21 novembre

1973
La farsa

Sudamericani, virtuosi del pallone.
Capaci di andare in porta con una fitta serie di passaggi - lenti, ma di prima.
In manovra avvolgente.
Come questa: ecco l'ultimo tocco, ed ecco el Chamaco, Francisco Valdés, stella del Colo-Colo, depositare la sfera in rete, con morbida naturalezza (foto).
Gli avversari sono ammutoliti.
Silenziosi.
Assenti.
Letteralmente assenti. Si sono rifiutati di scendere in campo, i sovietici. Su questo campo, il Nacional di Santiago, pieno di militari - è l'estetica di Pinochet - e di prigionieri politici.
Loro, i sovietici, bivaccano sulle alture messicane, attendendo la designazione di una sede diversa da quella 'naturale' per la partita.
Verranno squalificati.

Sono ancora lì, attendono la revoca della squalifica. Prima o poi qualcuno si degnerà di stabilire la data e la sede dello spareggio col Cile, dicono. Il Cile, intanto, sta per scendere in campo contro la Germania, all'Olympiastadion di Berlino, nella prima partita della Coppa del mondo.
Highlights
[Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera]

20 novembre

1974
L'ultimo dei Mohicani

E' sempre Bonimba ad illuderci. Mai, forse, l'Italia aveva varcato i confini con la sola prospettiva di limitare i danni, di sottrarsi (se possibile) a umiliazione e derisione. Si andava al De Kuip, per affrontare la paurosa Arancia Meccanica. E ci si andava con gente del tutto inesperta, pedatori che avevano - forse - appena assaggiato il calcio internazionale in qualche ottavo o sedicesimo di coppa (gente come Rocca, Roggi, Zecchini, Orlandini); con antiche e mai del tutto mantenute promesse, come il ripescato Iuliano di Napule; con talentuosissimi virgulti, come Giancarlo Antognoni. Della vecchia guardia, solo Zoff e Anastasi, e naturalmente Bonimba - giubilato da zio Ferruccio: ma quanto sarebbe stato utile, in terra tedesca. Ricambio generazionale, del quale si prendeva la responsabilità Fuffo Bernardini, antico teorico del 'sistema' (pragmaticamente intepretato) e amante dei 'piedi buoni'. Così l'unico, glorioso messicano sopravvissuto alla mattanza segna il primo gol di quella serata, un'inzuccata nell'angolino basso, la sfera sgusciata come saponetta dalle mani di Jongbloed. Un gol illusorio, naturalmente. "Come hai osato?", pensa Johann Cruijff, guardando in cagnesco il pallone o il portiere. Gli olandesi non faticarono molto a rimettere il match sui binari previsti. Ma vinsero solo tre a uno. Anche per Bonimba, l'ultimo dei Mohicani, era venuta l'ora della pensione azzurra.
Cineteca

19 novembre

1988
La benedizione di Stojković

Un pareggio (inaudito!) a Nicosia costò la panchina a Henri Michel. Già. Se l'era presa dopo i fasti dell'europeo, poteva vantare un buon mondiale (nonostante la lezione tedesca), ma aveva fallito la qualificazione all'europeo in Germania. Ora c'è in ballo l'Italia. Sarebbe uno smacco non andarci; e  quindi, dopo il pareggio (orrore!) a Nicosia, la Fédération Française de Football ha compreso che lui non è l'uomo giusto. L'uomo giusto è quello che - purtroppo - ha smesso di prendere a calci il pallone, uno che (poco ma sicuro) continuerà ad avere successo, qualsiasi cosa decida di fare. Michel Platini: ça va sans dire. A dire il vero, è stato proprio lui a decidere, mica la Fédération. Peccato che il suo battesimo abbia luogo in una chiesa ortodossa di Belgrado, quella intestata al Partizan. Officiano vecchi e giovani satanassi locali. C'è da stare attenti soprattutto ai chierichetti della Stella Rossa, i vari Savićević e Stojković, per non dire di Sušić, che oltretutto gioca nel PSG e conosce bene i galletti. Come che sia. A un quarto d'ora dalla fine i bleus sono (incredibile!) avanti di un gol (due a uno). Ma quando gli slavi hanno già rimesso in equilibrio i conti (e mentre le Roi, presumendo di poter ancora sbancare, toglie difensori e inserisce attaccanti), tocca proprio a Stojković (foto di repertorio) dare la benedizione finale, e mandare dunque a casa felici e contenti i tumultuanti fideles belgradesi con un terrificante destro di prima intenzione dal limite dell'area.
Tabellino | Highlights

