23 giugno

1954
La disfatta del Saint-Jakob

Molto bene. Abbiamo spezzato le reni al Belgio e ci giochiamo al Saint-Jakob di Basilea contro la Svizzera lo spareggio per essere ammessi al tabellone dei quarti. Eravamo una 'testa di serie', e così invece di affrontare l'Inghilterra ci toccano due volte gli elvetici padroni di casa e sornioni. Molto bene. Abbiamo già perso la prima, ma era l'esordio, dovevamo acclimatarci. Acclimatati, perdiamo anche la seconda. Anzi, la seconda è una autentica disfatta. Contro il truculento verrou di Karl Rappan (foto) schieriamo le pulci, e la squadra è lanciata a un dissennato arrembaggio. Ne busca quattro, in ovvie azioni di contropiede. "Se gli italiani disponessero ancora di giocatori del calibro di un Meazza, le cose sarebbero andate diversamente", scrive un quotidiano di Berna. Già, tutti ronzini i nostri, con l'eccezione di quelli rimasti a casa. Come che sia, "i mondiali del '54 perdono gli italiani ... e ci guadagnano in qualità" (Brera). Purtroppo, nei nostri favolosi 1950s il peggio deve ancora venire.
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1965
Il veterinario

Máté Fenyvesi esordì con la maglia numero undici dell'Ungheria nella prima partita giocata dai magiari dopo l'incredibile sconfitta di Berna. Compiva ventuno anni proprio in quel giorno (era il 19 settembre del 1954), e per dodici lunghe stagioni, fino al 1966, quella maglia fu ininterrottamente sua. Lui non abbandonò il paese dopo i tristi eventi del '56; Máté non prese il volo, anzi: studiò da veterinario, giocò centinaia di partite per il Ferencváros, e poi si diede alla politica. In Italia fece capolino un paio di volte, nel 1965, prima a Roma e poi a Torino, per due partite di Coppa delle Fiere. Segnò a Roma, e segnò anche a Torino. Ma il gol di Torino contava molto: fu il solo della finale (finale in partita unica), e dunque la decise, e di conseguenza rovinò la festa alla Juventus di Heriberto Herrera, sottolineandone già alla prima occasione una carente vocazione europea. Triste serata, per i bianconeri; e triste giornata, vissuta nel lutto per la morte di Carlo Carcano, l'uomo che, prima della guerra, li aveva guidati alla conquista di svariati consecutivi scudetti. Fu la prima e unica competizione continentale conquistata da un club ungherese nell'età moderna. Un barlume di luce, nella tristezza.


1974
Come una montagna di ricotta

L'ultimo giorno della vacanza pallonara italiana in Germania è arrivato. Si gioca a Stoccarda, contro la poderosa Polonia già qualificata al secondo girone. Basta un pareggio. Sarebbe bastato, ma alla fine del primo tempo siamo sotto di due gol. Perché abbiamo sprecato, perché l'arbitro non ci ha assegnato un sacrosanto rigore. Per via delle beghe politiche e tattiche, i dissidi, i litigi, il declino dei nostri campioni. "In sostanza, ci eravamo comportati come potrebbe un generale che, non avendo esercito, decida di affrontare il nemico mostrandogli le foto dei suoi defunti eroi. Molti erano i morti nella piccola armata azzurra. Valcareggi o chi per lui non ha voluto accorgersene" (Gianni Brera). Così, si torna a casa. Mestamente. "La spedizione è fallita su tutti i piani: partita con la maestosità organizzativa di una flotta che non teme alcuna corazzata nemica, la tribù azzurra si è sgretolata per strada come una montagna di ricotta" (Giovanni Arpino).


