapeva giocare bene al pallone. Sapeva attaccare e difendere, indifferentemente. Ma poi arrivò la guerra. Andò al fronte, in fanteria. Si è ancora ragazzi, e le probabilità di tornare a casa vivi non sono poi tante. Felice Milano,  fratello di Giuseppe, dal quale lo distingueva un ordinale (Milano II), morì a Zagora, l'11 novembre del 1915, in una delle tante battaglie combattute sull'Isonzo, a ventiquattro anni.
Profilo


1987
Il colpevole

Il portiere dello Rijeka, Mauro Ravnić, esce alla fine del primo tempo e la maglia della nazionale jugoslava non la indosserà più. Mai più. E' chiaramente lui, il colpevole. Ha dovuto rispedire a centrocampo la bellezza di quattro palloni in venticinque minuti. E nella partita decisiva. "Battiamo gli inglesi e andiamo in Germania", era l'ordine di Ivica Osim, uno di coloro che nel '68 fecero tremare l'Italia nella finale del campionato d'Europa e che adesso siede in panca. "Sarà mica così difficile vincere contro l'Inghilterra", avrà mormorato tra sé e sé. Difficile dire se avesse ragione o meno. Certamente, una compagine di rango non dovrebbe prenderne quattro, e soprattutto non in casa, lasciando che il match sia chiuso già prima della metà del primo tempo. Ora, immaginate i trionfalismi della critica british. Lasciate che suonino le loro trombe, arriverà l'estate, e il pallone si sgonfierà rapidamente, come al solito: maledetto football!

10 novembre

1988
Il deretano di Arrigo

Si manifestò per la prima volta il 9 novembre a Belgrado. Il Milan non superò mai o quasi la linea centrale del campo ed era già virtualmente eliminato dalla Coppa dei campioni, quando la nebbia invase il Marakana; il gol della Stella Rossa che nessuno vide, che secondo Franz Baresi era viziato da un fuorigioco impossibile da misurare, non contava nulla, e la partita si rigiocò il 10. Il resto è noto a tutti: il gol di Mannari (pallone dentro di un metro e passa, nella foto) non assegnato, l'inzuccata di Van Basten, il pari di Stojkovic, la tremenda botta che quasi ammazza Donadoni, i supplementari e i rigori. Il rigore sbagliato da Savicevic e quello (decisivo) trasformato da Rijkaard. Tutte qui, le emozioni di un match orribile, ma storico.
Cineteca

9 novembre

1947
Cronache di Vienna

Come la prima volta.
La prima volta fu alle Olimpiadi di Stoccolma, nel 1912. Cinque a uno per gli austriaci, e Monsù Poss era già a capo della 'commissione tecnica'.
Trascorrono trentacinque anni, mica uno scherzo. Monsù è ancora al timone, e d'altra parte con tutto quello che ha vinto chi si sogna di liquidarlo? Dopo tanto tempo, il Team (foto) si riscuote e impartisce agli azzurri una pesante lezione. Cinque a uno, come la prima volta. Una sconfitta che a Monsù va davvero di traverso. "La più severa sconfitta che l'Italia abbia subito da parecchie e svariate stagioni a questa parte".
Era successo a Berlino nel 1939, con i tedeschi pieni di austriaci (due a cinque). Anche allora nel mese di novembre, "il più infausto che si possa avere per le condizioni fìsiche dei nostri atleti", e chissà perché.
A Berlino nevicava, "ora il vento l'ha fatta da padrone, dando il tono alla partita e la spinta iniziale al risultato, e che spinta!".
Monsù, un giudizio non meteorologico sul match?
"A voler giudicare superficialmente, impulsivamente, a voler drammatizzare, bisognerebbe dedurre che Sentimenti non vale nulla, che Parola vale poco, che Mazzola è inconcludente, che Piola non ha capacità alcuna e via di questo passo, perché sono stati proprio quasi tutti gli uomini che devono fare da caposaldo a qualunque formazione azzurra del momento, a giocare al di sotto del loro livello normale".
E a voler giudicare serenamente?
"Lo scombussolamento portato nelle nostre linee dalle condizioni atmosferiche e specialmente dal vento è stato decisivo e evidente. Uno scompiglio netto. Il controllo della palla andò subito a farsi benedire e di marcatura stretta dell'avversario più non si parlò, tanto che i palloni lunghi e alti minacciavano di tagliar fuori dall'azione chi stava a stretto contatto con l'uomo. Gli austriaci si gettarono con lena a sfruttare questa situazione. In queste condizioni le tre reti subite in tredici minuti e tutte per tiri da fuori area influenzati dal vento, fecero l'effetto di una mazzata sulla testa dei nostri giocatori".
Ci sarà anche dell'altro, però. Anche noi abbiamo giocato come minimo mezza partita in favore di vento.
"Il resto lo fecero le disgrazie. Una vera serie di infortuni: Campatelli e poi il suo sostituto immediato, Castigliano, nettamente stroncati, per citare un esempio. Si finì per giocare solo metà della partita con un mediano sinistro in efficienza e poi venne il rimanente, a cui abbiamo già accennato. La squadra austriaca conta nelle sue file un uomo che non è uno sportivo e che non dovrebbe mettere piedi su un campo di giuoco: l'ala destra".
E chi sarebbe?
Silenzio.
"Ma a parte ciò, essa ha giocato come mai finora nel dopoguerra. In certi momenti ha rammentato le grandi formazioni viennesi del passato. L'Austria ci ha battuto essenzialmente in quella che una volta era la nostra specialità e prerogativa: la velocità. Il giuoco italiano è diventato lento: questa è una fra le constatazioni tecniche a cui l'incontro dà luogo. Vi è da rimboccarsi le maniche per tutti e per tutti da lavorare con volontà, con serietà, in profondità, con onestà, dopo una giornata come quella d'oggi".
Dunque, al lavoro!.
Unica nota positiva della giornata, l'esordio dei giovani Boniperti e Carapellese, quest'ultimo autore del nostro unico gol, realizzato quando alla fine mancavano solo due o tre folate di vento. 
Cineteca
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera


1960
Le aspirazioni consolidate del Barça

Esentati dal primo turno, i Blancos esordiscono nella coppa che detengono da sempre e che non hanno alcuna intenzione di cedere. Il sorteggio, però, è stato maligno. Nessuno ha ancora inventato il ranking né qualche regola per favorire gli squadroni, dunque è stata solo sfortuna. Poteva capitare - con tutto il rispetto - lo Young Boys, o il Fredrikstad, o il Malmö. E invece? E invece dall'urna sbuca il Barça, l'eterno rivale che oltretutto da due anni dispettosamente tiene il Real dietro di sé nella Primera División. L'andata si gioca al Bernabéu. Bene. Finora, qui, nessuno aveva potuto evitare la sconfitta. E ci vuole un arbitro coraggioso per assegnare agli ospiti un penalty a pochissimi minuti dalla fine. L'arbitro in effetti è inglese, Arthur Edward Ellis, uno abituato a partite di vertice. Uno che fischia quel che c'è da fischiare e se ne infischia. Così, a poco dalla fine, Suarez va sul dischetto, completa la sua doppietta, fissa il due a due (è l'istante immortalato sulla prima pagina di Mundo Deportivo). E' quasi una vittoria. Ci rivediamo tra due settimane a Camp Nou.

8 novembre

1978
La figuraccia di Bratislava

Gli azzurri, reduci da un mondiale che poteva finire meglio, non dovranno disputare partite ufficiali per un paio d'anni, perché la fase conclusiva dell'europeo (per la prima volta con otto squadre e due gironi) si giocherà proprio nel Belpaese. E quindi vanno a Bratislava per saggiare la consistenza della Cecoslovacchia, che si fregia ancora del sorprendente titolo di campione continentale conseguito ai danni dei tudésc nel '76, ma che in Argentina non c'era, lasciando che i biglietti aerei se li accaparrasse la Scozia. "Gli azzurri non possono tradirmi", dichiara il Vécio (foto, durante la partita). Schiera la formazione tipo, compreso il malridotto Pablito. Poiché conta solo il prestigio e non ci sono punti in palio, i nostri eroi hanno da pensare al campionato, si lasciano strapazzare dagli avversari e dal freddo, e così intirizziti e stizziti, travolti e stravolti dal ritmo dei cechi escono dallo stadio dello Slovan tra le risate di scherno del pubblico e con tre pesanti e indigesti palloni stampati sul tabellino. Si torna coi piedi per terra, ed è un bene.