18 novembre

1981
Il calcio piazzato

Non ha mai fretta Monsieur Michel, quando il pallone si ferma e lui può sistemarlo poco fuori dell'area di rigore: è, in assoluto, la situazione che preferisce. In quel momento, lui è al centro del palcoscenico. Sa che tutti si aspettano un colpo di genio, una magia, un illusionismo. E' uomo di spettacolo, indugia e assapora il silenzio che cala sullo stadio, lascia che si protragga per qualche lunghissimo istante. In quel tempo fermo, in quella sospensione della realtà, gli avversari iniziano a interrogarsi. Il portiere, per esempio, dubita di avere sistemato male la barriera. Forse un poco a destra, forse troppo a sinistra. Con pochi uomini, o forse con troppi. Loro, quelli in barriera, sono i più tranquilli. Dovranno solo stare fermi. Sanno che, comunque, non gli arriverà addosso una cannonata, Monsieur Michel predilige morbidi tocchi e gentili palombelle. Gli altri, quelli rimasti in movimento, sono preoccupati. Precipitano nell'incertezza, e sulla posizione da tenere cambiano idea in continuazione, temono sempre di avere scelto quella sbagliata. Il più esperto di tutti, il più intelligente di tutti è senz'altro Ruud Krol, il capitano. Infatti lì per lì sembra stia facendo la cosa giusta: andare a coprire la porzione dello specchio di porta nascosto dalla barriera. Se Platini cerca di colpire la sfera per farle scavalcare le transenne, lui ne interromperà la traiettoria. L'olandese si sposta lentamente, quasi di soppiatto, forse credendo che il tiratore non lo veda, non capisca, e finisca per mirare proprio lì, un tiro che sarebbe innocuo. La paura evaporerebbe, il pubblico manifesterebbe una grande delusione e non sosterrebbe più la propria squadra con lo stesso vigore. Monsieur Michel, però, ha questa qualità: se non vede, intuisce. Le sue intuizioni anticipano sempre di anni luce le mosse degli avversari. Ecco che si muove. Con la maglietta fuori dai calzoncini, il suo baricentro sembra ancora più basso. Anche Krol esibisce da sempre lo stesso look, ma è altissimo, e così sembra ancora più alto.
Il tiratore ha colpito il pallone.
Di interno destro, come al solito. Quale traiettoria avrà impresso alla parabola? Ora lo scopriremo. Intanto, però, tratteniamo il respiro.

Francia-Olanda: Cineteca
Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera

17 novembre

2006
Addio, Biró

La temuta notizia arriva da Budapest. Ferenc Puskás è asceso nel cielo di Eupalla. Prima di quello del Diego, il piede sinistro più chirurgico del '900 fu il suo. Quando riceveva il pallone, i portieri iniziavano a tremare, se la distanza tra loro e lui non era di almeno quaranta metri. In quasi tutte le più memorabili partite dei 1950s, lui c'era: da capitano dell'Aranycsapat, o da esule stella del Real Madrid. "Ancora oggi, ogni tanto i miei nipoti mi chiedono di aprire il baule dei ricordi, dove tengo le maglie e i gagliardetti del passato. La maglia di Puskas è ancora lì, bianca e semplicissima. C'è anche quella di Pelé lì dentro, ma quella del Colonnello per me vale di più" (Alessandro Mazzola).
Empireo

16 novembre

1930
El filtrador

A Genova pensano di avere l'uomo che riporterà il Vecchio Balordo agli antichi fasti. Si chiama Guillermo Stabile, è nato a Buenos Aires, ha giocato nell'Huracan e nell'albiceleste, ha la caratteristica di passare attraverso le maglie delle difese avversarie senza che quelle se ne accorgano, e questo ne spiega il soprannome. Lui guizza e scompagina, è uno che lavora di nervi e di intelligenza, più che di muscoli. Esordisce in campionato a Marassi contro il Bologna, trenta ore dopo essere sceso dal piroscafo che l'ha portato sotto la Lanterna. Segna tre gol, con assoluta nonchalance. Come non avesse appena iniziato a cambiare vita.


2003
Il futuro fa capolino all'Estádio do Dragão

In qualche modo, José Mourinho ha il Barça nel suo destino. A Camp Nou sbozzò competenze e tigna, quando faceva il secondo di Bobby Robson. Poi tornò in Portogallo. Sulla panchina dei Dragões divenne famoso e vincente. Anni davvero, e sotto tutti i punti di vista, 'fortunati'. A metà novembre, anche nel 2003, tutte le leghe si fermarono, c'erano importanti incontri internazionali in calendario. Così, per festeggiare i 110 anni di vita del clube e l'inaugurazione del nuovo stadio (Estádio do Dragão), il Barça  va in gita a Oporto. Una rimpatriata. In campo tanti ragazzini della cantera. Uno di loro entra a un quarto d'ora dalla fine. Chiaro, non potrà ribaltare la partita, che peraltro non conta niente. I blaugrana stanno perdendo due a zero, ma proprio sotto gli occhi di Mou fanno esordire un piccoletto, un argentino, un sedicenne e poco più che hanno cresciuto e curato perché potesse giocare a pallone. La maglia gli sta così larga, che si piega e quasi nasconde il numero stampato sulla schiena (foto). Un numero particolare, per chi conosce la storia del football, e chissà se venne scelto a caso. Era il futuro, Leo Messi, e non poteva che affacciarsi alla sua nuova vita davanti a colui che gli sarà feroce avversario.

15 novembre

1970
Lo sfortunato gabbiano dell'Het Kasteel

Stadion Het Kasteel, Rotterdam. Il derby tra Sparta e Feyenoord è importante per la classifica e acceso; la folla deborda, i tifosi dello Sparta abbattono la flebile recinzione spinata e minacciano un'invasione di campo. Quella domenica è passata alla storia, però, per un altro motivo: alla metà del secondo tempo il portiere del Feyenoord, Eddy Treijtel, effettuò un rilancio a palla molto alta colpendo ed uccidendo sul colpo un gabbiano in volo. La carcassa del volatile è raccolta da un giocatore dello Sparta (foto) e momentaneamente sistemata di lato alla porta degli ospiti. A fine partita Treijtel decise di tenersi il cadavere, che ora riposa nel museo del Feyenoord, anche se i tifosi dello Sparta ancora lo rivendicano per avere attraversato il loro spazio aereo.