1984
Verbum Regis

C'è un motivo per cui il Portugal, inteso come Selecçao das Quinas, non aveva mai vinto nulla. E questo motivo era da tutti gli osservatori individuato nell'inclinazione a costruire giocatori raffinati ma che detestano il principale senso del gioco: fare gol. Unica, storica eccezione: Eusébio - ma, appunto, portoghese non era. Oggi, finalmente, c'è Cristiano Ronaldo. Tuttavia, vi sono state circostanze in cui la sfortuna e altri fatti imprevedibili e imprevisti hanno fatto capolino e messo a soqquadro il corso degli eventi. Per esempio, nella semifinale europea del 1984, che oppose il Portogallo alla Grande Francia di Roi Michel. Già. A sei minuti dalla fine del secondo tempo supplementare i galletti sono virtualmente spennati, e messi fuori dal loro campionato in semifinale. C'era un centravanti a Lisbona, giocava nello Sporting e si chiamava Rui Manuel Trinidade Jordão. Anzi,  Jordão e basta: Doppietta. Purtroppo per la Lusitania, c'era un difensore a Touluse, si chiamava Jean-François Domergue, aveva un tiro mancino apprezzabile. Doppietta, due a due. Naturalmente, il re sbadigliante si destò giusto in tempo per emanare il decreto che portava la Francia in finale. Promulgò la legge (foto) a un minuto dal termine, nella sovrana solitudine cui fu abbandonato vicino all'area del portiere, con la porta spalancata.
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22 giugno

1974
Germania contro Germania

Il pallone imbizzarrisce e sbatte sulla faccia dell'uomo con la maglietta blu, il numero 14; sembra un controllo involontario, ma la sua efficacia è sicura, perché taglia fuori i pochi in maglia bianca che presidiano l'area. Uno, due, tre, quattro rimbalzi: poi il piede destro del numero 14 esplode un colpo che indirizza il cuoio sotto la traversa. Un tiro imparabile. "Non casco dalle nuvole. So di essere l'eroe di un'epoca che non tornerà. Quel giorno al Volksparkstadion gli 8.500 tedeschi arrivati ad Amburgo con i treni dall'est e con un visto turistico che durava giusto il tempo della partita, alzarono le braccia. Per il gol sì, ma anche per tutto quello che significava. Quella rete diventò per un anno la sigla di molti programmi sportivi. E dopo la caduta del muro, per ricostruire un'identità sportiva collettiva, tutti chiedevano all'altro: dov'eri quando Sparwasser segnò?". Il centravanti operaio del Magdeburgo fu dunque autore del gol che decise l'unico derby mai disputato fra la Germania e la Germania, quando il muro ancora divideva l'una dall'altra. Un gol che in apparenza, se circoscritto alla sola vicenda agonistica e statistica di quel mondiale, serviva solo ad assegnare il primo posto nel girone. Tuttavia, proprio perdendo quel match, i tedeschi dell'ovest ebbero il cammino spianato verso la finale: altro che la Waterloo evocata a caldo dal Kaiser. Evitarono infatti di incrociare nella seconda fase a gironi brasiliani e argentini, e soprattutto l'arancia meccanica, che toccò invece agli "onesti somari" dell'est. Chi se la sente di escludere che, sotto sotto, Beckenbauer e i suoi si fregassero le mani? Uno come Breitner - per dire - non è detto che morisse dalla voglia di dare una lezione ai fratelli comunisti; fu lui ad aspettare i tedeschi dell'altro blocco negli spogliatoi, e fu lui a prendersi (in cambio della propria) la maglia del centravanti operaio. Nel tempo, i contenuti simbolici e politico-militari di quella partita sfumeranno in pacate o faziose analisi del rapporto tra il calcio e ciò che ne è pallida metafora (la realtà, la politica); e l'eroe di Amburgo, Jürgen Sparwasser, sarà un giorno bollato dai suoi come traditore, quando getterà il cuore e le gambe oltre l'ostacolo. Accadrà nel 1988; ancora pochi anni, e quell'ostacolo (il muro) sarà definitivamente rimosso. E fra tedeschi non ci sarà più nessun derby da giocare; quello del Volksparkstadion rimase senza alcuna possibilità di rivincita.

1982
El Nene

Dopo la finale del 1970, qualcuno chiede a Pelé se parteciperà anche alla prossima coppa del mondo. Difficile, quasi impossibile. "Non preoccupatevi, ho già un successore ed è Teófilo Cubillas", rispose. Già. Cubillas, 'El Nene', il più forte calciatore nella storia del Perù. Ci ricordiamo le sue movenze felpate, sulle alture messicane, quando in una sconosciuta (per noi europei) selezione con banda rossa trasversale sulla maglia regalava gol ed emozioni. Ne fece uno anche al Brasile, ma naturalmente non bastò. Sono trascorsi dodici anni. Al Riazor sta giocando la sua ultima partita con quella maglia, sono gli ultimi minuti, la Polonia ha dilagato nel secondo tempo. Cinque a uno, sarà un triste saluto, quello del Nene. Perciò, quando l'arbitro si sarà ripreso il pallone, non lasciate che torni da solo negli spogliatoi. Alzatevi in piedi, e che il vostro applauso sia lungo. Lungo e caldo, come lui si merita. Cubillas è stato una grande stella del Sudamerica.

