22 settembre

2005
Il debutto dell'inglese

Beh, non si può certo dire sia stato un grande affare, avranno pensato quelli del Real quando, verso la metà del secondo tempo, l'inglese arrivato un anno prima da Newcastle (ma che ancora non aveva giocato uno straccio di partita, grazie alla sua ricca collezione di infortuni) becca il secondo giallo (foto) e torna negli spogliatoi. Ma quelli del Real sono di buonumore, perché due minuti prima il solito Raul aveva infilato il pallone del sorpasso, e l'ennesima sfida contro i perfidi baschi dell'Athletic volgeva a loro favore. Beh certo, si dicevano l'un l'altro quelli che affollavano gli spalti del Bernabéu, come esordio poteva essere una tragedia; infatti era stato proprio l'inglese, alla metà giusta giusta del primo tempo, a beffare con una magnifica zuccata in tuffo l'ancor giovane Casillas. Invece, col senno di poi, si può dire che è stata solo una comica. Già: l'avventura di Jonathan Woodgate nel più grande club dell'universo iniziò così, con un autogol e un'espulsione. Il resto del suo tempo a Madrid andò meglio, certo, ma sicuramente nessuno ha nostalgia della sua lunga chioma britannica.
Tabellino | Video | Mundo Deportivo

21 settembre

1977
Goleade nordiche

Sulla pagina sportiva del Corsera compare - con risalto minimo - la seguente notizia. "Oslo. Una piccola squadra norvegese di settima divisione, il Forward di Oslo, ha stabilito il nuovo record nazionale (e forse mondiale) di gol segnati in una sola partita. Ha infatti battuto il Regent per 42 a 0, realizzando in pratica un gol ogni due minuti e qualche secondo di gioco". Beh, può capitare: che c'è di strano? "Il Forward per passare in sesta divisione doveva vincere quest'ultimo incontro con 34 reti di scarto, in quanto un'altra piccola formazione, il Soerli, aveva i suoi stessi punti ma una migliore differenza-gol". Ah, ecco perché hanno infierito. Non ha senso nutrire sospetti. Le motivazioni, nello sport e nella vita, sono tutto. O quasi.


1983
England's shame

Così avevano commentato i tabloid inglesi lo spettacolare pareggio (due a due) ottenuto dall'XI albionico a Copenaghen il 22 settembre 1982. E' trascorso un anno, ed ecco ora i danesi scalpitare sul prato di Wembley. Bobby Robson ha già messo le mani avanti: i suoi devono affrontare "a formidable team, one of the best I have seen for 10 to 15 years". Addirittura? Come che sia, l'Empire Stadium è affollato, e dev'essere una soddisfazione particolare per Sepp Piontek e Allan Simonsen tornare a casa con una vittoria facile facile, dopo una partita dominata, anche se nel tabellino rimane un solo gol, oltretutto su calcio di rigore (foto). Il match è cruciale, e sostanzialmente stabilisce che, agli europei di Francia, i maestri non si potranno presentare. Danish Dynamite. Non aveva torto, il povero Robson.

1988
L'ultimo gettone di Oleh

C'è davvero poca gente al Rheinstadion. La delusione per l'esito del campionato d'Europa è ancora forte, e il remake di un'antica finale che i tedeschi avevano vinto (nel 1972) contro i sovietici non attrae il grande pubblico. Una partita senza significato, non fosse che i rossi - ancora tenuti per mano da Lobanovski - fanno esordire l'ennesimo pedatore della Dinamo Kiev, Sergej Sergeevič Šmatovalenko, un difensore che sa far tutto, e che di ciò dà dimostrazione festeggiando il battesimo con un autogol (quello che decide la partita). Per uno che inizia, però, c'è anche uno che finisce. Si tratta di una leggenda trentaseienne, quello che fu l'homo novus del calcio sovietico nei primi 1970s: Oleh Blochin. Già. Il vecchio Oleh non ne vuol sapere di smettere, ha lasciato la Dinamo ed è andato a giocare in Austria, nello Sportklub Vorwärts di Steyr. Si diverte ancora. Oggi però è davvero l'addio, centododici partite per la CCCP. Un campione. 