1986
Capolavori di Diego

L'Azteca è teatro di partite indimenticabili, negli anni in cui il Messico organizzò la Coppa del mondo. Nel 1986, per esempio, ci fu Inghilterra-Argentina. L'incrocio avveniva a quattro anni dalla 'Guerra delle Falklands'. Fu la partita in cui el Diego diede prova per gli argentini della propria santità in vita. Suoi furono i gol che decisero il match. Inutile rievocarli, tutti li conoscono, tutti li hanno visti decine e decine di volte. Forse non ve ne sono di più famosi, nella storia del football. Cari signori, se volete più tardi li proiettiamo ancora. Come? Li proiettiamo subito, d'accordo. Ecco, questo è il primo (la mano de Dios) e questo è il secondo (Diego che, uno dopo l'altro, semina gli inglesi e va in porta col pallone). Il secondo è davvero un capolavoro assoluto. Si può discutere sulla santità del Pibe, certo: ma che si tratti di un artista di valore universale e assoluto, nessuno lo può negare. Personalmente, preferisco lui a ... (mah, non mi viene in mente nessuno, al momento: ci penserò). Il bello è che lui dice di essere affezionato soprattutto al primo dei due, il gol palesemente malandrino che qualsiasi arbitro al mondo non avrebbe convalidato - e sarebbe interessante sapere chi, in quell'istante, ottuse gli occhi e otturò il fischietto di Alì Bin Nasser, l'arbitro tunisino. A ogni modo, l'iceberg inglese è superato, e l'Albiceleste un transatlantico che naviga tranquillo in direzione della finale. Bene. Credete che per los argentinos il bello fosse ancora di là da venire? Per nulla. Lo dicono tutti. Il loro scopo non era vincere il mondiale, ma la guerra con gli inglesi. La vinsero, all'Azteca, e da quel giorno si sono (quasi) dimenticati delle Malvinas.
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21 giugno

1964
La gran victoria del fútbol español

La Spagna è cambiata. Un po' come si appresta a fare l'Italia. Basta con gli oriundi. I fuoriclasse di svariate origini emigrati a Madrid e a Barcellona non vengono più chiamati a far parte della Selección. E la Selección raggiunge un traguardo notevole: la finale del secondo campionato europeo. La gioca in casa, al Bernabéu, contro i sovietici detentori. La vince, grazie a un memorabile gol di testa - con tuffo e avvitamento - segnato da Marcelino Martínez Cao, attaccante del Real Zaragoza e componente della famosa linea de "los 5 magnificos". La squadra è giovane e incosciente, c'è gente che corre veloce; il ritmo è infernale. Il Generale Franco è in brodo di giuggiole. Anche Monsù Poss è ammirato: "Era tempo, parecchio tempo che non vedevamo operare una squadra a quel modo. Essa ci ha ricordato, pensandoci su, quei due famosi incontri Italia-Spagna di Firenze del campionato del mondo del '36". Monsù, intanto era il 1934, e non crediamo che sia un paragone azzeccato. Morale della favola? "Con questa sua squadra e questa sua vittoria, la Spagna ha salvato il torneo che era quest'anno chiamata ad organizzare. Quella finale, quel grande incasso a cui ha dato luogo e con lo spettacolo grandioso che ha provocato, ha salvato una manifestazione che, a padroni di casa battuti, poteva anche provocare un piccolo disastro. La pietra finale ha salvato l'intero edificio". Insomma, fu una "gran gran victoria del fútbol español"; ma le Furie Rosse, da quella sera e per quasi mezzo secolo, conosceranno solo delusioni e sconfitte.
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1978
El Loco

Ramón Quiroga Arancibia. E' un portiere, è nato qui, a Rosario, e qui ha imparato il suo mestiere. Poi è andato a a difendere i pali dello Sporting Cristal di Lima, poi all'Independiente di Avellanda, poi ancora (e tuttora) allo Sporting. Ha scelto di essere peruviano, e oggi gioca per il Perù. A Rosario, nella sua città. Lui, argentino, è il portiere del Perù in una partita  contro l'Argentina decisiva per l'Argentina, che si disputa nello stadio in cui ha imparato a infilare i guantoni. A Lima lo chiamano 'El loco' (soprannome di tanti portieri), perché non ama presidiare la propria area; cerca applausi e invenzioni anche in altre parti del campo. Pazzo è tuttavia anche il suo destino. E pazzesca la partita, perché all'Albiceleste non basta vincere; deve stravincere. Le sono necessari almeno quattro gol di scarto per avere la finale. E, guarda caso, vince con un risultato più ampio di quello che la matematica pretendeva. Sei a zero. Tante cose del mundial argentino verranno discusse negli anni a venire. Tra queste, anche la presunta corruzione del 'Loco'. Ma, a riguardare le sei reti, di non tutte sembra lui il responsabile. Tutte troppo, troppo facili.
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1988
La trasformazione dell'Olanda

Bene e Male / Guarda, amore, guarda la tv: / Arancione, Gullit, Bianco. / Bianco, Matthaus, nero. Ci vuol poco ad ammetterlo: questi versi non sono granché. Anzi, sono pessimi, anche se usciti dalla penna di Eric van Muiswinkel, eclettico artista nato dalle parti di Utrecht, e dunque compaesano di Van Basten. E' accaduto qualcosa di strano, in Olanda. I cittadini di Amsterdam sono corsi in strada per gettare simbolicamente nel cielo le proprie biciclette, e i poeti sollecitati a versificare. E' accaduto qualcosa di storico:  a Gullit e Van Basten è riuscita l'impresa che mancarono Cruijff e Neeskens: battere i tedeschi a casa loro. Eliminarli in semifinale dal campionato d'Europa che avevano organizzato nella certezza di vincerlo. E' accaduto qualcosa di insolito: il rancore degli olandesi nei confronti dei tedeschi esplode a decenni di distanza dalla fine dell'occupazione nazista. Dalla fine della guerra. Anche i giocatori (in attività e no) scrivono poesie, in rude 'stil novo': Quella nuova maglia è buona soltanto / perché vi ci puliate il sedere, è l'elegante chiusa di un sonetto affidato alla posterità da Johnny Rep. "La trasformazione nazionale che avvenne quel giorno appare in tutta la sua chiarezza proprio in Jonglbloed, che il giorno precedente la partita aveva dichiarato come qualsiasi rancore tra olandesi e tedeschi fosse ormai evaporato. Il giorno dopo l'incontro, a nome della squadra del 1974, scrisse un telegramma alla formazione del 1988 in cui si leggeva: Siamo stati liberati dalla nostra sofferenza" (Simon Kuper).


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20 giugno

1954
Un'apparente umiliazione

Josef 'Sepp' Herberger, trainer della Deutsche Fußballnationalmannschaft (foto), era consapevole di una certa qual inferiorità. Si trattava di affrontare l'Aranycsapat nel pieno del suo splendore; le speranze di batterla erano praticamente nulle. All'esordio, i tedeschi avevano teutonicamente prevalso sulla Turchia; logica pretendeva che i turchi sbaragliassero i coreani e che fosse necessaria, tra Germania e Turchia, una gara di spareggio per l'accesso ai quarti - come stabiliva un regolamento pazzesco varato per l'occasione. E così, Herberger schierò contro i magiari una formazione destinata all'utile sacrificio, risparmiando molti pedatori titolari per i confronti più abbordabili. Così, Puskás e i suoi compagni di merende organizzarono un sontuoso pic-nic, sul prato del Sankt-Jacob. Tutti si divertirono, con la sola eccezione di Kwiatkowski (portiere subentrante ed esordiente; carriera internazionale non fortunata la sua: quattro caps e diciotto palloni rotolati alle sue spalle). Finì otto a tre. Poi i teutonici si rifecero coi turchi, e arrivarono sino in fondo, assai più freschi dei maramaldi magiari. Col senno di poi, si può senz'altro dire che la grande epopea del calcio tedesco contemporaneo iniziò proprio in quel pomeriggio di Basilea, con una sconfitta solo in apparenza umiliante.


1984
En el fútbol todo es posible

La Franza va per conto suo, Roi Michel recita tutte le parti in commedia. L'esito finale del Championnat d'Europe de football è scontato. Si gioca a pallone solo per stabilire chi farà il paggio del re al Parc des Princes. In quest'ottica si misurano España e Alemania nell'ultima del loro girone. Ovviamente sono favoriti i teutonici, anche perché la Roja vive tempi grigi e vanta pochi campioni. Anzi, nessuno. Quando è in serata, tuttavia, Luis Miguel Arkonada Etxarri è un portiere coi fiocchi. Se lo aiutano pali e traverse, diventa insuperabile. Il match è senz'altro avvincente, gli spagnoli sono obbligati a vincerlo. Carrasco calcia un rigore addosso a Schumacher; Allofs sparacchia tiracci addosso ad Arkonada, come fosse l'orso da colpire in un padiglione del luna-park. Immaginate allora, provate a immaginare la potenza dell'urlo salito al cielo da ogni angolo della vecchia Spagna quando, al novantesimo minuto, Juan Antonio Señor Gomez - stella del Real Zaragoza - mette nel cuore dell'area un pallone che i due Förster e Uli Stielike osservano disgustati, mentre sbucato da chissà dove piomba sull'arcuata traiettoria Antonio Maceda Francés (figurina) - difensore centrale dello Sporting Gijon, ma implacabile predatore delle aree altrui -, il quale inzucca come sa fare, imprimendo alla pelota una forza tale da piegare i guantoni del portiere alamanno, esaurendosi beffarda oltre la linea di porta.

2010
La vigoria atletica e morale degli All Whites

Mi telefona un amico, è sempre e parecchio su di giri negli anni pari, all'inizio dell'estate, quando si giocano le coppe del mondo e i campionati d'Europa. "Ah ah ah! Sai cosa c'è stasera?" Una partita, immagino. "Una partita? Secondo te esiste una partita quando in campo ci sono da una parte i campioni del mondo e dall'altra tipacci convinti che la forma naturale del pallone sia ovale, e che sia diventato rotondo solo per colpa di europei e sudamericani che si accaniscono nel prenderlo a calci? Non scherziamo. Ci tocca perdere tempo contro la Nuova Zelanda, e i nostri rischiano di farsi male: quelli placcano e sgomitano che è un piacere, ti rompono le ossa se non stai attento. A ogni modo, le cose andranno come devono andare, e vinceremo con trenta o trentacinque punti di scarto. Tu cosa pensi? Ci sentiamo domani". Non penso nulla di particolare. Accendo la TV e guardo la partita perché so che alla fine mi toccherà discuterne con lui. I nostri giocano un football orrendo, prendono un gol da polli, pareggiano su rigore. Trascorrono i minuti e lentamente cedo, sopraffatto dalla vigoria atletica e morale degli All Whites.

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19 giugno

1954
Quando nemmeno tieni la palla abbastanza per poter sbagliare qualcosa

A Basilea fa molto caldo, ci saranno quindici, sedici gradi centigradi. E inoltre, gli scozzesi sono virtualmente senza team manager, perché dopo la sconfitta subita contro l'Austria nella prima partita Andrew Beattie (foto) ha detto che presto farà le valigie, indignato - "ma sì, che se ne torni pure a Huddersfield", pensano le stelle dell'Hibernian e del Partick Thistle. Povero Beattie. Non gli era stato possibile convocare i giocatori dei Rangers, impegnati a girare l'America per fare su un bel gruzzolo; in Svizzera, ha dovuto portare solo tredici uomini, misura di spending review varata dalla Scottish Football Association.  Così nel tardo pomeriggio, al San Giacomo, "sotto il sole dardeggiante" (Monsù Poss), dopo nemmeno mezzora di gioco la Tartan Army è già allo sbando. Uomini sulle ginocchia, in preda alle allucinazioni. La Celeste ha vita facile. Allenamento agonistico. Come finisce? Finisce sette a zero. Mai la Scozia aveva subito una così larga, pesante, umiliante sconfitta. "We got the run-around but had absolutely no knowledge of our opponents. Nobody had thought to watch them. But I wouldn't say it was one of my worst games. We never had the ball enough to do anything wrong", disse Tommy Docherty, terzino destro del Preston North End. Il football delle terre madri conosceva i suoi anni peggiori.
Cineteca | The Guardian: retrospettiva


1974
I simboli mortificati

Nel tardo pomeriggio di Stoccarda, quando entrano insieme sul prato del Neckarstadion, i due simboli viventi del football italico ancora non sanno che il loro tempo è finito. Sono due vecchietti? No, viaggiano intorno alla trentina. La loro prestazione è - volendo essere benevoli - anonima. Le immagini che tornano alla memoria sono sconfortanti: Rivera che inciampa nelle margherite, Riva in preda a pura disperazione perché nonostante corra indemoniato a dettare possibili lanci, il pallone non gli arriva mai, e "si demoralizza fino al pianto" (Brera). L'Italia non riesce a sopraffare un'Albiceleste che qualcuno aveva reputato scarpona e imbrocchita. "Pareggio mortificante", è il commento unanime; e loro due, Riva e Rivera, sono additati dalla critica come i maggiori responsabili del disastro. Contro la Polonia - basterà un altro pari per andare avanti nel mondiale - resteranno fuori. Perderemo ugualmente, ma loro non indosseranno mai più la maglia azzurra. E' certamente la fine di un'epoca.


1990
Qualcuno ha rivisto Meazza

Il match è utile solo per designare la vincente del girone, ma non c'è dubbio che Italia-Cecoslovacchia, visti i trascorsi, abbia un certo fascino. Vicini rinuncia al turn-over, però schiera di punta e insieme, per la prima volta, Schillaci e Roberto Baggio. Il siculo è posseduto da Eupalla, nelle notti dell'Olimpico sfodera prestazioni sempre e molto al si sopra delle sue reali possibilità; il 'codino' fa il suo esordio nella coppa del mondo. Ed è, per molti, una rivelazione. Segna un gol (foto) che tutti si ricordano, anche quelli che non l'hanno mai visto. "Ahimé, se quest' è amor, com'ei travaglia! Sono sicuramente vivo e non poco stupito di esserlo ancora. Ho fatto il matto, perché nasconderlo? Sono balzato in piedi e mi sono sentito intorno al collo le braccia di un vicino amico e un po' fuori di senno come me. Aveva appena segnato Baggio. Avevo gridato dopo averlo puntualmente scritto di aver rivisto Peppin Meazza: lo aveva puntualmente gridato anche il mio vicino amico!" (Gianni Brera).
Cineteca

1996
Italy comes home

Mi telefona un amico, è su di giri. Stasera c'è in cartellone The Match of the Century, dice, e si gioca al Theatre of Dreams, aggiunge. Cosa c'è oggi pomeriggio?, gli chiedo. "Italia-Germania, eh eh eh. Senti un po'. Credono di passarla liscia, ma si sbagliano. Hanno una squadra ridicola: te li ricordi in America, due anni fa? E ti ricordi quattro anni fa, come furono scherzati dalla Danimarca? Qualcosa significherà. Ecco. Noi siamo i vice-campioni del mondo, e qualcosa significherà. Partita? Di quale partita parli? Non c'è partita. Tieni conto che: primo, non ci hanno mai battuti, e qualcosa significherà. Secondo, hanno giocatori che non sarebbero titolari in una squadra austriaca di seconda divisione, e anche questo significherà qualcosa. Quindi stai tranquillo. Punterei su un tre a zero: Zola su rigore, e poi doppietta del Rava". Chi è il Rava? "Ravanelli, do you know? Penna Bianca per gli amici. Ci sentiamo, magari ci mettiamo d'accordo per vedere la prossima: quarti di finale contro Portogallo o Croazia". Mi sento risollevato, e soprattutto ho trovato un modo per trascorrere la serata. Come spesso capita, mi addormento poco dopo il calcio d'inizio. Sogno che Zola sbaglia un calcio di rigore, che la partita finisce zero a zero, che l'Italia viene eliminata dal campionato d'Europa nella fase a gironi. "Italy comes home", dice il commentatore della BBC.


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18 giugno

1922
L'epilogo della ruvida epopoea vercellese

Il campionato italiano di Prima Divisione dell'annata calcistica 1921-22 fu l'ultimo dei sette vinti dalla Pro. Si concludeva così "la ruvida epopea degli autodidatti vercellesi" (Brera), in una scontata gara di ritorno della finalissima, giocata sul campo amico, il "Principe di Napoli", contro un club romano-papalino, la Fortitudo (Società di Ginnastica e Scherma). All'andata fu tre a zero per i piemontesi. Come oggi, anche a quei tempi l'eccessivo successo generava noia e assuefazione. "Poco pubblico è accorso sul campo della Pro Vercelli per assistere alla finalissima del campionato confederale di foot-ball, nella quale le squadre hanno giocato con poca passione. La sicurezza della vittoria dei vercellesi era troppo evidente e essi hanno voluto anche scherzare, cosicché si sono visti segnare dagli ospiti due goals consecutivi" (La Stampa). Gli ospiti, dal canto loro, se ne videro segnare cinque. Onorevole sconfitta, tutto sommato.
Campionato 1921-22

1972
Der Bomber

La logica dei numeri non ha fascino, e talvolta genera valutazioni effimere. Ci sono pedatori che ne prescindono, altri la cui parabola agonistica può esserne invece scientificamente rappresentata. Lui è uno di questi. Vediamo un po'. Gli è capitato di non gonfiare la rete in ventitré occasioni, su un totale di sessantadue apparizioni con la sua nazionale (equamente distribuite tra amichevoli e competitive); di queste ventitré, solo sette contavano qualcosa. L'ultimo dei suoi sessantotto gol l'ha segnato nell'ultima partita, che era anche l'ultima e decisiva di un mondiale: naturalmente, fu quello decisivo (a Monaco, nel '74). Era il suo mestiere: risolvere le partite. Nel '70 risolse il quarto con gli inglesi, nell'extra-time; in semifinale fece all'Italia (sempre nei supplementari) il gol del 2 a 1 (sembrava finita per gli italiani) nonché (quando sembrava finita per i tedeschi) quello del 3 a 3. La fase finale degli europei disputata in Belgio nel '72 fu decisa da lui: doppietta ai padroni di casa in semifinale; doppietta in finale ai sovietici (ad aprire e a chiudere un inappellabile 3 a 0). Fu un centravanti assolutamente archetipico: il rapinatore d'area, quello in grado di intuire traiettorie sporcate e di calamitare la sfera, sbucando fulmineo da mischie affollatissime e crude. "You have to react quickly, or the chance is gone", diceva. Si sta naturalmente parlando di Gerhard ("Gerd") Müller; quel "Kleines dickes Müller" del 1964 che, in capo a un decennio, divenne per i tedeschi "der Bomber der Nation". Per la Germania e per la Baviera: "Tutto quel che è diventato il Bayern lo si deve a Gerd Müller". Parola del Kaiser.
Germania-URSS: cineteca | Eupallog Eurostorie


1978
Il centravanti inesploso

"La maggior tristezza nella mia carriera è il modo in cui fummo eliminati nel mondiale del 1978. Eravamo imbattuti, ma andammo fuori per il 6 a 0 subito dal Perù contro l'Argentina". Parole di Carlos Roberto de Oliveira, ma lo chiamavano Roberto Dinamite perché dai suoi piedi esplodevano gol di inaudita potenza. Era il centravanti della Seleçao, la notte in cui a Rosario si disputò il Gran Clásico del Sudamerica, che valeva una prenotazione del Monumental di Baires per la finale. Roberto Dinamite era la leggenda vivente del Vasco de Gama, il suo club, per il quale giocò più di mille partite, segnando centinaia e centinaia di reti. Lo ritenevano un campione. Ma i campioni sono quelli che decidono le partite decisive. Lui, in quei novanta minuti, si trovò per ben tre volte solo davanti a Fillol, goleiro dell'Albiceleste. Tre grandi occasioni: una dopo l'altra, le fallì.
Cineteca

1980
Le barbe del Belgio

All'Olimpico, ultima partita del girone. Miracolosamente scampati a una sconfitta contro la Roja, meritatamente vittoriosi contro i leoni di Albione, gli azzurri dovevano assolutamente battere il Belgio per accedere alla finale del Campionato d'Europa. Ma i quattro barbuti  - Van Moer, Ceulemas, Gerets (foto) e Millecamps ("barbe però più nazarene che terroristiche, barbe cintanti, facce abbastanza chiare") -  avvolsero la partita in una vischiosa melina. Botte da orbi, gli italiani non trovarono intuizioni né sufficiente bravura per uscire dalle sabbie mobili. I belgi, "con calma da bonzi", perdevano tempo in ogni occasione, diluendo il ritmo e il tempo del gioco: "si giocava una partita per aria, tra soli corpi, e una rasoterra anche col pallone. I belgi la giocavano col fuorigioco, gli italiani li assediavano con una sorta di paura di essere uccellati. La gente sovente taceva, come schiacciata da una nemesi" (Giampaolo Ormezzano). Arrivò il fischio finale, e le cose erano ancora esattamente come all'inizio. Il gol, una chimera.


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17 giugno

1954
Il pallottoliere

Misteriosamente qualcuno regalò a Eupalla un pallottolliere, vai a sapere chi (forse l'inventore) e perché. Accadde poco prima che, sugli altipiani elvetici, gli uomini si sfidassero nel gioco del pallone per vedere di quale nazione fossero i più bravi del mondo. Dopo tanti anni, quel campionato tornava ad essere disputato in Europa, nascosto dalle Alpi ma con trasmissioni in diretta delle partite, alle quali si poteva assistere acquistando un apparecchio televisivo o recandosi in visita - all'ora giusta - presso lo possedeva già. Ma torniamo alla storia del pallottolliere. "A cosa servirà mai?", si domandava Eupalla. A un certo punto capì: serve per contare i gol e tenere il conto di quelli che vengono segnati in ciascuna partita. E' uno strumento molto utile, ma certo: ai portieri non piace.  "Che meraviglia!". Lo sperimentò durante la prima partita in programma al Saint-Jakob di Basilea, dove scendeva in campo una delle squadre più forti che siano mai esistite: l'Inghilterra, che credeva di mangiarsi il Belgio in un solo boccone (come sempre era accaduto). Funzionò davvero alla perfezione, perché a Gilbert Merrick (foto) - portiere albionico in forza al Birmingham City, club di seconda divisione - quel pomeriggio si appannarono i riflessi e la vista. Finì quattro a quattro dopo i tempi supplementari. Altri, nei giorni successivi, manifestarono lo stesso problema di Merrick. Infatti, durante la Coppa Rimet del 1954 si disputarono in tutto ventisei partite, e furono realizzati centoquaranta gol.
Inghilterra-Belgio: cineteca



1986
L'inutile mordacchia

Un amico mi telefona prima della partita, è su di giri. "Cosa pretendono i francesi? E va bene, sono campioni d'Europa. Bella forza, hanno giocato in casa e noi non c'eravamo. Ma ora che mi viene in mente: noi non siamo campioni del mondo? Yes,oui, ja, da. Lo siamo. C'è Platini? Bene: lo francobolliamo. Non gli si fa toccar palla, e se serve gli facciamo passare la voglia di riceverla. Chiedi ragguagli in proposito a Zico e a Diego. Come? Gentile? Certo che gioca, sì è probabile che sia lui l'eliminatore ... pardòn, il marcatore. Come? Ah, credevo che il Vécio l'avesse convocato. Allora ricorreremo a una gabbia e se serve al disco di Norimberga; gli metteremo la mordacchia, stai tranquillo. E comunque, non ci battono dal 774 dopo Cristo, qualcosa significherà. Ci sentiamo per i quarti di finale". Roi Michel, dopo un quarto d'ora, ha già fatto servire le paste: significa che tra poco l'Universitario della Ciudad chiude i cancelli. Con un'alzata di spalle, spengo la TV: le cose vanno esattamente come immaginavo. Abdichiamo mollemente: non me ne rallegro, ma è il naturale corso degli eventi. Il giorno dopo apro il giornale, e scopro che il mio amico, almeno in parte, aveva ragione. "Italia-Francia inizia e finisce con la caccia irrefrenabile a Michel Platini. Prima in campo, poi negli spogliatoi. La gente lo ascolta come si guarda una stella cadente che è splendida e che lascia sgomenti".


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