20 settembre


1900
Esibizione calcistica alle Olimpiadi

Al Vélodrome Municipal di Vincennes (Parigi) si giocò la prima partita di calcio nelle Olimpiadi dell'era moderna. In realtà, il menu originario prevedeva un insipido match tra francesi e svizzeri, ma gli elvetici non mandano nessuno con maglietta calzoncini e scarpette chiodate, e così la selezione del paese organizzatore dovette vedersela con gli inglesi. Con i maestri, insomma. Un guaio, in sostanza.
Non esageriamo, tuttavia. Non erano vere rappresentative 'nazionali', ma sgangherati club amatoriali: il Club Français di Parigi (foto) da una parte, l'Upton Park di  Londra dall'altra. Inoltre, l'evento non risultava ufficialmente inserito nel programma olimpico. 
Assistono allo storico match non più di cinquecento curiosi perdigiorno, e decoubertianamente gli angli infilano solo quattro palloni nella rete custodita (per modo di dire) da Lucien Paul Noël Huteau, che camuffava ancora il suo ruolo indossando la stessa tenuta dei compagni di squadra.
Nessuno lo sapeva, ma quella partita valse per i vincitori - con riconoscimento postumo - la medaglia d'oro. 




1983
El Feo (Il Cattivo)

“Confieso que no entiendo absolutamente nada de muchas cosas. Pero en el fútbol, en lo mío, digo que no hay nadie que sepa más que yo”. Parole di Ángel Amadeo Labruna, per vent'anni numero 10 del River Plate, La Máquina. Centinaia di partite, centinaia di gol; un uomo passionale, polemico, logorroico, intelligente. Labruna si spegne, a Buenos Aires, il 20 settembre 1983. Era l'allenatore dell'Argentinos Jrs.  Per la hinchada del River è mito assoluto e insostituibile. 

19 settembre

1937
L'ultimo giorno felice di Sindelar

Hugo Meisl se n'è andato a febbraio, e negli annali del calcio la sua morte viene fatta coincidere con l'estinzione del Wunderteam. In realtà, l'anno successivo - con l'Anschluss - sarebbe 'morta' anche l'Austria, e l'anno ancora dopo ci sarà la tragica fine del giocatore-simbolo di quell'undici e di quell'epoca, Matthias Sindelar. Date - e dati - noti a tutti. Ma preferiamo scegliere un altro giorno significativo: il 19 settembre 1937, appunto. Siamo al Praterstadion, naturalmente si gioca a pallone. Per la Coppa Internazionale: Austria-Svizzera. Favoriti, i padroni di casa vincono la partita, di misura ma con tanti gol: quattro a tre. Dopo due minuti, Sindelar ha già lasciato il segno. E' questo il momento da ricordare. E' il suo ultimo gol, e lo segna nell'ultima partita che può disputare con quella maglia rappresentando una nazione libera. 
Tabellino

1961
'El Pepe' Sasía

José Francisco Sasía,  nato a Treinta y Tres (Uruguay) guarda caso nel 1933, ha trascorso la carriera attraversando il Rio de la Plata; ha vestito le casacche del Boca, del Defensor, del Peñarol, del Nacional e altre ancora. In particolare, è stato attaccante del Pinerolo fra il 1961 e il 1965. E' sbarcato cioè a Montevideo quando gli Aurinegros erano campioni intercontinentali e del Sudamerica. Lui fu l'uomo del bis. Il trono dei due mondi è conteso questa volta dal Benfica; sconfitta di misura a Lisbona, goleada (cinque a zero) al Centenario. Le bizzarre regole dell'epoca prescrivono lo spareggio, a nessuno importa contare le tacche messe a referto e fare le dovute somme. Dunque si rigioca, ancora al Centenario, a distanza di soli due giorni dalla seconda partita. Il 19 settembre 1961, 'El Pepe' Sasía ingaggia un duello con Eusebio, campione promesso mozambicano-portoghese. Due a uno per lui, per 'El Pepe', la coppa rimane dov'è, da quella notte lui è l'ennesima leggenda uruguayana cui va dedicato un capitolo nel romanzo delle infinite leggende uruguayane, mentre mezza Montevideo saltava per aria ubriaca di gioia.

18 settembre

1955
L'ala destra del Botafogo

Torna in campo il Brasile, dopo più di un anno; dopo quel rissoso e perduto match contro l'Ungheria a Berna, nei quarti di finale della Coppa Rimet. E' dunque qui, naturalmente all'Estádio do Maracanã, che inizia la lunga e gloriosa rincorsa della Seleçao. Nessuno lo sa, ma l'era delle delusioni cocenti è finita; l'infinita epopea delle attese tradite è alle spalle. Per giocare, ci s'inventa una Taça: quella intitolata a Bernardo O'Higgins, leggendario 'patriota' cileno. Brasile e Cile dunque, allestiscono due partite in pochi giorni. Zeze Moreira cambia un po' di uomini rispetto a quel pomeriggio elvetico, ma non tantissimi. I pedatori vengono quasi tutti dalle squadre di Rio, per lo più dal Fluminense; ma nessuno è lasciato da solo senza un compagno di club. Manca l'ala destra - era Julinho, appena emigrato a Firenze -, e dunque Nilton Santos, uno dei reduci, sarebbe nell'undici di partenza l'unico del Botafogo. Manca l'ala destra e manca uno del Botafogo. E la scelta cade su un esordiente: Manoel Francisco dos Santos, alias Garrincha.
Tabellino (sub data)

17 settembre

1955
Back in Switzerland

Un anno e qualche mese dopo l'epica sconfitta del Wankdorf, l'XI ungherese tornò a metter piede nella terra che - promessa a loro - fu poi conquistata (calcisticamente) dai tedeschi. Appena varcato il confine, i magiari accusarono malesseri e disagi: mal di pancia, vertigini, nausea, altri fastidi oscuri. Perlomeno e per fortuna, toccava andare a Losanna e non a Berna. Lì, all'Olympique de la Pontaise, avevano sconfitto l'Uruguay in semifinale, una partita tra le più belle nella storia del football. Ora sì, va bene, si deve giocare contro la Svizzera, sì certo è la Coppa Internazionale, "chi ha vinto l'ultima volta?" chiede Puskas, abbastanza rintronato. L'Ungheria, come no, il titolo è detenuto dall'Aranycsapat, e chi se lo ricordava dopo tutto quel che è accaduto. E' chiaro che nelle teste dei giocatori, dopo gli inni e non appena il cuoio inizia a correre di piede in piede, scorrono immagini di altre partite, e la nostalgia si mescola alla rabbia e il dolore all'orgoglio ferito, ed è perciò che, un gol dopo l'altro, un'azione via l'altra, la partita si svolge appassionante, equilibrata e veloce, fino a che, a pochi minuti dalla fine, Puskas (nella foto insieme al capitano rossocrociato, Robert Ballaman) non segna il gol del cinque a quattro, su calcio di rigore. Bene, si torna a casa. In treno, Birò è ancora agitato, si addormenta e si sveglia più volte, sogna di essere in viaggio per Berna, è ancora la vigilia della finale dunque tutto è stato solo un terribile incubo, ma poi deve prendere atto di essere arrivato a Budapest, invecchiato di un anno, senza alcuna partita da giocare per qualche giorno, e aggrappato alla propria tristezza si trascina verso l'attesa di nuove vigilie, sapendo benissimo dentro di sé che la vera partita si è davvero giocata e perduta, e che non ce ne sarà un'altra.
Tabellino

16 settembre

1979
Le triplette di Sušić

Dove avevamo lasciato il discorso, Safet? Ah sì, alla partita di Zagabria, in giugno, contro l'Italia. Un'amichevole, no?

"No. Con quelli che vivono dall'altra parte dell'Adriatico non esistono partite amichevoli. Né d'inverno, né d'estate". 
E quindi? 
"Quindi, tripletta e quattro a uno per noi". 
E poi? 
"Poi la rivincita, il 16 settembre. Ma era l'ultima partita in nazionale di Džajić, c'erano occhi solo per lui". 
Un momento: questa non era contro l'Italia, ma contro l'Argentina. 
"Appunto, che differenza c'è? Non sono italiani anche loro? Ed erano pure i 'campioni del mondo', figuriamoci. Dunque dicevo: l'ultima di Džajić, partita numero ottantacinque. In quindici anni. Sta in campo poco, ormai è l'ombra di se stesso. Quando esce, al minuto ventuno, io aspetto che il Marakana smetta di frignare e comincio il mio show. Altra tripletta. Ma decido di non infierire, e finisce solo quattro a due". 
E quindi? 
"Quindi cosa?" 
Safet Sušić detto 'Pape' giocava nel Fudbalski Klub Sarajevo, a quei tempi. Un centrocampista molto pericoloso. Lunatico. Cercava un ingaggio altrove, puntava ai grossi club europei. Ma durante la partita nessuno si fece vivo, e dunque ritenne opportuno rallentare il ritmo, riposare un po'. 
Vero Safet?
Ecco, si è addormentato.
Tabellino | Highlights

[Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera]